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venerdì 10 gennaio 2014

1001

Quando non puoi dormire vuoi; senza ponderare troppo, senza elencare nė chiedendosi i perché.
Dei mille e uno volti della notte riconosco quello stanco, quello con lo sguardo perso lontano, dentro una stanza che sa di fumo, di birra e di noi. Con le pareti proibite e le rifiniture complici, con l'interno rumoroso, con un  "shhh, fai piano" nella testa, e un sorriso affiorato da quel morso partito dagli occhi.
Ti guardo e ti volti, il viso familiare "Tu, chi sei?"  E mi riconosco in questa notte pigra e troppo lenta per riuscire a scappare, allora non resta che viverla e dormire lontano, che poi, dormire ė un po' fuggire, senza alzarsi dall'ozio, dormo via, tenendo gli occhi spalancati, passando dalle tue mani alle mie, senza soste inutili, noi che abbiamo fretta e non possiamo fermarci.
(Noi che non vogliamo)
Mentre disegno i volti della notte, ora luna ora sole, tramonto e alba. Notte trasformista, notte di bisogni e di voglie, una, cinque, dieci, mille e una notte, insonnia da favola, di quelle che "raccontamelo ancora" e ti vedi bella attraverso i suoi occhi, perché tu non sai guardarti così e non ti credi più, ma non è poi così importante crederti o forse sì, e non è questo il punto se a guardarti è la notte.

Quando non vuoi dormire voli via e saluti la luna, guardi la città da lassù e ti senti dio, solo che non schiacci alcun pulsante, perché non hai voglia di giocare, perché hai una notte che scivola via, poco pratica da gestire, ma c'è, e non posso mandarla a casa sua, allora non voglio essere dio, preferisco essere me, perché di sentire le voci della gente non ho testa.
Torno in quella stanza e stai già dormendo.
Fammi posto, fammi presto, fammi. Notte.

mercoledì 6 novembre 2013

Piccole ore

Torno qui, dopo tanto, passo lo sguardo sulle pagine impolverate e penso che anche il luogo più nascosto e sicuro, quando abbandonato, diventi un po' più triste.
Questa notte sto contando le ore, piccole e incoerenti, dovrei dormire per far arrivare prima domani, dovrei spegnere tutto e andare a letto, tossire giusto una quarantina di minuti per sfiancarmi e poi voltare le spalle alla notte che non ha problemi. Lei chiacchiera, domanda, scruta e ascolta. Mai contenta la notte, le dai un pensiero e ti ruba la vita; l'accarezza, la morde e la divora. È generosa la notte, si lascia vivere, si lascia consumare, pretende di essere stretta, ti supplica di non alzare quella tapparella per restarti accanto ancora un po', allora chiudi gli occhi e ti lasci andare, anche se pensi al caffè e ti domandi se fuori ci sia il sole o piova, mentre trattieni la notte dentro te, ancora un po', e vorresti abbracciarla.
Dovrei dormire da un po' e vorrei fosse già domani, il giorno qualsiasi di una persona qualsiasi, ma noi sappiamo che non è così, noi sappiamo che domani è arrivato, e mi dici di non avere paura, io sorrido e dico una cosa scema, mentre dentro rivaluto le priorità, mentre controllo quanto tempo manchi ed è sempre troppo, ed è sempre troppo poco.
Ed è sempre ancora notte. Troppa.

venerdì 18 ottobre 2013

Lancette ferme

"Che ore sono?"
"Perché, devi andare da qualche parte?"
No, aspetto l'alba e non vorrei fosse in ritardo; l'alba non aspetta ed è da tanto che non la vedo, che non le dico quanto sia felice di averla di fronte. Un tempo eravamo grandi amiche, l'alba e io, l'aspettavo con il mio caffè bollente in mano e restavo incantata a guardarla, con il cuore sollevato.
Accadeva quando subivo la presenza della notte, quando avevo paura di dormire e restavo sveglia nella speranza che l'alba arrivasse in tempo, con le sue sfumature color pastello e lo sbadiglio alla mano.
So che è tardi, so che dovrei dormire da almeno un'ora, facciamo due, e so anche che con la febbre non si resta svegli a piedi scalzi, però è più forte di me, e questa notte ho voglia di guardare le stelle ascoltando musica. "Fumo l'ultima e poi vado", non sarà una bugia che mi racconto in più a rovinarmi la reputazione, e che male c'è ad ascoltarsi ancora un po'.
Fuori la notte sta danzando intorno alla città che dorme, mentre mi domando se dalle tue braccia il suono ora sia più o meno melodioso, mentre penso che sarebbe una notte  differente, se fossi stretta a te, allora potrebbe arrivare anche il temporale, dormirei lo stesso e sentiresti il mio cuore battere forte, vedresti i miei occhi chiusi, fingerei di dormire mentre conto il tempo che passa tra il fulmine e il tuono, ma dovrei ricominciare, perché fra le tue braccia non ci riuscirei.

Ho spento il cellulare, ho lasciato il brusio della gente fuori e penso a quando non c'erano altre anime che giocavano a dadi con la notte, forse sarebbe stato tutto più facile, forse avrei trovato il coraggio di andare a dormire e avrei imparato che le persone smettono di esistere, che la morte non si ferma a guardare quanti anni hai e quando deve raccogliere fa la conta. Forse non avrei avuto paura se il vociferare del telefonino fosse entrato a far parte della mia vita prima, ma ho imparato da sola, certo, ci ho messo un po' di più perché non mi ascoltavo e non lo dicevo di avere paura, perché le persone che amo non dovevano preoccuparsi troppo per me, non volevo che non dormissero, che non mangiassero e che tenessero i piedi rannicchiati sulla sedia per evitare che il buio li toccasse. Fingevo con chiunque, anche con me. Soprattutto con me.

Questa notte ha qualcosa di diverso, sarà la pettinatura o la voce, forse il cielo stellato le dona quel tocco di classe che la pioggia nasconde, ma quanto tempo impiegherà la notte per farsi bella? Anche per questo non posso andare a dormire senza guardarla almeno per un po'. Ci resterebbe male.

"Che ore sono?"
"Perché, devi andare da qualche parte?"

