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mercoledì 2 agosto 2017

Estate, mi domando

Più passano gli anni e più mi domando come facessi a dormire così, appiccicata a mia nonna, a mia sorella, a mia mamma, a mio papà o con tre peluche, mentre fuori le cicale facevano festa e Giuseppe piantava i pali della vigna a tempo del frinire insistente.
La fronte, il collo e i capelli madidi, mentre l'estate soffiava il suo respiro, bruciando sotto la pelle, sfocando i sogni di quel sonnellino pomeridiano "così poi andiamo a prendere il gelato, quando ti svegli".
Ancora mi domando come facessi a dormire e svegliarmi sorridente, nella mia maglietta bianca, con i miei slippini a righe rosse un po' sbiadite, sorridente, nonostante il caldo e le cicale insolenti. Un sorriso a dispetto dei problemi dei grandi e della loro fretta, ma una promessa è sempre stata una promessa e io avevo dormito. Un sorriso per il gelato fragola e fior di latte, perché al cioccolato non mi piaceva e loro lo sapevano.
Ancora mi domando come facessi, quando nei locali pubblici non c'era aria condizionata e fumavamo tutti insieme. Estate e inverno, anche nelle mezze, ora che ci penso. Quelle paglie bruciate di fretta guardando verso la porta, ché se fosse entrato qualche conoscente spione sarebbero stati guai. Quando il sole ci baciava in spiaggia e non volevo più dormire con nonna, mamma, sorella, papà né peluche, quando non osavo dormire tra braccia estranee, ma disegnavo con la mente come potesse essere, d'estate, durante i pomeriggi al mare a fingere che l'acqua fosse troppo fredda per nascondere i brividi, mentre il sole ci bruciava lentamente. Mi domando come facessimo, quando nessuno diceva di bere tanto, lentamente sì, ma mai tanto. Io le ricordo tutte le mie estati, noi che viviamo in città di mare abbiamo sempre fatto i conti con la solitudine degli inverni e la nostalgia delle labbra salate, fatte di promesse sciolte nella schiuma delle onde. Noi che siamo cresciute in città di mare abbiamo una canzone per ogni persona che si è fermata ad ascoltare quello che siamo, quando ancora era tutto spontaneo, quando ancora gli scogli ci nascondevano e le sirene arrossivano.
E mi domando come facciano, adesso, senza un'estate da poter ricordare al buio della stanza in una sera di metà settembre, mentre il lenzuolo copre le spalle baciate dall'ultimo sole della stagione, senza l'attesa del postino e di una cartolina che ti strapperà un sorriso e una punta di gelosia di tuo padre.
Estate diversa, di locali freschi e istantanee di plastica, di caldo esterno ed emozioni confezionate, niente scogli signori o il mondo non saprà mai quanto sia bassa la notorietà. Mentre suona un allarme che azzittisce una cicala, mi domando perché.

mercoledì 29 luglio 2015

Di sole e dintorni

A piedi scalzi sul balcone per sentire il sole sotto i piedi, come quando ho scoperto che il sole non è giallo. Ero scalza anche quella volta, scalza da sempre, intenta a smascherare il sole.
Sole che scalda e ruba le sembianze di tutto ciò che tocca.
Cielo azzurro e rami vestiti di verde brillante, il sole della mia infanzia, ambrato sulla pelle e liquido sul ghiacciolo al limone che mi moriva lentamente tra le dita.
Poche lire impiastricciate.
Sole inflazionato.
Malato e pallido sul cemento di città, tra cielo bianco e lunghe strade deserte. Infuocate, vive.
Sole vestito di noia.
Con l'azzurro cielo da nuotarci dentro, sole che penetra l'acqua del mare e si nasconde lì, tra le gambe, quando la pelle delle dita è raggrinzita sufficientemente e puoi uscire per farti accarezzare i capelli bagnati.
Sole di baci salati e abiti larghi troppo smorfiosi per giocare con i raggi, quando di aria non sono mai sazi. Quando di vento vogliono ancora impazzire.
Sole che veste e spoglia le stagioni, sole che non dorme mai e ritorna.
Sole che ti abbassa lo sguardo se lo fissi, sole vagabondo che salta sulla prima nuvola per diventare fortuna e colori.
Sole avvizzito, sui segni del tempo. Sole baldracca e sole composto. Sole che bacia i belli e secca le merde, sole maleducato che lo pensa e non lo dice.
Sòle sbagliato che non tinge né scalda, ma parla, parla e ancora.
Estate da sole africano, quello che lascia parlare di sé e porta allarmismo tra un raggio e l'altro.
Sole che si deve bere, mentre accarezza le fontane di ogni città, da nord a sud, sole che batte le spiagge e se ne sbatte di quali.
Portofino o Palermo, il sole non è di parte, è superiore.
Sole sulle gambe, immobili e pigre, sole che non scaccia le mosche e sorrido.
Sole che mi fai il solletico.
Sole che storce il naso, se lo fai anche tu; sole che del tuo pallore ne fa efelidi da unire al chiaro del primo saluto del mattino.
Sole che spia, tra le tapparelle "chiuse lente" e la polvere che segue la sua spada di luce.
Sole invincibile.
Sole sul cipiglio delle brutte facce che ostentano pezzi di carne, per distrarre, sole su corpi sfatti e sorrisi imbarazzati, sole che non risparmia pregi e imperfezioni e se ne frega, sole che illumina la cattiveria travestita da insicurezza.
Sole materno, sui castelli di sabbia dell'infanzia.
Sole che d'estate infierisce; sole che d'inverno bacia là dove il ghiaccio brucia sulla pelle arrossata delle mani.
Sole, che è così Estate da slogan, mentre lecca il tuo gelato, mentre sei troppo lenta e vi scambiate un bacio.
Sole; che solo un po' mi somiglia, ma io mi eclisso meglio.





giovedì 26 febbraio 2015

Il cielo in un'ortensia


"Per anni ho visto le fotografie animarsi.
Sì, come quelle di Harry Potter, e profumavano anche.
Ora tacciono, forse dormono."

In 140 caratteri una vita intera, un po' come quando muori e ti passano i momenti davanti, così dicono.
Sfoglio album, guardo cose, ascolto risate, sento profumi, assaporo merende e, ogni volta, muoio un po', per poi rinascere.
Vecchie fotografie dai colori improbabili, pellicole rovinate, incollate al foglio ingiallito del presente. Chiudo gli occhi e sono lì, in quel piazzale arso dal sole che neanche in un vecchio film di Leone c'era quel caldo e quella polvere.

Ma cosa ne sa, chi percorre oggi la scalinata di cemento che porta all'ingresso della casa dei miei genitori, com'era un tempo quel viottolo di terra e sassi; erba ai bordi e, poco più in là, i fiori che la nonna aveva piantato, curati dalla mamma e da chi aveva amore da offrire.
Un viottolo di terra e sassi che se cadevi non ti sbucciavi le ginocchia, ti bucavi la carne e prendevi il resto.

Volto pagina, chiudo gli occhi e sono lì, a respirare il salmastro di quell'acqua che non riuscivo a interpretare, perché così diversa dal mare, ma i fiori no, i fiori erano tutt'intorno e io ero abituata ai fiori, loro un po' meno a me: sarebbero scappati via, avessero avuto le gambe e una testa, invece restavano lì, a farsi annusare, accarezzare, recidere e mutilare per diventare unghia laccata o decorazione per i capelli, e le minacce della nonna e della mamma servivano solo fino al gioco successivo.

