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mercoledì 16 dicembre 2020

Chissà se sarà Natale

- Silvy sentissi che vento c'è qui; e il freddo, Silvy, il freddo è quello asciutto di quando c'erano i nonni e facevamo i salami, ma tu eri piccina. Ti ricordi, Silvy?

Mamma e i tentativi di rispolverare la sua giovinezza e la mia infanzia, mamma e il sorriso nella voce come non ascoltavo da tempo, mamma che incalza il passato a farsi sotto e, in una manciata di secondi, decido di farmi prendere per mano lasciandomi accompagnare in quella baracchetta che per l'occasione si trasformava in macelleria.
L'odore del nonno paterno era qualcosa che avrei riconosciuto a occhi chiusi. Una mescolanza tipo terra arsa dal sole, tabacco ed erba bagnata. Quando faceva merenda e, con il suo pane e formaggio beveva due dita di vino, odorava anche di mosto.
In quei giorni freddi di Gennaio, l'odore di pancetta e di prosciutto non riuscivano a mascherare le note di cuore.
Ricordo che mia sorella e mia cugina scappavano arricciando il naso, io volevo entrare, mamma cercava di mandarmi a giocare, il nonno rideva e tirava fuori uno dei suoi coltellini a serramanico, il mio preferito era quello minuscolo, bianco madreperlato e il nonno mi raccontava sempre la stessa storia, quella della principessa che possedeva quel coltello, una storia così ricca di particolari,  sempre gli stessi, mai una virgola diversa, tanto che, nel corso degli anni, quasi ho pensato fosse tutto reale. Facendomi spazio sulla sedia di legno accanto a lui, mi piazzava sotto al naso una spessa fetta di carne e mi faceva vedere come tagliarla, i pezzi erano grandi, troppo, ma era l'unico modo per non farmi tagliare le dita, poi lui o mia madre o mio padre li ripassavano e li trasferivano nella grande madia.

-Chi misura la carne dosa anche il sale. Stesso pugno, stessa unità di misura.

E ancora oggi che il nonno non c'è più, non esistono proporzioni né calcoli matematici. Chi conta le manciate di carne a due mani, dosa con un pugno di sale, senza sbagliare. 

A pochi giorni da Natale guardo il cielo grigio e ascolto ancora mia madre.

- Magari arriva la neve, ricordi quando siamo rimasti senza acqua perché si era ghiacciata nei tubi e il cancello di casa era murato dai cumuli? Avevamo l'elettricità, per fortuna, e mangiavamo la carne tagliata a listarelle con peperoncino e olive nere. 
Tu la chiamavi la carne a salamino.

Il telefono e la percezione di una vicinanza fittizia.

-Ti ricordi, Silvy, quando sei scappata fuori con il cucchiaio da portata perché volevi aiutare papà a spalare la neve? Com’era arrabbiato quel giorno, quando ti ha visto arrivare con me dietro che gesticolavo con il cappello e la sciarpa di lana, però, ha smesso all’istante d’imprecare contro il tempo e si è illuminato di un sorriso che solo un padre innamorato riesce a fare. Come eravamo giovani, com’era bello vedere il nostro futuro nel vostro sguardo e nei vostri passi traballanti, sono volati questi anni, Silvy, siamo stati fortunati, forse tu non ricordi le nevicate di questo angolo di mondo, e la galaverna, la galaverna la ricordi, Silvy?

Oh, mamma, come posso dimenticare il mio angolo incantato, ero la Principessa di papà, la mamma delle mie bambole e la regina dell’inverno. Vivevo in un paesaggio glaciale. Gli alberi con i rami spogli erano rivestiti di un ghiaccio color diamante così magico da sentirsi invincibili.
Con la galaverna non si usciva per tanto tempo quanto con la neve, il paesaggio si lasciava ammirare dai vetri appannati della finestra della cucina, rigido e austero, mentre tu, mamma, spuntavi con i calzettoni pesanti fatti dalla nonna con gli scarti della lana dei maglioni, sì, quelli che pungevano i piedi ed erano fatti di tanti colori diversi che Missoni levati.

-Chissà, Silvy, se farà la neve a Natale.


Mentre un velo d’incertezza incrina le sue parole, mentre chiede a  mio padre di aprire le persiane della sala, mentre abbassa di un tono la voce, quando lui si allontana, mia mamma mi sussurra che loro  staranno buoni buoni anche soli,” faremo Natale un’altra volta”.
Ma io ricordo la videochiamata di qualche mattina fa, ricordo mio padre, il suo sguardo rivolto altrove quando mia mamma diceva la stessa cosa, quando in lei vedevo  la forza interiore fare a pugni con la mano che tremava  versando  il caffè, in papà  vedevo la paura e  la rassegnazione di un uomo con il domani incerto, e le aspettative  alte.
Chissà se a Natale nevicherà, chissà Se Natale.


martedì 22 dicembre 2015

Profumo di brodo





C'era profumo di brodo, nella cucina della nonna, quando imparavo quelle poche strofe. Eravamo nel periodo Natalizio e dall'ingresso, che aveva le misure di un salottino, filtravano le luci dell'albero.
"Non ho vo… non ho voglia di tuffarmi in un focola… no, ufff. Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade… Non ho vo…"
E il brodo bolliva, nonna ascoltava, di spalle, impegnata a lavorare sul lavandino di marmo, in silenzio, quasi che sembrava non sentisse le mie indecisioni, poi arrivava la parola mancante e il suo imperativo "Ricomincia, Non ho voglia?"
"Non ho voglia nonna", e ridevo, lei un po' meno.
Il profumo di brodo sempre più intenso, le mani di nonna arrossate dall'acqua fredda che lavavano il radicchio rosso, l'insalata preferita dal più giovane dei miei zii.
"Non ho voglia di tuffarmi…"
La condensa sui vetri e il freddo esterno che spingeva per entrare ad ascoltare la mia vocina, il mio sguardo perso là fuori, tra gli altri balconi, alla ricerca delle luci natalizie. Mi piaceva guardare gli alberi addobbati nelle altre abitazioni.
Ne ricordo uno così grande che sembrava quello nelle piazze dei film inglesi. Se poi fossero stati americani o tedeschi lo ignoravo, qualsiasi cosa non fosse italiana, per me, era inglese e, quando ero ancora più piccola, anche i dialetti differenti dal mio erano inglese, ma questa è una cosa comune a molti bambini ed è anche un'altra storia.
"Qui non si sente altro che il caldo e le quattro… no, non ho voglia di tuffarmi…"
Quando ci aveva dato il compito di studiare la poesia, la maestra aveva detto qualcosa a proposito della guerra e di un signore che era tornato per passare il Natale a casa. Nel periodo delle elementari bastava niente per aver paura. I film con gli indiani e quelli di guerra erano qualcosa che guardavo distrattamente, con molta diffidenza e timore. Non capivo molto, l'unico nonno che ne parlava ogni tanto era quello paterno, perché era abbastanza vecchio da averla vissuta un po' di più, la nonna era troppo piccola per ricordare e il pensiero di un soldato che guarda le fiamme fumando, solo, il giorno di Natale, mi dava un'infinita tristezza, e paura. Ricordo di aver pensato che nessuno dovrebbe passare il Natale da solo, ricordo che avevo guardato nonna, il fiocco del grembiule sulle sue generose e rassicuranti curve, le stesse che mi avevano cullato per anni, il mio punto fermo e morbido. Avremmo passato Natale a casa della mamma, c'erano anche gli zii paterni e subito avevo chiesto di poterlo fare con la nonna, "giù". Rispetto mamma e papà, che vivevano in aperta campagna, dove abitano tutt'oggi, la casa di nonna, che era in centro paese era "giù", e giù era casa mia, per me. Mamma mi rassicurò dicendo che anche la nonna e gli zii si sarebbero uniti alla festa. Se così non fosse stato anche la nonna sarebbe rimasta sola a pensare "Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo…" e il nodo alla gola premeva, gli occhi pizzicavano. Ricordo di essermi alzata ad abbracciarla da dietro, lei che m'incitava a proseguire con la poesia, io che annusavo il profumo di brodo e quello di sapone che emanava lei.
Incredibile come si dimentichino le cose e come s'imprimano i sentimenti.
In due passi ero arrivata alla porta finestra, là fuori non c'era la guerra, era Natale. Ricordo di aver pensato anche che a Natale nessuno avrebbe dovuto fare la guerra, infatti era così. Non c'era guerra perché era Natale.
"come una cosa dimenticata…"
Mentre il mio ditino tracciava il percorso di una goccia d'acqua. Là fuori era buio e faceva freddo. Là fuori c'erano le luci di Natale di vite estranee che alla luce del giorno mi sorridevano e conoscevano il mio nome, ma la sera dimenticavo i loro volti e i loro nomi. La Signora Elsa non si chiamava più così. La signora Elsa, al buio, era Natale arancione, a causa di una lunga catena di luci di quel colore, che filtrava da grandi palle arancioni grosse come arance succose. La Ornella era Lanterna. Aveva disegnato i vetri e quello del soggiorno mostrava una bellissima lanterna. Era buio, non vedevo i suoi disegni, ma sapevo che erano tutti lì, sulle finestre di fronte al palazzo della nonna. Avevo chiesto allo zio di disegnare anche sui nostri vetri, lui era molto bravo, la nonna aveva immediatamente fatto cenno di no con la testa, fingendo di nulla quando mi voltai a guardarla,  non lo chiesi più. Ero abbastanza sveglia da aver capito che alla nonna non piacevano i disegni sui vetri, come non amava la farina sull'albero. Nonna doveva essere una purista del Natale.
Intanto ero riuscita a dirla di seguito, per la prima volta. Sapevo che se l'avessi detta bene ancora due volte avrei potuto smettere e giocare un po', magari con lo zio, aspettando l'ora di cena. Poi avrei dovuto dirla a lui, dopo mangiato, giusto per testare la mia memoria.
Mentre il dito tracciava i contorni di una candela, il rumore delle chiavi nella toppa e la voce dello zio.
La gioia nel cuore e la consapevolezza che mancava ancora una volta per poter mettere via il quaderno.
Una sera come altre, a un passo dalle vacanze. L'indomani avrei dovuto recitare la poesia a Suor Gisella, la mia giovane e cattivissima maestra. Era tornata dall'ospedale e ancora piangevo per la supplente, una ragazza che mi aveva azzittito e sussurrato di non dirlo a nessuno e non dirlo più, quando, con gli occhi lucidi le dissi "tanto sta male sempre, ci vediamo presto, vero?" Suor Gisella era titolare di una cattedra che non le apparteneva. Era molto giovane, lei e io avevamo qualcosa in comune, quel primo giorno di scuola, Per entrambe era la prima volta, solo che io ero in vantaggio. Sapevo leggere e scrivere, lei non aveva ancora mai insegnato. Non mi aveva perdonato questo.