No. È che per me è rischioso andare oltre quel lasso di tempo che ancora si può chiamare "mancanza di sonno". Di notte, "Oltre" è un nome pericoloso, che non voglio sentire e non voglio guardare.
Penso ad altro, mangio le olive e penso.
Da piccola ero felice, lo ero anche quando pensavo di non esserlo, da adolescente; lo ero perché mi spiegavano le cose, non c'era mai un No fine a se stesso, neanche un Sì non meritato.
Ero felice perché costruivo una panca di legno con mio padre, e ogni volta che vado a trovarli la vedo lì. Consumata, traballante e piccola, eppure mi sembrava così grande. Sempre lucida di vernice e neanche buona per il fuoco. Mi ci siedo sopra e mio papà sorride, lo sguardo come quello di un tempo, forte di gioventù, i lineamenti no, ma da come mi guarda so che mi vede piccola e con le trecce, intenta a passare i chiodi e a usare un  pezzo di leggo per battere su quelli già piantati da lui (Così sei tu a rinforzarla) e sorridiamo entrambi, mentre sorseggio un caffè, mentre parliamo di politica o del lavoro, mentre passo la mia mano su quei chiodi ben piantati dalla testa arrugginita, mentre mi regalo, idealmente, una carezza sulla manina.

Penso a mia mamma che guardava la casa nella prateria e prendeva spunto da quella famiglia semplice per sentirsi forte e regina della casa. E aveva ben tanti motivi per sentirsi tale. Lei, sposa bambina che si è sentita chiamare "mamma" quando ancora aveva lei stessa quella parola sulla bocca e il bisogno nel cuore. Lei, che ha sempre fatto la parte del generale cattivo per non farci allontanare dalla figura paterna che spesso era via (con la mamma sotto gli occhi il rapporto si recupera sempre, con papà in trasferta potrebbe rimanere l'astio) Lei, che quando dava un castigo non tornava indietro e si pentiva di averlo detto a voce alta perché sapeva che per essere credibile non avrebbe dovuto cedere. Lei, che rideva quando mia sorella e io correvamo a cercare supporto da papà, allora fingeva di dare un castigo anche a lui, e il nostro passava in secondo piano, ma ridevamo tutti e quattro e tutto passava, tranne il castigo, quello rimaneva ma con una fetta di dolce e un bel telefilm da guardare insieme, anche se avevo dovuto dire alla mia amica che non sarei andata a casa sua.

"Che ore sono?
"Perché, devi andare da qualche parte?"

La notte ama i miei ricordi, il giorno li mescola e li sbiadisce, ma non si perdono mai.
Penso alla mia nonna/mamma, che non c'è più da tempo, a quante cose mi ha insegnato, a quanti sacrifici ha fatto per me e quanto amore ha dato. Penso a quando arrivava l'estate e dormivo a casa mia, perché la scuola era chiusa e non c'era bisogno di stare da lei. La mia felicità quando la vedevo sbucare dalla scalinata di cemento con il suo sorriso aperto. Si fermava e si accucciava leggermente per abbracciarmi, allora correvo da lei urlando a tutti "c'è la nonna" sicura tra le sue braccia, annusando il suo odore di buono e di pulito. Le chiedevo di cucinare; anche se la mamma aveva già preparato tutto, io volevo che fosse la nonna a farlo, perché le sue polpette erano più buone, perché il suo sugo era più rosso, perché m mancava, ma questo glielo avevo detto la sera prima, piangendo al telefono, e lei l'indomani della mia nostalgia spuntava sempre. Il guaio era quando a un certo orario del tardo pomeriggio preparava la sua roba per tornare a casa. Ricordo che sparivo a prendere il pigiama e la mia bambola, le mutandine pulite e, con le ciabatte ai piedi e la magliettina macchiata di marmellata o altro, tornavo di là "sono pronta, andiamo via" e mia madre mi fermava, perché ero diventata problematica da quel punto di vista, lei voleva mi abituassi a casa mia, solo che per me casa mia era quella della nonna, e in venti minuti si girava una scena che neanche nei film drammatici strappalacrime si vedeva.
Mia nonna che mi baciava di fretta e si voltava per non guardarmi straziata, io che le andavo dietro piangendo, dicendole che avrei fatto la brava, mia madre che con le lacrime agli occhi mi richiamava in casa e io che scappavo. Le parole della nonna erano sempre "se fai così però non vengo più" e i miei dovevano ricominciare tutto dall'inizio con me; cameretta ben illuminata, storie di avventure prima di dormire, lavori manuali di giorno. Il tutto per ingannare la nostalgia di una bambina che voleva solo dormire nel lettone della nonna. Fino alla volta successiva, che poi ogni tanto mi accontentavano e mi lasciavano andare con lei, succedeva sempre quando avevano da fare qualche lavoro grosso intorno alla casa, allora quando vedevo che mia madre prendeva le scarpe sapevo che avrei avuto la meglio quella sera, ma sapevo che tutto era deciso da prima. A casa mia i capricci erano sterili: ne nasceva uno, moriva e non trovava terreno fertile.

"Che ore sono?"
"Perché, devi andare da qualche parte?"

È così notte da non rileggere ciò che scrivo, ma ripenso a ciò che ricordo, parlo con le mancanze e stringo le incertezze. Di quelle, ne ho così tante da non sentirmi sola, non questa notte, e mi dispiace per chi non ha incertezze, perché sono una valida compagnia, sono una scossa, il defibrillatore del proprio essere.

È così notte da tenere la finestra aperta, sbirciando oltre il cielo, misurando la febbre, ascoltando la mancanza delle mani che mi toglievano il termometro. Un bacio sulla fronte quando era alta, altrimenti una carezza e la raccomandazione di non alzarmi così sarei stata meglio in fretta.

"Che ore sono?"
Si è fatto tardi, i ricordi sbadigliano e la scatola si riempie pian piano di nostalgia. C'è un po' di disordine, ma li riconosco tutti, li riordinerò a mente serena e fronte fresca. Domani chiamerò mia madre e arriverà quel bacio sulla fronte, anche se non le dirò che ho la febbre, così non si preoccupa. Sì, credo che domani starò meglio dopo aver sentito la sua voce.

"Che ore sono?"
È l'ora di sognare da donna, come quando ero più piccola; ci penseranno i risvegli ai ricordi.
Notti da bambina a occhi aperti e donna nel vortice dei sogni.

"Che ore sono?"
Ora dormi.

(Scritto ieri notte.  Pubblicato adesso, perché la notte è ancora lontana ed è un po' miope. Forse non se ne accorge.)






lunedì 7 ottobre 2013

Stretta

Tutta questa pioggia è sprecata se è la poltrona ad abbracciarmi.
Chissà se il rumore è lo stesso, chissà se ti domandi se io stia dormendo o meno. Io lo farei, se sapessi che hai paura del temporale, ma a te piace, e vorrei sentirlo attraverso le tue braccia, stretta da non capire dove finisca il tuono e dove cominci il cuore.
Stretta.
Stasera, più del solito, sento il freddo che un golfino non può lenire, e non posso dormire se tu non mi abbracci.
Stretta.
È solo questione di starci addosso, per non sbagliare, per non lasciare che la pelle si raffreddi e per sentirci un po' più nostri.
Stretta.
Nel tempo che non passa, nella pioggia che non bagna e nel tuo sguardo che ha fatto cadere anche l'ultimo velo.
Stretta.
Nella mano che accarezza i miei dubbi e nelle labbra che li cancellano. Nelle tue braccia e sulla tua pelle, nel mio respiro e nel nodo che mi strozza le parole.
Stretta.
Mentre un lampo illumina le mie mani, mentre tremo un po' di più, ma non è paura, è solo mancanza. Così forte da sentirmi vuota. Così intensa che se chiudo gli occhi ti sento dentro.
Stretta.

