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mercoledì 16 dicembre 2020

Chissà se sarà Natale

- Silvy sentissi che vento c'è qui; e il freddo, Silvy, il freddo è quello asciutto di quando c'erano i nonni e facevamo i salami, ma tu eri piccina. Ti ricordi, Silvy?

Mamma e i tentativi di rispolverare la sua giovinezza e la mia infanzia, mamma e il sorriso nella voce come non ascoltavo da tempo, mamma che incalza il passato a farsi sotto e, in una manciata di secondi, decido di farmi prendere per mano lasciandomi accompagnare in quella baracchetta che per l'occasione si trasformava in macelleria.
L'odore del nonno paterno era qualcosa che avrei riconosciuto a occhi chiusi. Una mescolanza tipo terra arsa dal sole, tabacco ed erba bagnata. Quando faceva merenda e, con il suo pane e formaggio beveva due dita di vino, odorava anche di mosto.
In quei giorni freddi di Gennaio, l'odore di pancetta e di prosciutto non riuscivano a mascherare le note di cuore.
Ricordo che mia sorella e mia cugina scappavano arricciando il naso, io volevo entrare, mamma cercava di mandarmi a giocare, il nonno rideva e tirava fuori uno dei suoi coltellini a serramanico, il mio preferito era quello minuscolo, bianco madreperlato e il nonno mi raccontava sempre la stessa storia, quella della principessa che possedeva quel coltello, una storia così ricca di particolari,  sempre gli stessi, mai una virgola diversa, tanto che, nel corso degli anni, quasi ho pensato fosse tutto reale. Facendomi spazio sulla sedia di legno accanto a lui, mi piazzava sotto al naso una spessa fetta di carne e mi faceva vedere come tagliarla, i pezzi erano grandi, troppo, ma era l'unico modo per non farmi tagliare le dita, poi lui o mia madre o mio padre li ripassavano e li trasferivano nella grande madia.

-Chi misura la carne dosa anche il sale. Stesso pugno, stessa unità di misura.

E ancora oggi che il nonno non c'è più, non esistono proporzioni né calcoli matematici. Chi conta le manciate di carne a due mani, dosa con un pugno di sale, senza sbagliare. 

A pochi giorni da Natale guardo il cielo grigio e ascolto ancora mia madre.

- Magari arriva la neve, ricordi quando siamo rimasti senza acqua perché si era ghiacciata nei tubi e il cancello di casa era murato dai cumuli? Avevamo l'elettricità, per fortuna, e mangiavamo la carne tagliata a listarelle con peperoncino e olive nere. 
Tu la chiamavi la carne a salamino.

Il telefono e la percezione di una vicinanza fittizia.

-Ti ricordi, Silvy, quando sei scappata fuori con il cucchiaio da portata perché volevi aiutare papà a spalare la neve? Com’era arrabbiato quel giorno, quando ti ha visto arrivare con me dietro che gesticolavo con il cappello e la sciarpa di lana, però, ha smesso all’istante d’imprecare contro il tempo e si è illuminato di un sorriso che solo un padre innamorato riesce a fare. Come eravamo giovani, com’era bello vedere il nostro futuro nel vostro sguardo e nei vostri passi traballanti, sono volati questi anni, Silvy, siamo stati fortunati, forse tu non ricordi le nevicate di questo angolo di mondo, e la galaverna, la galaverna la ricordi, Silvy?

Oh, mamma, come posso dimenticare il mio angolo incantato, ero la Principessa di papà, la mamma delle mie bambole e la regina dell’inverno. Vivevo in un paesaggio glaciale. Gli alberi con i rami spogli erano rivestiti di un ghiaccio color diamante così magico da sentirsi invincibili.
Con la galaverna non si usciva per tanto tempo quanto con la neve, il paesaggio si lasciava ammirare dai vetri appannati della finestra della cucina, rigido e austero, mentre tu, mamma, spuntavi con i calzettoni pesanti fatti dalla nonna con gli scarti della lana dei maglioni, sì, quelli che pungevano i piedi ed erano fatti di tanti colori diversi che Missoni levati.

-Chissà, Silvy, se farà la neve a Natale.


