martedì 22 aprile 2014

In viaggio da una vita

Non saprei da quanti silenzi sia composto un pensiero. Forse dieci, cento, uno o niente. E, mentre le persone parlano, io penso. Penso ai fatti miei, penso a ricordi o eventi immaginari; penso a quello che è azzardando un "che sarà?", di passaggio, mentre le persone sono convinte di parlare con me, mentre diventano rumori di fondo, mentre tutto diventa relativo, soprattutto, il silenzio.
Un rifugio per le mie evasioni.
Con un'espressione poco convincente, eccomi qui: l'eterna assente, in fuga dalle parole, nel mio angolo arredato di pensieri privi di voce che ogni tanto mi strappano un sorriso di quelli che speri ti abbiano appena detto qualcosa di divertente, così non passi per pazza.
Penso e sorrido, penso e aggrotto la fronte, penso e guardo la gente muta che muove le labbra.
Non ci sono persone, è la tv che parla, e io penso che solo nei film il conduttore di un programma sospenda la trasmissione per rivolgersi proprio a te. A te che stai pensando, e non può tacciarti come persona "distratta" solo perché non t'interessa sapere chi sia figlio di chi o cosa comprenda l'eredità di figli legittimi e non, perché in una scatola ci stanno giusto piccole marionette, mica persone in carne e ossa.
È solo la tv, sono libera di aggrottare la fronte e pensare, con il rumore di fondo degli applausi, quanti applausi entrano in un pensiero? Dieci, cento, uno o niente; come la volta in cui, dovendo andare via un intero weekend per motivi di lavoro con il collega che mi stava facendo una corte serrata, decisi di andare a scoprire le sue carte aiutando la sorte (e un po' anche lui, che parlava troppo senza agire).
Rumore di fondo, è solo pubblicità.
Quanti anni sono passati? Tanti, troppi, ero via da casa, facevo il lavoro più bello del mondo, quello che coltivavo fin da piccola. Toccava a me chiamare l'albergo a Torino, lui era in diretta e non aveva tempo. "Prendiamo una camera doppia, abbiamo un budget da rispettare, rimborsano fio a un certo punto", mi disse, era ora di vedere le sue carte. Gli applausi nella mia testa, quel giorno, mi avevano strappato un sorriso fiero, senza sapere che, in un futuro vicino, quel sorriso sarebbe stato gettato nel tombino dei coriandoli di Pierrot.
Spengo la tv, metto un po' di musica, fa meno rumore della mosca che sta ronzando attaccata al vetro della finestra.
Chissà a cosa pensano le mosche quando si disperano su un vetro, chissà se si lamenta del rumore dei tasti, digito piano. I pensieri non devono essere disturbati e le mosche non pensano, forse, ma con me non regge questa scusa, io sono quella che non buttava via quel sassolino perché si sarebbe sentito abbandonato, dopo tutti questi anni, per non parlare del tappo della bottiglia di spumante di quella sera, è sempre lì, nel cassetto delle posate e non serve, non pensa e non lo utilizzo, ma non posso buttarlo via, sarebbe come giustiziarlo, chissà che tristezza.
Quanti ricordi si possono mettere in una pausa caffè? Se nessuno ti parla, dieci, cento, uno o forse niente, tutti insieme. Come una corsa in autostrada, come la visione periferica che scorre, che ti fa ricordare volti, colori e vestiti che avevi dimenticato. Frasi dei tuoi dieci anni, baci dei diciotto, pelle dei venticinque e odori di una vita. In viaggio con te stessa, da sempre, zingara di momenti che porti in giostra senza scendere, nemmeno se lo volessi. Altro giro altro regalo, la mosca tace e la musica viaggia con me.
Mettiti nelle mie mani.
E tu pensi che siano troppo piccole quelle mani, per contenerti tutta, ma ho sempre fatto confusione tra mani e cuore, forse perché tamburello spesso con le dita e faccio rumore infastidendo la stanza vuota che aveva solo voglia di pensare senza mosche, senza applausi e senza occhi che si domandano se li stai ascoltando.
Allora cambio la domanda, senza aiuto del pubblico, senza raddoppio né altro.
Quanti pensieri riescono a entrare in un silenzio?
Questa la so.
Tutta la tua vita.
Una lunga memoria intera.




Nessun commento:

Posta un commento