Le ortensie della nonna erano le uniche che si salvavano, tranne le foglie, quelle erano fette di carne o di prosciutto, quando giocavo a "vendere". I soldi erano foglietti di carta. Da papà pretendevo il pagamento in moneta sonante, andava via con una pietra, Parmigiano Reggiano, e il costo era sempre lo stesso: "500 Lire, signore, sentirà che buono questo formaggio/la carne/il pesce/le olive", qualsiasi cosa comprasse, lo alleggerivo di 500 Lire, a volte mi diceva di dargliene meno e ci scappavano 200 Lire, ma quel che contava, per me,  erano i soldi veri. E correvo a metterli nella scatola, perché il salvadanaio era pieno di monetine imprigionate, e io volevo vederli i miei averi, quelli importanti.
C'era anche qualche banconota allungata dai nonni paterni, la nonna materna ci viziava rigorosamente alle feste comandate, in realtà, ci viziava molto di più, con il suo amore, con i cibi e le coccole, dai nonni paterni si andava una volta a settimana, loro dimostravano l'affetto così, allungando ogni tanto una banconota da 1000 Lire o, se una delle due aveva avuto la febbre, 5000.
Ho imparato a camminare scalza grazie a loro e alla raccomandazione della mamma "Silvana, no scalza ché ti viene la febbre" e io pensavo alle 5000 Lire dei nonni, nascondevo le ciabatte e tenevo i piedi sul pavimento freddo, a volte funzionava, non sempre.
Le fotografie sono come le ciliegie, una storia tira l'altra, e vola il tempo, e dove sono non so.
Mi cerco dietro quel broncio e non sono più io,

L'ortensia azzurra era la mia pianta preferita, aveva il colore del cielo, quello delle belle giornate di sole. L'accarezzavo e non osavo strapparla. Erano un miracolo le ortensie, un fiore composto da decine e decine di piccoli fiori "nonna, quando le poti me ne dai una?" erano le regine del giardino, le uniche a essere graziate dalla mia infanzia. Inodori, ma il colore prendeva alla gola, una pianta azzurra e una rosa. Le trovo lì, a costeggiare il viottolo, mentre mi guardo per trovare una parte di me, oggi come ieri, sono io, la stessa che si spazientiva a posare per far finire il rullino, con la voglia di tornare a giocare o a curiosare cosa stesse facendo papà sulla strada. Io, con le mie treccine, a smentire la mamma quando era arrabbiata e mi ripuliva le ginocchia o i vestiti imbrattati di terra, accusandomi di essere un maschiaccio, io, che posavo con il broncio mentre una lucertola correva per il piazzale, impiccata a un lungo filo d'erba, il mio sguardo colpevole.

Ricordo quasi tutti i momenti che sfoglio, quelli che non so me li hanno raccontati, allora si muovono anche loro, si muove la bambina sulla sedia di plastica, sono io a poco più di sei mesi, io che facevo sporgere così tanto le labbra che un giorno stava soffocando perché il labbro superiore aveva fatto da ventosa sulle narici. Mi vedo sgambettare e mi cerco anche lì, ma non mi trovo, dietro quegli occhi così liberi da pensieri e consapevolezze.

Mentre mi ripeto che sono solo vecchie fotografie, ricordi come altri, come la pizza del mese scorso, come lo scambio di sguardi al semaforo e quel mezzo sorriso accennato prima di ripartire. Alle spalle il clacson che incitava Mister Muscolo a notare il verde. Tutto ciò che passa è un ricordo, io che vado ad aprire il portone, sì, dieci minuti fa sono un ricordo che tra vent'anni avrò dimenticato. Come le cose che passano troppo velocemente e che non riesci a carpire.

La mano sulle mie gote accaldate, la pelle leggermente appiccicosa e la consistenza dei lunghi capelli raccolti.

Io che volevo la fascetta blu, nonostante il vestitino con le nuvolette color "cedrata", come lo chiamavo io, a nulla erano valsi gli inviti al ragionamento, almeno la fascetta doveva essere blu. Sulle piccole cose mamma me la dava spesso vinta senza portarmi a fare capricci sterili, per poi poter esercitare più rigidità di fronte alle cose davvero importanti, io sapevo quando era il caso di insistere e quando di smettere.
Ricordi, come i papaveri lungo il sentiero che portava al prato delle noccioline.
Papaveri così delicati, così sottili, io che mi ostinavo a volerne un mazzo da portare a casa ed io che li vedevo accasciarsi sullo stelo, senza poter fare nulla.

Girasoli, che volevo sorprendere a girare la testa, ma erano più furbi di me, loro. Girasoli ai bordi dell'autostrada, quando viaggiavo con mamma e papà. Sedute dietro, mia sorella e io, a cantare canzoni, a chiedere quanto mancasse all'arrivo, mentre osservavo quelle distese di lunghi fiori color giallo oro, restando immobile come una statua: se loro non si fidavano di me, non vedo perché avrei dovuto farlo io.
Girasoli, così poco socievoli da sembrare quei bambini che quando parlavano con gli altri, lo facevano solo avvicinandosi all'orecchio, mettendo una mano a conchetta e guardandoti negli occhi. Come se quel segreto fosse una questione di vita o di morte, come se tu fossi l'arma di sterminio di massa. I girasoli erano così: asociali; ecco perché vivevano in un villaggio tutto loro. e non li avrei voluti neanche per farmi le unghie gialle, erano migliori i gerani della nonna: quelli bianchi, rosa, rossi e viola. Loro sì che sapevano come si gioca.
Ricordi sfogliati, ricordi distorti, ricordi monocromatici.
E, in una boccaccia, il sorriso di chi in quel momento aveva appena vinto una piccola battaglia:
"Lascialo stare un attimo, ché fa caldo ed è stanco"
"Dai, Ro', corri c'è papà"
mentre mia madre sorrideva, orgogliosa, mentre posavo per immortalare quella piccola vittoria in braccio a mio padre che era sporco di cemento e sabbia, mentre la primavera stava preparando le unghie per le mie manine.
Occhi al confronto, un gioco mai passato di moda, ma non mi ritrovo e la gioia è diversa, la gioia non profuma più di ortensie colorate di cielo.
La gioia è una boccaccia in braccio a tuo padre, mentre mamma ha fretta di finire quel rullino.
E, se ai girasoli fosse venuto il torcicollo per voltarsi a spiare, non mi sarei certo scomposta. Tra queste pagine, oggi, non se ne vede l'ombra.



giovedì 14 agosto 2014

Estate, ora passa.

Estate.
Di mare, di boschi e scampagnate.
Estate di salsedine e resina, di erba e sapore di carne bruciacchiata, di frutta fresca e torte salate. Di creme e lozioni, di risate e pelle calda.
Estate di sabbia nei capelli e tra le dita, di musica e tormentoni.
Estate.
Di ricordi e di presente.
Estate di lavoro e di stanchezza, di voglia di riposare, perché la scuola è finita da un pezzo, adesso tocca a me e le ferie sono lontane.

Estate di lucciole spiaccicate sul pavimento e di scie luminose che neanche sulla pista di atterraggio all'aeroporto.

Estate di bronci e noia, perché avresti preferito andare in spiaggia, invece ti sei trovata a guardare dall'alto in basso l'amico coetaneo, figlio degli amici dei tuoi genitori, gli stessi che ammiccavano e si davano le gomitate mentre scambiavi quattro chiacchiere di cortesia, quelli che ci chiamavano fidanzatini, mentre la vergogna prendeva fuoco sul viso e la rabbia prudeva nei pugni chiusi.
Estate.
Di ferragosto in mezzo agli adulti che pensavano a grigliare, preparare e ridere di cose stupide, e meno male che l'adolescente ero io. Estate.
Di silenzi e pensieri da galera. Estate di "ma cosa vuole questo da me?" e "speriamo che gli scoppi un testicolo e si torni a casa."
Estate da "cosa non darei per sdraiarmi sotto quel pino con un libro in mano"mentre gli adulti pensavano a tutto. Oggi, mai come allora.
Estate.
Di storie vissute a metà, di promesse e partenze.
Di volti abbronzati, di scogli rifugio e labbra dolenti.
Estati di "C'è mio padre, restiamo qui. Baciami ancora."
Mentre pensavi che fosse l'amore della tua vita; quando ancora, se andava bene, durava una stagione la vita. E l'amore con essa.
Estate.
Di lunghe passeggiate nel bosco e di rami così alti che pensavi fossero tetti.
Di odore di foglie e terra, di voglia di solitudine e di ascolto, perché al mare raccontavo, nel bosco ascoltavo, mentre decine di occhi mi spiavano. La natura sa osservare.
Estate di pensieri frivoli e problemi che duravano il tempo di una granita al sole.
Mentre il mare mi ascoltava e si arrendeva alla carezza tiepida di un tramonto stanco.
Estate di asfalto bollente e città deserta. Di caldo e noia. Estate di "Oddio non ho ancora toccato matematica", ma lo sapevo solo io.