"Ora metti il quaderno in cartella, dopo la ripeti due volte ancora, è tornata Suor Gisella, e sai che se solitamente vali dieci, con lei devi valere dieci e lode." A casa sapevano tutti della mia disavventura con Suor Gisella, solo che nessuno mi dava ragione, anzi, avevo imparato a non lamentarmi più di tanto, giusto per non prendere un castigo extra. La mia è stata un'infanzia sana, mamma e papà vigilavano, ma gli adulti non dovevano essere contraddetti da una bambina.
Quella sera avevo chiesto alla nonna di potermi sedere per terra nell'ingresso a parlare un po' con il suo albero, non aveva la stessa voce di quello a casa dei miei, ma anche questo si faceva sentire forte e chiaro. Proprio qui.
Dalla nonna non c'erano i termosifoni, c'era una "moderna" stufa a gas che faceva un rumore rassicurante. La fiamma  estesa su tre file orizzontali e il pavimento tiepido proprio nel cantuccio di fronte all'albero. Aspettavo che lo zio mi facesse spaventare, aspettavo che mi raccontasse la storia del Gigante egoista "Qui non si sente altro che il caldo buono."
E l'ora di cena mi aveva trovata così: a pancia in giù e gambe per aria.

"Così non ti sente nessuno, a chi borbotti, si può sapere?"

Ma quella mattina avevo il nodo in gola. Nessuno doveva restare solo a Natale, ma non avevo voglia di far vedere a tutta la classe che gli occhi pizzicavano. La voce tremava e Suor Gisella lo sentiva. Ci fosse stata la signorina Adriana mi avrebbe abbracciata, e forse sarei scoppiata a piangere. Tanto si sarebbe ammalata di nuovo e avrei rivisto presto la mia supplente. Mi dissi ancora che non avrei dovuto avere paura della guerra. A Natale non poteva scoppiare, mi schiarii la voce e ricominciai. Forte e chiara.

"Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare"
                                            (Natale, G. Ungaretti)

E sul suono dell'ultima parola guardai la mia maestra dritto negli occhi. Ero già in vacanza.





mercoledì 9 dicembre 2015

Ti ricordi

Il tempo di riordinare le idee per partire da qualche parte, ma le mie idee sono come quei capelli ribelli, quelli che più li pettini più si scompigliano, ingovernabili. Allora chiudo gli occhi e penso se prima l'aria e il suo odore, il colore del cielo o la stradina, oggi asfaltata, che conduce al cancello. Se dal comignolo fumante, dalla pianta dei cachi, spoglia e arancione. se dalla luce accesa nella cantinetta, dalla faccia assonnata e rugosa di mio padre che abbozza un sorriso, dal profumo di lana vecchia e di pelle pulita di mamma, di cibo e di detersivi.
Da dove.
Da che parte partire, bella domanda, dalla mia camera oggi totalmente modernizzata, quella che aveva due lettini con un comodino centrale e le due abat-jour: Cappuccetto rosso con, al posto della fragola, una lampadina rossa nel cestino che portava dalla nonna, quella di mia sorella un Moschettiere con il naso da clown che si illuminava. Quanto mi piacevano, quanto era bello osservare la luce colorata. pensieri al presente e al divano-letto, sotto l'armadio a ponte, mamma è sempre stata una donna molto attenta a sfruttare gli spazi al meglio, l'unica cosa rimasta uguale sono i tendoni e il lampadario, il resto è solo qui, nella mia mente, ingovernabile come i pensieri, i capelli e i ricordi. Ingovernabile che non sa da dove farti partire, allora scrivi, parli e pensi senza capo né coda. E senti freddo, lontana da quella stufa a legna e da tutto quel buono che non hai mai dimenticato; e ti fermi un po' di più, ché di andare via non se ne parla, quando sei a casa.
Tiro su i capelli e ci pianto un mollettone, ascolto il crepitio del ciocco di legno e penso a Pinocchio, mi scappa un sorriso e mamma mi chiede se sto sognando, sorrido di più e vorrei prenderla in braccio o farla ballare, papà dal divano sorride con gli occhi chiusi e penso che stia sognando una bambina con le trecce che scappa via inseguita da un ramarro.
Ingovernabile, come la nostalgia e i "ti ricordi Silvy…" che hanno la voce lontana lontana e colori sbiaditi delle cose passate.
Oggi sono romantica e parlo d'Amore. Di quello che tocchi, che ti ha nutrito e cresciuto. Oggi la poesia è nella faccia rugosa di mio padre che si addormenta appena si siede, nei capelli bianchi di mia madre che mi ricorda sempre di più mia nonna, la mia amata nonna che sorrideva silenziosa, anche lei, forse, con i colori sbiaditi della nostalgia, ma non mi diceva "Ti ricordi, Silvy", io l'abbracciavo e ricordavo ogni bacio e ogni mestolata presa, e restavamo così, in silenzio.
La mia nonna-mamma e io.
sono tornata a casa, da settimane, stamani ho chiesto a mamma se ha fatto l'albero di Natale e mi ha risposto che non sa dove metterlo perché ha dovuto tirare dentro le piante esterne, le ho suggerito di fare quello piccolo piccolo e ha detto che lo farà, anche se fuori ha addobbato per bene il gazebo "Così non brontoli" e il sorriso nella voce tradisce quel salto nel passato che al telefono non si vede, ma si sente. E mi sento lì, seduta sul pavimento, nella penombra del salotto ad ascoltare l'albero e le sue luci mal funzionanti. E mi sento piccola e protetta, felice e amata. E amo.
Oggi parlo d'amore perché l'odio solca le rughe peggio del tempo.
Oggi sono romantica perché qualcuno dovrebbe pur dirlo che c'è bisogno di quel romanticismo che avevamo da piccoli, quello che da seduti ci faceva vedere le cose da un'altra prospettiva, ma non lo dicevamo, perché eravamo impegnati a costruirci un futuro a prova di adulto, protetti dalle lucine mal funzionanti di un albero di Natale che sapeva di resina e perdeva più aghi di un sarto distratto.
Sono romantica, oggi, anche se c'è il sole, ma aspetto il finale a sorpresa, come in quei film Natalizi in cui le temperature sono da record ma poi alla fine nevica quando le cose si sono appianate, qualche ora prima che arrivi Natale.
Ho chiesto a mamma se farà il pasticcio di pollo, negli antipasti, ha risposto che vorrà fare anche una cosa nuova che ha visto in tv. Nella voce quel "torno subito" di quando il passato bussa e tu hai voglia solo di giocare a campana a ritroso nei tuoi ricordi. E siamo noi due, in cucina, io che sfilaccio il petto di pollo, rigorosamente con le dita, perché deve essere così, lei che monta la maionese e, sconfitta, annuncia che è impazzita, mentre io mi preoccupo tantissimo, tanto da correre da mio padre a dire "non mangiare il pasticcio di pollo perché ci attacca la malattia di Gaetano". Gaetano era il nonno dei miei vicini, un signore anziano che regalava elastici come fossero gioielli, mangiava le caramelle e dava le carte ai bambini. Viveva in un mondo tutto suo, non era pericoloso e per farci essere educate con lui, la mamma aveva detto che era un po' matto, ma era pur sempre un nonno da ascoltare.
Oggi parlo d'amore, e lo faccio seduta accanto a un albero che, ogni anno, assorbe un Natale in più, che contiene ogni mio Natale, nessuno escluso, neanche quello della trappola per topi e della crosta di formaggio, neanche quello della pipì nella bacinella, quello di quando l'ho lasciato con in mano il diario dei miei silenzi e sono andata via per sempre o quello delle zeppole messe a gocciolare nella cassetta di legno rivestita dal lenzuolo. Parlo d'amore come lo so, scusate se non è all'altezza della situazione, ma guardo il mondo da un'altra prospettiva, qui, seduta sul pavimento ("e tutto il resto fuori").


mercoledì 24 dicembre 2014

The Night before Christmas

Mi avvio.
Nessuno zaino né borsa. Giusto qualche questione sottogamba, presa e portata in giro alla rinfusa.
Questa sembrava facile e l'altra era così innocua, all'apparenza, che non potevo lasciarla lì tutta sola.
Mentre trascuri quel leggero malessere dell'anima che ti porta a nasconderti nei pensieri più folli. Quelli che ti parlano sottovoce e ti dicono di tornare indietro.
Sottogamba tante note stonate, mentre ascolti la musica che fai andando via.
Persa.
In un monologo che non lascia scampo, ma ti chiude fuori.
Mentre cerchi di confonderti tra la gente, quella distratta, quella che sa, che non aiuta e  ti rende invisibile come se fossi a Pechino o una briciola dal fornaio.

Ho preso sottogamba il Natale, alla soglia della vigilia e dei miei occhi gonfi per le notti rumorose che mi tengono sveglia o, forse, non era la notte a fare rumore, non ricordo più.
Amo il Natale, non è un segreto questo. Lo amo con tutto il consumismo che gli gira intorno, con le ghirlande verde, rosso e oro. Amo le luci, sogno la neve e adoro il profumo di mandarino, cacchio, i mandarini e le bucce sul fuoco, quelli sono sempre come li ricordavo, anche se a farlo sono mani nuove che un tempo erano troppo piccole per avvicinarsi al fuoco, mani dalle unghie laccate di rosso o blu, le mie mani, mentre la mamma sorride, stanca, spaccando una noce e so già che non le dirò di no.

