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giovedì 14 agosto 2014

Estate, ora passa.

Estate.
Di mare, di boschi e scampagnate.
Estate di salsedine e resina, di erba e sapore di carne bruciacchiata, di frutta fresca e torte salate. Di creme e lozioni, di risate e pelle calda.
Estate di sabbia nei capelli e tra le dita, di musica e tormentoni.
Estate.
Di ricordi e di presente.
Estate di lavoro e di stanchezza, di voglia di riposare, perché la scuola è finita da un pezzo, adesso tocca a me e le ferie sono lontane.

Estate di lucciole spiaccicate sul pavimento e di scie luminose che neanche sulla pista di atterraggio all'aeroporto.

Estate di bronci e noia, perché avresti preferito andare in spiaggia, invece ti sei trovata a guardare dall'alto in basso l'amico coetaneo, figlio degli amici dei tuoi genitori, gli stessi che ammiccavano e si davano le gomitate mentre scambiavi quattro chiacchiere di cortesia, quelli che ci chiamavano fidanzatini, mentre la vergogna prendeva fuoco sul viso e la rabbia prudeva nei pugni chiusi.
Estate.
Di ferragosto in mezzo agli adulti che pensavano a grigliare, preparare e ridere di cose stupide, e meno male che l'adolescente ero io. Estate.
Di silenzi e pensieri da galera. Estate di "ma cosa vuole questo da me?" e "speriamo che gli scoppi un testicolo e si torni a casa."
Estate da "cosa non darei per sdraiarmi sotto quel pino con un libro in mano"mentre gli adulti pensavano a tutto. Oggi, mai come allora.
Estate.
Di storie vissute a metà, di promesse e partenze.
Di volti abbronzati, di scogli rifugio e labbra dolenti.
Estati di "C'è mio padre, restiamo qui. Baciami ancora."
Mentre pensavi che fosse l'amore della tua vita; quando ancora, se andava bene, durava una stagione la vita. E l'amore con essa.
Estate.
Di lunghe passeggiate nel bosco e di rami così alti che pensavi fossero tetti.
Di odore di foglie e terra, di voglia di solitudine e di ascolto, perché al mare raccontavo, nel bosco ascoltavo, mentre decine di occhi mi spiavano. La natura sa osservare.
Estate di pensieri frivoli e problemi che duravano il tempo di una granita al sole.
Mentre il mare mi ascoltava e si arrendeva alla carezza tiepida di un tramonto stanco.
Estate di asfalto bollente e città deserta. Di caldo e noia. Estate di "Oddio non ho ancora toccato matematica", ma lo sapevo solo io.

Estate. Oggi.
Estate di.
Alla vigilia della festa, in silenzio. Con la musica che mi accarezza la pelle, troppo chiara per il periodo, con i pensieri seri e la ruga in mezzo alla fronte. E la granita non si scioglie.
La vigilia della festa dell'estate e "Oddio non ho toccato il ferro da stiro", sorrido e penso che domani dormirò finché ne avrò voglia, farò finta di dimenticare il Ferragosto e preparerò la palma a chi, puntualmente, me lo ricorderà. Sarei andata al mare, ma troppa gente per raccontare. Nel bosco beh, non si scherza con il bosco, e qui non ci ha presentati nessuno. La mia città è lontana e io non ho più visto quegli occhi che mi spiavano, né ascoltato le sue lezioni di vita.
Estate.
Oggi.
Di "non vedo l'ora che sia inverno per poter ricordare questa estate e tenerla dietro le spalle", mentre l'agrifoglio colora le sue bacche di rosso.