Ci sono notti che non passano mai,
e vorrei fermare l'attimo;
notti che portano il nostro marchio,
dimmelo ancora, ne ho bisogno;
notti di silenzi spezzati dai suoni del peccato,
sono tua;
mentre lasciamo che piova,
tu sei mio;
con il cuore in gola e la pelle arrossata,
mi sono persa,
senza parlare, guardando questo film, restiamo così:
Stretti.



domenica 29 settembre 2013

C'è pioggi@ per te

Dovrei prendermi per un orecchio e portarmi a dormire, ma è arrivata la pioggia e ha voglia di compagnia.
Vorrei offrirle una birra e farla sedere, ascoltare dei suoi viaggi e delle cose che ha visto, vorrei chiederle che effetto fa accarezzare la chioma degli alberi, là dove osa solo il sole, o domandarle come si sente quando accarezza un leone. Come ci si sente a sdraiarsi sul binario aspettando passi il treno? E dimmi, pioggia, come hai fatto a conquistare il fuoco senza scottarti?
È arrivata la pioggia, vestita dei colori autunnali e pronta a giocare con chiunque abbia voglia di lei.
Senza ombrello la guardo, senza fretta mi tocca, e non posso credere che abbia usato la stessa passione per toccare anche te. Guardo la pioggia e vorrei graffiarla, lei mi sfida e mi accarezza, mentre penso che sia passata prima da te, mentre scivola sulle mie labbra e la lascio fare. Tra qualche ora sarà da te, ti ho appena mandato un bacio.

martedì 24 settembre 2013

d(')istanti

La cosa più difficile è sempre lasciare le tue braccia, anche se le porto con me fino all'attimo prima di cedere al sonno che mi strappa via, per la seconda volta, dal calore di quella stretta così familiare da sentirne l'odore anche adesso.
E ti ascolto, chiudendo gli occhi, appoggiando la testa sulla tua spalla, sorrido, trattengo il respiro e apro bocca per dire qualcosa, ma la richiudo. È bello ascoltarti, e quando mi dici le cose che non so, il cuore mi batte forte. Come quando ero lì a guardare i video di argomenti seri e mai sfiorati, come quando eri qui, inusuali per molte persone ma non per noi che guardavamo in silenzio, mentre mi sentivo tanto stretta a te che sembrava stessimo facendo l'amore, quello lento e silenzioso.
Sono tanti i modi di fare sesso, anche la condivisione di momenti che non vedono nessun genere di coinvolgimento, in apparenza, mentre in pratica io mi sentivo completamente tua, tanto da starti in una mano, la stessa che vedo spostarmi i capelli che continuano a cadere davanti al viso. Le tue mani avrebbero bisogno di un tomo a parte, come le tue labbra o lo sguardo, che all'inizio temevo, mentre adesso lo indosserei in ogni momento.
Aggiorno il cellulare, mi dico, per non pensare al sonno che è sparito, per non pensare a quello che mi passa per la testa, alle mie deduzioni, a quelle che non sempre ti piacciono, però alla fine lo sai che fanno parte di me e ogni tanto cerchi di arrivare prima tu, per non farmi partire in quarta alla velocità della luce, e sorrido quando lo fai.
È l'ultima notte d'estate questa, avrei voluto dirtelo, così, senza senso, come molte cose che mi girano in testa quando mi parli, e mentre la tua voce mi accarezza io vedo solo le tue labbra e le tue mani addosso, e penso sia proprio qui che dovrebbero stare, addosso a me, senza alcun dubbio.
Come quando guardo l'ora e so che si è fatto tardi, allora vorrei dirti di no, che non è ora di andare a dormire, perché il sonno toglie, ma poi mi domando "cosa?" e dico buonanotte, mentre aggiorno il cellulare, mentre ha finito e ancora non ho sonno, con la musica nelle orecchie e la testa sul tuo cuscino, sperando ti arrivi il profumo dei miei capelli, sperando non ti svegli e... no, non diciamo cazzate, sperando ti svegli e ti venga voglia di abbracciarmi così forte da togliermi il respiro.
Ti direi che non ho sonno.
Ti direi di stringermi un po' di più, come piace a me.
Come si fa.
Di più.
Con la musica nelle orecchie, ora posso dormire, così.







martedì 17 settembre 2013

Stelle sbagliate

01.49

È tornata la notte a salutarmi, come si fa con i vecchi amici, quelle cose tipo "ehi, passavo di qui, ci prendiamo un caffè e facciamo due chiacchiere?" E non puoi dire di no; nel momento in cui le apri la porta e la fai entrare, devi mettere in conto che il tempo volerà o si fermerà. Comanda lei.
La notte indossa tutti gli abiti che non metto più, anche quelli che non ricordavo di avere avuto. Ne mette uno per ogni cosa che dice, adesso ha la felpa con cappuccio blu elettrico, quella che mettevo senza pantaloni e che ti piaceva tanto, quella che ho faticato a buttare via, insieme al profumo che per anni siglava la mia pelle, quello che ti accompagnava a casa, e ti sembrava di portarmi via con te.