Sulla porta della Vigilia, una mano sulla maniglia, tutto è pronto, sto per tornare a casa e quest'anno ci sarà un posto vuoto e qualche ombra in più sotto gli occhi di mamma e papà che hanno fatto l'albero perché ho sgridato entrambi, perché se avessi fatto vedere che quest'anno ho accantonato anche io un po' il Natale, sarebbe stato un dramma. Da me si aspettano la corazza dura e il Natale sempre in tasca, loro non sanno che l'ansia, in realtà, mi strappa via il Natale con le unghie e di notte vedo brandelli di nastri e bacche rosse cadere rovinosamente a terra.
Alle 4.00.
Ogni volta al solito orario. Così guardo arrivare il giorno, in silenzio, aspettando la Vigilia di Natale e fingendo di portare la Festa nel cuore, perché loro non lo sanno che anche per me è diverso quest'anno e che, in quel posto vuoto, lascerò sedere la mia ansia.
"A Natale sei l'anima della Festa" mi dicono tutti, se Scrooge mi avesse conosciuta lo avrei coinvolto senza tanti effetti speciali, gli avrei raccontato i miei Natali e fatto vedere come era gioioso chi oggi non c'è più. Gli avrei addobbato casa e letto "Era la notte prima di Natale", sarebbe stato orgoglioso di me, perché non l'ho mai letto a nessuno e nessuno lo ha mai fatto per me, del resto, sono io quella che ama i Natali dei film e in ogni film natalizio che si rispetti, gli adulti ricordano quando si leggeva loro quel racconto, i bambini la chiedono ogni anno ai genitori e l'incipit mi scalda il cuore, me la sono cercata e letta per conto mio, l'avrei raccontata a Scrooge però, sissignore, avrei scaldato il cuore al Grinch e perfino Lord Voldemort sarebbe andato in giro per le strade di Londra con un Buon Natale stampato sulla faccia e nel cuore.
Non mi sono mai vergognata del mio spiccato spirito natalizio, in effetti, sembro un po' Attila che raccoglie fiori di campo, ma l'apparenza inganna e vorrei sapere chi dice che un'adulta che si spazientisce di fronte alle vetrine delle scarpe e delle borse, una donna insofferente a tutto quello che è scomodità, anche e soprattutto a discapito dell'apparire, una che mangia la carne alla brace senza le posate e arriccia il labbro di fronte all'ennesima foto di gattino che gioca con il gomitolo, ecco mi sono persa, dovevo arrivare al dunque e me lo sono persa… giusto, sì, ho riletto. Dove sta scritto che un impiastro come descritto sopra, non possa amare il Natale e tutti i lustrini? Contagiosa come l'ebola, ho fatto tamburellare le mie suonerie telefoniche anche all'impiegato della banca, quello che non sorride spesso, insomma, quest'anno ho preso sottogamba un po' tutto, già, da me non me lo sarei mai aspettata, forse per colpa del clima mite o del catalogo dei paesi caldi e delle crociere, ma come si fa, mi ripeto, ad andare al sole a Natale, rompere le palle lamentandosi di chi augura Buone Feste, senza sapere che avvelenano ogni volta un po' di più chi, come me, ama anche le pantofole giganti a stivaletto con la pelliccia interna bianca, calde e confortevoli, mentre leggo A Christmas Carol di Dickens, guardando ogni tanto un classico Natalizio e aspettando sulla soglia la vigilia. Uno zaino l'ho preparato, papà mi ha assicurato di aver fatto l'albero, è tutto pronto, manchi tu. E, in quella frase così dolce avverto di più la mancanza di quel posto a tavola, quello che si riempiva quando eravamo tutti alla frutta e arrivava lo zio a salutare le sue nipotine, perché non esiste una regola sull'età e la morte. Ci sono vecchi di 90 anni che mangeranno il panettone e gente di 50, 20, 10 anni che non ha mangiato neppure l'anguria.
Ho assicurato a papà che sarò puntuale per cena. intanto resto qui, sfoglio Dickens, tanto è presto. Questa notte dormirò a casa dei miei genitori, casa mia. Domani mattina mio padre preparerà il caffè e la mamma gli dirà di lasciarmi dormire, lui si risentirà di questo e sarò io a chiamarlo dalla stanza, per vederlo sorridente e felice di portarmi il caffè, come faceva un tempo quando aveva più capelli neri che bianchi. Chissà come mi vede lui, ed è il suo sorriso che me lo fa capire. Ogni volta.
È la Vigilia di Natale, guardo il mio albero e gli dico che dovrò spegnerlo, ma la luce me la porterò dentro, fino alla soglia del rustico dove troverò mia mamma, sempre più piccola, credo che a un certo punto della nostra vita, quando si hanno certe consapevolezze, i genitori si rimpiccioliscano, e quel profumo di fritto, quel sorriso stanco e un abbraccio un po' più lungo… tremolante sul finire.
Intanto Scrooge impara a fare i conti con i rimpianti, e sono fortunata. Se guardo i Natali passati, non ho rimpianti, solo gioie. Per questo, oggi, mi sto caricando di spirito Natalizio, alla faccia di chi sbuffa perché fa moda e, come disse il fantasma dei Natali passati in SOS Fantasmi ,"Anche Attila piangeva come un agnellino di fronte all'immagine di sua mamma a Natale" Non dovrò più permettere a nessuno di offuscare il mio Natale, esistono già le vere avversità che ci provano e riescono, prima o poi, e un cesto di cuori spremuti e rinsecchiti non si può definire Avversità. Chiedo scusa se mi permetto  di essere gioiosa, ne ho bisogno. Credo che quest'anno io lo meriti più del precedente e, se volete, potremmo meritarlo tutti. Anche voi che state sbuffando. È la Vigilia. L'ho già detto, lo so, ma vorrei fare una cosa per voi che non ho mai fatto per nessuno, ora sedetevi comodi sul divano, sbucciate un mandarino e ascoltatemi, se volete.

Era la notte prima di Natale e tutta la casa era in silenzio,
nulla si muoveva, neppure un topino.
Le calze, appese in bell’ordine al camino,
aspettavano che Babbo Natale arrivasse.

I bambini rannicchiati al calduccio nei loro lettini
sognavano dolcetti e zuccherini;
La mamma nel suo scialle ed io col mio berretto
stavamo per andare a dormire
quando, dal giardino di fronte alla casa, giunse un rumore
Corsi alla finestra per vedere che cosa fosse successo,
spalancai le imposte e alzai il saliscendi.

La luna sul manto di neve appena caduta
illuminava a giorno ogni cosa
ed io vidi , con mia grande sorpresa,
una slitta in miniatura tirata da otto minuscole renne
e guidata da un piccolo vecchio conducente arzillo e vivace;
capii subito che doveva essere Babbo Natale.

Le renne erano più veloci delle aquile
e lui le incitava chiamandole per nome.
“Dai, Saetta! Dai, Ballerino!
Dai, Rampante e Bizzoso!
Su, Cometa! Su, Cupido! Su, Tuono e Tempesta!
Su in cima al portico e su per la parete!
Dai presto, Muovetevi!”

Leggere come foglie portate da un mulinello di vento,
le renne volarono sul tetto della casa,
trainando la slitta piena di giocattoli.

Udii lo scalpiccio degli zoccoli sul tetto,
non feci in tempo a voltarmi che
Babbo Natale venne giù dal camino con un tonfo.
Era tutto vestito di pelliccia, da capo a piedi,
tutto sporco di cenere e fuliggine
con un gran sacco sulle spalle pieno di giocattoli:
sembrava un venditore ambulante
sul punto di mostrate la sua mercanzia!

I suoi occhi come brillavano! Le sue fossette che allegria!
Le guance rubiconde, il naso a ciliegia!
La bocca piccola e buffa arcuata in un sorriso,
la barba bianca come la neve,
aveva in bocca una pipa
e il fumo circondava la sua testa come una ghirlanda.
Il viso era largo e la pancia rotonda
sobbalzava come una ciotola di gelatina quando rideva.
Era paffuto e grassottello, metteva allegria,
e senza volerlo io scoppiai in una risata.
Mi fece un cenno col capo ammiccando
e la mia paura spari,
non disse una parola e tornò al suo lavoro.
Riempì una per una tutte le calze, poi si voltò,
accennò un saluto col capo e sparì su per il camino.
Balzò sulla slitta, diede un fischio alle renne
e volò via veloce come il piumino di un cardo.
Ma prima di sparire dalla mia vista lo udii esclamare:
Buon Natale a tutti e a tutti buona notte!

Ecco, l'ho fatto per qualcuno.
Che sia una Vigilia tradizionale come la sposa vestita di bianco. Che piaccia o meno, è un altro discorso, perché se le Feste sono tradizionali, vuol dire che le sedie sono tutte occupate. Dal cuore vi auguro questo, la tavola tutta occupata.

Ancora qualche pagina di serenità, un caffè e poi viaggerò fino a casa. Ascoltando un po' di rock cercando di sperare ancora nella neve. Pare che dal 26 arrivi l'inverno, forse mi scappa un sorriso.

Ed era arrivato così








lunedì 6 gennaio 2014

La testardaggine della Befana

È una notte di magia che da piccola aspettavo con paura e anche un po' di curiosità.
La Befana non mi è mai piaciuta, probabilmente la colpa è da attribuire a quel buontempone di mio padre, che si divertiva a terrorizzarmi con aneddoti che si concludevano quasi sempre con la Befana che mi avrebbe rincorso agitando la scopa (quale bambina sana di mente avrebbe potuto amare una vecchia strega sclerotica che odiava i bambini fino prenderli a scopate sulla schiena?) Così, la notte tra il cinque e il sei Gennaio, puntualmente, in casa mia c'era mia sorella silenziosa, lei era più grande e manteneva un certo contegno, papà che rideva, io che frignavo urlando che non avrei dormito in camera mia e la mamma che sgridava mio padre cercando di tranquillizzarmi inutilmente, e durante la notte, la solita storia:
"Ro'? Ro'?Roooo?"
Il mio sussurro nella notte, non potevo urlare, mi avrebbero sgridata e se, per disgrazia, fosse arrivata la Befana in quel momento, sarebbe stato un disastro, mi avrebbe dato una scopata addosso perché non stavo dormendo, allora aspettavo che le luci fossero tutte spente e la casa silenziosa.
Dal mio lettino, con un comodino che mi separava dal letto di mia sorella, cercavo di attirare la sua attenzione e, quando succedeva questo, volevo solo una cosa.
"Che c'è?"
"Dormi?"
"Dormivo, cosa vuoi?"
"Posso venire nel tuo letto?"
Le risposte variavano, in genere.
"Smettila, dormi adesso." oppure "Ma non c'è niente e nessuno, dormi che domani mangiamo il cioccolato."
La mia risposta era chiara e concisa. Disarmante.
"Ma io ho paura"
Non ero una che girava intorno alle cose, la soluzione più semplice era arrivare al dunque dicendo la verità.
La luce accesa nella camera di mamma e papà metteva fine alla discussione, interveniva mia madre dicendo a tutte due di dormire, che non c'era niente e poi sentivo che brontolava sottovoce a mio padre che in quel momento non trovava più la cosa divertente come qualche ora prima.
A luce spenta ricominciavo a chiamare mia sorella che, sfinita, e per paura che i miei sentissero di nuovo parlottare, mi diceva di andare da lei. E ci addormentavamo così. Strette in un lettino, sicure e sorelle.
A un certo punto della notte mia sorella si alzava e andava nel mio letto per dormire meglio, oppure mi svegliava e mi diceva di andare che era quasi giorno e io, insonnolita, obbedivo dimenticando scope, mostri o i fantasmi di cui parlava sempre la nonna paterna.
Generalmente mia sorella era più coraggiosa di me, anche perché capiva che le storie che raccontava mia nonna erano tutte inventate, e quelle di mio papà erano solo prese in giro, ma una sera anche il suo coraggio era stato messo a dura prova; e questo succedeva proprio la notte di un'Epifania di tanti, tanti anni fa.

