Non so quando sia stata la prima volta o forse sì, ma è un altro caso, anche se il posto in cui mi trovo è lo stesso.
Cambia che sono più stanca, e percorrere questo strano quartiere fatto di silenzi potrebbe farmi prendere pause più lunghe.
Cambia che sono grande, e le donne della mia età hanno le palle, i figli e sorridono sempre. L'ho letto da qualche parte su twitter e mi domando quando, esattamente, io sia stata castrata, perché non ho nessuna di queste caratteristiche.
Ed ecco che mi trovo in questo posto, lo stesso di qualche anno fa, lo stesso in cui a volte incontro qualcuno che mi sembra di conoscere, ci scambio due battute e poi riprendo a correre in silenzio, per andare in qualche dove o scappare da dove non so.
La gente vuole.
Per una conferma a questo non serve alcun master, né la tv o le riviste.
La gente vuole e tu non puoi farci nulla, ma sarai al top finché darai.
Puoi dimenticare o puoi far finta che sia giusto in quanto ciclo della vita, qualcosa tipo prendere e prendere o, se si tratta di te, dare e dare, e sorridere, sperando d'invecchiare sorridente ma, quando una sferzata di vento improvviso sbatte la porta e i vetri della finestra esplodono per tutta la stanza, non fingi più.
Salti.
Salti e ti tagli i piedi.
Nel posto in cui mi trovo le giornate sono formate da tante notti tutte uguali.
A volte volano, ti ritrovi a svegliare casa e città. Insospettabile, nel tuo sorriso spento sotto lo sguardo spaventato e attento di chi aspetta quella sferzata di vento, per non saltare troppo, per tagliarsi un po' di meno la pelle già ferita.
Oggi non piove, l'allerta era una bugia che dovevano dire, un po' come "la morte è una cosa naturale", vero, ma fanculo e grazie.
Io non sono pronta e ho paura.
Nessuno è pronto ad accettare la propria morte o quella di una persona cara, forse il vecchietto centenario che spera di andare dalla sua amata persa tanti anni fa, e dico forse.
Non racconto a cosa penso quando non dormo, perché mi prenderebbero per pazza o, peggio, per stupida "ma cosa vai a pensare, sciocca, tu sei giovane e anche tua sorella, tutte le persone che ami…" e mi domando come possano non vedere che la gente muore, e lo fa senza distinzione di sesso o di età.
Non posso dire questo a mia mamma o a mia sorella, loro sono state rapite da Dio, lo stesso Dio che gioca alla slot con la vita di tutti. E mi sento ripetere "Dio volendo, grazie a Dio, Dio non voglia, Dio mi aiuta" e guardo gli occhi segnati di mia madre, il sorriso spento di chi ha paura d'inveire per il suo dolore. Di chi ha paura di tutto, forse anche di Dio, ma non lo ammetterebbe mai.
Una rassegnata accettazione e l'elaborazione distorta di un lutto così inaspettato da far imprecare anche un Santo.
Poi penso a chi non c'è più, così giovane e così lucido, e ci penso di notte quando non dormo, penso che lo zio capirebbe se gli parlassi delle mie paure e della mia rabbia. Come aveva capito quando gli avevo parlato di tutte le altre cose.
Penso a chi si rivolge a Dio quando non ha più alcuna speranza e si addormenta così. Sperando, forse.
Penso a mamma e sorella che pregavano.
Prima per la guarigione, poi per un po' di tempo in più e, alla fine, per una cosa rapida e sono state esaudite,
grazie a Dio.
E io che di notte mi aggrappo a un mal di pancia, penso a tutto questo e molto di più.
Penso che potrei avere la stessa cosa, penso che Dio potrebbe decidere di farmela pagare perché non sono dolce e docile come loro, perché non prego, perché alzo le spalle, ma sì, mi ha rubato mamma e sorella, che se le tenga, purché non le chiami troppo presto, purché adesso sia soddisfatto per un bel po'.
E mi sono ritrovata qui, arrivata da non so dove, ma era solo una belva che dormiva e ho seguito il suo russare.
Dio che gioca a isolarti da tutti, a suo piacimento, ma ti diranno che era un suo disegno. E dovrei ringraziare e correre a comprare una cornice.
Dio sa che lo tengo d'occhio
e sa anche che sono quella che si guarda intorno e si accorge dello schifo, mentre gli altri sono indaffarati a pregare e cercare la serenità, dentro, fuori, intorno. Solo il meglio, in nome di quel Dio che ne ha così tanti da far girare la testa. Loro pregano e fingono di non vedere, loro pregano e soffrono, pregano e ringraziano per la loro sofferenza. Io le guardo e soffro, le guardo e darei loro fuoco, solo un po', per vedere se ringrazierebbero anche per questo.
La gente vuole.
La tua attenzione, la tua sensibilità, affinché diventi la loro sensibilità, quanti "sono sensibile" ho coccolato calpestando la mia buona fede, e ti sembra di toccare la sensibilità degli altri, la maneggi con cura e non pensi che loro, con la tua sensibilità, quella che tu non hai mai sbandierato, ma che loro giurano di aver visto e sentito, possono costruirti la più impenetrabile delle prigioni. E poi ti accorgi che quello che per te può essere un malinteso, per loro era già condanna e, alla faccia delle persone sensibili, sorridi e te ne vai per la tua strada, arrivando fino a qui, un posto diverso per ogni persona, anche per chi vuole senza dare. Anche per chi prega e se ne fotte.
E sto bene qui, mi sento io.
Senza chi ti tiene sotto scacco con ricatti morali, senza chi ti prosciuga anche l'anima, senza darti un bicchier d'acqua per idratarti il cuore.
Qui.