La notte sfoglia quel maledetto quaderno, lo stesso che ti lasciai sul tavolo quando decisi di andare via. Ho sempre scritto tutto, da quando avevo 12 anni e mi regalarono il primo diario, ecco, vorrei che la notte mi mostrasse quello. Il disegno degli occhi verdi di Diego, che poi si chiamava Giampaolo, ma questo l'ho scoperto dopo tanti anni, quando ero una donna e potevo permettermi di guardarlo in maniera sfacciata, e non nascosta dietro uno scoglio arrossendo se solo si girava verso la mia direzione, su quel diario scrivevo ogni cosa, dalla telefonata con Antonella nei minimi particolari, come se i segreti tra amiche potessero svanire se non li avessi scritti su carta, e poi c'era la volta in cui presi la mia prima insufficienza in matematica, ma siccome dovevo andare a una festa di compleanno non dissi niente a casa e firmò mia sorella. Ecco, vorrei che la notte sfogliasse quel diario, invece trova interessante quel maledetto e fottuto quaderno, che del diario aveva ben poco, ma c'ero io lì dentro, c'era la mia idea di felicità molto distorta e il tuo egoismo, solo che lo dipingevo come amore, e giustificavo tutto. La notte sfoglia i miei risvegli con i capelli arruffati e la pelle calda, con gli occhi lucidi di Ancora e braccia forti ma distratte. sfoglia le attese notturne le tue bugie, torna indietro e sfoglia quel primo bacio rubato, non dovevi e non dovevo,  e odoravo ancora della cucina di mia madre, ingredienti genuini, quelli delle persone oneste; eri incuriosito dal mio silenzio, dalla rapidità che avevo quando aprivo e barricavo un sorriso, eri incuriosito dalle parole celate dietro al mio sguardo, quelle che non dicevo, quelle che speravi fossero, ed erano. Mi sentivo importante, ma non potevamo, non dovevamo e, mentre scappavo dalle mie emozioni e mi nascondevo alle tue attenzioni, scrivevo di te, di noi, come facevo a 12 anni per Diego, a 14 per Luca e 16 Giulio e poco dopo per Bruno. Ricordi che mi regalano un tenero sorriso. Ma tu no.
Sono passati tanti anni e il tempo fa guarire, dicono, non penso più a te con dolore, sono proprio incazzata con te, con me e con la mia stupida remissività. Quella di allora, oggi sono diversa, sono cambiata e, per alcuni versi, la colpa è tua, il merito anche.
Guardo la notte far finta di arrossire, e la sfido a farmi la morale, quando lei per prima mi ha insegnato che la moralità non esiste.

02.18

Le dita della notte accarezzano le pagine della mia vita, appoggiano quel quaderno e mi sfidano a negare che tu sia stato il battito più accelerato, e non distolgo lo sguardo, fisso la notte con la stessa espressione che usavo per te. Non quella che ti piaceva tanto, quella era consumata ormai, quella di quando ti ho sbattuto sul tavolo le pagine della nostra storia, quelle che dopo tre giorni ti hanno fatto bruciare 120 km per venirmi a prendere, portando a casa la tua convinzione e le mani fredde. La stessa che hai incontrato ogni volta che mi dicevi "sono cambiato", con il broncio dell'uomo che non è abituato alla fermezza di un No. Eppure, stava succedendo a te, quello che non deve chiedere mai, l'uomo che "ma lo sai che non posso non rispondere e non fermarmi a fare due chiacchiere", mentre io credevo di conoscere l'uomo, invece, eri un copione di te stesso.

02.31

La notte abbassa lo sguardo su queste mie parole e guarda nel mio cuore, ma non entra, sa bene di essere stata bandita da queste parti, allora prova nei pensieri e trova tanti pezzi, ma è tardi per completare il puzzle, e la notte ha le ore contate. Vorrebbe giocare a scacchi, mentre io vorrei farla ubriacare, almeno una volta.
Fisso un'immagine e rabbrividisco. Non batte il cuore, non può battere per chi ti ha fatto sentire sbagliata, e odiare non sempre è sinonimo di amare. Oggi spero di sognare mani delicate e braccia forti, mi addormento con la paura di sognare te, e non sono mai sogni piacevoli al risveglio, anche se il sollievo della realtà mi riscalda; allora invoco il Blu e lo stringo a me, così ti terrà lontano dalla mia pelle schiarita e lavata dai tuoi baci sbagliati e carezze distratte.

02.41

Scusa Notte, ma si è fatto tardi e devo andare via. Ho un sogno che mi aspetta, lontano dalle luci, è un sogno in carne e ossa, dallo sguardo profondo e le braccia presenti, attente. Puoi riposare, se vuoi, ma fai piano quando vai, e porta via il quaderno. Sono pagine che non mi appartengono più, te le regalo, insieme al profumo e ai sorrisi di plastica. Anche se, in fondo, tu lo sai, mi hai solo voluto mettere alla prova, ma non era amore quello. Era una scintilla che ha scatenato un incendio, durato il tempo di un temporale. Resta un foglietto con un sigla e un breve pensiero, sciolti nell'acqua di una pozzanghera. E volto le spalle a una parentesi che sbiadisce sempre più i ricordi di plastica, ora lo so. Adesso vado a dormire, prendi quello che vuoi e non lasciare qui i miei errori, e neanche i segreti (02.53).




giovedì 12 settembre 2013

Un po' del mio Blu



" Il buio è la notte e la notte non è nera. La notte è Blu".
Fin da piccola, per abituarmi a dormire con la luce spenta, mi ripeto questa frase.
La lezione è servita a fare piccole e grandi cose, dall'attraversare un corridoio a luce spenta, a colorare un periodo buio.
Il famoso tunnel si affronta con i propri mezzi. Chi lo arreda, chi ci fa una festa, e poi ci sono io, quella che si mette a tinteggiarlo, un tocco di Blu perfetto, senza luci, senza inutili fronzoli. Seduta sul pavimento, come fossi in mezzo al mare o come fare un bagno di cielo.
La scelta degli elettrodomestici in casa è stata fondamentale anche dai led. Frigorifero con display blu, stessa cosa la lavatrice e il lettore blue ray; per il forno non è stato possibile, display arancione, però fa il suo dovere molto bene e abbiamo fatto amicizia lo stesso.
Il mio Blu non è un capriccio o un colore di tendenza, il mio Blu è stato un'esigenza, diventata uno stato d'animo.
Coloro di Blu le cose che non mi piacciono e quelle che amo. Sono monocromatica.
Il buio è Blu, rassicurante, rilassante.
Il silenzio è Blu, morbido e discreto.
La pelle nuda accarezzata dalla luce Blu, come se ci fosse sempre la luna a spiare, e le lenzuola assumono quella sfumatura cianotica che sembrano drappi di seta.
Il mare, il cielo, sono blu. Anche di notte, ché l'occhio inganna, me lo ha detto la testa, e se vedi il nero dove non c'è devi dare retta alla testa.
Avevo dimenticato il mio mondo, stavo quasi per cascarci in quel buio sbagliato, mi stava portando dove finiscono tutte le persone che si perdono e non trovano più la via del ritorno, dove hai la sensazione costante di aver dimenticato qualcosa d'importante, dove hai quella paura che non ha un nome o un volto, ma ti paralizza e nessuno ti può aiutare se non sai dire cosa temi. Fai finta di niente, però di notte aspetti il giorno e di giorno ti domandi come mai la notte sia così lunga.
Poi il led della sveglia nella stanza nera ha accarezzato il mio braccio. Vedevo.
In quel buio io riuscivo a vedere ogni cosa, il buio non nascondeva niente.
Ho ricordato quel mondo, come se nell'armadio ci fosse stata una Narnia tutta mia, niente leoni o streghe, Re o Principesse, solo un mondo amico che aveva voglia di proteggermi e di avvolgermi in questo grembo di velluto blu.  E ho colorato il tunnel, a mani nude prendevo mare e cielo, sporcandomi tutta, colorando ogni cosa, e mentre lo facevo sorridevo, vedevo e non avevo paura della notte, né del giorno. Sono tante le cose che facevo da piccola e che ho perso, questa è stata una ventata di ossigeno che porto sempre con me, dentro. All'occorrenza non ho paura di sporcarmi le mani