Quella sera la mamma aveva preparato un minestrone così buono da essere battezzato e chiamato da mia sorella e da me, ancora oggi, "Il minestrone della Befana". Non un minestrone qualsiasi, ma un passato di verdura con la pasta e il pesto di basilico a metà cottura, per dare quel profumo che solo Genova riesce a comprendere realmente, molto denso e con tanto formaggio. Era l'unico modo per farci mangiare le verdure cotte, passarle e rendere il tutto il meno brodoso possibile.
In quel periodo c'erano in casa dei lavori in corso all'impianto di riscaldamento, era da poco trascorso un bellissimo Natale, quella sera si parlava del fatto che l'indomani la mamma avrebbe dovuto riporre le decorazioni e l'albero.
"Non possiamo tenerlo ancora un po'?"
Avevo sempre l'ansia quando si parlava di mandare la magia in soffitta, sapevo che la mamma avrebbe detto di no, spiegando che, dovendo andare al lavoro, successivamente non avrebbe avuto tempo.
Quella sera allungò la lista delle motivazioni.
"E poi, quando arriva la befana, riempie la calza ma deve portare via le feste."
Silenzio.
In quel momento realizzai due cose: Temevo la Befana e mi era anche antipatica perchè rubava il periodo più bello dell'anno.
Mio padre mi guardò, probabilmente intercettò la mia espressione e iniziò a prendere il discorso da lontano, ridacchiando:
"Che poi, sai, quella è un po' bisbetica, se non le dai qualcosa da portare via, ci sta che…"
E qui lo azzittì mia madre, con un mezzo sorrisetto malcelato dal tono severo.
"Smettila, che poi domani le troviamo tutte due sudate in un letto."
Questo bastò a farlo riprendere un po', memore di cosa succedeva quando avevo paura, e tutto finì in una frase rassicurante che sottolineava lo scherzo, troppo tardi.
Io con la Befana non scherzavo mai, per me, restava una vecchia matta che alzava le mani. E, anche se poi trovavo la calza piena, fino al mattino ero terrorizzata.
Quella sera i discorsi sulla befana furono censurati, per un po' ci dimenticammo tutti di lei. Fino all'ora di andare a dormire.
Calze sistemate vicino all'albero di natale, due lunghi calzettoni di lana più un enorme calzettone grigio di mio padre che guadagnò due occhiate torve. Se la Befana avesse riempito il suo, a noi non sarebbe rimasto nulla, ed era proprio di questo che stavamo parlando mia sorella e io, quando la mamma, passando a salutarci, fece un passo falso.
"Forza, adesso però spegnete la luce, altrimenti la Befana se vi trova sveglie si arrabbia."
Generico. Una frase lasciata lì in fretta e con troppa leggerezza per rendersi conto che "Befana" e "rabbia" nella stessa frase, era un innesco potentissimo.
Babbo Natale passava dritto se i bambini non dormivano, ma non si arrabbiava lui. La Befana sì.
"quella è una bisbetica…"
Anche l'espressione di mia sorella era cambiata. Papà scherzava, la mamma diceva sempre la verità.
A luci spente tutto galoppa, anche le fantasie più assurde si realizzano al buio. Pensavo al lettone della nonna materna, se fossi stata lì, in mezzo a lei e mia sorella, sarei stata al sicuro.
"Vecchia"
Non vuole neanche il latte e biscotti, la sua scopa non mangia carote, e niente letterina per la Befana. Niente di niente.
"la befana si arrabbia"
Era passato poco tempo da quando le luci si erano spente, dovevo sempre aspettare un po,' prima di iniziare a chiamare mia sorella, dovevo aspettare che i miei dormissero.
"Silvy?"
Mia sorella era una principiante, era troppo presto per chiamarmi, e poi, non era lei quella che doveva venire nel mio letto, ero io la più piccola.
(Se aveva paura anche lei, era la fine. La Befana era davvero pericolosa.)
"Che c'è?"
"Forse la mamma non voleva dire che la befana si arrabbia, voleva dire che andrà dritta."
Luce dalla stanza dei miei e solito rimprovero.
Buio.
Silenzio.
Pensavo a mia nonna, a casa sua e al lettone, entro poco sarei tornata a dormire con lei, e non vedevo l'ora che ricominciasse la scuola, solo per questo.
Pensavo alla befana, alla sua voce stridula, al suo naso bruttissimo e al neo sul mento. Allontanavo tutto questo pensando a Babbo Natale, al suo pancione e alla risata grassa e contagiosa; ai doni che mi aveva portato e ai dolcetti che avrei mangiato l'indomani.
La Befana.
Nonna, nonna, nonna.
La nonna mamma non mi raccontava mai fiabe spaventose come l'altra nonna, la nonna mamma mi raccontava Pinocchio e altre storie, mai fantasmi o streghe che rapivano le bambine.
"SBAM!"
Un rumore fortissimo aveva interrotto il mio debole tentativo di pensare ad altro. Luci accese, mia sorella e io sedute sul letto, mamma e papà in piedi a controllare.
"Dormite, non è successo nulla, era solo il coperchio del wc che si è abbassato."
Papà e mamma ridacchiavano dalla loro stanza. Papà rideva quando parlava della befana.
"Ro'?"
"Sì. Vieni qui."
Quella notte nessuna di noi due si era alzata per dormire più comode. Mentre restavamo appiccicate come album e figurina, i cuori iniziavano a rallentare la corsa, il sonno soffiava sui nostri occhi e il buio si colorava di sogni.
La voce della mamma ci trovò così; abbracciate in un lettino, i lunghi capelli appiccicati ai visi arrossati dal caldo eccessivo.
"Possibile che dobbiate dormire male, come devo fare con te?"
Il suo rimprovero era poco convinto, i miei occhi colpevoli e assonnati si posarono sul sorriso della mamma e l'udito intercettò un colpo di tosse dalla stanza di papà.
A differenza della mattina di Natale, il sei gennaio non mi alzavo per correre a guardare l'albero.
Ero una bimba attenta all'ABC delle norme di sicurezza personale.
La curiosità c'era, la voglia di guardare la calza anche, ma non volevo andarci da sola.
Scesi dal letto di mia sorella e scivolai tra le braccia di mia madre che mi portò nel lettone, da papà, borbottando perché ero tutta sudata, intanto chiamavo mia sorella affinché venisse anche lei. In realtà volevo andare a controllare la calza con qualcuno.
Quella mattina mio padre era stranamente tranquillo, nessun riferimento alla befana o al rumore notturno, niente di niente, e non era da lui. Quando mia sorella fece capolino nella stanza dei miei, ero pronta per andare a vedere cosa c'era in quell'angolo del corridoio.
Ormai la Befana doveva essere lontana.
Quando andavamo a guardare l'albero o le calze, i miei restavano sempre nella loro camera, inizio a credere che nel nostro modo di chiamarli, con l'entusiasmo e la meraviglia nella voce, ci fosse qualcosa di magico alle loro orecchie.
Quella mattina arrivammo lì e non trovammo le nostre calze. Silenzio e delusione.
"Mamma."
Un sussurro che io stessa stentavo a sentire.
I miei si affacciarono con espressioni degne di attori consumati. Facce preoccupate, eccessivamente serie, ma ero troppo piccola per badare a questa recita, gli occhi non si staccavano dal punto in cui erano state messe le nostre calze e non solo non c'erano dolci e sorprese, ma la befana si era portata via anche le nostre calzette.
"Oh miseriaccia, e dove sono le calze? Va beh dai, la mamma ve le ricomprerà più belle."
Ma il punto non era quello, il fatto era molto più serio, e papà sembrava proprio non capirlo. La Befana era passata e non aveva lasciato niente. Neanche una testa d'aglio per dispetto. Niente di niente.
Vecchia, brutta, bisbetica e ladra.
"Dai, oggi pomeriggio usciamo a comprare caramelle e cioccolatini, avrete lo stesso i vostri dolcetti."
Almeno la mamma era più pratica, restava il fatto che la befana da noi non lasciava mai caramelle e cioccolatini in calze prefabbricate, da noi la befana lasciava sempre uno scarponcino di cioccolato a testa, pieno di cioccolatini, caramelle, bastoncini di zucchero e carbone dolce. Bianco e nero. Lo scarponcino era una cosa che solo la befana lasciava, ed erano pochi i bambini che lo ricevevano.


Quella mattina mi trovavo a osservare un albero di Natale che pregustava il letargo e due spazi vuoti. Guardai il mio albero, non brillava come al solito, avrei dovuto salutarlo. Mi avvicinai e, proprio sotto, appoggiato al muro, c'era qualcosa.