Senza domande, senza retorica, piena di sarcasmo e libera di vomitarmelo addosso. Nel mio angolo, dove se vuoi entrare devi bussare, e non è detto che io apra.
"Lascia che sentano il tuo profumo", mi diceva la nonna "Non indovineranno mai tutti gli ingredienti, ma li inventeranno."
Cara dolce nonna, che profumava di saggezza e di non so quali altri bei momenti.
Qui.
Dove se esistesse una regola, quella, l'avrei dettata io.
Qui.
Senza preghiere né miracoli.
Qui.
Guarda mamma, senza cornice.
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martedì 20 gennaio 2015
venerdì 10 gennaio 2014
1001
Quando non puoi dormire vuoi; senza ponderare troppo, senza elencare nė chiedendosi i perché.
Dei mille e uno volti della notte riconosco quello stanco, quello con lo sguardo perso lontano, dentro una stanza che sa di fumo, di birra e di noi. Con le pareti proibite e le rifiniture complici, con l'interno rumoroso, con un "shhh, fai piano" nella testa, e un sorriso affiorato da quel morso partito dagli occhi.
Ti guardo e ti volti, il viso familiare "Tu, chi sei?" E mi riconosco in questa notte pigra e troppo lenta per riuscire a scappare, allora non resta che viverla e dormire lontano, che poi, dormire ė un po' fuggire, senza alzarsi dall'ozio, dormo via, tenendo gli occhi spalancati, passando dalle tue mani alle mie, senza soste inutili, noi che abbiamo fretta e non possiamo fermarci.
(Noi che non vogliamo)
Mentre disegno i volti della notte, ora luna ora sole, tramonto e alba. Notte trasformista, notte di bisogni e di voglie, una, cinque, dieci, mille e una notte, insonnia da favola, di quelle che "raccontamelo ancora" e ti vedi bella attraverso i suoi occhi, perché tu non sai guardarti così e non ti credi più, ma non è poi così importante crederti o forse sì, e non è questo il punto se a guardarti è la notte.
Quando non vuoi dormire voli via e saluti la luna, guardi la città da lassù e ti senti dio, solo che non schiacci alcun pulsante, perché non hai voglia di giocare, perché hai una notte che scivola via, poco pratica da gestire, ma c'è, e non posso mandarla a casa sua, allora non voglio essere dio, preferisco essere me, perché di sentire le voci della gente non ho testa.
Torno in quella stanza e stai già dormendo.
Fammi posto, fammi presto, fammi. Notte.
Dei mille e uno volti della notte riconosco quello stanco, quello con lo sguardo perso lontano, dentro una stanza che sa di fumo, di birra e di noi. Con le pareti proibite e le rifiniture complici, con l'interno rumoroso, con un "shhh, fai piano" nella testa, e un sorriso affiorato da quel morso partito dagli occhi.
Ti guardo e ti volti, il viso familiare "Tu, chi sei?" E mi riconosco in questa notte pigra e troppo lenta per riuscire a scappare, allora non resta che viverla e dormire lontano, che poi, dormire ė un po' fuggire, senza alzarsi dall'ozio, dormo via, tenendo gli occhi spalancati, passando dalle tue mani alle mie, senza soste inutili, noi che abbiamo fretta e non possiamo fermarci.
(Noi che non vogliamo)
Mentre disegno i volti della notte, ora luna ora sole, tramonto e alba. Notte trasformista, notte di bisogni e di voglie, una, cinque, dieci, mille e una notte, insonnia da favola, di quelle che "raccontamelo ancora" e ti vedi bella attraverso i suoi occhi, perché tu non sai guardarti così e non ti credi più, ma non è poi così importante crederti o forse sì, e non è questo il punto se a guardarti è la notte.
Quando non vuoi dormire voli via e saluti la luna, guardi la città da lassù e ti senti dio, solo che non schiacci alcun pulsante, perché non hai voglia di giocare, perché hai una notte che scivola via, poco pratica da gestire, ma c'è, e non posso mandarla a casa sua, allora non voglio essere dio, preferisco essere me, perché di sentire le voci della gente non ho testa.
Torno in quella stanza e stai già dormendo.
Fammi posto, fammi presto, fammi. Notte.
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giovedì 26 settembre 2013
Chiedilo alla luna
Quanti silenzi mancano per concludere questa notte?
Quante le ore che dovrei dormire?
Non guardo più il soffitto, non voglio sdraiarmi, non posso.
Guardo oltre e resto ferma, come quando sono di fronte al mare, come se.
Quanti vuoti per arrivare al muro?
Quanti sorrisi crepati prima di essere me?
Anche la luna è venata, per questo è fredda; e vorrei toccarla con un dito per scoprire se fa ancora male, ma è nascosta dalle nuvole, mi guarda e penso che forse vorrebbe toccare me per sapere di cosa sono fatta, se fa male e se m'illumino, ma non ha il coraggio di uscire.
Resto immobile, luna nascosta.
Accarezzo le mie paure, luna ferita.
Mentre brucio l'ultima prima di andare a dormire e non vorrei abbandonare questo cielo nascosto, non vorrei nascondermi a esso; e penso a questo mentre mi faccio più piccola, ma non abbastanza da inventare un nome alle stelle.
E penso a cosa, ma non rispondo.
Lscio che scorrano i titoli di coda di questa giornata, anche se siamo già a domani e ieri è finito. Ecco un buon motivo per andare a dormire, chiudere ufficialmente ieri, e la luna lo sa, per questo resta sveglia.
Ripasso tutto prima di dormire, conosco le battute a memoria, dal Buongiorno distratto a quello sorridente, nascondendo la luna dietro le lenti scure, schiacciandola dentro, c'è posto, sono una persona lunatica e lunare, ma dipingo il sole sulla faccia per nascondere la luna nel cuore.