Estate. Oggi.
Estate di.
Alla vigilia della festa, in silenzio. Con la musica che mi accarezza la pelle, troppo chiara per il periodo, con i pensieri seri e la ruga in mezzo alla fronte. E la granita non si scioglie.
La vigilia della festa dell'estate e "Oddio non ho toccato il ferro da stiro", sorrido e penso che domani dormirò finché ne avrò voglia, farò finta di dimenticare il Ferragosto e preparerò la palma a chi, puntualmente, me lo ricorderà. Sarei andata al mare, ma troppa gente per raccontare. Nel bosco beh, non si scherza con il bosco, e qui non ci ha presentati nessuno. La mia città è lontana e io non ho più visto quegli occhi che mi spiavano, né ascoltato le sue lezioni di vita.
Estate.
Oggi.
Di "non vedo l'ora che sia inverno per poter ricordare questa estate e tenerla dietro le spalle", mentre l'agrifoglio colora le sue bacche di rosso.



giovedì 17 luglio 2014

In viaggio

"Quanti modi di viaggiare conosci?"
Una domanda sussurrata così vicino da scoprire un viaggio nuovo.
"Due. Uno è illegale."
Mentre pensavo fortemente tre.
La pelle fresca e le labbra, bollenti, immobili sul mio palmo.
Un sorriso complice inghiottito da uno sguardo così serio da mescolarsi a quella notte senza stelle né luna.
Senza bagagli.

Esistono incontri che sono viaggi, più o meno lunghi. Persone che sono paesaggi, itinerari, soste o cambi di programma. Una notte, due, tre. Una vita. Quattro ore. E, se è valsa la pena, ricorderai quel viaggio.
Resti ferma, mentre scorri diapositive che non condividerai mai con nessuno. Ripercorri occhi, labbra e pelle. Odori e respiri. Ascolti parole senza senso e non ti riconosci, ma sei.
Passeggi sulle risposte, perché un viaggio non ha bisogno di domande quando hai le emozioni zingare, e non lo dici perché la gente non capisce, la gente programma tutto, anche le occhiate davanti allo specchio e, se per strada si fermasse il treno per il paradiso, lo lascerebbe andare perché non ha bagaglio pronto. Ché se non hai cinque paia di scarpe per tre giorni sei nuda e io, che ti vengo incontro scalza, sono in viaggio dal primo sguardo.
E non lo dici perché è tuo.

Stazioni di passaggio a tempo indeterminato.
(fino a noi)
Binari.
(fammi morire)
Seduta dal lato finestrino.
(scorri e non passi)
Sorrido e ne accendo una, mentre le stagioni scorrono.
Estate.
(ho sete)
Inverno.
(Accendimi)
E le mezze erano in viaggio a viverci, in vacanza dal buonsenso.
E guardo i sorrisi abbronzati e guardo il pallore di tutto questo viaggiare leggeri.
(hanno valigie pesanti incatenate al dito)
Un solo cambio, niente abito, un posto al riparo dal sole e basta. Un viaggio, una vacanza da ricordare.
"Quanti modi di viaggiare conosci?"
"Uno. E non sono ancora tornata."
















giovedì 24 aprile 2014

Il cuore di chi legge

Chissà a cosa pensano i libri sugli scaffali, quelli che vengono ammirati da chiunque passi di lì, magari presi in mano, soppesati, accarezzati, guardati e mai sfogliati veramente.
Vite mai vissute.
Chissà come si sentono le parole all'interno di quella copertina colorata dal titolo invitante, ma non abbastanza da essere sussurrata, vista e memorizzata in ogni dettaglio.
Nero su bianco.
Chissà se la copertina rabbrividisce quando lo sguardo l'accarezza o se il cuore batte quando una voce legge dentro.

È una giorno dal respiro forte, fresco e una primavera che non ha voglia degli effetti speciali di un'estate anticipata, anche se il cielo implora. E penso ai libri che non ho letto.
"se dovesse allagarsi casa, non ho finito il libro sul comodino e neanche iniziato un po' di storie che aspettano me".
Non è pessimismo, però mi capita spesso di pensare a questo. Se accadesse qualcosa lascerei molto in sospeso, cose che potrebbero anche arrabbiarsi con me. Io: quella che in libreria guarda titolo e autore, legge la trama e qualche pagina del primo capitolo, giusto per capire se c'è feeling; un po' come un caffè insieme, un aperitivo e una pizza. Poi, se va bene, si passa alla cena, la prossima volta. Sì, io: quella che ha scelto proprio quel libro perché gli sguardi non mentono, e quelle parole avevano una voce ben precisa. Un timbro profondo di quelli che piacciono a me. Scelto, tra decine di volumi. Proprio quello, e poi cosa faccio? Lo lascio in standby per mesi e, quando riprendo le parole negli occhi, divento avida, non mi bastano più. Ma non ora.
In questo periodo non ho la testa al posto giusto per leggere; troppi pensieri che spingono per essere visti, scritti, accarezzati e trattenuti. Consolati.

È un pomeriggio da librone gigante sulle gambe, con tante figure colorate e le lettere in grassetto da seguire con il ditino, sussurrando la storia, soffermandomi sulla parola difficile e riprendendola dall'inizio ogni volta che mi bloccavo, meravigliandomi delle correzioni che arrivavano dall'adulto accanto a me che mi ascoltava. Nonna, mamma e papà avevano probabilmente letto il mio libro mentre stavo dormendo, più divertente del manifesto pubblicitario, almeno il libro non scivolava via sulla strada. Avrei voluto leggere Pinocchio, ma a cinque anni impari che le bugie non si dicono, però, prima di leggere un libro vero meglio una storia illustrata, perché io non volevo Pinocchio della Disney, volevo quello che stava leggendo mia sorella, scritto in toscano, con le parole piccole piccole; non volevo Cuore né Oliver Twist, anche se erano lì nella nostra cameretta ad aspettarmi e sussurravano "coraggio, sbrigati a crescere e vieni a vivere con noi", ma Pinocchio era il mio vaso di nutella sulla mensola, in alto.
Me lo leggeva mia sorella, ogni tanto,  e quando non ne aveva voglia lo divorava con gli occhi, in silenzio, mentre io coloravo e la spronavo a parlarmi. Intanto pensavo che da grande avrei letto tutti i libri e a lei non avrei raccontato niente, e, se per caso li avesse già letti prima di me, avrei inventato un finale diverso, per farle provare la voglia di conoscere quelle avventure, senza immaginarle a casaccio.

Cuore aveva fatto piangere mia sorella, no, non la storia, ma il libro.
A Natale c'era sempre il regalo principale, quello che faceva brillare gli occhi, e poi, c'erano anche piccoli pensieri ricevuti dalle nonne, dalle zie o colleghe della mamma,  alcuni di questi erano cose "utili": dal paio di mutandine, calze, al giochino che si smontava a Santo Stefano e finiva per essere tumulato in un cassetto, senza vita e senza amore.

