venerdì 8 aprile 2016
Giudizi Universali
Ho ripreso quelle parole, alcuni mesi fa, quando avevo fatto pace con l'astinenza, quando la notte e il giorno non avevano quella gran differenza e le ore si somigliavano tutte. Dovevo terminare qualcosa, perché tutto è iniziato per scherzo, perché quando ho cominciato ero più serena e perché non potevo lasciare una parte di me in pasto alla paura e all'ansia. Il bello della fantasia è che riesce a partorire senza avvisaglie, apri la diga e scrivi, disegni, descrivi, ti ascolti e ti estranei, ti racconti e metti un po' di te addosso a personaggi estranei che ti assomigliano più di quanto ti mostri lo specchio. Ho ripreso in mano quelle pagine e le ho plasmate a mia necessità, abusando di loro, violando i desideri più nascosti e mostrando angoli poco illuminati di una me stessa, che non ero io. Non dico sia stato facile, ma se li addossi a qualcuno che non sia tu sembra che a te non sia successo, che a te non piaccia quello e che tu non lo faresti mai, perché quella non sei tu. Tu narri, disegni e mostri ciò che la fantasia porta in grembo, sculacci quella parte di te un po' sgualcita che non sei tu, perché si chiama diversamente, affinché respiri e riempia i polmoni di vita, ricordando a te stessa di respirare tranquilla, perché tanto a te non è successo quello e continui a ripetertelo, per evitare fraintendimenti, come se l'occhio di chi legge sia l'occhio di Dio, come se ogni cosa scritta sia una parte di te deceduta, come se ogni cosa pubblicata sia la resurrezione, pensieri in attesa di giudizio. Allora ti ripeti che non credi, così non temi qualcuno che non esiste e quando scrivi ti convinci che tu stia parlando sola, così Dio non ti guarda; ché tutti la fanno facile, "Sei brava, sei scarsa, scrivi bene, scrivi male, sei una bella persona, sei pessima, sei, sei, sei" come se, al di fuori della grammatica, ci fosse un modo giusto o sbagliato di scrivere, come se gli stati d'animo non fossero di passaggio, come se io non detestassi i numeri pari, ma ho ripreso in mano quelle pagine e le ho portate a termine, così non sono più, ma sette.
martedì 2 luglio 2013
Bevo caratteri
Come ogni vizio, anche quello della scrittura richiede le sue attenzioni e, soprattutto, i suoi spazi.
Scolo, alla goccia, gotti da 140 caratteri, ma se vuoi smettere non riduci. Come le bionde che avvelenano: prendi quel fottutissimo pacchetto e lo strizzi tra le dita.
Da ora smetto.
E sei libero dal vizio.
Quando l’intenzione di smettere non è reale, o supportata dalla forza di volontà, ci si nasconde dietro un debole Riduco.
Vigliacco e senza nervo.
140 caratteri.
In pochi secondi stai meglio, bruci quel pensiero e gli dai un volto. Poi vai a fare altro.
Ma la mente gioca brutti scherzi. Quando pensi di aver esorcizzato un’idea, ecco che compare Reagan, con la testa che gira sul corpo e la faccia trasformata dal desiderio di un’altra dose da 140 caratteri.
Hai ridotto.
E non smetti. Come fumare le sigarettine che andavano di moda anni fa: è piccola, ne fumo meno. E, invece di un pacchetto, ne bruciavi due.
Scrivere è un vizio. Se non smetti, non puoi ridurre.
140 caratteri non bastano, scrivo il doppio. Ho deciso di comprare una stecca e avere le spalle coperte. Ho deciso che, ogni tanto, quando Reagan urlerà nella mia testa, dovrò ammansirla con uno spazio tutto suo.
Senza limiti e senza impegno, senza sorrisi di circostanza e senza esorcismi che tentano di liberarti dall’inchiostro che ti scorre nelle vene.
Ecco perché non riduco. Ecco perché brucio il Blu senza spazi né conteggi.
Vedo il fuoco Blu, e anche il ghiaccio brucia prima di sublimare