La gente non lo sa, la gente non sa mai niente e se glielo chiedi sa tutto, ma io non sono tutto e non voglio esserlo, mi basta poter mostrare la luna, senza pretenderla e senza chiederla.
Ripasso ancora, ma la so, sarò promossa anche oggi e poi andremo a festeggiare, la luna e io, ovunque i segreti ci porteranno, in silenzio, abbracciate, e potrò togliere il sole dal viso, e potrò dire che ogni tanto fa male, però non dovrebbe servire, perché la luna lo sa, ma non dice niente.
mercoledì 28 agosto 2013
Proiezioni scomode
Scrivo piano, per non svegliare la città.
In punta di dita scorrono i pensieri, e sorrido alla notte che si è acquattata accanto a me, ha voglia di raccontarmi una storia che conosco, perché la notte è ladra di vite se resti sveglio. Lei sorride e legge i tuoi pensieri, mentre ti accarezza il viso, e non puoi fare a meno di aprire per lasciarla entrare.
E mi vuoi raccontare di quando non riuscivo a staccarmi da quelle braccia, di quel bacio che doveva essere l'ultimo, e poi ancora e ancora.
La notte proietta le immagini della mia mente sullo schermo spento della tv, e non mi riconosco ma sono.
Chiudo gli occhi, perché fa male, perché vedere e sentire significa rivivere, ma non è la stessa cosa, non è il posto giusto, e manca qualcosa. Manca sempre qualcosa per concludere la scheda della serenità, un punto stella, due punti jolly e qualche margherita.
Non farmi vedere, lasciami guardare; non voglio sentire, ascoltami; devo andare, resta ancora un po'.
La notte che passeggia sulle domande e lentamente scivola, appoggia la testa sulle mie gambe e sente.
La notte che corre sulle risposte, e si asciuga le lacrime, bagnandomi la pelle.
La notte che fa la misteriosa all'arrivo dell'alba e sparisce.
E mi vuoi spiegare il nesso di tutto questo, come se ci fosse un solo senso, mentre ognuno rivendica la propria terra di confine, mentre la pelle vibra, mentre si stacca una foglia dall'albero, mentre il vento la solleva dolcemente per alleggerire la caduta, mentre sono preda delle tue mani e cado. Sprofondo.
La notte mi parla di te, e scorriamo silenziosi, con la pelle scritta e l'inchiostro fresco. La notte che non può dormire e non sa cosa siano i sogni. La notte che legge la mia mente e confonde le cose. La notte che racconta poesie e sogna con me, a buio acceso, vestita di Blu.
Spogliata dalla ragione, vestita di coraggio.
È più notte del solito. Rido per colorare la mancanza, per nascondermi in quell'abbraccio e far finta di dormire. Mentre il fuoco brucia e il ghiaccio ancora di più. Vorrei dormire, ma non sono più capace e non è facile,
E ti guardo dormire, mentre maledico la luce del sole.
È una notte che vuole restare a farmi compagnia, in silenzio mi sorride, come il migliore degli amici che sa quando è ora di tacere.
È una notte da mordere il cuscino per non urlare. O da andare al bar.
Per me, la solita malinconia. Questa volta facciamo in tazza di vetro.
In punta di dita scorrono i pensieri, e sorrido alla notte che si è acquattata accanto a me, ha voglia di raccontarmi una storia che conosco, perché la notte è ladra di vite se resti sveglio. Lei sorride e legge i tuoi pensieri, mentre ti accarezza il viso, e non puoi fare a meno di aprire per lasciarla entrare.
E mi vuoi raccontare di quando non riuscivo a staccarmi da quelle braccia, di quel bacio che doveva essere l'ultimo, e poi ancora e ancora.
La notte proietta le immagini della mia mente sullo schermo spento della tv, e non mi riconosco ma sono.
Chiudo gli occhi, perché fa male, perché vedere e sentire significa rivivere, ma non è la stessa cosa, non è il posto giusto, e manca qualcosa. Manca sempre qualcosa per concludere la scheda della serenità, un punto stella, due punti jolly e qualche margherita.
Non farmi vedere, lasciami guardare; non voglio sentire, ascoltami; devo andare, resta ancora un po'.
La notte che passeggia sulle domande e lentamente scivola, appoggia la testa sulle mie gambe e sente.
La notte che corre sulle risposte, e si asciuga le lacrime, bagnandomi la pelle.
La notte che fa la misteriosa all'arrivo dell'alba e sparisce.
E mi vuoi spiegare il nesso di tutto questo, come se ci fosse un solo senso, mentre ognuno rivendica la propria terra di confine, mentre la pelle vibra, mentre si stacca una foglia dall'albero, mentre il vento la solleva dolcemente per alleggerire la caduta, mentre sono preda delle tue mani e cado. Sprofondo.
La notte mi parla di te, e scorriamo silenziosi, con la pelle scritta e l'inchiostro fresco. La notte che non può dormire e non sa cosa siano i sogni. La notte che legge la mia mente e confonde le cose. La notte che racconta poesie e sogna con me, a buio acceso, vestita di Blu.
Spogliata dalla ragione, vestita di coraggio.
È più notte del solito. Rido per colorare la mancanza, per nascondermi in quell'abbraccio e far finta di dormire. Mentre il fuoco brucia e il ghiaccio ancora di più. Vorrei dormire, ma non sono più capace e non è facile,
E ti guardo dormire, mentre maledico la luce del sole.
È una notte che vuole restare a farmi compagnia, in silenzio mi sorride, come il migliore degli amici che sa quando è ora di tacere.
È una notte da mordere il cuscino per non urlare. O da andare al bar.