Da quando mia sorella aveva iniziato la scuola, circa tre anni, a lei, arrivava spesso anche un Libro adatto alla sua età, a me il solito album illustrato da colorare, che però iniziava a non piacermi tanto quanto prima. Quell'anno, dopo aver aperto il pacco forte che conteneva la carrozzina per la mia bambola e un set completo per la pappa, il "Babbo Natale della Stefania", collega di mamma (i regali non arrivavano mai dalle loro mani, finivano sotto l'albero e poi c'era Babbo Natale ufficiale  e Babbo Natale della nonna, della zia ecc.), mi aveva portato un grosso libro su cui esercitare la lettura: Biancaneve e i sette nani. Il primo libro tutto mio; c'erano le figure anche, d'accordo, ma la storia era scritta, e non vedevo l'ora di iniziare a leggere. Ricordo di aver pensato che il Babbo Natale della Stefania fosse stato molto buono, magico come sempre, perché aveva capito che mi ero stufata di colorare. Stringendo questo libro dalla copertina rigida e più largo del mio petto, osservavo il pacchetto nelle mani di mia sorella, era più piccolo del mio, sicuramente un libro, e quando la carta colorata era stata strappata e accartocciata, la faccia di mia sorella aveva cambiato espressione. Aveva le lacrime agli occhi, guardava il mio libro e piangeva in silenzio, delusa. Ricordo vagamente la paura che mi chiedesse di fare cambio, stringendo un po' di più il mio tomo, ero corsa via, al sicuro, rannicchiata per terra accanto all'albero di Natale osservavo la copertina e cercavo d'immaginare il carattere, il cuore e la personalità di quell'avventura.
Oh, certo, conoscevo la storia di Biancaneve e i personaggi in copertina erano proprio loro; i nanetti c'erano tutti, incluso Gongolo con le sue guanciotte rosse, c'era la strega, gobba e vestita di nero, con il naso adunco e gli occhi in fuori, quella che mi terrorizzava solo a ricordarla, e, mentre a pochi passi da me si consumava una tragedia a causa di un libro triste, io sollevavo leggermente la copertina per respirare l'odore di quelle pagine lisce e fresche.

È una serata da plaid sulle gambe e "mamma ora leggi tu che sono stanca".

Ho letto più volte Biancaneve, da cima a fondo, prima di passare a Pinocchio di Collodi. I patti erano quelli: "Quando saprai leggere un po' meglio, inizierai Pinocchio." E m'impegnavo, leggevo le cattiverie della matrigna, mentre la mia testa era sulla mensola della cameretta dove c'era Pinocchio, e chiedevo a mia sorella di dirmi ancora l'inizio:

"C'era una volta...

- Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno.
Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d'inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.
Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome mastr'Antonio, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una ciliegia matura."

Lo conosceva a memoria, lo avevo imparato anche io, ma nessuno poteva raccontarmi la storia di Pinocchio, le nonne, la mamma e chiunque si cimentasse per intrattenermi durante una giornata di pioggia, sceglieva storie mai sentite dagli altri bambini,  credo che la stanchezza di mia mamma o della nonna abbia inventato Un Cappuccetto rosso molto alternativo (avevo paura del taglio della pancia del lupo, quindi gli servivano una tisana talmente amara da fargli sputare tutto. Inclusa la nonnina. Io ero tranquilla e ridevo perché pensavo che un intruglio amaro era quello che meritava quel lupo cattivo. Tipo quando volevano farmi bere il brodo vegetale e pensavo sempre di essere stata punita per qualcosa.)

È un pomeriggio da libro, birra e sigaretta. Un pomeriggio da disegnare volti e paesaggi, da quattro stracci nella valigia e via di corsa tra le pagine di una stazione, tra le pieghe di un'avventura già scritta, tutta da disegnare con i tratti che preferisci.
Intanto fuori c'è il vento e se si allagasse casa dovrei afferrare il libro sul comodino, quello dimenticato. No, quello accantonato perché non è il momento, perché scrivo e disegno un'altra storia, perché se sono stanca mamma non me lo legge, perché se lo apro leggo parole e disegno altro.

È un pomeriggio da tendere l'orecchio e ascoltarli tutti, i libri sugli scaffali; i fantasmi di sconosciuti che si sbrigavano a finire una storia prima che la pioggia allagasse i manoscritti, voci che sussurrano, come una folla numerosa di religiosi che recitano preghiere differenti, tutte rivolte allo stesso Dio, ma con nomi diversi. E guardo la mia libreria dalle copertine colorate, lucide, ruvide, consumate, rigide e morbide. Emozioni tascabili e pesanti tomi dai facili costumi. I libri invecchiano ma, se li sfogli, rivedi la pelle liscia delle parole, gli occhi vispi dell'avventura acerba e la voglia di sorprenderti ancora. I libri sono eterni e, quando la casa è avvolta dal silenzio, parlano tra loro scambiandosi la memoria tattile, ricordando ogni brivido dato e ogni lacrima scivolata.
I libri hanno un cuore. So che dovrebbe essere quello di chi lo ha scritto, ma non per me. Ogni libro letto ha il mio cuore, ogni storia ha i miei occhi e il mio dipinto. I libri riposano e sbadigliano, mentre fuori soffia il vento e porta a spasso petali e parole di bambina, sussurrate e accarezzate con il citino, pronte a salpare per una nuova avventura sul mare delle pagine ingiallite. Sfilano davanti ai miei occhi stanchi e torno a essere quella bambina dallo sguardo gioioso.

Un anno dopo Biancaneve.
Il mio secondo libro. Perché è vero che la prima volta non si scorda più, ma la seconda è più bella.




martedì 22 aprile 2014

In viaggio da una vita

Non saprei da quanti silenzi sia composto un pensiero. Forse dieci, cento, uno o niente. E, mentre le persone parlano, io penso. Penso ai fatti miei, penso a ricordi o eventi immaginari; penso a quello che è azzardando un "che sarà?", di passaggio, mentre le persone sono convinte di parlare con me, mentre diventano rumori di fondo, mentre tutto diventa relativo, soprattutto, il silenzio.
Un rifugio per le mie evasioni.
Con un'espressione poco convincente, eccomi qui: l'eterna assente, in fuga dalle parole, nel mio angolo arredato di pensieri privi di voce che ogni tanto mi strappano un sorriso di quelli che speri ti abbiano appena detto qualcosa di divertente, così non passi per pazza.
Penso e sorrido, penso e aggrotto la fronte, penso e guardo la gente muta che muove le labbra.
Non ci sono persone, è la tv che parla, e io penso che solo nei film il conduttore di un programma sospenda la trasmissione per rivolgersi proprio a te. A te che stai pensando, e non può tacciarti come persona "distratta" solo perché non t'interessa sapere chi sia figlio di chi o cosa comprenda l'eredità di figli legittimi e non, perché in una scatola ci stanno giusto piccole marionette, mica persone in carne e ossa.
È solo la tv, sono libera di aggrottare la fronte e pensare, con il rumore di fondo degli applausi, quanti applausi entrano in un pensiero? Dieci, cento, uno o niente; come la volta in cui, dovendo andare via un intero weekend per motivi di lavoro con il collega che mi stava facendo una corte serrata, decisi di andare a scoprire le sue carte aiutando la sorte (e un po' anche lui, che parlava troppo senza agire).
Rumore di fondo, è solo pubblicità.
Quanti anni sono passati? Tanti, troppi, ero via da casa, facevo il lavoro più bello del mondo, quello che coltivavo fin da piccola. Toccava a me chiamare l'albergo a Torino, lui era in diretta e non aveva tempo. "Prendiamo una camera doppia, abbiamo un budget da rispettare, rimborsano fio a un certo punto", mi disse, era ora di vedere le sue carte. Gli applausi nella mia testa, quel giorno, mi avevano strappato un sorriso fiero, senza sapere che, in un futuro vicino, quel sorriso sarebbe stato gettato nel tombino dei coriandoli di Pierrot.
Spengo la tv, metto un po' di musica, fa meno rumore della mosca che sta ronzando attaccata al vetro della finestra.
Chissà a cosa pensano le mosche quando si disperano su un vetro, chissà se si lamenta del rumore dei tasti, digito piano. I pensieri non devono essere disturbati e le mosche non pensano, forse, ma con me non regge questa scusa, io sono quella che non buttava via quel sassolino perché si sarebbe sentito abbandonato, dopo tutti questi anni, per non parlare del tappo della bottiglia di spumante di quella sera, è sempre lì, nel cassetto delle posate e non serve, non pensa e non lo utilizzo, ma non posso buttarlo via, sarebbe come giustiziarlo, chissà che tristezza.
Quanti ricordi si possono mettere in una pausa caffè? Se nessuno ti parla, dieci, cento, uno o forse niente, tutti insieme. Come una corsa in autostrada, come la visione periferica che scorre, che ti fa ricordare volti, colori e vestiti che avevi dimenticato. Frasi dei tuoi dieci anni, baci dei diciotto, pelle dei venticinque e odori di una vita. In viaggio con te stessa, da sempre, zingara di momenti che porti in giostra senza scendere, nemmeno se lo volessi. Altro giro altro regalo, la mosca tace e la musica viaggia con me.
Mettiti nelle mie mani.
E tu pensi che siano troppo piccole quelle mani, per contenerti tutta, ma ho sempre fatto confusione tra mani e cuore, forse perché tamburello spesso con le dita e faccio rumore infastidendo la stanza vuota che aveva solo voglia di pensare senza mosche, senza applausi e senza occhi che si domandano se li stai ascoltando.
Allora cambio la domanda, senza aiuto del pubblico, senza raddoppio né altro.
Quanti pensieri riescono a entrare in un silenzio?
Questa la so.
Tutta la tua vita.
Una lunga memoria intera.




