giovedì 17 luglio 2014

In viaggio

"Quanti modi di viaggiare conosci?"
Una domanda sussurrata così vicino da scoprire un viaggio nuovo.
"Due. Uno è illegale."
Mentre pensavo fortemente tre.
La pelle fresca e le labbra, bollenti, immobili sul mio palmo.
Un sorriso complice inghiottito da uno sguardo così serio da mescolarsi a quella notte senza stelle né luna.
Senza bagagli.

Esistono incontri che sono viaggi, più o meno lunghi. Persone che sono paesaggi, itinerari, soste o cambi di programma. Una notte, due, tre. Una vita. Quattro ore. E, se è valsa la pena, ricorderai quel viaggio.
Resti ferma, mentre scorri diapositive che non condividerai mai con nessuno. Ripercorri occhi, labbra e pelle. Odori e respiri. Ascolti parole senza senso e non ti riconosci, ma sei.
Passeggi sulle risposte, perché un viaggio non ha bisogno di domande quando hai le emozioni zingare, e non lo dici perché la gente non capisce, la gente programma tutto, anche le occhiate davanti allo specchio e, se per strada si fermasse il treno per il paradiso, lo lascerebbe andare perché non ha bagaglio pronto. Ché se non hai cinque paia di scarpe per tre giorni sei nuda e io, che ti vengo incontro scalza, sono in viaggio dal primo sguardo.
E non lo dici perché è tuo.

Stazioni di passaggio a tempo indeterminato.
(fino a noi)
Binari.
(fammi morire)
Seduta dal lato finestrino.
(scorri e non passi)
Sorrido e ne accendo una, mentre le stagioni scorrono.
Estate.
(ho sete)
Inverno.
(Accendimi)
E le mezze erano in viaggio a viverci, in vacanza dal buonsenso.
E guardo i sorrisi abbronzati e guardo il pallore di tutto questo viaggiare leggeri.
(hanno valigie pesanti incatenate al dito)
Un solo cambio, niente abito, un posto al riparo dal sole e basta. Un viaggio, una vacanza da ricordare.
"Quanti modi di viaggiare conosci?"
"Uno. E non sono ancora tornata."
















sabato 21 giugno 2014

Dentro

Ho bisogno di un rifugio.
Un posto giusto al momento giusto; un locale sempre aperto dove nessuno badi a me, tipo se fossi scalza, spettinata o senza trucco.
Dentro.
Ho bisogno di estraneità.
Nessuna caramella, nessuna domanda, e se vuoi un panino e un caffè nessuno ti rifila anche il dolcetto alle mele, altrimenti uno chiede panino, caffè e dolcetto alle mele, e no, non voglio la coca cola con 0,99 € in più. E neanche amici dal contatto facile.
Dentro.
Ho bisogno di un alibi.
Un vorrei ma non posso, casomai ne fosse avanzato qualcuno ai codardi, se non è di troppo disturbo, altrimenti, continuo ad arrangiarmi con i miei "Non voglio", mentre mi osservo al di qua del vetro, con il resto del mondo nell'acquario.
Blop Blop Blop.
Pesci colorati dalle pinne lucide e scattanti.
Dentro.
Ho bisogno di una birra, dieci anni di meno, facciamo quindici, anzi no. Ognuno ha gli anni che si sente ed è da quando ne ho venti che me ne sento cento. Poco cambierebbe. Prosit.
Dentro.
Ho bisogno del non luogo più bello della terra. Il posto dove nessuno ti conosce o ti vede, dove un sorriso distratto non ha spiegazioni né domande.
Sono qui e il resto non esiste, non conta e non c'è.
Dentro.
Inclino leggermente la testa e nevica. Un globo natalizio, una clessidra gelida e soffice. Il candore del miracolo. Fuori c'è il sole, ma io sono Dentro.
E chiudo a chiave, respiro e appoggio le mani alle pareti sottili di vetro. Faccio le boccacce ed è perfetto. Nessuno si gira, nessun perché. Mi andava di farle e Dentro è il posto perfetto. Massima insicurezza, allarme inserito.
Dentro.
Cambio il cielo con un dito, sposto alberi con una mano e punteggio la pelle e le stelle. Corro, canto e salto. Rido, piango e penso.
Dentro.
Ho trovato questo posto una notte di tanti anni fa. Da allora, viaggio instancabilmente, senza biglietto. Prima classe, lato finestrino, scompartimento fumatori.
Tutto quello di cui ho bisogno, una "Stanza delle Necessità" su misura. Non raggiungibile.
Nessuno ci arriva, neanche su invito. Al massimo, puoi pulirti i piedi sulla soglia, una cosa tipo "Ma che belle piastrelle, gli infissi sono di alluminio?" e poi arriva il momento in cui ti dico che zucchero non ne ho, la farina é finita e ho molte cose da fare. E non puoi entrare. Impossibile da vedere, scalare o sfondare.
Un luogo insidioso, così lontano da essere a un passo da me. Ed è mio.
E sono io. Dentro.