Per me, la solita malinconia. Questa volta facciamo in tazza di vetro.
lunedì 26 agosto 2013
L'incoerenza della notte (delirio dell'insonnia)
Stanotte prenderei il primo volo per andare in un luogo a sorpresa, a differenza di ieri, che sarei stata chiusa a pensare ai fatti miei, dicendomi che nessun posto è accogliente come le pareti di casa.
Stasera mangerei una vagonata di nutella, e ieri dicevo che evito la cioccolata in estate, perché non mi soddisfa; perché con il caldo fa male, ma è venuto il temporale e l'aria è fresca, quindi la nutella ci starebbe benissimo, come il nero sul bianco, come cacio sui maccheroni, come (stop).
Berrei un caffè, ma poi non dormo, e sono già le 2.10 Mi accontento di una Red Bull, così metto le ali e volo in quel posto a sorpresa.
Non ho fame e sgranocchio Pringles, ho voglia di silenzio e alzo il volume della musica, domani è lunedì e per me sarà domenica.
La notte mi assomiglia, sono una persona lunare, e anche un po' lunatica, così dicono gli altri e gli altri hanno sempre ragione, così mi hanno detto, ovviamente sempre loro, gli altri, allora alzo le spalle e lo dico anche io, intanto continuo a fare come mi pare, tenendomi il fagotto di torto e girando il mio mondo, quello piccolo, quello che mi hanno lasciato gli altri.
Ho paura del temporale e tengo la finestra aperta perché mi piace l'odore della pioggia; è una notte da corrompere, da sorprendere, come si dovrebbe fare con chi ti sta a cuore, e ora che l'ho scritto sono fregata, perché lo leggo e mi gira in testa, fulmine a ciel sereno, nonostante le nuvole. Non si chiedono le sorprese, si desiderano e si ricevono, o si fanno, ma non si chiedono, perché se poi non arrivano e lo hai detto a voce alta, non puoi continuare a giustificare chi non ti merita o non ha la capacità di sorprenderti come all'inizio. Magari non ha voglia, e quello che ha attirato la tua attenzione era tutto lì, consumato in un attimo, perché non si deve risparmiare in certi casi, le persone devono essere inesauribili, se finiscono presto vuol dire che avevano poco, oppure hanno le scorte sotto chiave. La passione non è avara, brucia e non sente il caldo dell'estate, scalda in inverno e la indossi in qualsiasi stagione. Conosco la mia passione, riconosco quella degli altri, perché è come una piuma invisibile che ti percorre e solletica tutto il corpo, lui parla e ti abbracci per nasconderti, per abbassare la pelle, poi fanculo, la lasci così, rialzata, e chissenefrega, la bruci. Riconosco l'assenza di passione, è una notte senza giorno, un giorno senza notte, un mozzicone di candela che galleggia nell'acqua e tu non hai niente per asciugarlo, un fiammifero che non vuoi buttare via così.
Un aereo tra le nuvole, vorrei essere lì. Starà andando in quel luogo a sorpresa, quello che doveva essere la mia sorpresa, invece sono qui che evito di alzare gli occhi verso lo schermo della tv perché c'è un film horror, e ormai sono le 2.30 passate, mi è bastato vedere una mano mozzata, ho il telecomando sul tavolo. Non ho voglia di alzarmi a prenderlo. Scruto il monitor e fanculo all'aereo che è passato (maledetto anche il correttore che mi cambia fanculo con fanciullo). Ora ho perso il filo del discorso, posto che ne abbia tenuto in mano un capo, forse no, forse non c'era alcun filo, del resto, c'è il temporale, tira vento e ho dovuto bloccare anche la finestra.
Vado a dormire, ma non ho sonno.
Sono incoerente, come potrei non esserlo, la notte non è coerente, per questo la amo così tanto.
Berrei un caffè, ma poi non dormo, e sono già le 2.10 Mi accontento di una Red Bull, così metto le ali e volo in quel posto a sorpresa.
Non ho fame e sgranocchio Pringles, ho voglia di silenzio e alzo il volume della musica, domani è lunedì e per me sarà domenica.
La notte mi assomiglia, sono una persona lunare, e anche un po' lunatica, così dicono gli altri e gli altri hanno sempre ragione, così mi hanno detto, ovviamente sempre loro, gli altri, allora alzo le spalle e lo dico anche io, intanto continuo a fare come mi pare, tenendomi il fagotto di torto e girando il mio mondo, quello piccolo, quello che mi hanno lasciato gli altri.
Ho paura del temporale e tengo la finestra aperta perché mi piace l'odore della pioggia; è una notte da corrompere, da sorprendere, come si dovrebbe fare con chi ti sta a cuore, e ora che l'ho scritto sono fregata, perché lo leggo e mi gira in testa, fulmine a ciel sereno, nonostante le nuvole. Non si chiedono le sorprese, si desiderano e si ricevono, o si fanno, ma non si chiedono, perché se poi non arrivano e lo hai detto a voce alta, non puoi continuare a giustificare chi non ti merita o non ha la capacità di sorprenderti come all'inizio. Magari non ha voglia, e quello che ha attirato la tua attenzione era tutto lì, consumato in un attimo, perché non si deve risparmiare in certi casi, le persone devono essere inesauribili, se finiscono presto vuol dire che avevano poco, oppure hanno le scorte sotto chiave. La passione non è avara, brucia e non sente il caldo dell'estate, scalda in inverno e la indossi in qualsiasi stagione. Conosco la mia passione, riconosco quella degli altri, perché è come una piuma invisibile che ti percorre e solletica tutto il corpo, lui parla e ti abbracci per nasconderti, per abbassare la pelle, poi fanculo, la lasci così, rialzata, e chissenefrega, la bruci. Riconosco l'assenza di passione, è una notte senza giorno, un giorno senza notte, un mozzicone di candela che galleggia nell'acqua e tu non hai niente per asciugarlo, un fiammifero che non vuoi buttare via così.