domenica 28 luglio 2013

Estati diverse

Chi l'avrebbe mai detto che, tanti anni dopo, sarei diventata un manicaretto per le zanzare sbuffando per il caldo, mentre il paese è illuminato a festa e le signore a braccetto dei loro mariti sfoggiano un sorriso di plastica e i sandali buoni.
In tanti anni che abito qui, ieri sera è stata forse la terza volta che sono uscita fare due passi. In genere mi sposto altrove o sto a casa.
Abito in un paese dove tutti ci conosciamo di vista ma nessuno sa come si chiami l'altra persona. O forse sono solo io a ignorare questa cosa degli altri.
"La signora bionda che porta il cane a pascolare, la figlia di quella che ha i baffi come un moschettiere, quella che se ti ferma non ti molla più, quello che si maneggia sempre il pacco quando butta a spazzatura e ti guarda come se dovesse spogliarti, quello che se non scappi prima ti dice che tempo faceva nella Pasqua del 1972" cose così; ma ci scambiamo sorrisi di circostanza e saluti cordiali, come se sapessimo anche i nostri nomi. Distinguo il vicinato da caratteristiche che non mi sono mai resa conto di aver catalogato in tutto questo tempo.

Eppure io ricordo estati diverse. Quelle fatte di musica, di capelli ancora bagnati e lucidi tenuti fermi da una fascia rossa, con la pelle lucida dalla nivea passata accuratamente dopo la doccia della sera, per far risaltare l'abbronzatura. Le estati che ricordo avevano l'appuntamento sotto casa la sera, con l'orologio alla mano, perché se tardavo non c'era un seconda volta, ed era una concessione uscire la sera a sedici anni, ma in villeggiatura anche i miei si rilassavano e diventavano più permissivi, anche se papà dopo teneva il broncio per un'oretta.

Durante il giorno arrivavo in spiaggia con i miei e cercavo subito la postazione ideale che mettesse  a tacere tutti. Mia madre che "voglio averti sottocchio, non sparire" e io che "meglio non pensino che sono ancora piccola e vado al mare con i genitori", anche se poi eravamo quasi tutti villeggianti con le famiglie al seguito, piccole grandi donne atteggiate a qualcosa che non esisteva. Non in quel periodo e non a sedici anni.

Le estati che ricordo con un sorriso sono quelle che mi facevano spendere i soldi del gelato nel jukebox,  per ascoltare il tormentone del momento ancora una volta, ancora e ancora, fino a quando il titolare del chiosco, quando mi vedeva arrivare, lasciava scivolare la moneta e offriva quel giro di note, allora prendevo un gelato e mi sedevo con i piedi sulla ringhiera e lo sguardo apparentemente rivolto al mare, in realtà osservavo i ragazzi che giocavano a calcetto e non mi perdevo neanche una battuta o un'occhiata che buttavano ogni volta che qualcuno segnava o parava. Pavoni in erba.

Di quelle estati ricordo anche il gusto di poter mangiare liberamente un cornetto (rigorosamente Algida) o un calippo (frizzante alla cola), senza sentire battute stupide e senza atteggiarsi a Moana Pozzi, perché gustando un cornetto si sentiva l'estate addosso, ci si trasformava nella ragazza della pubblicità che divideva il cuore di panna con lui fino ad arrivare al bacio, non si pensava ad altro, era questione di immagini evocative differenti; ricordo la mia consapevolezza di avere le labbra arrossate dal freddo del ghiaccio, mi sentivo bella, non sensuale. Bella. Una malizia diversa, impartita senza volere da genitori più apprensivi. Eravamo piccole donne che arrossivano e facevano impazzire i ragazzi abbassando lo sguardo per pochi secondi per poi sfidarli in una gara di tuffi, sperando che ti prendessero in braccio per buttarti in acqua con l'inganno, e sì, un po' di gallinaio c'era, ma le risate genuine rivelavano sempre il lato bambino che oggi si perde già a tredici anni. E ci cascavano, una volta, e  nessuno dei due veniva ingannato, erano ruoli studiati a tavolino senza troppi schemi, da entrambe le parti.

Di quelle estati restano bigliettini scoloriti di numeri telefonici e indirizzi, usati per un po' e poi persi chissà dove, in qualche cassetto della memoria che oggi ho aperto ripensando a quanto sia diversa l'estate, adesso, o forse sono io che trovo il cornetto Algida meno buono e non so ancora quale sia il tormentone musicale dell'estate 2013, e neanche quella precedente e l'altra ancora, e poi ancora e ancora.