sabato 24 maggio 2014

20 Maggio 2014: Ciao Zio

Siamo contenitori di pensieri mescolati a ricordi e speranze, parole inespresse appiccicate come un mazzo di carte bagnato dalla pioggia e asciugato nell'umidità di una scatola nascosta nella soffitta buia della mente.
A casaccio, perché le parole spingono e sono troppe, non posso permettermi di rispettare il filo logico di spazi temporali o discorsi terminati e lineari, altrimenti, se tirassi quel filo, si scucirebbe la spontaneità.

Parto da un balsamo che, a sprazzi, lenisce il mio cuore.
Un "Ti voglio bene" e un "Grazie" detti con cognizione di causa, scappati perché troppo veri e sentiti per essere lasciati dentro la carezza di uno sguardo che non avrebbe avuto bisogno di parole.
Due momenti in uno.
E lui stava morendo, ma ancora speravamo. Poter parlare di lavoro lo illuminava e lo rendeva sano. Lui, lo zio per eccellenza, troppo giovane per vederlo andare via, troppo dignitoso per lasciar trapelare una sola parola di autocommiserazione, troppo protettivo per accettare i viaggi delle nipoti, le cure di mia mamma, sorella maggiore che, da quando lui aveva 18 mesi, si è presa cura di lui, il più piccolo di tutti, l'unico che non ha vissuto la mancanza del padre né la disperazione di una madre che doveva fare i conti con il pane in tavola e il bisogno di piangere. Solo la mia mamma ha nel cuore tutto questo, mentre a dodici anni si ritrovava tra le braccia un bambolotto in carne e ossa, perché la nonna doveva lavorare, e lui, lo zio bambolotto di mamma, ignorava la tragedia che si consumava tra le mura di quella casa che lo aveva visto nascere, la stessa casa in cui vivono oggi i miei genitori.
Lo zio.
Cinquantasette anni sono pochi per lasciare la vita ma, quando la vita ti lascia, non guarda la data di nascita.
Lo zio.
Lo stesso che ha accettato una diagnosi terribile, facendo coraggio a noi e assicurandoci che avrebbe lottato fino alla fine, e ha mantenuto la parola.
Lo zio.
Quello che ha fatto piangere le infermiere, perché "non abbiamo mai auto un paziente così malato che avesse la delicatezza di non sporcare o di sopportare senza suonare il campanello".
Lo zio.
Che, due giorni prima che le cose precipitassero, è voluto andare fuori città per controllare se i "suoi ragazzi" fossero a posto con il lavoro imbastito e non avessero problemi. Per dare un paio di consigli e due dritte. Per salutare colleghi e amici e dir loro "mercoledì sento un altro oncologo e dopo questa visita vediamo cosa salta fuori" facendo loro coraggio, così tanto coraggio che alla fine ci credevamo tutti noi, mentre lui sapeva benissimo che il suo destino era segnato dalla stessa bestia che aveva dilaniato sua madre.

Poco più di due mesi per abituarti al fatto che "la gente muore" e che, la gente, non è altro che un gruppo di persone. Tra queste, potresti esserci anche tu a fare i conti con la morte di una persona cara.
Poco più di due mesi per ritrovarti a sperare in un errore o in un miracolo, scartando l'eventualità più papabile e, vedendo la lucidità di un uomo così giovane, oltre la sua decadenza fisica, ritrovarti improvvisamente a sperare e supplicare che perda la ragione e faccia presto a "dormire", perché non si è ancora pronti a usare la parola "morte". Non per lo zio.