Un aereo tra le nuvole, vorrei essere lì. Starà andando in quel luogo a sorpresa, quello che doveva essere la mia sorpresa, invece sono qui che evito di alzare gli occhi verso lo schermo della tv perché c'è un film horror, e ormai sono le 2.30 passate, mi è bastato vedere una mano mozzata, ho il telecomando sul tavolo. Non ho voglia di alzarmi a prenderlo. Scruto il monitor e fanculo all'aereo che è passato (maledetto anche il correttore che mi cambia fanculo con fanciullo). Ora ho perso il filo del discorso, posto che ne abbia tenuto in mano un capo, forse no, forse non c'era alcun filo, del resto, c'è il temporale, tira vento e ho dovuto bloccare anche la finestra.
Vado a dormire, ma non ho sonno.
Sono incoerente, come potrei non esserlo, la notte non è coerente, per questo la amo così tanto.
martedì 6 agosto 2013
E la notte bussò
È una notte fresca e seria come i guai, questa. Una di quelle notti in cui se esci fuori hai freddo, se resti in casa hai caldo, se bevi hai fame e se mangi hai sete.
E premo le cuffiette sulle orecchie, come quando ero piccola e mi appoggiavo alla radio per isolare il resto, come se la musica fosse il mare e quella scatola di plastica una conchiglia.
È una notte che sta aspettando qui fuori e non so ancora dove mi porterà, e, a dirla tutta, non sono pronta.
Era quasi fatta, un attimo e sarei andata a dormire, invece arriva la notte sotto casa e suona il citofono, puntuale come un esattore, solo che al posto dei soldi mi toglie il sonno. allora apro un foglio bianco, lo osservo e inizio a scrivere, anche se non so ancora dove andrò, non so che nome dare a questo silenzio, però mi piace, ci diamo del tu.
Allungo le gambe stanche, accendo una sigaretta e mi preparo senza troppa convinzione, penso alle stelle e alla loro eleganza, mentre io sono qui a ricevere la notte in pantaloncini e canotta, a piedi scalzi, con i capelli scompigliati e i pensieri incastrati in mezzo, non ero preparata, come accade quando incontri l'ex per strada e non sei mai sistemata troppo bene, mentre lui è splendido e ti dice di trovarti bene e vorresti strappargli la faccia, ma ti dai un tono e sorridi, senza rispondere "anche tu", perché omettere non è mentire.
Ma la notte è diversa, quando arriva ti guarda come nessuno mai. E sai di essere bellissima, anche con canotta, pantaloncini, scalza e con i capelli scompigliati. I pensieri, già, quelli però non fai in tempo a metterli nell'elenco che escono per farsi accarezzare, come puttane che scodinzolano per avere una porzione di amore artificiale.
È una notte saggia come le storie negli occhi di un vecchio pescatore, quelle inventate e quelle vissute, che neanche lui ricorda più quali siano le une o le altre.
E la carrellata di ricordi sfila, mescolata alla fantasia. Vissuto e immaginario, sogno o realtà, poco importa, sono fuori con la notte e tutto è concesso, almeno, fino all'arrivo dell'alba. Mentre porto le ginocchia verso il petto, per sentirmi più raccolta,
come in un abbraccio,
come tra due mani,
come in uno sguardo.
Bisogno di sentirsi bene in una trappola.
E non riesco a stare ferma, alzo il volume della musica per non ascoltarmi, incrocio le gambe e sistemo il portatile sulle ginocchia, ma fa caldo e la pelle brucia nel modo sbagliato; non dovrebbe andare così, è tutto sbagliato, fuori posto e anche la musica stona, ma sembro l'unica a sentirla; la notte sorride, per lei è tutta uguale la musica, mi guarda, con quegli occhi indulgenti, lo sguardo che si riserva a un bambino che, nel giochino della Chicco, cerca d'incastrare la stella nello spazio della luna.
Quando il gioco cambia, quando non si rispettano più le regole e ti accorgi che stai indossando solo una canotta e dei pantaloncini consumati, ti senti nuda a una festa di gala, e forse, neanche così bellissima sotto quello sguardo scuro; perché la notte, se vuole, sa mentire; e se credi in lei sei una stupida.
È una notte che sta aspettando qui fuori e non so ancora dove mi porterà, e, a dirla tutta, non sono pronta.
Era quasi fatta, un attimo e sarei andata a dormire, invece arriva la notte sotto casa e suona il citofono, puntuale come un esattore, solo che al posto dei soldi mi toglie il sonno. allora apro un foglio bianco, lo osservo e inizio a scrivere, anche se non so ancora dove andrò, non so che nome dare a questo silenzio, però mi piace, ci diamo del tu.
Allungo le gambe stanche, accendo una sigaretta e mi preparo senza troppa convinzione, penso alle stelle e alla loro eleganza, mentre io sono qui a ricevere la notte in pantaloncini e canotta, a piedi scalzi, con i capelli scompigliati e i pensieri incastrati in mezzo, non ero preparata, come accade quando incontri l'ex per strada e non sei mai sistemata troppo bene, mentre lui è splendido e ti dice di trovarti bene e vorresti strappargli la faccia, ma ti dai un tono e sorridi, senza rispondere "anche tu", perché omettere non è mentire.
Ma la notte è diversa, quando arriva ti guarda come nessuno mai. E sai di essere bellissima, anche con canotta, pantaloncini, scalza e con i capelli scompigliati. I pensieri, già, quelli però non fai in tempo a metterli nell'elenco che escono per farsi accarezzare, come puttane che scodinzolano per avere una porzione di amore artificiale.