venerdì 10 gennaio 2014

1001

Quando non puoi dormire vuoi; senza ponderare troppo, senza elencare nė chiedendosi i perché.
Dei mille e uno volti della notte riconosco quello stanco, quello con lo sguardo perso lontano, dentro una stanza che sa di fumo, di birra e di noi. Con le pareti proibite e le rifiniture complici, con l'interno rumoroso, con un  "shhh, fai piano" nella testa, e un sorriso affiorato da quel morso partito dagli occhi.
Ti guardo e ti volti, il viso familiare "Tu, chi sei?"  E mi riconosco in questa notte pigra e troppo lenta per riuscire a scappare, allora non resta che viverla e dormire lontano, che poi, dormire ė un po' fuggire, senza alzarsi dall'ozio, dormo via, tenendo gli occhi spalancati, passando dalle tue mani alle mie, senza soste inutili, noi che abbiamo fretta e non possiamo fermarci.
(Noi che non vogliamo)
Mentre disegno i volti della notte, ora luna ora sole, tramonto e alba. Notte trasformista, notte di bisogni e di voglie, una, cinque, dieci, mille e una notte, insonnia da favola, di quelle che "raccontamelo ancora" e ti vedi bella attraverso i suoi occhi, perché tu non sai guardarti così e non ti credi più, ma non è poi così importante crederti o forse sì, e non è questo il punto se a guardarti è la notte.

Quando non vuoi dormire voli via e saluti la luna, guardi la città da lassù e ti senti dio, solo che non schiacci alcun pulsante, perché non hai voglia di giocare, perché hai una notte che scivola via, poco pratica da gestire, ma c'è, e non posso mandarla a casa sua, allora non voglio essere dio, preferisco essere me, perché di sentire le voci della gente non ho testa.
Torno in quella stanza e stai già dormendo.
Fammi posto, fammi presto, fammi. Notte.

martedì 10 dicembre 2013

Lo spirito dei Natali passati


"Marley, prima di tutto, era morto. Niente dubbio su questo. Il registro mortuario portava le firme del prete, del chierico, dell'appaltatore delle pompe funebri e della persona che aveva guidato il mortoro. Scrooge vi aveva apposto la sua: e il nome di Scrooge, su qualunque fogliaccio fosse scritto, valeva tant'oro. Il vecchio Marley era proprio morto per quanto è morto, come diciamo noi, un chiodo di porta.
Badiamo! non voglio mica dare ad intendere che io sappia molto bene che cosa ci sia di morto in un chiodo di porta. Per conto mio, sarei stato disposto a pensare che il pezzo più morto di tutta la ferrareccia fosse un chiodo di cataletto. Ma poiché la saggezza dei nostri nonni sfolgora nelle similitudini, non io vi toccherò con sacrilega mano; se no, il paese è bell'e ito. Lasciatemi dunque ripetere, solennemente, che Marley era morto com'è morto un chiodo di porta. "  (Incipit Cantico di Natale, Charles Dickens)
Inutile dire che, per me,  questo libro sta al Natale come i pinoli stanno al pesto alla genovese, la salsa verde al bollito o la mozzarella alla pizza. Poi c'è chi è intollerante, allora il discorso cambia, ma sono onnivora per quanto riguarda il cibo, quindi, scrivo parlando di me e senza la pretesa di divulgare il "verbo" spacciandolo per verità assoluta, come sempre.

Prima di proseguire, se sei intollerante, devo avvisarti che questo post contiene materiale altamente Natalizio; se hai problemi, la "X" è sempre lassù. Scappa, finché sei in tempo.

Fingerò di sentire la mia campana suonare l'una e di essere in piena notte. Abbracciata dalle lucine del mio Albero di Natale ricevo la visita dello spirito dei miei ricordi. Nessun fantasma, solo profumo di mandarini, di frittelle e la voce di un albero ben più lontano, quello vero che profumava di resina e perdeva aghi.
Quello che mi parlava.

"frrrrr frrrrr" restavo rannicchiata in quell'angolo ad ascoltare la sua voce, un'intermittenza difettosa che per me erano parole. Al buio di quell'angolo del salotto, mentre la mamma era intenta a mettere via le scatole vuote degli addobbi che ricordavo a memoria ma che, di anno in anno, guardavo con occhi diversi.
"Frrrr frrrrr"
"chissà Gesù Bambino cosa mi porterà?"
"frrrrrr frrrrrr"
La nonna mi aveva insegnato che i doni li portava Gesù Bambino, quando vedevo Babbo Natale in televisione facevo un po' di confusione, perché tutto il mondo aspettava il vecchio con pancione e barba bianca, vestito di rosso, e poi nessuna pubblicità mostrava un neonato con un sacco pieno di doni, ma la nonna aveva una risposta a tutto e quando iniziai a domandare perché, facendo notare che il vecchietto aveva più mezzi per accontentare i bambini, mi risposero "Babbo Natale porta i doni, ma è Gesù Bambino che gli dice cosa e a chi, inoltre gli dà il potere di volare con la slitta e riuscire a fare tutto in una notte" così, in un colpo solo, avevano risolto le domande scomode, senza doversi rimangiare la prima versione dei fatti. E io passai a Babbo Natale, con un occhio sempre verso Gesù Bambino, del resto, era lui che "comandava".

"Frrrrr frrrrr"
Il calore della stanza e il pavimento fresco. Amavo guardare la pelle delle mie manine colorarsi di lucine danzanti. Ora sì, ora no.
Ricordo che chiudevo gli occhi e li aprivo di scatto, per scovarle, a volte si spegnevano un attimo prima "frrrr" lo sentivo ridere, era il gioco più bello del mondo.
L'albero era panciuto, tutto colorato, non c'era una tonalità predominante. Le palline erano tutte in vetro, c'erano pigne argentate, rosse, verdi e blu, casette e alberelli di Natale in miniatura, piccole natività intagliate dentro sfere di vetro soffiato, così precise da sembrare progettate da architetti di fama internazionale. I festoni erano il contenuto degli scatoloni che mi era consentito toccare mentre i miei facevano l'albero, il tocco finale. Mentre indicavo i rami più spogli,  mi avvolgevo intorno al collo e alla vita questi "boa argentati" e facevo la diva anni '30.
La fila di Luci, anch'esse tutte colorate, era una catena di casette di plastica, poi c'erano le classiche stelline con tutti gli spuntoni, sì, quelle che si staccavano e finivano sotto i piedi facendoti saltare con le lacrime agli occhi e, infine, le mie preferite; una serie di lanterne bianche che assumevano il colore della lampadina. E, mentre anche l'ultimo festone avvolgeva i rami profumati del mio amico di sempre, saltavo felice, proprio come le immagini dei bambini intorno all'albero di Natale. Mi sentivo una bimba da cartolina, con le trecce e gli occhi pieni di felicità.
"Spegni la luce, presto!" e si accendeva la magia.