Ho speso due parole (quattro, sei, otto, nove...) per spiegare la mia Blunotte, che può sembrare un vezzo ma, in realtà, sappiate che per me è il miglior augurio che possa farvi; affinché non esista notte buia, per nessuno di voi. Blunotte a tutti.

mercoledì 28 agosto 2013

Proiezioni scomode

Scrivo piano, per non svegliare la città.
In punta di dita scorrono i pensieri, e sorrido alla notte che si è acquattata accanto a me, ha voglia di raccontarmi una storia che conosco, perché la notte è ladra di vite se resti sveglio. Lei sorride e legge i tuoi pensieri, mentre ti accarezza il viso, e non puoi fare a meno di aprire per lasciarla entrare.

E mi vuoi raccontare di quando non riuscivo a staccarmi da quelle braccia, di quel bacio che doveva essere l'ultimo, e poi ancora e ancora.

La notte proietta le immagini della mia mente sullo schermo spento della tv, e non mi riconosco ma sono.
Chiudo gli occhi, perché fa male, perché vedere e sentire significa rivivere, ma non è la stessa cosa, non è il posto giusto, e manca qualcosa. Manca sempre qualcosa per concludere la scheda della serenità, un punto stella, due punti jolly e qualche margherita.

Non farmi vedere, lasciami guardare; non voglio sentire, ascoltami; devo andare, resta ancora un po'.

La notte che passeggia sulle domande e lentamente scivola, appoggia la testa sulle mie gambe e sente.
La notte che corre sulle risposte, e si asciuga le lacrime, bagnandomi la pelle.
La notte che fa la misteriosa all'arrivo dell'alba e sparisce.

E mi vuoi spiegare il nesso di tutto questo, come se ci fosse un solo senso, mentre ognuno rivendica la propria terra di confine, mentre la pelle vibra, mentre si stacca una foglia dall'albero, mentre il vento la solleva dolcemente per alleggerire la caduta, mentre sono preda delle tue mani e cado. Sprofondo.

La notte mi parla di te, e scorriamo silenziosi, con la pelle scritta e l'inchiostro fresco. La notte che non può dormire e non sa cosa siano i sogni. La notte che legge la mia mente e confonde le cose. La notte che racconta poesie e sogna con me, a buio acceso, vestita di Blu.

Spogliata dalla ragione, vestita di coraggio.

È più notte del solito. Rido per colorare la mancanza, per nascondermi in quell'abbraccio e far finta di dormire. Mentre il fuoco brucia e il ghiaccio ancora di più. Vorrei dormire, ma non sono più capace e non è facile,

E ti guardo dormire, mentre maledico la luce del sole. 

È una notte che vuole restare a farmi compagnia, in silenzio mi sorride, come il migliore degli amici che sa quando è ora di tacere.
È una notte da mordere il cuscino per non urlare. O da andare al bar.
Per me, la solita malinconia. Questa volta facciamo in tazza di vetro.


lunedì 26 agosto 2013

L'incoerenza della notte (delirio dell'insonnia)

Stanotte prenderei il primo volo per andare in un luogo a sorpresa, a differenza di ieri, che sarei stata chiusa a pensare ai fatti miei, dicendomi che nessun posto è accogliente come le pareti di casa.
Stasera mangerei una vagonata di nutella, e ieri dicevo che evito la cioccolata in estate, perché non mi soddisfa; perché con il caldo fa male, ma è venuto il temporale e l'aria è fresca, quindi la nutella ci starebbe benissimo, come il nero sul bianco, come cacio sui maccheroni, come (stop).
Berrei un caffè, ma poi non dormo, e sono già le 2.10 Mi accontento di una Red Bull, così metto le ali e volo in quel posto a sorpresa.
Non ho fame e sgranocchio Pringles, ho voglia di silenzio e alzo il volume della musica, domani è lunedì e per me sarà domenica.
La notte mi assomiglia, sono una persona lunare, e anche un po' lunatica, così dicono gli altri e gli altri hanno sempre ragione, così mi hanno detto, ovviamente sempre loro, gli altri, allora alzo le spalle e lo dico anche io, intanto continuo a fare come mi pare, tenendomi il fagotto di torto e girando il mio mondo, quello piccolo, quello che mi hanno lasciato gli altri.
Ho paura del temporale e tengo la finestra aperta perché mi piace l'odore della pioggia; è una notte da corrompere, da sorprendere, come si dovrebbe fare con chi ti sta a cuore, e ora che l'ho scritto sono fregata, perché lo leggo e mi gira in testa,  fulmine a ciel sereno, nonostante le nuvole. Non si chiedono le sorprese, si desiderano e si ricevono, o si fanno, ma non si chiedono, perché se poi non arrivano e lo hai detto a voce alta, non puoi continuare a giustificare chi non ti merita o non ha la capacità di sorprenderti come all'inizio. Magari non ha voglia, e quello che ha attirato la tua attenzione era tutto lì, consumato in un attimo, perché non si deve risparmiare in certi casi, le persone devono essere inesauribili, se finiscono presto vuol dire che avevano poco, oppure hanno le scorte sotto chiave. La passione non è avara, brucia e non sente il caldo dell'estate, scalda in inverno e la indossi in qualsiasi stagione. Conosco la mia passione, riconosco quella degli altri, perché è come una piuma invisibile che ti percorre e solletica tutto il corpo, lui parla e ti abbracci per nasconderti, per abbassare la pelle, poi fanculo, la lasci così, rialzata, e chissenefrega, la bruci. Riconosco l'assenza di passione, è una notte senza giorno, un giorno senza notte, un mozzicone di candela che galleggia nell'acqua e tu non hai niente per asciugarlo, un fiammifero che non vuoi buttare via così.
Un aereo tra le nuvole, vorrei essere lì. Starà andando in quel luogo a sorpresa, quello che doveva essere la mia sorpresa, invece sono qui che evito di alzare gli occhi verso lo schermo della tv perché c'è un film horror, e ormai sono le 2.30 passate, mi è bastato vedere una mano mozzata, ho il telecomando sul tavolo. Non ho voglia di alzarmi a prenderlo. Scruto il monitor e fanculo all'aereo che è passato (maledetto anche il correttore che mi cambia fanculo con fanciullo). Ora ho perso il filo del discorso, posto che ne abbia tenuto in mano un capo, forse no, forse non c'era alcun filo, del resto, c'è il temporale, tira vento e ho dovuto bloccare anche la finestra.
Vado a dormire, ma non ho sonno.
Sono incoerente, come potrei non esserlo, la notte non è coerente, per questo la amo così tanto.


lunedì 12 agosto 2013

Segni

Non in punta di piedi, perché questo è il mio sogno. Scalzo come me, e sento il pavimento liscio e fresco sotto i piedi. Non svegliatemi.