"PAPÀ!!! Mamma, mamma, Ro'…" 
Il dito a indicare quello spazio nascosto e occupato da un grosso, enorme calzettone grigio con dentro due calzette rosse piene di dolciumi.
Le facce felici di mia sorella e la mia, quella vispa e furba di mio padre che reclamava le leccornie continuando a dire "Sono mie, sono mie, la befana le ha lasciate a me." e la mia preoccupazione, del resto non aveva tutti i torti e quella calza era davvero la sua.
Come sempre, fu mia madre a chetare gli animi, disse che la befana era una vecchietta, che forse era stanca e, siccome vedeva poco, aveva messo tutto nella calza più grande.
Quella fu un'Epifania un po' movimentata, guardavo il mio scarponcino che conteneva anche un paio di spicchi d'aglio (era un monito che non mancava mai), mentre mangiavo una caramella i miei genitori elogiavano la befana "Non è poi così male, visto? È una vecchina stanca che ama i bambini e porta loro dolcetti e gioia", ma io non sono mai stata convinta di questo; la Befana non mi è mai piaciuta, e serviva ben altro per convincermi del contrario. E questa cosa non poteva essere messa in una calza. La simpatia, la devozione, l'amore e l'amicizia, che tu sia adulto o bambino, non si comprano con un paio di dolcetti, né con i regali.
Ora vado a dormire, non vorrei avere un incontro ravvicinato con una scopa, anche se non appendo più la calza da anni, resta quell'atmosfera un po' cupa, quella da "due in un lettino, strette e sudate".
La notte è trascorsa, mi alzo e preparo il caffè, dimentico il sei gennaio, dimentico la befana e passando dalla sala scorgo Natale (il mio albero), penso che devo metterlo a riposare, oggi lo saluterò. Mi avvicino per accenderlo, ancora per un'oretta, e trovo una sorpresa. Non è lo stivaletto di cioccolato, niente aglio, niente carbone, niente paura. Ma è riuscita a trovarmi ancora, quella testarda. Ho riposto il mio albero, è sera, mi manca la luce calda rosso e oro che per un po' di settimane ha scaldato le mie serate al pc. Mangio una barretta kinder, sorrido e penso ancora di no. Non mi piace la Befana, e non capisco cosa lei trovi in me, probabilmente sa che la colpa è un po' di mio padre, che ancora oggi ridacchia al pensiero del coperchio del wc che si chiude nel silenzio della notte, forse ha pochi bambini che credono in lei, e cerca gli adulti di quell'infanzia credulona che si meravigliava con quella luce negli occhi e l'emozione nella voce. Forse è questo; non mi piace la befana, però sorrido al pensiero che io possa piacere a lei. Ancora.



mercoledì 18 dicembre 2013

Lo Spirito del Natale Presente

Per farla "alla Dickens" ho iniziato da QUI .
Come per il post precedente, ti avviso. Questo spazio contiene materiale altamente Natalizio. Se sei intollerante sei ancora in tempo per scappare.

Sono tanti i Natali del mio passato, gli aneddoti che mi hanno sempre regalato un sorriso o una gioia di quelle semplici che profumano di burro, farina, uova e zucchero; impastati, modellati e sfornati.
Ho avuto anche io il mio periodo "odio il Natale", non lo nego, fortunatamente durato poco, giusto la stagione transitoria di un'adolescente ribelle e insoddisfatta, una sciocca bamboletta che voleva uscire con gli amici e sbuffava a tavola con i parenti, ma poi sono tornata in me,  poi ho ricordato.
È una sera troppo vicina al 25 Dicembre, siedo a gambe incrociate sulla poltrona con il mac addosso; alla mia sinistra il cellulare che ogni tanto mi illude di non essere sola, alla mia destra c'è Lui, la mia compagnia.

Vi presento "Natale" o, meglio, una piccola parte del mio Albero.
Si chiama proprio Natale, come la festa che amo, come tutto il peso dei miei Natali passati accumulati in anni di addobbi e chiacchierate in penombra. Natale; come una persona, ma non come "un albero di Natale qualsiasi". Ogni dicembre compro un piccolo ninnolo da aggiungere, uno solo, perché è molto carico e perché il presente si vive con la novità di qualcosa che un attimo prima non sapevi, il nuovo è lo Spirito del Natale presente, e io lo osservo, lo ascolto mentre mi spiega le cose che non conosco.
Rosso e oro, luci multicolor e anima Blu.
Il mio albero si chiama Natale come il primo, comprato a buon mercato il primo anno che sono andata a vivere fuori casa, lontana da mamma e papà, lontana da quell'albero che profumava di resina e mi parlava con una voce più antica. Il mio primo albero era piccolo e carico come la slitta di Babbo Natale, poi sono passati gli anni e il materiale scadente lo aveva fatto piegare su se stesso, fino a quando ho cambiato casa e ho potuto permettermi un albero alto 180 cm. e, poco per volta, sono riuscita ad addobbarlo.
Tendenzialmente sono restia a buttare via i ricordi, ho tenuto il vecchio e piccolo albero per il balcone, fino a quando un vento esagerato lo ha dilaniato, allora ho pensato fortemente che il suo Spirito fosse passato nel nuovo acquisto e tutto è andato alla grande.
Ogni primo Dicembre, mentre il resto della popolazione aspetta l'Immacolata per gli addobbi, io passo una giornata a decorare Natale. Molte cose sono vecchie, arrivano dagli anni '90 e le distribuisco per casa, anche quella vecchia palla di neve che ormai al suo interno ha un babbo natale avvolto in una massa di gelatina, ma non posso e non voglio buttarla via, ha sempre qualcosa da raccontarmi.
Mentre penso al mio Natale 2013, le luci qui accanto aumentano l'intensità, con il giorno che da ore ha spento le sue, con l'artificiale diventato naturale.
Spengo il giorno, accendo la sera e penso a oggi, lasciandomi guidare dallo Spirito del Natale. Quello del presente.


"Non c'era niente di particolarmente felice nella città o nel clima, eppure aleggiava un'atmosfera di felicità tale che il più limpido cielo estivo e la più splendida notte d'estate avrebbero invano cercato d'eguagliare.  (Cantico di Natale- C. Dickens, Strofa III "Il secondo dei tre spiriti")"


Inizio a sentire il Natale più o meno da metà Novembre. Chi mi conosce bene si preoccupa quando non ne parlo e, soprattutto, quando non preparo i dvd Natalizi a portata.
Dal primo Dicembre inizio a decorare l'albero, in genere impiego una giornata per finirlo, se inizio al mattino e, un giorno per volta, addobbo casa, fino ad arrivare all'otto e alla renna ubriaca sulla porta di casa. Il tutto avviene con in sottofondo la proiezione di un film natalizio. Vado in ordine d'importanza, quelli meno classici fino ad arrivare a capolavori (a mio avviso) come Il canto di Natale, che ho in quasi tutte le sue versioni, animati e non, chiave moderna o meno, Scrooge resta il mio preferito. Da quando ero piccola è stato amore a prima lettura, il libro mi aveva un po' inquietata e ricordo che mi avevano preso un fumetto di Topolino in cui c'era la versione con Paperon de' Paperoni nella parte di Ebenezer Scrooge, giusto per farmi tranquillizzare sostituendo le immagini spaventose della mia fantasia con personaggi un po' più simpatici.

Siamo a una settimana dalla vigilia, e ho già provveduto ai regali, non mi sento un'eroina per questo, diciamo che mi gusto il Natale perché sono predisposta da dentro. Ho risolto tanto tempo fa la questione  stress, e l'ho fatto con la mia lista personale dei buoni, depennando tutti i regalini "per dovere". Non faccio niente se non per piacere ed è per questo che non diventa uno stress lo shopping Natalizio.
Le frasi fatte stile "a Natale siamo tutti più buoni" e la risposta "è ipocrita essere buoni solo a Natale e poi il resto dell'anno no" mi fanno sempre sorridere. Io sono così tutto l'anno, nel senso che sono simpatica con chi mi è simpatico e assolutamente inesistente con chi non mi piace (ok, qualcuno direbbe "anche un po' stronza" ma non è vero, sono solo "diversamente socievole") .
E a Natale faccio lo stesso.
Non sopporto chi deve ricambiare i regali a tutti i costi, quello è uno stress che le persone si possono evitare, mi fai un regalo perché hai avuto un pensiero per me, grazie, la cosa mi colpisce, soprattutto se mirato. Me lo fai affinché io corra all'ultimo momento a comprare qualcosa per te, ti attacchi. Se non sei sulla mia lista personale dei buoni, non ti regalo neanche una pallina di agrifoglio cascata dal vaso. Però ti auguro Buon Natale, e te lo auguro dal cuore.

Del Natale mi piace il calore del mio Albero, anche in questo momento, sono qui, scrivo, mangio cioccolatini e lui mi appoggia la sua luce sulle gambe, oltre la spalla; sbirciando questo spazio e brillando di energia positiva.
Aspetto a giorni l'arrivo dei miei genitori; che si vada da loro o che si spostino per venire qui, una cosa è certa: in cucina ci sta mamma, anche perché il regalo più bello è sicuramente la loro presenza unita ai sapori della mia infanzia. Ci troveremo tutti a casa di mia sorella, sicuramente più spaziosa del mio piccolo nido.

Sento sempre dire "non vedo l'ora che sia il sei gennaio" e mi si stringe il cuore, perché del Natale amo tutto il periodo che lo precede, l'albero con sotto i pacchetti da consegnare, la sua luminosità riflessa su carta colorata e sorprese di ogni forma. Mentre le pubblicità si sprecano, mentre la programmazione inizia a cambiare e accantonare palinsesti catastrofici, e sappiamo quanto ci sia bisogno di un briciolo di leggerezza unita alla speranza, potendo scegliere se farmi il sangue amaro con la politica o passare un paio di ore in serenerà, non ci penso troppo e schiaccio play, ho una videoteca natalizia molto assortita.
La mia tradizione è mettere il dvd del Canto di Natale versione Muppet's la sera della vigilia, subito dopo la mezzanotte,  quando si aprono i regali, solo che la confusione a casa di mia sorella e la pesantezza del cenone, fanno pensare al letto e, personalmente, immagino il mio Natale a casa mia, tutto solo e spento.
Allora rimetto il dvd in borsa, guai a dimenticarlo, e quando arrivo a casa accendo l'albero.
Natale.
Lo trovo sorridente, comprensivo e gioioso. Da lì a poche ore sarà il suo momento, allora mi guardo Festa in casa Muppet, sorseggiando un digestivo, guardando ogni tanto Natale che brilla, e lo fa anche senza i pacchetti sotto. Lascio giusto la mia immancabile scatola di Pandoro Bauli a tenergli compagnia e guardo lo schermo della tv lasciandomi accarezzare il cuore.
Non pretendo che tutti amino il Natale, alcuni avranno i loro validi motivi per detestarlo, altri ne avranno di buoni per far finta di odiarlo; a me non interessano le tendenze, se io amo Natale e lo aspetto tutto l'anno, di certo, non mi sento "sbagliata" o "fuori luogo", i problemi ci sono sempre, come le cattive persone o i crimini, poi ci sono io, che alzo le spalle, almeno per un breve periodo, e dimentico, sperando che nevichi, perché il Natale con la neve ormai lo vedo solo nelle cartoline, e mi basterebbe una giornata grigia, perché il sole non si può imbucare alla mia festa, però non si può avere tutto e mi accontento della neve nei film, del caldo della mia casa, delle luci del mio Natale e della sua voce.