Dei Natali passati ho molti sprazzi di felicità, sono stata fortunata, forse per questo vivo questo periodo dell'anno con tanta gioia, o forse dovrei definirla nostalgia, onestamente non so collocare gli aneddoti in un preciso contesto temporale, so che il profumo era sempre quello, sia a casa nostra che dalla nonna.
Già dal mese di Novembre i miei mi tenevano sotto scacco con piccoli ricatti morali. Bastava dirmi "Va bene, tu continua pure, poi però, se sotto l'albero troverai gli aghi di pino…" e mi trasformavo in un angelo di bambina. La paura che Babbo Natale andasse dritto davanti al tetto di casa mia era tanta, e non ho mai avuto il minimo dubbio su questo: i capricci non piacevano alla mamma, a papà, alla nonna e neppure a Gesù Bambino e Babbo Natale. Oh, neanche alla Befana, se è per questo, ma ero terrorizzata da quella vecchia; più della paura di non ricevere dolciumi, c'era quella di vederla e beccarmi una scopata sulla schiena, era il modo per mandarmi a dormire senza storie e il passatempo preferito di mio padre, quello di terrorizzarmi con la Befana, ma questo è un altro capitolo, torno subito ai miei Natali, quelli che mi facevano comportare bene; mentre la mamma tornava dal lavoro un po' più tardi del solito e andava in giro per negozi un po' più volte del normale, ma non riuscivo a capire perché non ci fossero i sacchetti della spesa, passava dalla nonna a salutarci, a volte mangiava un boccone con noi e poi andavano a casa. Ogni sera la stessa storia, fino alle vacanze, e allora si tornava a casa, avevo nostalgia della nonna ma appena si faceva l'albero mi sentivo meno sola. E glielo raccontavo.
I giorni passavano e, a parte qualche panettone o dolcetti vari, non c'era ombra di alcun regalo. Sono cresciuta con l'attesa del passaggio di Babbo Natale, i pacchi dono apparivano solo dopo il suo arrivo: da zero a dieci. La magia era questa. Rendermi conto di quanti pacchetti apparivano dal nulla, la bravura dei miei genitori consisteva nel farmi sentire o vedere cose che non c'erano mai state.
"Hai sentito questa folata di aria fresca? vai a vedere, arrivava dalla sala" oppure "Erano forse campanelli quelli che ho sentito?" E io rabbrividivo per uno spiffero che non era mai esistito o asserivo di aver sentito il rintocco di un campanellino, forse erano due.
Mi affacciavo sulla porta del salotto, la stanza immersa nel buio, a tratti illuminata da casette, stelline e lanterne colorate "frrrr frrrrr" Il cuore che martellava nel petto, un po' per paura "Dormi, se fai la furba e cerchi di sbirciare, Babbo Natale va dritto e non ti lascia i doni." i miei genitori erano molto giovani quando hanno avuto mia sorella e me, a volte non resistevano e la notte della vigilia, quando eravamo un po' più grandine, ci tenevano sveglie, mettevano i doni e ce li facevano vedere prima di andare a dormire. Succedeva anche quando mia madre aveva da fare la mattina di natale e non poteva gustarsi il nostro entusiasmo, quindi appena scoccava la mezzanotte piazzava sotto l'albero tutti i pacchetti, dal primo all'ultimo, ci faceva una recita da oscar e noi scoprivamo la magia la notte della vigilia, così, la mattina dopo poteva alzarsi con calma e fare tutte le sue cose, mentre noi dormivamo con un sorriso stampato sulla faccia.
Una volta era anche successo che tutti e due erano crollati senza riuscire a sistemare i doni, quella mattina ero stata svegliata dalla voce agitata di mia sorella, era molto presto, si era alzata per andare in bagno e non aveva resistito senza dare un'occhiata al nostro albero.
"Babbo Natale è andato dritto, non è passato e l'albero è spento!"
La mia paura aveva superato la voglia di dormire, Babbo Natale era andato dritto. Mentre correvo a piedi scalzi per controllare che mia sorella non avesse sbagliato, mamma e papà dalla loro camera, ci redarguivano "Tornate a letto, è l'alba!"
C'era qualcosa di stonato. La sala era immersa nel buio, il mio albero non parlava e le luci erano sparite.
"Babbo Natale è andato dritto, mamma, papà, non ci sono regali!"
Tutto era sbagliato.
Non so quando fosse arrivata mia madre, dietro di noi, il viso incredulo, anche un po' colpevole e preoccupato, ma io ero già in lacrime; sentivo la risata di papà dalla camera, tossiva e rideva, non riusciva a parlare "Cucciola ahaha, vieni qui e raccontami cos'hai combinato per non prendere regali" e mentre non mi rendevo conto che, in realtà lui stava solo intrattenendo mia sorella e me, forse in un modo un po' opinabile, la mamma era andata chissà dove. Ricordo che ero infastidita dal buonumore di mio padre, gli spiegavo che non avevo fatto proprio niente, non avevo sbirciato neanche una volta e, mentre la mamma era ricomparsa, con un po' di fiatone e un mezzo sorriso d'intesa verso la sua divertita metà, eravamo tutti e quattro nel lettone a parlare, io con i lucciconi agli occhi, mia sorella più pensierosa, papà con le lacrime, ma non per il mio stesso motivo, e la mamma sempre con quell'espressione grave che però si dileguava nello sguardo.
"Shhh avete sentito?"
Tesi l'orecchio, forse qualcosa avevo sentito, un campanellino, un fruscio o un colpo di tosse. Papà, improvvisamente serissimo "Urca sì, adesso vado a vedere che non sia entrato qualcuno, 'spetta che mi alzo."
Non aveva ancora toccato il lembo del lenzuolo che mia sorella e io eravamo già davanti alla porta della sala.
"Frrrrr frrrrrr"
L'albero  parlava e le luci erano tornate: tutto era giusto.
Dei miei Natali passati, ricordo sempre quel breve lasso di tempo che sembrava infinito: il momento in cui gli occhi vedevano tutti quei colori, pacchi e pacchetti e il cuore assorbiva la magia.
Non parlavo, mi emozionavo, trattenevo il respiro e la prima a urlare era sempre mia sorella "Mamma, papà è passato, è passato Babbo Natale!"
Allora mi destavo da quello stato di apnea involontario e mi avvicinavo a lei che aveva già in mano un po' di pacchetti. Ricordo noi due, sotto l'albero,  papà e mamma sorridenti sulla soglia della porta, forse un po' troppo emozionati, ma la mamma si emozionava anche guardando la pubblicità dei bambini sconosciuti, non faceva testo all'epoca, i nomi sui pacchetti, e il rumore della carta strappata che copriva la voce del mio albero.