Mentre un velo d’incertezza incrina le sue parole, mentre chiede a  mio padre di aprire le persiane della sala, mentre abbassa di un tono la voce, quando lui si allontana, mia mamma mi sussurra che loro  staranno buoni buoni anche soli,” faremo Natale un’altra volta”.
Ma io ricordo la videochiamata di qualche mattina fa, ricordo mio padre, il suo sguardo rivolto altrove quando mia mamma diceva la stessa cosa, quando in lei vedevo  la forza interiore fare a pugni con la mano che tremava  versando  il caffè, in papà  vedevo la paura e  la rassegnazione di un uomo con il domani incerto, e le aspettative  alte.
Chissà se a Natale nevicherà, chissà Se Natale.


lunedì 6 novembre 2017

Cartolina dal ciglio

Cara mamma,

è da tanto che non ti scrivo, da quelle letterine imposte dalla maestra, copiate e ricopiate per colpa di una cancellatura di troppo o di una sbavatura colorata che faceva così disordinato, e il disordine, lo sai, a Suor Gisella non piaceva. Lei ci dettava l'amore in rima, mamma, e io dovevo amarti così, a piccoli balzi, impacciata, come un colibrì. Visto che disastro? Proprio non ci riuscivo. Io voglio amarti come mi hai insegnato tu, ansiosa, preoccupata, apprensiva e sì, diciamocelo mamma, anche un po' nevrotica, seppur amorevole e presente. Attenta.
In rima no.
Cara mamma, finalmente è arrivato un Novembre familiare, non freddo come quelli dei proverbi della nonna, ma grigio abbastanza da sentirmi un po' più viva. Non so se te l'ho detto, ma quest'estate mi ha messo in ginocchio, sono stata male mamma, ma non potevo dirlo a te, non come avrei voluto io, perché se c'è una cosa che ho capito di te, è che tu lotti sempre per qualcosa o qualcuno che non sia tu, ed è questa la tua forza e la tua fragilità, in questo ci somigliamo abbastanza. Ora che l'estate è passata vivo nel terrore che questo inverno voli via in fretta, tanto da non riuscire a trattenere la condensa delle parole urlate al vento tagliente, tanto da ritrovarmi in un riverbero giallo che non mi rispecchia, ma che mi tiene prigioniera dentro l'effetto morgana che mi solca il viso.
Sono passati alcuni mesi, la mia app dice che manca poco a Natale, e quest'anno lo sento poco. Scherzo sulla neve che non arriva, sui doni e sui film, ma volevo dirti che al telefono non puoi vedere lo sguardo serio, quasi assente, di una donna delusa. Una volta mi hai raccontato che le persone ti cercano solo quando stanno male e di quando non sentivi le colleghe, amiche o cugine, perché stavano bene, poi tornavano quando dovevano annunciare guai e disgrazie e tu eri sempre lì, pronta ad ascoltare, fino a quando hai esaurito la tua energia, allora sono scomparse tutte. Una volta mi hai raccontato della tua attenzione a non annoiare gli altri con i tuoi problemi, tu che hai sempre avuto la delicatezza di non pesare sulle persone vicine, figuriamoci sugli estranei, e avrei voluto dirti che ho imparato da te queste lezioni, tanto da sembrare forte e competente, come se ci credessi davvero ai miei "andrà tutto bene" mentre quella paura sottile che tutto crolli, mi vibra sotto i piedi.
Sabbia.
Cara mamma, Novembre è arrivato, ho acceso i termosifoni e fuori piove, no, non scrivo per parlarti del tempo, volevo dirti che vivo nel terrore tu possa stare peggio di così, che sono un'arrogante del cazzo, ma è tutta scena, e sono stanca di elargire risposte; le persone vogliono consigli, le risposte invece non piacciono, sono dirette, come l'aria del mattino dei Novembre dei proverbi della nonna. Cara mamma, ho ricominciato ad avere paura di sognare, vorrei chiederti di raccontarmi i tuoi di sogni, ma ho paura anche dei sogni degli altri, vorrei chiederti di non dormire, potresti ascoltarmi parlare di quando m'insegnavano ad amarti in rima, io che sono cresciuta amandoti così, come un dipinto astratto, nato dall'emozione più nascosta del suo pittore. Vorrei ascoltarti ricordare e accarezzare la giovinezza nel tuo sguardo, per una notte intera, forse due, per poi addormentarmi accanto a te e potermi sentire ancora un po' piccola; quel tanto da rimandare le responsabilità, fino alla prossima estate, fino al grigio dell'orizzonte osservato dal vetro appannato del tempo.
Lascia stare la clessidra, mamma, lascia ferma la sabbia e raccontami un altro proverbio Novembrino.