È una notte saggia come le storie negli occhi di un vecchio pescatore, quelle inventate e quelle vissute, che neanche lui ricorda più quali siano le une o le altre.
E la carrellata di ricordi sfila, mescolata alla fantasia. Vissuto e immaginario, sogno o realtà, poco importa, sono fuori con la notte e tutto è concesso, almeno, fino all'arrivo dell'alba. Mentre porto le ginocchia verso il petto, per sentirmi più raccolta,
come in un abbraccio,
come tra due mani,
come in uno sguardo.
Bisogno di sentirsi bene in una trappola.
E non riesco a stare ferma, alzo il volume della musica per non ascoltarmi, incrocio le gambe e sistemo il portatile sulle ginocchia, ma fa caldo e la pelle brucia nel modo sbagliato; non dovrebbe andare così, è tutto sbagliato, fuori posto e anche la musica stona, ma sembro l'unica a sentirla; la notte sorride, per lei è tutta uguale la musica, mi guarda, con quegli occhi indulgenti, lo sguardo che si riserva a un bambino che, nel giochino della Chicco, cerca d'incastrare la stella nello spazio della luna.
Quando il gioco cambia, quando non si rispettano più le regole e ti accorgi che stai indossando solo una canotta e dei pantaloncini consumati, ti senti nuda a una festa di gala, e forse, neanche così bellissima sotto quello sguardo scuro; perché la notte, se vuole, sa mentire; e se credi in lei sei una stupida.
martedì 30 luglio 2013
Il sangue della notte
Di questa notte amo lo sguardo fiero.
La notte è audace, complice la tenebra che nasconde l'imbarazzo di sguardi che divorano.
La notte è una Signora dai lunghi capelli di seta e le movenze di una pantera.
Di notte il silenzio ha una voce bassa che ti accarezza l'anima, e ti lasci andare con i sensi tesi.
Della notte amo le premesse.
La notte stringe nella mano una rosa, facendo colare la calda oscurità lungo la pelle candida dell'innocenza.
La notte ti affronta a mani nude, spògliati.
È di notte che mi spoglio davvero di ogni maschera e fardello. Una vecchia amica che un tempo ho combattuto senza armi, fino a essere atterrata. Ci siamo guardate bene in faccia, occhi negli occhi, entrambe con il fiatone, non mollava la presa, fino a farmi chiudere gli occhi, sconfitta. È stato allora che, mentre aspettavo il colpo di grazia, è arrivata una carezza, e ho sentito il peso addosso diminuire.
Abbiamo bevuto insieme birra e caffè, fumato e sorriso.
Non sei in confidenza con qualcuno finché non ti vede piangere. Non abbiamo più segreti la notte e io.
Mi teneva la mano per non farmi tremare, restandomi accanto, quando mancava l'aria e tutto diventava buio, quello sbagliato, quello freddo. Il buio che ti dilania.
Ho visto la notte triste, alle prime luci dell'alba, allontanarsi fino dissolversi, come un amante onirico al risveglio, e il giorno era distratto, troppo acceso per occhi stanchi ed arrossati. La sua luce m'infastidiva, così come il suo rumore. Allora ho cercato la notte negli angoli più nascosti, evocandola al buio di una stanza e al silenzio della mia voce. Si faceva attendere, ma alla fine arrivava sempre, ed io non avevo più paura, perché di notte la gente non esce e non ti cerca. Tornavo a vivere, senza maschera, con la musica nelle orecchie e il blu nelle vene, sotto la pelle inchiostro a fiumi, con la notte che stringeva la rosa e sorrideva, sorrideva e mi colorava di vita, fino a farmi addormentare di vita, per svegliarmi un attimo prima che svanisse, e salutarla.
Adesso vado a dormire, colorata di vita, mentre la notte stringe quella rosa più forte del solito. Ci fosse la luna colorerebbe anche lei. Vado a dormire, perché l'ho promesso a questa notte, e lei non se ne andrà senza svegliarmi con un bacio, per svanire lasciandomi il suo sorriso e la promessa di tornare.
domenica 14 luglio 2013
Notte amante mia
Una notte troppo buia questa. Unica fonte di luce il monitor e la luna è ancora troppo nascosta per illuminare questo cielo che ha deciso di non indossare neppure un stella.
Caffè e red bull scorrono nelle mie vene e non voglio fare quel che dovrei: dormire.
Il periodo più brutto della mia vita l'ho passato maledicendo la notte. Quando non chiudevo occhio, quando il letto era una prigione e di dormire non se ne parlava.
All'epoca avevo paura del pre-serale, iniziavo a bere camomilla dalle 19 e dopo le 15 neanche un caffè. Crollavo sulla poltrona e quando andavo a letto gli occhi si spalancavano, il soffitto mi guardava minaccioso e io contavo, ripassavo ogni ricordo, mi ripetevo di dormire, usavo anche l'imperativo, ma non funzionava. Aspettavo le prime luci dell'alba e mi alzavo. Non avevo nulla da perdere, a parte la luce del giorno.
Ricordo benissimo quando la notte diventò mia nemica, ma quella è un'altra storia molto triste, che non ho voglia di raccontare. Non stanotte.
Una volta sconfitti i mostri, o forse li ho solo chiusi nel ripostiglio, ho ricominciato a parlare con la notte, ad esserne complice. Ad amarla, come si fa con la più lussuriosa delle passioni.
Non esiste notte senza musica.
Non esiste notte senza ricordi.
Non esiste notte senza malinconia.
Non esiste notte senza sospiri.
Non esiste notte senza bisogni.
Come quando dici che le fate non esistono e ne secchi subito una. Ecco, io ho tutto e la mia notte esiste. La vivo, la brucio e l'assaporo.