"È Natale da un'ora e mezza e sei bellissimo."
"È Natale nei tuoi occhi, nel tuo cuore, e mi vedi così."
Non esistono alberi di Natale brutti, Ogni casa ne ha uno con il suo spirito, anche un vecchio melo senza foglie, se addobbato di lucine e amore, diventa bellissimo.
Questa sera guardo il mio albero, sa che sto scrivendo di lui, sa che Natale è vicino e sa che ne ho bisogno, per non dimenticare, per sperare e sentirmi piccola ancora una volta.
Fino al giorno tanto atteso, al pranzo con la tovaglia buona e la tavola imbandita a festa, fino a eliminare ogni traccia di sorpresa, anche il regalo messo al mattino, quello che la notte prima non compariva tra gli altri, quello portato da Babbo Natale, perché Babbo Natale non deluderà chi crede in lui.
Si mangerà tanto, troppo, le mandibole non si fermeranno un attimo "Prendi due mandarini che dissetano un po", sorriderò guardando mia mamma in meritato relax, l'ultima a sedersi e la prima ad alzarsi. Cercherò nel suo sguardo la luce della gioventù nascosta e ricorderemo qualche Natale passato, prima di riporre anche questo.

Festeggio il Natale con la famiglia, pochi intimi di qualità. Non lo passo più con zii e cugini, proprio perché non voglio si trasformi nella festa della falsità, vedo i miei parenti solo quando i miei vanno all'ospedale, e sono stati depennati dalla mia lista dei buoni.
Festeggio il Natale perché mi ritengo fortunata di avere ancora mamma e papà abbastanza in gamba, ma gli anni passano, e non so cosa i Natali futuri abbiano in serbo per me, spero ancora tanta gioia e gli abbracci dei miei genitori, dei miei cari. Vivo ogni Natale mentre il presente scivola e il suo spirito  ha la barba grigia. Arriva e passa in fretta, e la sera non riesco più a mangiare, resto a casa mia, con Natale un po' meno luminoso, forse è stanco, sono giornate lunghe per lui, e mi accorgo che ha i rami curvi, o forse sono io a vederlo così.
"Ancora pochi giorni e potrai riposare, amico mio."
"È sempre bello restare con te."
Vivo ogni Natale futuro per avere in tutti i presenti un passato da ricordare, guardandolo sul mio amico albero, in una vecchia stella, nella nuova campana, in quel ramo interno che ha un piccolo spazio per il Natale che verrà.
E, come un vecchio burattino inerme sulla sedia, lo riporrò nella parte più alta dei miei ricordi, domandandomi quanto tempo manchi al prossimo Natale. Sempre troppo.










martedì 10 dicembre 2013

Lo spirito dei Natali passati


"Marley, prima di tutto, era morto. Niente dubbio su questo. Il registro mortuario portava le firme del prete, del chierico, dell'appaltatore delle pompe funebri e della persona che aveva guidato il mortoro. Scrooge vi aveva apposto la sua: e il nome di Scrooge, su qualunque fogliaccio fosse scritto, valeva tant'oro. Il vecchio Marley era proprio morto per quanto è morto, come diciamo noi, un chiodo di porta.
Badiamo! non voglio mica dare ad intendere che io sappia molto bene che cosa ci sia di morto in un chiodo di porta. Per conto mio, sarei stato disposto a pensare che il pezzo più morto di tutta la ferrareccia fosse un chiodo di cataletto. Ma poiché la saggezza dei nostri nonni sfolgora nelle similitudini, non io vi toccherò con sacrilega mano; se no, il paese è bell'e ito. Lasciatemi dunque ripetere, solennemente, che Marley era morto com'è morto un chiodo di porta. "  (Incipit Cantico di Natale, Charles Dickens)
Inutile dire che, per me,  questo libro sta al Natale come i pinoli stanno al pesto alla genovese, la salsa verde al bollito o la mozzarella alla pizza. Poi c'è chi è intollerante, allora il discorso cambia, ma sono onnivora per quanto riguarda il cibo, quindi, scrivo parlando di me e senza la pretesa di divulgare il "verbo" spacciandolo per verità assoluta, come sempre.

Prima di proseguire, se sei intollerante, devo avvisarti che questo post contiene materiale altamente Natalizio; se hai problemi, la "X" è sempre lassù. Scappa, finché sei in tempo.

Fingerò di sentire la mia campana suonare l'una e di essere in piena notte. Abbracciata dalle lucine del mio Albero di Natale ricevo la visita dello spirito dei miei ricordi. Nessun fantasma, solo profumo di mandarini, di frittelle e la voce di un albero ben più lontano, quello vero che profumava di resina e perdeva aghi.
Quello che mi parlava.

"frrrrr frrrrr" restavo rannicchiata in quell'angolo ad ascoltare la sua voce, un'intermittenza difettosa che per me erano parole. Al buio di quell'angolo del salotto, mentre la mamma era intenta a mettere via le scatole vuote degli addobbi che ricordavo a memoria ma che, di anno in anno, guardavo con occhi diversi.
"Frrrr frrrrr"
"chissà Gesù Bambino cosa mi porterà?"
"frrrrrr frrrrrr"
La nonna mi aveva insegnato che i doni li portava Gesù Bambino, quando vedevo Babbo Natale in televisione facevo un po' di confusione, perché tutto il mondo aspettava il vecchio con pancione e barba bianca, vestito di rosso, e poi nessuna pubblicità mostrava un neonato con un sacco pieno di doni, ma la nonna aveva una risposta a tutto e quando iniziai a domandare perché, facendo notare che il vecchietto aveva più mezzi per accontentare i bambini, mi risposero "Babbo Natale porta i doni, ma è Gesù Bambino che gli dice cosa e a chi, inoltre gli dà il potere di volare con la slitta e riuscire a fare tutto in una notte" così, in un colpo solo, avevano risolto le domande scomode, senza doversi rimangiare la prima versione dei fatti. E io passai a Babbo Natale, con un occhio sempre verso Gesù Bambino, del resto, era lui che "comandava".

"Frrrrr frrrrr"
Il calore della stanza e il pavimento fresco. Amavo guardare la pelle delle mie manine colorarsi di lucine danzanti. Ora sì, ora no.
Ricordo che chiudevo gli occhi e li aprivo di scatto, per scovarle, a volte si spegnevano un attimo prima "frrrr" lo sentivo ridere, era il gioco più bello del mondo.
L'albero era panciuto, tutto colorato, non c'era una tonalità predominante. Le palline erano tutte in vetro, c'erano pigne argentate, rosse, verdi e blu, casette e alberelli di Natale in miniatura, piccole natività intagliate dentro sfere di vetro soffiato, così precise da sembrare progettate da architetti di fama internazionale. I festoni erano il contenuto degli scatoloni che mi era consentito toccare mentre i miei facevano l'albero, il tocco finale. Mentre indicavo i rami più spogli,  mi avvolgevo intorno al collo e alla vita questi "boa argentati" e facevo la diva anni '30.
La fila di Luci, anch'esse tutte colorate, era una catena di casette di plastica, poi c'erano le classiche stelline con tutti gli spuntoni, sì, quelle che si staccavano e finivano sotto i piedi facendoti saltare con le lacrime agli occhi e, infine, le mie preferite; una serie di lanterne bianche che assumevano il colore della lampadina. E, mentre anche l'ultimo festone avvolgeva i rami profumati del mio amico di sempre, saltavo felice, proprio come le immagini dei bambini intorno all'albero di Natale. Mi sentivo una bimba da cartolina, con le trecce e gli occhi pieni di felicità.
"Spegni la luce, presto!" e si accendeva la magia.