Nel mio passato ci sono lunghe sere della vigilia passate con mamma, papà e nonni paterni, loro erano più anziani della nonna che badava a mia sorella e me tutto l'anno, quindi passavano in genere una festa con noi e una con la figlia, la sorella di mio padre, quando loro venivano la sera della vigilia, passavamo il Natale con la nonna materna, che preparava a casa sua, così la mamma poteva anche riposare, lavorando tutta la settimana era molto stanca; e quando i nonni paterni passavano il Natale con noi, la vigilia si passava dalla nonna materna.
Quelli erano i Natali più massacranti per mia madre,  perché l'indomani avrebbe avuto a pranzo l'intera famiglia paterna. Il pacchetto comprendeva nonni, zia e cugine, fidanzate dei cugini e le tavolate si sprecavano, ma noi avevamo il nostro daffare con i regali, sapevamo che non si doveva stare intorno alla cucina, e tutto filava liscio.
Di quanto ero piccola, ricordo i racconti di mia mamma e della nonna, dei loro Natali, alcuni un po' tristi, mamma ha perso il papà in età molto tenera, aveva dodici anni ed era la più grande di tre fratelli. Raccontava che quando c'era suo papà era sempre una festa lunghissima. Conoscevano famiglie poco fortunate, chi era vedova, chi aveva poche possibilità. La famiglia di mia mamma non era ricca, ma all'epoca mio nonno aveva una discreta posizione lavorativa e tutti loro potevano ritenersi fortunati, quindi mia nonna e lui preparavano una spesa da portare a famiglie di loro amici che, per un motivo o per l'altro, non potevano permettersi un Natale decoroso, e qui, non si trattava di regali e giochi per i più piccoli, ma di pietanze da mettere in tavola. Passavano la vigilia da una, poi si univano tante altre persone conoscenti, chi portava le frittelle, chi l'arrosto, chi il brodo e chi i dolci, la famiglia che ospitava in genere preparava le torte di verdura, cibo più economico, buono al palato e salvezza per il loro amor proprio, "così partecipavano attivamente alla festa senza sentirsi troppo poveri" diceva la nonna, e la mamma con lo sguardo perso in una malinconia lontana, annusava la buccia di un mandarino, con un sorriso triste.
Quando la nonna rimase vedova, aveva poco tempo per piangere la sua solitudine, lei non aveva mai lavorato, e c'erano figli da far studiare. La sua prima preoccupazione,
Nonostante le condizioni economiche fossero cambiate notevolmente, portò avanti la tradizione del gesto caritatevole nei confronti di persone meno fortunate, anche se lei aveva perso tutto. E per "tutto", qui si parla di quella parte di sé che era cuore, sangue e tanto amore. La sua quercia.
Quando eravamo bambine ricordo che la nonna materna aveva sempre un pacchetto per qualche persona anziana. Non erano giochi, vestiti o calzini, erano cose che io non capivo che tipo di regalo potesse essere. Caffè, zucchero, pasta, latte e biscotti. A volte mi portava con lei, qualche giorno prima delle feste, e le persone che andavamo a visitare erano due vecchiette, una di queste aveva una sorella un po' svitata e  mi faceva tanta paura, a casa loro non c'era albero, non c'erano luci e, a parte un vecchio Presepe che sembrava più un paese terremotato, non c'era traccia dello spirito Natalizio.
Da quando mia madre era cresciuta, ovviamente il Natale si faceva ognuno a casa propria, non esistevano realtà o condizioni come quelle della sua infanzia, o meglio, erano ben nascoste, ma né lei né mia nonna, dimenticavano queste due vecchiette.
"Lei mi portava sempre i mandarini e qualche caramella. Non avevano i soldi per il latte, ma non si dimenticava mai di me e degli zii." Era la gratitudine di una donna sola che era stata aiutata da amici in un momento nero della sua vita. A modo suo, rimase vicina a mia nonna nel suo dolore, fino a quando il sorriso del tempo si sostituì alle sue lacrime nascoste. Mia mamma, ancora oggi, ricorda la discrezione del dolore della nonna, per non lasciar trasparire la sua disperazione e dare un po' di coraggio a lei, l'unica figlia femmina che aveva avuto tutto l'amore di quel padre scomparso troppo presto, e ai miei zii ancora più piccoli.
Questi racconti mi mettevano un po' di tristezza, ma poi passava, intanto la nonna friggeva le frittelle, mentre la televisione mostrava la pubblicità della Bauli o della Vecchia Romagna etichetta nera, e io pregavo affinché Babbo Natale né Gesù Bambino mi facessero mai trovare sotto l'albero una bottiglia di quella roba lì.



Ci sono alcune immagini del passato che mi seguono ovunque io vada, nel periodo delle festività natalizie. Ancora oggi, quando vado per strada, osservo le luminarie a bocca aperta, le serate del mese di Dicembre offrono un panorama serale che mi scalda il cuore. Quando cammino per strada, la sera, resto incantata dalle luci degli alberi che si vedono dalle finestre di case sconosciute, immagino gioia e serenità di famiglie mai viste, o almeno, mi auguro sia così, e penso sempre di vedere una piccola peste con le trecce e il naso appiccicato al vetro.
A casa mia l'albero di Natale si faceva rigorosamente di fronte alla finestra. Quando era finito si aspettava venisse il buio, per uscire in giardino e ammirarlo. Non sono cresciuta in città, lo vedevamo solo noi e le poche persone che passavano dalla stradina adiacente casa, ed era uno spettacolo di un'intimità disarmante. La nonna, invece, abitava in un appartamento, ma anche lei addobbava un albero davanti alla finestra. Il suo era guardato da molte più persone e lei aveva un'altra usanza. I miei zii decoravano i vetri delle finestre con disegni a tema. Mi piaceva aiutarli, anche se, puntualmente, scarabocchiavo e molte volte cercavano di farmi trovare tutto pronto per evitare capricci da parte mia (ma avevano sempre il jolly, loro:  "se non fai la brava Babbo Natale tira dritto") e lavorare in pace.
La notte di Natale, la nonna, accendeva sempre una candela davanti alla finestra più piccola della casa, dopo aver tolto le tende, per non appiccare incendi a sorpresa e nell'angolo della sala c'era un presepe immenso.
Io giocavo con le sue statuine, lei me lo lasciava fare; poi tornava a casa lo zio Piero e brontolava perché trovava pastori dentro la capanna e pecore sui tetti delle case, ma il presepe a casa mia non c'era, quindi dalla nonna c'era un divertimento diverso e poi il suo albero non parlava come il mio.

Ogni anno, la nonna, prendeva un grosso ramo secco. Uno di quelli spogli, con le dita scheletriche, talmente marrone da sembrare nero.
lo fissava in un vaso pieno di vecchi maglioni, copriva il tutto con carta da regalo riciclata, metteva poche palline, qualche batuffolo di ovatta e una fila di lucine colorate. Sembrava un paesaggio invernale innevato. Era bellissimo.
Il suo piccolo balcone era decorato con una fila di luci grandi come palline da tennis, erano arancioni, verdi, gialle, blu e bianche, con l'effetto buccia d'arancia, e ricordo che la sera, con il nasino appiccicato al vetro, osservavo i passanti, avevo lo sguardo fiero; pensavo che nessuno di loro avesse quelle luci, ed era vero. Quelle luci erano sopravvissute, probabilmente, a una qualche battaglia di quelle che si studiano sui libri di storia, infatti non ne avevo mai viste in giro, come quelle.
La Vigilia a casa della nonna era ricca di storie, essendo meno persone a tavola, si riusciva a guardare La vita è meravigliosa e altri vecchi film a tema, poi c'erano i racconti tratti da classici come quello di Dickens, o storie di Natali molti diversi dalla mia realtà, vissuti sulla pelle e nel cuore dei narratori, io ascoltavo a bocca aperta, e quando tornavo a casa ero talmente stanca da non avere paura dei tre fantasmi del Natale, e poi sarebbe arrivato Babbo Natale e, a differenza di Scrooge, amavo questa festa, non correvo alcun rischio.

Intanto, nel mio presente di donna, sono scese le prime ore della sera, fuori il freddo è umido, accanto a me c'è un albero con tanto di nome, che mi parla. Non come quello del passato ma, a modo suo, lo fa.
Lo spirito dei miei ricordi si sta dileguando ma prima ha ancora qualcosa per me.