Se non riesci a dormire, diventa amico della notte, riuscirà a farti trascorrere il tempo in fretta, e, quando sarà mattino, ne vorrai ancora un po', ma dovrai aspettare, perché la notte è puttana, si concede, ti fa impazzire e poi va via. Lasciandoti in quel letto sfatto con il desiderio di ricominciare. Ché il giorno, in fondo, è un po' troppo bacchettone.
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sabato 6 luglio 2013
Gli occhi dei pensieri
Di quelle notti che dovrebbero durare giorni, tanto domani è sabato e si dorme, e premere la musica nelle orecchie per coprire il rumore dei tasti, nessuna distrazione dai pensieri, ché sono delicati alcuni di loro. Basta un respiro più profondo per farli scappar via; e ti lasciano lì. Senza averti dato modo di guardare il loro volto.
Non conoscere il colore degli occhi dei propri pensieri è qualcosa che non augurerei al mio peggior nemico, è come aggrapparsi alla carta velina mentre stai precipitando. L'afferri e pensi "sono salva", ma non finisci la parola e ti trovi nel vuoto a braccia larghe e precipiti, senza sapere se il pensiero fosse accattivante, intelligente o vuoto.
Si strappa la carta e nessuno ti presenta le tue voglie, i tuoi desideri, le tue paure o le tue ossessioni. Era qui, di fronte a me, se solo avessi alzato lo sguardo un attimo prima, adesso staremmo bevendo insieme un birra e disquisendo del più e del meno. Lui saprebbe che ho gli occhi neri e io saprei di che pasta è fatta la mia mente. Cerco un altro pensiero, ma a quest'ora dormono tutti, tranne quelli che avevo messo in soffitta perché non li uso più. La scala interna è impolverata e in quell'angolo ci sono le ragnatele. Poi, chi mi dice che sarebbero disposti a venire fuori; al loro posto, io mi volterei dall'altra parte. È come sentirli "Guarda, la stronza, adesso si ricorda di noi, non parlatele." e non avrebbero tutti i torti.
Uno scalino.
Posso dire che di spalle era ben piazzato, forse era un pensiero atletico.
Due scalini.
Le distrazioni si pagano.
Tre scalini.
Ricordo ancora gli occhi dolci di quel pensiero estivo.
Quattro scalini.
E la paura di quello che era strabico.
Cinque scalini.
Ma quello di poco fa era ben piazzato.
Sei scalini.
Gli occhi, però, raccontano tutto.
Sette scalini.
È fuggito prima.
Resti lì, con la mano sulla maniglia di quell'angolo e pensi alle ragnatele.
Non sono poi così sicura di voler guardare cosa ho nascosto lì dentro.
Torno giù, mentre Ivan Graziani canta, isolo ogni rumore e vado a sbattere tra due braccia forti, sollevo lo sguardo e ricordo.
Ha gli occhi color nocciola questo pensiero, veste di nero come la notte, ci guardiamo e cambia. Indossa il Blu; in mio onore. Ci fissiamo a lungo e adagio la testa sulla sua spalla. Ho solo voglia di dormire adesso, per pensare meglio, indossandoti come fossi un pigiama. Ma non chiudere gli occhi finché non dormo, veglia sui miei sogni, anche quelli che non si possono dire.
Soprattutto quelli
Non conoscere il colore degli occhi dei propri pensieri è qualcosa che non augurerei al mio peggior nemico, è come aggrapparsi alla carta velina mentre stai precipitando. L'afferri e pensi "sono salva", ma non finisci la parola e ti trovi nel vuoto a braccia larghe e precipiti, senza sapere se il pensiero fosse accattivante, intelligente o vuoto.
Si strappa la carta e nessuno ti presenta le tue voglie, i tuoi desideri, le tue paure o le tue ossessioni. Era qui, di fronte a me, se solo avessi alzato lo sguardo un attimo prima, adesso staremmo bevendo insieme un birra e disquisendo del più e del meno. Lui saprebbe che ho gli occhi neri e io saprei di che pasta è fatta la mia mente. Cerco un altro pensiero, ma a quest'ora dormono tutti, tranne quelli che avevo messo in soffitta perché non li uso più. La scala interna è impolverata e in quell'angolo ci sono le ragnatele. Poi, chi mi dice che sarebbero disposti a venire fuori; al loro posto, io mi volterei dall'altra parte. È come sentirli "Guarda, la stronza, adesso si ricorda di noi, non parlatele." e non avrebbero tutti i torti.
Uno scalino.
Posso dire che di spalle era ben piazzato, forse era un pensiero atletico.
Due scalini.
Le distrazioni si pagano.
Tre scalini.
Ricordo ancora gli occhi dolci di quel pensiero estivo.
Quattro scalini.
E la paura di quello che era strabico.
Cinque scalini.
Ma quello di poco fa era ben piazzato.
Sei scalini.
Gli occhi, però, raccontano tutto.
Sette scalini.
È fuggito prima.
Resti lì, con la mano sulla maniglia di quell'angolo e pensi alle ragnatele.
Non sono poi così sicura di voler guardare cosa ho nascosto lì dentro.
Torno giù, mentre Ivan Graziani canta, isolo ogni rumore e vado a sbattere tra due braccia forti, sollevo lo sguardo e ricordo.
Ha gli occhi color nocciola questo pensiero, veste di nero come la notte, ci guardiamo e cambia. Indossa il Blu; in mio onore. Ci fissiamo a lungo e adagio la testa sulla sua spalla. Ho solo voglia di dormire adesso, per pensare meglio, indossandoti come fossi un pigiama. Ma non chiudere gli occhi finché non dormo, veglia sui miei sogni, anche quelli che non si possono dire.