Darsi a fior di labbra, perché non c'è tempo per dire, l'alba è alle porte e non voglio ci sorprenda a parlare. È una notte dalla voce di velluto e il tocco musicale, come quei motivi che senti uscire da una finestra buia, quelli che non puoi fare a meno di ascoltare in silenzio, mentre osservi il cielo e fumi l'ultima prima di andare a dormire. È una notte dalla pelle calda e mani decise che stringono, ché non c'è tempo per fare le cose con calma e questo sogno mi appartiene; lo stringo, lo graffio, lo vivo nel respiro e sotto pelle.
Mentre, intorno, la città scorre lenta e ignara; mentre il silenzio arrossisce e si volta dall'altra parte.
Rotto, come dal suono di un cristallo scagliato sul pavimento.
Rotto, come dall'arrivo del treno.
Rotto, dalle suppliche soffocate sulla tua spalla.
Mordo le dita per non svegliare il giorno, facciamo piano, ma piano non fa per noi che abbiamo le ore contate e la voglia suonata.

Stringimi, fino a sentire le pulsazioni del mio cuore in ogni centimetro di pelle. Stringimi, per trovarmi al risveglio, e, se non hai più forza, stringerò io.

Chiudo gli occhi sul tuo sguardo che studia ogni mia espressione, non posso riaprirli, non stanotte, ma, se me lo chiedi, lo farò; e ti perderai.

Che ore sono, no, non dirmelo e torna qui. Lascia che il giorno aspetti, e tu stringimi fino a lasciare il segno, ma non il sogno.




martedì 6 agosto 2013

E la notte bussò

È una notte fresca e seria come i guai, questa. Una di quelle notti in cui se esci fuori hai freddo, se resti in casa hai caldo, se bevi hai fame e se mangi hai sete.
E premo le cuffiette sulle orecchie, come quando ero piccola e mi appoggiavo alla radio per isolare il resto, come se la musica fosse il mare e quella scatola di plastica una conchiglia.

È una notte che sta aspettando qui fuori e non so ancora dove mi porterà, e, a dirla tutta, non sono pronta.
Era quasi fatta, un attimo e sarei andata a dormire, invece arriva la notte sotto casa e suona il citofono, puntuale come un esattore, solo che al posto dei soldi mi toglie il sonno. allora apro un foglio bianco, lo osservo e inizio a scrivere, anche se non so ancora dove andrò, non so che nome dare a questo silenzio, però mi piace, ci diamo del tu.

Allungo le gambe stanche, accendo una sigaretta e mi preparo senza troppa convinzione, penso alle stelle e alla loro eleganza, mentre io sono qui a ricevere la notte in pantaloncini e canotta, a piedi scalzi, con i capelli scompigliati e i pensieri incastrati in mezzo, non ero preparata, come accade quando incontri l'ex per strada e non sei mai sistemata troppo bene, mentre lui è splendido e ti dice di trovarti bene e vorresti strappargli la faccia, ma ti dai un tono e sorridi, senza rispondere "anche tu", perché omettere non è mentire.
Ma la notte è diversa, quando arriva ti guarda come nessuno mai. E sai di essere bellissima, anche con canotta, pantaloncini, scalza e con i capelli scompigliati. I pensieri, già, quelli però non fai in tempo a metterli nell'elenco che escono per farsi accarezzare, come puttane che scodinzolano per avere una porzione di amore artificiale.

È una notte saggia come le storie negli occhi di un vecchio pescatore, quelle inventate e quelle vissute, che neanche lui ricorda più quali siano le une o le altre.
E la carrellata di ricordi sfila, mescolata alla fantasia. Vissuto e immaginario, sogno o realtà, poco importa, sono fuori con la notte e tutto è concesso, almeno, fino all'arrivo dell'alba. Mentre porto le ginocchia verso il petto, per sentirmi più raccolta,
come in un abbraccio, 
come tra due mani, 
come in uno sguardo.
Bisogno di sentirsi bene in una trappola.

E non riesco a stare ferma, alzo il volume della musica per non ascoltarmi, incrocio le gambe e sistemo il portatile sulle ginocchia, ma fa caldo e la pelle brucia nel modo sbagliato; non dovrebbe andare così, è tutto sbagliato, fuori posto e anche la musica stona, ma sembro l'unica a sentirla; la notte sorride, per lei è tutta uguale la musica, mi guarda, con quegli occhi indulgenti, lo sguardo che si riserva a un bambino che, nel giochino della Chicco, cerca d'incastrare la stella nello spazio della luna.

Quando il gioco cambia, quando non si rispettano più le regole e ti accorgi che stai indossando solo una canotta e dei pantaloncini consumati, ti senti nuda a una festa di gala, e forse, neanche così bellissima sotto quello sguardo scuro; perché la notte, se vuole, sa mentire; e se credi in lei sei una stupida.







venerdì 2 agosto 2013

Il respiro rubato

Solo per poco, giusto il tempo di chiudere gli occhi e illudermi che sia dolce come l'ultima volta.
Come un cucchiaino di nutella sulla lingua mangiato una volta, che richiami a te con quel suo sapore inimitabile che riconosceresti tra decine di creme spalmabili.
E ogni volta lo stesso ricordo, quello che ti mette i brividi e ti toglie il fiato, come la sera in cui mi dicevi  "respira"e più me lo dicevi più restavo in apnea.

Qual è il suono di un ricordo?
La tua voce bassa che resta sulla pelle ha il suono dei miei pensieri; così lontano; così vicina da insidiarsi in me. Anch'essa.
"Respira"
Mentre gli occhi appannati dal desiderio non vedevano altro che fotogrammi come istantanee prese da un treno in corsa, e labbra rosse rinfrescate dal fiato che prendevo, quando mi dicevi 
"Respira"
e poi me lo rubavi di baci e restituivi di passione, il respiro.