Dei Natali passati ho molti sprazzi di felicità, sono stata fortunata, forse per questo vivo questo periodo dell'anno con tanta gioia, o forse dovrei definirla nostalgia, onestamente non so collocare gli aneddoti in un preciso contesto temporale, so che il profumo era sempre quello, sia a casa nostra che dalla nonna.
Già dal mese di Novembre i miei mi tenevano sotto scacco con piccoli ricatti morali. Bastava dirmi "Va bene, tu continua pure, poi però, se sotto l'albero troverai gli aghi di pino…" e mi trasformavo in un angelo di bambina. La paura che Babbo Natale andasse dritto davanti al tetto di casa mia era tanta, e non ho mai avuto il minimo dubbio su questo: i capricci non piacevano alla mamma, a papà, alla nonna e neppure a Gesù Bambino e Babbo Natale. Oh, neanche alla Befana, se è per questo, ma ero terrorizzata da quella vecchia; più della paura di non ricevere dolciumi, c'era quella di vederla e beccarmi una scopata sulla schiena, era il modo per mandarmi a dormire senza storie e il passatempo preferito di mio padre, quello di terrorizzarmi con la Befana, ma questo è un altro capitolo, torno subito ai miei Natali, quelli che mi facevano comportare bene; mentre la mamma tornava dal lavoro un po' più tardi del solito e andava in giro per negozi un po' più volte del normale, ma non riuscivo a capire perché non ci fossero i sacchetti della spesa, passava dalla nonna a salutarci, a volte mangiava un boccone con noi e poi andavano a casa. Ogni sera la stessa storia, fino alle vacanze, e allora si tornava a casa, avevo nostalgia della nonna ma appena si faceva l'albero mi sentivo meno sola. E glielo raccontavo.
I giorni passavano e, a parte qualche panettone o dolcetti vari, non c'era ombra di alcun regalo. Sono cresciuta con l'attesa del passaggio di Babbo Natale, i pacchi dono apparivano solo dopo il suo arrivo: da zero a dieci. La magia era questa. Rendermi conto di quanti pacchetti apparivano dal nulla, la bravura dei miei genitori consisteva nel farmi sentire o vedere cose che non c'erano mai state.
"Hai sentito questa folata di aria fresca? vai a vedere, arrivava dalla sala" oppure "Erano forse campanelli quelli che ho sentito?" E io rabbrividivo per uno spiffero che non era mai esistito o asserivo di aver sentito il rintocco di un campanellino, forse erano due.
Mi affacciavo sulla porta del salotto, la stanza immersa nel buio, a tratti illuminata da casette, stelline e lanterne colorate "frrrr frrrrr" Il cuore che martellava nel petto, un po' per paura "Dormi, se fai la furba e cerchi di sbirciare, Babbo Natale va dritto e non ti lascia i doni." i miei genitori erano molto giovani quando hanno avuto mia sorella e me, a volte non resistevano e la notte della vigilia, quando eravamo un po' più grandine, ci tenevano sveglie, mettevano i doni e ce li facevano vedere prima di andare a dormire. Succedeva anche quando mia madre aveva da fare la mattina di natale e non poteva gustarsi il nostro entusiasmo, quindi appena scoccava la mezzanotte piazzava sotto l'albero tutti i pacchetti, dal primo all'ultimo, ci faceva una recita da oscar e noi scoprivamo la magia la notte della vigilia, così, la mattina dopo poteva alzarsi con calma e fare tutte le sue cose, mentre noi dormivamo con un sorriso stampato sulla faccia.
Una volta era anche successo che tutti e due erano crollati senza riuscire a sistemare i doni, quella mattina ero stata svegliata dalla voce agitata di mia sorella, era molto presto, si era alzata per andare in bagno e non aveva resistito senza dare un'occhiata al nostro albero.
"Babbo Natale è andato dritto, non è passato e l'albero è spento!"
La mia paura aveva superato la voglia di dormire, Babbo Natale era andato dritto. Mentre correvo a piedi scalzi per controllare che mia sorella non avesse sbagliato, mamma e papà dalla loro camera, ci redarguivano "Tornate a letto, è l'alba!"
C'era qualcosa di stonato. La sala era immersa nel buio, il mio albero non parlava e le luci erano sparite.
"Babbo Natale è andato dritto, mamma, papà, non ci sono regali!"
Tutto era sbagliato.
Non so quando fosse arrivata mia madre, dietro di noi, il viso incredulo, anche un po' colpevole e preoccupato, ma io ero già in lacrime; sentivo la risata di papà dalla camera, tossiva e rideva, non riusciva a parlare "Cucciola ahaha, vieni qui e raccontami cos'hai combinato per non prendere regali" e mentre non mi rendevo conto che, in realtà lui stava solo intrattenendo mia sorella e me, forse in un modo un po' opinabile, la mamma era andata chissà dove. Ricordo che ero infastidita dal buonumore di mio padre, gli spiegavo che non avevo fatto proprio niente, non avevo sbirciato neanche una volta e, mentre la mamma era ricomparsa, con un po' di fiatone e un mezzo sorriso d'intesa verso la sua divertita metà, eravamo tutti e quattro nel lettone a parlare, io con i lucciconi agli occhi, mia sorella più pensierosa, papà con le lacrime, ma non per il mio stesso motivo, e la mamma sempre con quell'espressione grave che però si dileguava nello sguardo.
"Shhh avete sentito?"
Tesi l'orecchio, forse qualcosa avevo sentito, un campanellino, un fruscio o un colpo di tosse. Papà, improvvisamente serissimo "Urca sì, adesso vado a vedere che non sia entrato qualcuno, 'spetta che mi alzo."
Non aveva ancora toccato il lembo del lenzuolo che mia sorella e io eravamo già davanti alla porta della sala.
"Frrrrr frrrrrr"
L'albero  parlava e le luci erano tornate: tutto era giusto.
Dei miei Natali passati, ricordo sempre quel breve lasso di tempo che sembrava infinito: il momento in cui gli occhi vedevano tutti quei colori, pacchi e pacchetti e il cuore assorbiva la magia.
Non parlavo, mi emozionavo, trattenevo il respiro e la prima a urlare era sempre mia sorella "Mamma, papà è passato, è passato Babbo Natale!"
Allora mi destavo da quello stato di apnea involontario e mi avvicinavo a lei che aveva già in mano un po' di pacchetti. Ricordo noi due, sotto l'albero,  papà e mamma sorridenti sulla soglia della porta, forse un po' troppo emozionati, ma la mamma si emozionava anche guardando la pubblicità dei bambini sconosciuti, non faceva testo all'epoca, i nomi sui pacchetti, e il rumore della carta strappata che copriva la voce del mio albero.

Nel mio passato ci sono lunghe sere della vigilia passate con mamma, papà e nonni paterni, loro erano più anziani della nonna che badava a mia sorella e me tutto l'anno, quindi passavano in genere una festa con noi e una con la figlia, la sorella di mio padre, quando loro venivano la sera della vigilia, passavamo il Natale con la nonna materna, che preparava a casa sua, così la mamma poteva anche riposare, lavorando tutta la settimana era molto stanca; e quando i nonni paterni passavano il Natale con noi, la vigilia si passava dalla nonna materna.
Quelli erano i Natali più massacranti per mia madre,  perché l'indomani avrebbe avuto a pranzo l'intera famiglia paterna. Il pacchetto comprendeva nonni, zia e cugine, fidanzate dei cugini e le tavolate si sprecavano, ma noi avevamo il nostro daffare con i regali, sapevamo che non si doveva stare intorno alla cucina, e tutto filava liscio.
Di quanto ero piccola, ricordo i racconti di mia mamma e della nonna, dei loro Natali, alcuni un po' tristi, mamma ha perso il papà in età molto tenera, aveva dodici anni ed era la più grande di tre fratelli. Raccontava che quando c'era suo papà era sempre una festa lunghissima. Conoscevano famiglie poco fortunate, chi era vedova, chi aveva poche possibilità. La famiglia di mia mamma non era ricca, ma all'epoca mio nonno aveva una discreta posizione lavorativa e tutti loro potevano ritenersi fortunati, quindi mia nonna e lui preparavano una spesa da portare a famiglie di loro amici che, per un motivo o per l'altro, non potevano permettersi un Natale decoroso, e qui, non si trattava di regali e giochi per i più piccoli, ma di pietanze da mettere in tavola. Passavano la vigilia da una, poi si univano tante altre persone conoscenti, chi portava le frittelle, chi l'arrosto, chi il brodo e chi i dolci, la famiglia che ospitava in genere preparava le torte di verdura, cibo più economico, buono al palato e salvezza per il loro amor proprio, "così partecipavano attivamente alla festa senza sentirsi troppo poveri" diceva la nonna, e la mamma con lo sguardo perso in una malinconia lontana, annusava la buccia di un mandarino, con un sorriso triste.
Quando la nonna rimase vedova, aveva poco tempo per piangere la sua solitudine, lei non aveva mai lavorato, e c'erano figli da far studiare. La sua prima preoccupazione,
Nonostante le condizioni economiche fossero cambiate notevolmente, portò avanti la tradizione del gesto caritatevole nei confronti di persone meno fortunate, anche se lei aveva perso tutto. E per "tutto", qui si parla di quella parte di sé che era cuore, sangue e tanto amore. La sua quercia.
Quando eravamo bambine ricordo che la nonna materna aveva sempre un pacchetto per qualche persona anziana. Non erano giochi, vestiti o calzini, erano cose che io non capivo che tipo di regalo potesse essere. Caffè, zucchero, pasta, latte e biscotti. A volte mi portava con lei, qualche giorno prima delle feste, e le persone che andavamo a visitare erano due vecchiette, una di queste aveva una sorella un po' svitata e  mi faceva tanta paura, a casa loro non c'era albero, non c'erano luci e, a parte un vecchio Presepe che sembrava più un paese terremotato, non c'era traccia dello spirito Natalizio.
Da quando mia madre era cresciuta, ovviamente il Natale si faceva ognuno a casa propria, non esistevano realtà o condizioni come quelle della sua infanzia, o meglio, erano ben nascoste, ma né lei né mia nonna, dimenticavano queste due vecchiette.
"Lei mi portava sempre i mandarini e qualche caramella. Non avevano i soldi per il latte, ma non si dimenticava mai di me e degli zii." Era la gratitudine di una donna sola che era stata aiutata da amici in un momento nero della sua vita. A modo suo, rimase vicina a mia nonna nel suo dolore, fino a quando il sorriso del tempo si sostituì alle sue lacrime nascoste. Mia mamma, ancora oggi, ricorda la discrezione del dolore della nonna, per non lasciar trasparire la sua disperazione e dare un po' di coraggio a lei, l'unica figlia femmina che aveva avuto tutto l'amore di quel padre scomparso troppo presto, e ai miei zii ancora più piccoli.
Questi racconti mi mettevano un po' di tristezza, ma poi passava, intanto la nonna friggeva le frittelle, mentre la televisione mostrava la pubblicità della Bauli o della Vecchia Romagna etichetta nera, e io pregavo affinché Babbo Natale né Gesù Bambino mi facessero mai trovare sotto l'albero una bottiglia di quella roba lì.



Ci sono alcune immagini del passato che mi seguono ovunque io vada, nel periodo delle festività natalizie. Ancora oggi, quando vado per strada, osservo le luminarie a bocca aperta, le serate del mese di Dicembre offrono un panorama serale che mi scalda il cuore. Quando cammino per strada, la sera, resto incantata dalle luci degli alberi che si vedono dalle finestre di case sconosciute, immagino gioia e serenità di famiglie mai viste, o almeno, mi auguro sia così, e penso sempre di vedere una piccola peste con le trecce e il naso appiccicato al vetro.
A casa mia l'albero di Natale si faceva rigorosamente di fronte alla finestra. Quando era finito si aspettava venisse il buio, per uscire in giardino e ammirarlo. Non sono cresciuta in città, lo vedevamo solo noi e le poche persone che passavano dalla stradina adiacente casa, ed era uno spettacolo di un'intimità disarmante. La nonna, invece, abitava in un appartamento, ma anche lei addobbava un albero davanti alla finestra. Il suo era guardato da molte più persone e lei aveva un'altra usanza. I miei zii decoravano i vetri delle finestre con disegni a tema. Mi piaceva aiutarli, anche se, puntualmente, scarabocchiavo e molte volte cercavano di farmi trovare tutto pronto per evitare capricci da parte mia (ma avevano sempre il jolly, loro:  "se non fai la brava Babbo Natale tira dritto") e lavorare in pace.
La notte di Natale, la nonna, accendeva sempre una candela davanti alla finestra più piccola della casa, dopo aver tolto le tende, per non appiccare incendi a sorpresa e nell'angolo della sala c'era un presepe immenso.
Io giocavo con le sue statuine, lei me lo lasciava fare; poi tornava a casa lo zio Piero e brontolava perché trovava pastori dentro la capanna e pecore sui tetti delle case, ma il presepe a casa mia non c'era, quindi dalla nonna c'era un divertimento diverso e poi il suo albero non parlava come il mio.