Soprattutto quelli
giovedì 4 luglio 2013
Notti d(')estate
Dico che il caldo non mi lascia dormire e mento.
Quando ero piccola e andavo in villeggiatura al mare, dopo una giornata di sole e la pelle bruciacchiata, dormivo fino al mattino, mi alzavo e facevo colazione, ascoltando mamma e papà che si lamentavano del caldo della notte. Poi mi dicevano che in spiaggia ci saremmo andato un po' più tardi, allora iniziavo a pensare alla bambina di Torino che mi stava aspettando, alla gara di tuffi con quei bambini spacconi di Trieste e al fatto che magari avrebbero iniziato senza di me. Con il broncio mi mettevo un po' in giardino, sull'altalena che i due vecchietti che affittavano la casa avevano sistemato appositamente per mia sorella e per me, volavo in alto e pensavo che se mi fossi persa l'inizio della giornata sarebbe stata una catastrofe. E sentivo il caldo.
All'ombra di due grossi alberi, con l'aria che mi soffiava sul viso e mentre cercavo di toccare il cielo, sentivo caldo.
Ecco di cosa parlavano mamma e papà. Mentre dormivo, forse, non lo avevo sentito perché aveva fatto piano, il caldo, poi, una volta entrato in camera di mamma e papà, forse, aveva scontrato un soprammobile e aveva fatto rumore, svegliandoli.
Sono cresciuta, e il caldo non mi lascia dormire.
Mento.
Sono i pensieri che non lasciano dormire. Bastarde responsabilità che mentre stai per chiudere gli occhi e staccare la spina della mente, ti suonano la tromba da stadio nelle orecchie e tu spalanchi occhi, cervello e tutto il necessario per restare sveglia e sentire caldo.
Fornitori da pagare.
C'è caldo.
Domani devo stirare una montagna di panni.
Cristo, che caldo che c'è.
Devo ricordare di scrivere quella email prima delle 9.30.
Stanotte non si respira.
È da un po' che non sento mamma e papà.
Perché non ho il condizionatore?
Chissà se mi ha mai sognato.
Basterebbe un ventilatore.
Evita di domandarmi alcune cose per non dover rispondere ad altre.
Adesso faccio una doccia ghiacciata.
E al mattino senti le mani gonfie, un cerchio alla testa e ti avvii verso il nuovo giorno trasportando le due borse capienti sotto i tuoi occhi.
Chi ti guarda chiede se sia tutto a posto, la risposta è automatica, "Non ho chiuso occhio per il caldo".
Come se questo bastasse a rendere tutto credibile, a sistemarlo in quella norma che è lo standard di tutti.
E ti senti un po' meno diverso, ché menti come molti di loro. Ho conosciuto gente che non ha chiuso occhio per colpa di una zanzara. Principianti. Il caldo è un'altra cosa. Maldestro, scontra la sveglia sul comodino e desta tutti per il gran fracasso.
Non ricordo quando ho iniziato a sentire il caldo, avrei preferito sentire Babbo Natale inciampare nei fili delle lucine e tirare giù tutto l'albero, ma Babbo Natale è un professionista abituato a fare piano, lui.
Oggi il sole non brucia, la mente dimentica di sentire il caldo, intanto penso che stanotte dormirò presto, visto che forse l'aria si è un po' rinfrescata.
Sarà certamente così, in attesa del primo temporale estivo che non mi lascerà dormire a causa dei tuoni.
mercoledì 3 luglio 2013
Ecco la notte
Ecco la notte.
Ti stavo aspettando, tra uno sbadiglio e l'altro, con gli occhi stanchi e le spalle curve.
Il letto che chiama forte, e io che alzo il volume della musica per non sentirlo.
Ecco la notte.
Ci hai messo tanto ad arrivare, credevo fosse una sera interminabile. Perenne. Poi ho riconosciuto il solito motivo, quello che fischietti quando ti avvicini.
Ecco la notte.
Hai ricordato di portare con te tutto il buio o ne hai lasciato un po' indietro?
Ecco la notte.
Quante cose avevo da dirti, le ho dimenticate tutte, ché di attesa si può dimenticare e di ricordi non dormire.
Ecco la notte.
Sento il tuo profumo e vorrei solo che avessi due braccia forti.
Ecco la notte.
Parla piano o mi svegli, si può non dormire di notte, ma non è la stessa cosa se resto sveglia solo io.
Svegliare le attese e aspettare le prime luci del giorno.
Ecco la notte.
Se non dormo penso, e tu sei in ritardo, non basta il buio per essere notte.
Non basta la notte per essere buio.
(Chiudo gli occhi e c'è luce.)
Ti stavo aspettando, tra uno sbadiglio e l'altro, con gli occhi stanchi e le spalle curve.
Il letto che chiama forte, e io che alzo il volume della musica per non sentirlo.
Ecco la notte.
Ci hai messo tanto ad arrivare, credevo fosse una sera interminabile. Perenne. Poi ho riconosciuto il solito motivo, quello che fischietti quando ti avvicini.
Ecco la notte.
Hai ricordato di portare con te tutto il buio o ne hai lasciato un po' indietro?
Ecco la notte.
Quante cose avevo da dirti, le ho dimenticate tutte, ché di attesa si può dimenticare e di ricordi non dormire.
Ecco la notte.
Sento il tuo profumo e vorrei solo che avessi due braccia forti.
Ecco la notte.
Parla piano o mi svegli, si può non dormire di notte, ma non è la stessa cosa se resto sveglia solo io.
Svegliare le attese e aspettare le prime luci del giorno.
Ecco la notte.
Se non dormo penso, e tu sei in ritardo, non basta il buio per essere notte.
Non basta la notte per essere buio.
(Chiudo gli occhi e c'è luce.)
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