Un mese fa gli ho detto grazie, per i suoi consigli lavorativi, che poi erano lezioni di vita che si espandono a tutto.
"Dire sempre la verità, essere onesti e costruire giorno per giorno il proprio lavoro. Perché se sei stato onesto e hai trattato bene le persone, queste non lo dimenticheranno e potrai sempre rialzarti a testa alta."
E lui lo aveva fatto. Era caduto e si era rialzato a testa alta, lavorava circondato da persone che lo amavano e avevano stima di lui.
Quando gli dissi "Grazie" mi sentii in colpa. Lui non stava bene, eppure non sembrava, era felice di poter parlare di qualcosa che non fosse dolore, cure, esami. E poi quel "ti voglio bene" trotterellante dal mio cuore al suo. Non detto sul letto di morte, ma quando era sulle sue gambe e con la voce forte e sicura di mio zio.
Essere riuscita ad andare spesso a trovarlo in ospedale o, quando c'era una festività e gli davano il permesso di uscire una giornata, a casa, mi rende più serena; anche se non voleva che io partissi così spesso, e non capiva che era una mia esigenza esserci e poterlo toccare, abbracciare e guardare.
Lo zio.
Che accorgendosi di un momento di debolezza di mia sorella ci ha detto di essere sereno e che noi dobbiamo stare tranquilli.
"E cosa credi? Muoiono bambini, madri di famiglia giovani come l'acqua, chi sono io per non poter affrontare una cosa così. Cinquantasette anni li ho vissuti, lotterò per averne ancora un po', certo, mi girano un po' le balle perché ho ancora tante cose da fare ma, se non dovesse andare come vorremmo, voglio che stiate tranquilli. Io sono sereno."
E non abbiamo mai più toccato l'argomento.
Lo zio. Che lunedì mi ha vista arrivare e mi ha fatto lo sguardo di rimprovero. Lo zio, che quando gli ho detto "cos'è quella faccia, posso darti un bacino?" ha tirato su il pollice e l'ho potuto baciare due volte, ma alla terza ha girato il viso dall'altra parte, perché voleva proteggere me e lui dall'emozione forte.
Lo zio. Che l'indomani si è addormentato tra le braccia di mia sorella e quelle di mia mamma. Lucido fino alla fine, senza dolore fisico, quello almeno sono riusciti a tenerlo a bada, senza lamentarsi, in silenzio, con i suoi pensieri, il nostro amore e tutto il suo. Dato e da dare.
Più le persone sono grandi e maggiore è lo spazio che occupano.
Oggi c'è un grande vuoto dentro me.
Si dice che il tempo aiuti a guarire molte ferite e penso che le cicatrici servano per non dimenticare. Aspetterò che il dolore si trasformi in nostalgia, accarezzerò il segno che ho dentro e mi consolo come posso, ripensando alla spontaneità di quel giorno di circa un mese fa.
"Grazie zio, ti voglio bene."
"Lo so stellina, ti voglio bene anche io."



giovedì 24 aprile 2014

Il cuore di chi legge

Chissà a cosa pensano i libri sugli scaffali, quelli che vengono ammirati da chiunque passi di lì, magari presi in mano, soppesati, accarezzati, guardati e mai sfogliati veramente.
Vite mai vissute.
Chissà come si sentono le parole all'interno di quella copertina colorata dal titolo invitante, ma non abbastanza da essere sussurrata, vista e memorizzata in ogni dettaglio.
Nero su bianco.
Chissà se la copertina rabbrividisce quando lo sguardo l'accarezza o se il cuore batte quando una voce legge dentro.

È una giorno dal respiro forte, fresco e una primavera che non ha voglia degli effetti speciali di un'estate anticipata, anche se il cielo implora. E penso ai libri che non ho letto.
"se dovesse allagarsi casa, non ho finito il libro sul comodino e neanche iniziato un po' di storie che aspettano me".
Non è pessimismo, però mi capita spesso di pensare a questo. Se accadesse qualcosa lascerei molto in sospeso, cose che potrebbero anche arrabbiarsi con me. Io: quella che in libreria guarda titolo e autore, legge la trama e qualche pagina del primo capitolo, giusto per capire se c'è feeling; un po' come un caffè insieme, un aperitivo e una pizza. Poi, se va bene, si passa alla cena, la prossima volta. Sì, io: quella che ha scelto proprio quel libro perché gli sguardi non mentono, e quelle parole avevano una voce ben precisa. Un timbro profondo di quelli che piacciono a me. Scelto, tra decine di volumi. Proprio quello, e poi cosa faccio? Lo lascio in standby per mesi e, quando riprendo le parole negli occhi, divento avida, non mi bastano più. Ma non ora.
In questo periodo non ho la testa al posto giusto per leggere; troppi pensieri che spingono per essere visti, scritti, accarezzati e trattenuti. Consolati.