Ogni anno, la nonna, prendeva un grosso ramo secco. Uno di quelli spogli, con le dita scheletriche, talmente marrone da sembrare nero.
lo fissava in un vaso pieno di vecchi maglioni, copriva il tutto con carta da regalo riciclata, metteva poche palline, qualche batuffolo di ovatta e una fila di lucine colorate. Sembrava un paesaggio invernale innevato. Era bellissimo.
Il suo piccolo balcone era decorato con una fila di luci grandi come palline da tennis, erano arancioni, verdi, gialle, blu e bianche, con l'effetto buccia d'arancia, e ricordo che la sera, con il nasino appiccicato al vetro, osservavo i passanti, avevo lo sguardo fiero; pensavo che nessuno di loro avesse quelle luci, ed era vero. Quelle luci erano sopravvissute, probabilmente, a una qualche battaglia di quelle che si studiano sui libri di storia, infatti non ne avevo mai viste in giro, come quelle.
La Vigilia a casa della nonna era ricca di storie, essendo meno persone a tavola, si riusciva a guardare La vita è meravigliosa e altri vecchi film a tema, poi c'erano i racconti tratti da classici come quello di Dickens, o storie di Natali molti diversi dalla mia realtà, vissuti sulla pelle e nel cuore dei narratori, io ascoltavo a bocca aperta, e quando tornavo a casa ero talmente stanca da non avere paura dei tre fantasmi del Natale, e poi sarebbe arrivato Babbo Natale e, a differenza di Scrooge, amavo questa festa, non correvo alcun rischio.

Intanto, nel mio presente di donna, sono scese le prime ore della sera, fuori il freddo è umido, accanto a me c'è un albero con tanto di nome, che mi parla. Non come quello del passato ma, a modo suo, lo fa.
Lo spirito dei miei ricordi si sta dileguando ma prima ha ancora qualcosa per me.



Non ricordo i motivi che portarono tutte quelle persone a casa mia quella Vigilia, so solo che, per mia sorella e me, proprio Quella è stata La Notte di Natale per eccellenza.
C'erano i nonni paterni, la zia, le cugine, la mia nonna materna, gli zii e noi quattro. Mamma, papà, mia sorella e io.
Prima di parlare della magia di quella notte, è bene dire che mia mamma e la zia paterna, erano anche colleghe di lavoro. Quando prendevano la tredicesima, e sì, quando ancora quella mensilità extra aveva il suo giusto peso, la devolvevano a figli, nipoti e cibarie per cena e pranzo festivo.
La zia regalava sempre a mia sorella e me qualcosa d'importante, lo stesso faceva mia madre con i suoi figli, anche se uno dei miei cugini era già in età da fidanzata e non facevamo in tempo ad abituarci al nome di una, che dovevamo subito impararne un altro. Quell'anno era il turno di Tiziana. C'era anche lei, con i suoi capelli biondo platino lisci e lunghi e le unghie smaltate di rosso, l'ombretto sugli occhi e un profumo buonissimo. Ricordo che non smettevo di guardarla, fino a quando non presi la mia bambola e le dissi che aveva gli stessi capelli. E non era proprio stato un complimento per lei, visto che disse di avere i capelli molto più morbidi, con un tono da smorfiosa un po' più acido del normale. Decisi che Tiziana non mi era simpatica. E non lo era neanche a Rebecca, la mia bambola.
Eravamo circa sedici persone. In casa, quell'anno, c'erano dei lavori in corso a causa dell'impianto di riscaldamento, la sala non era agibile e i miei genitori avevano deciso di mangiare in un rustico che in genere usavano per le feste estive o quando si facevano le pizze e il pane caldo nel forno a legna. Era la baracca del forno, come la chiamavamo noi, in realtà era un ambiente molto ampio con stufa e forno a legna. Piastrelle linde e servizio di acqua corrente, calda e fredda. Della baracca aveva ben poco. Esisteva da quando ci abitava mia mamma con i miei zii, la casa dove vivono tutt'oggi i miei genitori, era la casa d'infanzia di mia madre, modificata per molti aspetti, ma sempre lei. Il mio rifugio.

Ricordo che ero un po' triste perché non avrei avuto il mio albero di natale sott'occhio, a causa dei disagi in casa era stato allestito alla fine del corridoio, allora mio padre aveva addobbato, in fretta e furia, un piccolo ramo di abete anche nel rustico, giusto per non vedere più il mio broncio, e fu una serata perfetta.
La mamma aveva lavorato dalla mattina presto intorno ai fornelli, aiutata dalla nonna, mia zia era arrivata verso sera portando altre cose buone, nessun pacchetto fra le mani, ma questa era la normalità, non ci aspettavamo niente dalle persone noi. Infatti, per non creare ulteriore confusione, avevamo il Babbo Natale di mamma e papà, quello della nonna o quello della zia, ecc. In pratica loro avevano chiesto un dono per mia sorella e me e noi dovevamo ringraziare per il pensiero. Del resto io, a Babbo Natale e per gentile intercessione di Gesù Bambino, chiedevo cose per me, mica per qualcun altro, e loro erano proprio carini, tutti, a pensare a noi.
La sera di quella Vigilia trascorse tra risate, cibo e giochi. Arrivata una certa ora iniziavo a fare il giro delle braccia. Un po' dai nonni, un po' dalla zia, da papà e dalla mamma; sbadigliando sbirciavo mio cugino e la sua nuova bambola intenti a sbaciucchiarsi e, come tutti i bambini stanchi e annoiati, non trovavo l'abbraccio comodo. Fino a quando non arrivai dalla nonna. Le sue braccia erano come il proprio letto dopo una settimana di vacanza. intanto sentivo il suo profumo e la sua voce, chiudevo gli occhi, li riaprivo, li chiudevo ancora. Nell'aria il tintinnio dei bicchieri e il profumo delle bucce di mandarini sulla stufa a legna. Il calore era piacevole, rassicurante.

Dal rustico a casa c'era una scalinata di cemento e un tratto di strada al buio, quando si doveva andare in bagno c'erano le solite raccomandazioni "metti il cappello, chiudi il cappotto davanti, vieni qui che ti metto la sciarpa" Uscire da un ambiente riscaldato dalla stufa a legna, per affrontare il gelo notturno di Dicembre, faceva sì che, una volta fuori, comprendessi il motivo di tutti quegli strati di lana. Era scoccato il momento "pipì". In genere veniva sempre la mamma o la nonna ad accompagnare la bambina che aveva bisogno del bagno, la casa era chiusa a chiave e il buio esterno era rischioso, i ruzzoloni si sarebbero sprecati se ci fosse stata un po' di disattenzione. Lo dissi sottovoce alla nonna, la mamma sentì e disse a mia sorella e alle mie cugine di approfittare della sua guida per andare in bagno. Le proteste arrivarono "a me non scappa" e, mentre mi stratificavano d'indumenti, anche la zia e i nonni iniziarono a insistere affinché tutti i bambini andassero in bagno.
Ricordo che mentre tutti protestavano, io ero molto indaffarata a restare concentrata per non bagnare i pantaloni, una volta arrivati in casa la prima cosa che vidi fu la luce del mio albero, in fondo al corridoio, e mi sorrideva. Intorno solo due scatole di cioccolatini e un pandoro Bauli, forse anche un panettone.
Nient'altro.
Corsi in bagno, intanto sentivo mia cugina Francesca che parlava con mia sorella dalla nostra cameretta, lì accanto. Si stavano togliendo cappotti e sciarpe, quando uscii, aprendo la porta, lo spettacolo davanti ai miei occhi mi lasciò senza parole e respiro.
Sotto l'albero erano comparsi così tanti pacchetti, che non si vedevano i rami bassi.
A bocca spalancata restai immobile sulla soglia, chiamai mia sorella a voce alta, solo lei. In quel momento avevo dimenticato cugini, zii e nonni, avevo dimenticato perfino i capelli platinati e stopposi di Tiziana, volevo mia sorella, mamma e papà.
Mia sorella si affacciò dalla camera, guardò me sulla soglia del bagno e seguì il mio dito puntato verso l'albero.
"Mamma, papà, è arrivato, è arrivato!"
Era sempre lei che sbloccava la situazione.
Uno a uno, dalla cucina, si affacciarono gli adulti, mia cugina era più grandina, era nella fase "forse Babbo Natale non esiste", ma quella notte si tolse i dubbi, almeno per un po' ancora.

La bravura dei miei era quella di farti vivere la magia del Natale. Avevano aspettato che passassimo tutte davanti a quell'albero, testimoni inconsapevoli. Nel giro di poco piazzarono tutto e si tolsero dalla vicinanza. O forse non erano stati loro, non quella volta.
So solo che così tanti regali tutti insieme non li avevo mai visti. Non erano tutti nostri, eravamo tanti bambini, ma a casa mia si confezionava anche un sacchetto di palloncini o una scatola di Crystal Ball. Quella fu la vigilia di una bambola bellissima che, ancora oggi conservo. Ok, non ride e non piange più, ma esiste e si chiama Nella. Babbo Natale dello zio Piero.
Carrozzina come quelle vere, palloncini, libri da colorare, altra bambola, scatola di colori, pennarelli, calze, mutande, caramelle e cioccolatini. Pentoline e tante cose per tutti. Quella è stata La Vigilia, mentre tutti ridevano e giocavano, io ridevo piangendo; ed ora che si è fatto giorno, il fantasma dei miei ricordi sta andando via, lasciando un po' di quel profumo ad avvolgere queste giornate. E sono qui. Presente, con il Natale odierno, con altre cose che mi fanno amare questi giorni, con altri pensieri che oggi vivo con un po' di compere da fare, con il cuore di bambina e così tanta gioia da sperare sempre di essere contagiosa, così dicono, nel periodo dell'anno che amo di più.
Nella