Solo per poco, ad occhi chiusi, ricercando ogni cosa che mi parli di te, mentre la musica diventa un altro suono, e la mente scorre le parole fino a confondere le pelli e mescolarle.
E la luna mi aspetta, sono in ritardo. Curiosa e fredda illumina il letto e i ricordi.
"Respira"
Brillo nella penombra della stanza e ricordo ancora. Un per poco che si ripete sempre.
E forse, così, non mi farò troppo male, vorrei però essere un peso sul tuo cuore e una spina nella tua mente. Almeno per un po', giusto il tempo di far ricordare anche a te.


martedì 30 luglio 2013

Il sangue della notte

Di questa notte amo lo sguardo fiero.
La notte è audace, complice la tenebra che nasconde l'imbarazzo di sguardi che divorano.
La notte è una Signora dai lunghi capelli di seta e le movenze di una pantera.
Di notte il silenzio ha una voce bassa che ti accarezza l'anima, e ti lasci andare con i sensi tesi.
Della notte amo le premesse.
La notte stringe nella mano una rosa, facendo colare la calda oscurità lungo la pelle candida dell'innocenza.
La notte ti affronta a mani nude, spògliati.

È di notte che mi spoglio davvero di ogni maschera e fardello. Una vecchia amica che un tempo ho combattuto senza armi, fino a essere atterrata. Ci siamo guardate bene in faccia, occhi negli occhi, entrambe con il fiatone, non mollava la presa, fino a farmi chiudere gli occhi, sconfitta. È stato allora che, mentre aspettavo il colpo di grazia,  è arrivata una carezza, e ho sentito il peso addosso diminuire.
Abbiamo bevuto insieme birra e caffè, fumato e sorriso.
Non sei in confidenza con qualcuno finché non ti vede piangere. Non abbiamo più segreti la notte e io.
Mi teneva la mano per non farmi tremare, restandomi accanto, quando mancava l'aria e tutto diventava buio, quello sbagliato, quello freddo. Il buio che ti dilania.
Ho visto la notte triste, alle prime luci dell'alba, allontanarsi fino  dissolversi, come un amante onirico al risveglio, e il giorno era distratto, troppo acceso per occhi stanchi ed arrossati. La sua luce m'infastidiva, così come il suo rumore. Allora ho cercato la notte negli angoli più nascosti, evocandola al buio  di una stanza e al silenzio della mia voce. Si faceva attendere, ma alla fine arrivava sempre, ed io non avevo più paura, perché di notte la gente non esce e non ti cerca. Tornavo a vivere, senza maschera, con la musica nelle orecchie e il blu nelle vene, sotto la pelle inchiostro a fiumi, con la notte che stringeva la rosa e sorrideva, sorrideva e mi colorava di vita, fino a farmi addormentare di vita, per svegliarmi un attimo prima che svanisse, e salutarla.
Adesso vado a dormire, colorata di vita, mentre la notte stringe quella rosa più forte del solito. Ci fosse la luna colorerebbe anche lei. Vado a dormire, perché l'ho promesso a questa notte, e lei non se ne andrà senza svegliarmi con un bacio, per svanire lasciandomi il suo sorriso e la promessa di tornare.

venerdì 26 luglio 2013

Un angolo di cielo

Questa notte il cielo è in restauro, coperto da una coltre di nuvole si lascia sistemare, e gli addetti ai lavori sono occhi che dipingono la notte come meglio credono.
Ho messo una panchina in quell'angolo lassù, dietro la stella, di fronte alla luna. Quante storie affidate alla mia mente, brandelli di ciò che è stato mescolati a ciò che vorrei, sgranocchiando crackers salati e bevendo caffè. Intanto il buio si appoggia leggero sulle spalle, sento il suo profumo, mentre continuo a disegnare lineamenti che le dita non vogliono più tracciare.
Troppo sfocato questo "chi sei?" e i tempi in cui tutto sembrava giusto e familiare, fanno parte del cielo prima del restauro.
O forse eri tu che mi prendevi la mano e la portavi sul tuo viso, e non avevo paura di seguirne i contorni.

Soffio su questo angolo per curiosare cosa c'è sotto, ma vedo ancora cielo vuoto, libero da stelle; anche la luna si è stufata di sentirsi dire "sei bella", intanto nessuno di noi si è avvicinato abbastanza da lasciarsi accarezzare il profilo del volto, adesso, è andata a nascondersi, perché non crede più alle adulazioni, non se mentre guardiamo lei contiamo anche le stelle.

domenica 14 luglio 2013

Notte amante mia

Una notte troppo buia questa. Unica fonte di luce il monitor e la luna è ancora troppo nascosta per illuminare questo cielo che ha deciso di non indossare neppure un stella.
Caffè e red bull scorrono nelle mie vene e non voglio fare quel che dovrei: dormire.
Il periodo più brutto della mia vita l'ho passato maledicendo la notte. Quando non chiudevo occhio, quando il letto era una prigione e di dormire non se ne parlava.
All'epoca avevo paura del pre-serale, iniziavo a bere camomilla dalle 19 e dopo le 15 neanche un caffè. Crollavo sulla poltrona e quando andavo a letto gli occhi si spalancavano, il soffitto mi guardava minaccioso e io contavo, ripassavo ogni ricordo, mi ripetevo di dormire, usavo anche l'imperativo, ma non funzionava. Aspettavo le prime luci dell'alba e mi alzavo. Non avevo nulla da perdere, a parte la luce del giorno.
Ricordo benissimo quando la notte diventò mia nemica, ma quella è un'altra storia molto triste, che non ho voglia di raccontare. Non stanotte.
Una volta sconfitti i mostri, o forse li ho solo chiusi nel ripostiglio, ho ricominciato a parlare con la notte, ad esserne complice. Ad amarla, come si fa con la più lussuriosa delle passioni.

Non esiste notte senza musica.
Non esiste notte senza ricordi.
Non esiste notte senza malinconia.
Non esiste notte senza sospiri.
Non esiste notte senza bisogni.

Come quando dici che le fate non esistono e ne secchi subito una. Ecco, io ho tutto e la mia notte esiste. La vivo, la brucio e l'assaporo.
Se non riesci a dormire, diventa amico della notte, riuscirà a farti trascorrere il tempo in fretta, e, quando sarà mattino, ne vorrai ancora un po', ma dovrai aspettare, perché la notte è puttana, si concede, ti fa impazzire e poi va via. Lasciandoti in quel letto sfatto con il desiderio di ricominciare. Ché il giorno, in fondo, è un po' troppo bacchettone.