Non ricordo i motivi che portarono tutte quelle persone a casa mia quella Vigilia, so solo che, per mia sorella e me, proprio Quella è stata La Notte di Natale per eccellenza.
C'erano i nonni paterni, la zia, le cugine, la mia nonna materna, gli zii e noi quattro. Mamma, papà, mia sorella e io.
Prima di parlare della magia di quella notte, è bene dire che mia mamma e la zia paterna, erano anche colleghe di lavoro. Quando prendevano la tredicesima, e sì, quando ancora quella mensilità extra aveva il suo giusto peso, la devolvevano a figli, nipoti e cibarie per cena e pranzo festivo.
La zia regalava sempre a mia sorella e me qualcosa d'importante, lo stesso faceva mia madre con i suoi figli, anche se uno dei miei cugini era già in età da fidanzata e non facevamo in tempo ad abituarci al nome di una, che dovevamo subito impararne un altro. Quell'anno era il turno di Tiziana. C'era anche lei, con i suoi capelli biondo platino lisci e lunghi e le unghie smaltate di rosso, l'ombretto sugli occhi e un profumo buonissimo. Ricordo che non smettevo di guardarla, fino a quando non presi la mia bambola e le dissi che aveva gli stessi capelli. E non era proprio stato un complimento per lei, visto che disse di avere i capelli molto più morbidi, con un tono da smorfiosa un po' più acido del normale. Decisi che Tiziana non mi era simpatica. E non lo era neanche a Rebecca, la mia bambola.
Eravamo circa sedici persone. In casa, quell'anno, c'erano dei lavori in corso a causa dell'impianto di riscaldamento, la sala non era agibile e i miei genitori avevano deciso di mangiare in un rustico che in genere usavano per le feste estive o quando si facevano le pizze e il pane caldo nel forno a legna. Era la baracca del forno, come la chiamavamo noi, in realtà era un ambiente molto ampio con stufa e forno a legna. Piastrelle linde e servizio di acqua corrente, calda e fredda. Della baracca aveva ben poco. Esisteva da quando ci abitava mia mamma con i miei zii, la casa dove vivono tutt'oggi i miei genitori, era la casa d'infanzia di mia madre, modificata per molti aspetti, ma sempre lei. Il mio rifugio.

Ricordo che ero un po' triste perché non avrei avuto il mio albero di natale sott'occhio, a causa dei disagi in casa era stato allestito alla fine del corridoio, allora mio padre aveva addobbato, in fretta e furia, un piccolo ramo di abete anche nel rustico, giusto per non vedere più il mio broncio, e fu una serata perfetta.
La mamma aveva lavorato dalla mattina presto intorno ai fornelli, aiutata dalla nonna, mia zia era arrivata verso sera portando altre cose buone, nessun pacchetto fra le mani, ma questa era la normalità, non ci aspettavamo niente dalle persone noi. Infatti, per non creare ulteriore confusione, avevamo il Babbo Natale di mamma e papà, quello della nonna o quello della zia, ecc. In pratica loro avevano chiesto un dono per mia sorella e me e noi dovevamo ringraziare per il pensiero. Del resto io, a Babbo Natale e per gentile intercessione di Gesù Bambino, chiedevo cose per me, mica per qualcun altro, e loro erano proprio carini, tutti, a pensare a noi.
La sera di quella Vigilia trascorse tra risate, cibo e giochi. Arrivata una certa ora iniziavo a fare il giro delle braccia. Un po' dai nonni, un po' dalla zia, da papà e dalla mamma; sbadigliando sbirciavo mio cugino e la sua nuova bambola intenti a sbaciucchiarsi e, come tutti i bambini stanchi e annoiati, non trovavo l'abbraccio comodo. Fino a quando non arrivai dalla nonna. Le sue braccia erano come il proprio letto dopo una settimana di vacanza. intanto sentivo il suo profumo e la sua voce, chiudevo gli occhi, li riaprivo, li chiudevo ancora. Nell'aria il tintinnio dei bicchieri e il profumo delle bucce di mandarini sulla stufa a legna. Il calore era piacevole, rassicurante.

Dal rustico a casa c'era una scalinata di cemento e un tratto di strada al buio, quando si doveva andare in bagno c'erano le solite raccomandazioni "metti il cappello, chiudi il cappotto davanti, vieni qui che ti metto la sciarpa" Uscire da un ambiente riscaldato dalla stufa a legna, per affrontare il gelo notturno di Dicembre, faceva sì che, una volta fuori, comprendessi il motivo di tutti quegli strati di lana. Era scoccato il momento "pipì". In genere veniva sempre la mamma o la nonna ad accompagnare la bambina che aveva bisogno del bagno, la casa era chiusa a chiave e il buio esterno era rischioso, i ruzzoloni si sarebbero sprecati se ci fosse stata un po' di disattenzione. Lo dissi sottovoce alla nonna, la mamma sentì e disse a mia sorella e alle mie cugine di approfittare della sua guida per andare in bagno. Le proteste arrivarono "a me non scappa" e, mentre mi stratificavano d'indumenti, anche la zia e i nonni iniziarono a insistere affinché tutti i bambini andassero in bagno.
Ricordo che mentre tutti protestavano, io ero molto indaffarata a restare concentrata per non bagnare i pantaloni, una volta arrivati in casa la prima cosa che vidi fu la luce del mio albero, in fondo al corridoio, e mi sorrideva. Intorno solo due scatole di cioccolatini e un pandoro Bauli, forse anche un panettone.
Nient'altro.
Corsi in bagno, intanto sentivo mia cugina Francesca che parlava con mia sorella dalla nostra cameretta, lì accanto. Si stavano togliendo cappotti e sciarpe, quando uscii, aprendo la porta, lo spettacolo davanti ai miei occhi mi lasciò senza parole e respiro.
Sotto l'albero erano comparsi così tanti pacchetti, che non si vedevano i rami bassi.
A bocca spalancata restai immobile sulla soglia, chiamai mia sorella a voce alta, solo lei. In quel momento avevo dimenticato cugini, zii e nonni, avevo dimenticato perfino i capelli platinati e stopposi di Tiziana, volevo mia sorella, mamma e papà.
Mia sorella si affacciò dalla camera, guardò me sulla soglia del bagno e seguì il mio dito puntato verso l'albero.
"Mamma, papà, è arrivato, è arrivato!"
Era sempre lei che sbloccava la situazione.
Uno a uno, dalla cucina, si affacciarono gli adulti, mia cugina era più grandina, era nella fase "forse Babbo Natale non esiste", ma quella notte si tolse i dubbi, almeno per un po' ancora.

La bravura dei miei era quella di farti vivere la magia del Natale. Avevano aspettato che passassimo tutte davanti a quell'albero, testimoni inconsapevoli. Nel giro di poco piazzarono tutto e si tolsero dalla vicinanza. O forse non erano stati loro, non quella volta.
So solo che così tanti regali tutti insieme non li avevo mai visti. Non erano tutti nostri, eravamo tanti bambini, ma a casa mia si confezionava anche un sacchetto di palloncini o una scatola di Crystal Ball. Quella fu la vigilia di una bambola bellissima che, ancora oggi conservo. Ok, non ride e non piange più, ma esiste e si chiama Nella. Babbo Natale dello zio Piero.
Carrozzina come quelle vere, palloncini, libri da colorare, altra bambola, scatola di colori, pennarelli, calze, mutande, caramelle e cioccolatini. Pentoline e tante cose per tutti. Quella è stata La Vigilia, mentre tutti ridevano e giocavano, io ridevo piangendo; ed ora che si è fatto giorno, il fantasma dei miei ricordi sta andando via, lasciando un po' di quel profumo ad avvolgere queste giornate. E sono qui. Presente, con il Natale odierno, con altre cose che mi fanno amare questi giorni, con altri pensieri che oggi vivo con un po' di compere da fare, con il cuore di bambina e così tanta gioia da sperare sempre di essere contagiosa, così dicono, nel periodo dell'anno che amo di più.
Nella