sabato 6 luglio 2013

Gli occhi dei pensieri

Di quelle notti che dovrebbero durare giorni, tanto domani è sabato e si dorme, e premere la musica nelle orecchie per coprire il rumore dei tasti, nessuna distrazione dai pensieri, ché sono delicati alcuni di loro. Basta un respiro più profondo per farli scappar via; e ti lasciano lì. Senza averti dato modo di guardare il loro volto.
Non conoscere il colore degli occhi dei propri pensieri è qualcosa che non augurerei al mio peggior nemico, è come aggrapparsi alla carta velina mentre stai precipitando. L'afferri e pensi "sono salva", ma non finisci la parola e ti trovi nel vuoto a braccia larghe e precipiti, senza sapere se il pensiero fosse accattivante, intelligente o vuoto.
Si strappa la carta e nessuno ti presenta le tue voglie, i tuoi desideri, le tue paure o le tue ossessioni. Era qui, di fronte a me, se solo avessi alzato lo sguardo un attimo prima, adesso staremmo bevendo insieme un birra e disquisendo del più e del meno. Lui saprebbe che ho gli occhi neri e io saprei di che pasta è fatta la mia mente. Cerco un altro pensiero, ma a quest'ora dormono tutti, tranne quelli che avevo messo in soffitta perché non li uso più. La scala interna è impolverata e in quell'angolo ci sono le ragnatele. Poi, chi mi dice che sarebbero disposti a venire fuori; al loro posto, io mi volterei dall'altra parte. È come sentirli "Guarda, la stronza, adesso si ricorda di noi, non parlatele." e non avrebbero tutti i torti.
Uno scalino.
Posso dire che di spalle era ben piazzato, forse era un pensiero atletico.
Due scalini.
Le distrazioni si pagano.
Tre scalini.
Ricordo ancora gli occhi dolci di quel pensiero estivo.
Quattro scalini.
E la paura di quello che era strabico.
Cinque scalini.
Ma quello di poco fa era ben piazzato.
Sei scalini.
Gli occhi, però, raccontano tutto.
Sette scalini.
È fuggito prima.
Resti lì, con la mano sulla maniglia di quell'angolo e pensi alle ragnatele.
Non sono poi così sicura di voler guardare cosa ho nascosto lì dentro.
Torno giù, mentre Ivan Graziani canta, isolo ogni rumore e vado a sbattere tra due braccia forti, sollevo lo sguardo e ricordo.
Ha gli occhi color nocciola questo pensiero, veste di nero come la notte, ci guardiamo e cambia. Indossa il Blu; in mio onore. Ci fissiamo a lungo e adagio la testa sulla sua spalla. Ho solo voglia di dormire adesso, per pensare meglio, indossandoti come fossi un pigiama. Ma non chiudere gli occhi finché non dormo, veglia sui miei sogni, anche quelli che non si possono dire.
Soprattutto quelli

giovedì 4 luglio 2013

Notti d(')estate

Dico che il caldo non mi lascia dormire e mento.
Quando ero piccola e andavo in villeggiatura al mare, dopo una giornata di sole e la pelle bruciacchiata, dormivo fino al mattino, mi alzavo e facevo colazione, ascoltando mamma e papà che si lamentavano del caldo della notte. Poi mi dicevano che in spiaggia ci saremmo andato un po' più tardi, allora iniziavo a pensare alla bambina di Torino che mi stava aspettando, alla gara di tuffi con quei bambini spacconi di Trieste e al fatto che magari avrebbero iniziato senza di me. Con il broncio mi mettevo un po' in giardino, sull'altalena che i due vecchietti che affittavano la casa avevano sistemato appositamente per mia sorella e per me, volavo in alto e pensavo che se mi fossi persa l'inizio della giornata sarebbe stata una catastrofe. E sentivo il caldo.
All'ombra di due grossi alberi, con l'aria che mi soffiava sul viso e mentre cercavo di toccare il cielo, sentivo caldo.
Ecco di cosa parlavano mamma e papà. Mentre dormivo, forse, non lo avevo sentito perché aveva fatto piano, il caldo, poi, una volta entrato in camera di mamma e papà, forse, aveva scontrato un soprammobile e aveva fatto rumore, svegliandoli.

Sono cresciuta, e il caldo non mi lascia dormire.
Mento.
Sono i pensieri che non lasciano dormire. Bastarde responsabilità che mentre stai per chiudere gli occhi e staccare la spina della mente, ti suonano la tromba da stadio nelle orecchie e tu spalanchi occhi, cervello e tutto il necessario per restare sveglia e sentire caldo.

Fornitori da pagare.
C'è caldo.
Domani devo stirare una montagna di panni.
Cristo, che caldo che c'è.
Devo ricordare di scrivere quella email prima delle 9.30.
Stanotte non si respira.
È da un po' che non sento mamma e papà.
Perché non ho il condizionatore?
Chissà se mi ha mai sognato.
Basterebbe un ventilatore.
Evita di domandarmi alcune cose per non dover rispondere ad altre.
Adesso faccio una doccia ghiacciata.

E al mattino senti le mani gonfie, un cerchio alla testa e ti avvii verso il nuovo giorno trasportando le due borse capienti sotto i tuoi occhi.
Chi ti guarda chiede se sia tutto a posto, la risposta è automatica, "Non ho chiuso occhio per il caldo".
Come se questo bastasse a rendere tutto credibile, a sistemarlo in quella norma che è lo standard di tutti.
E ti senti un po' meno diverso, ché menti come molti di loro. Ho conosciuto gente che non ha chiuso occhio per colpa di una zanzara. Principianti. Il caldo è un'altra cosa. Maldestro, scontra la sveglia sul comodino e desta tutti per il gran fracasso.
Non ricordo quando ho iniziato a sentire il caldo, avrei preferito sentire Babbo Natale inciampare nei fili delle lucine e tirare giù tutto l'albero, ma Babbo Natale è un professionista abituato a fare piano, lui.

Oggi il sole non brucia, la mente dimentica di sentire il caldo, intanto penso che stanotte dormirò presto, visto che forse l'aria si è un po' rinfrescata.
Sarà certamente così, in attesa del primo temporale estivo che non mi lascerà dormire a causa dei tuoni. 




mercoledì 3 luglio 2013

Ecco la notte

Ecco la notte.
Ti stavo aspettando, tra uno sbadiglio e l'altro, con gli occhi stanchi e le spalle curve.
Il letto che chiama forte, e io che alzo il volume della musica per non sentirlo.
Ecco la notte.
Ci hai messo tanto ad arrivare, credevo fosse una sera interminabile. Perenne. Poi ho riconosciuto il solito motivo, quello che fischietti quando ti avvicini.
Ecco la notte.
Hai ricordato di portare con te tutto il buio o ne hai lasciato un po' indietro?
Ecco la notte.
Quante cose avevo da dirti, le ho dimenticate tutte, ché di attesa si può dimenticare e di ricordi non dormire.
Ecco la notte.
Sento il tuo profumo e vorrei solo che avessi due braccia forti.
Ecco la notte.
Parla piano o mi svegli, si può non dormire di notte, ma non è la stessa cosa se resto sveglia solo io.
Svegliare le attese e aspettare le prime luci del giorno.
Ecco la notte.
Se non dormo penso, e tu sei in ritardo, non basta il buio per essere notte.
Non basta la notte per essere buio.
(Chiudo gli occhi e c'è luce.)