È un pomeriggio da librone gigante sulle gambe, con tante figure colorate e le lettere in grassetto da seguire con il ditino, sussurrando la storia, soffermandomi sulla parola difficile e riprendendola dall'inizio ogni volta che mi bloccavo, meravigliandomi delle correzioni che arrivavano dall'adulto accanto a me che mi ascoltava. Nonna, mamma e papà avevano probabilmente letto il mio libro mentre stavo dormendo, più divertente del manifesto pubblicitario, almeno il libro non scivolava via sulla strada. Avrei voluto leggere Pinocchio, ma a cinque anni impari che le bugie non si dicono, però, prima di leggere un libro vero meglio una storia illustrata, perché io non volevo Pinocchio della Disney, volevo quello che stava leggendo mia sorella, scritto in toscano, con le parole piccole piccole; non volevo Cuore né Oliver Twist, anche se erano lì nella nostra cameretta ad aspettarmi e sussurravano "coraggio, sbrigati a crescere e vieni a vivere con noi", ma Pinocchio era il mio vaso di nutella sulla mensola, in alto.
Me lo leggeva mia sorella, ogni tanto,  e quando non ne aveva voglia lo divorava con gli occhi, in silenzio, mentre io coloravo e la spronavo a parlarmi. Intanto pensavo che da grande avrei letto tutti i libri e a lei non avrei raccontato niente, e, se per caso li avesse già letti prima di me, avrei inventato un finale diverso, per farle provare la voglia di conoscere quelle avventure, senza immaginarle a casaccio.

Cuore aveva fatto piangere mia sorella, no, non la storia, ma il libro.
A Natale c'era sempre il regalo principale, quello che faceva brillare gli occhi, e poi, c'erano anche piccoli pensieri ricevuti dalle nonne, dalle zie o colleghe della mamma,  alcuni di questi erano cose "utili": dal paio di mutandine, calze, al giochino che si smontava a Santo Stefano e finiva per essere tumulato in un cassetto, senza vita e senza amore.

Da quando mia sorella aveva iniziato la scuola, circa tre anni, a lei, arrivava spesso anche un Libro adatto alla sua età, a me il solito album illustrato da colorare, che però iniziava a non piacermi tanto quanto prima. Quell'anno, dopo aver aperto il pacco forte che conteneva la carrozzina per la mia bambola e un set completo per la pappa, il "Babbo Natale della Stefania", collega di mamma (i regali non arrivavano mai dalle loro mani, finivano sotto l'albero e poi c'era Babbo Natale ufficiale  e Babbo Natale della nonna, della zia ecc.), mi aveva portato un grosso libro su cui esercitare la lettura: Biancaneve e i sette nani. Il primo libro tutto mio; c'erano le figure anche, d'accordo, ma la storia era scritta, e non vedevo l'ora di iniziare a leggere. Ricordo di aver pensato che il Babbo Natale della Stefania fosse stato molto buono, magico come sempre, perché aveva capito che mi ero stufata di colorare. Stringendo questo libro dalla copertina rigida e più largo del mio petto, osservavo il pacchetto nelle mani di mia sorella, era più piccolo del mio, sicuramente un libro, e quando la carta colorata era stata strappata e accartocciata, la faccia di mia sorella aveva cambiato espressione. Aveva le lacrime agli occhi, guardava il mio libro e piangeva in silenzio, delusa. Ricordo vagamente la paura che mi chiedesse di fare cambio, stringendo un po' di più il mio tomo, ero corsa via, al sicuro, rannicchiata per terra accanto all'albero di Natale osservavo la copertina e cercavo d'immaginare il carattere, il cuore e la personalità di quell'avventura.
Oh, certo, conoscevo la storia di Biancaneve e i personaggi in copertina erano proprio loro; i nanetti c'erano tutti, incluso Gongolo con le sue guanciotte rosse, c'era la strega, gobba e vestita di nero, con il naso adunco e gli occhi in fuori, quella che mi terrorizzava solo a ricordarla, e, mentre a pochi passi da me si consumava una tragedia a causa di un libro triste, io sollevavo leggermente la copertina per respirare l'odore di quelle pagine lisce e fresche.

È una serata da plaid sulle gambe e "mamma ora leggi tu che sono stanca".

Ho letto più volte Biancaneve, da cima a fondo, prima di passare a Pinocchio di Collodi. I patti erano quelli: "Quando saprai leggere un po' meglio, inizierai Pinocchio." E m'impegnavo, leggevo le cattiverie della matrigna, mentre la mia testa era sulla mensola della cameretta dove c'era Pinocchio, e chiedevo a mia sorella di dirmi ancora l'inizio:

"C'era una volta...

- Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno.
Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d'inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.
Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome mastr'Antonio, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una ciliegia matura."

Lo conosceva a memoria, lo avevo imparato anche io, ma nessuno poteva raccontarmi la storia di Pinocchio, le nonne, la mamma e chiunque si cimentasse per intrattenermi durante una giornata di pioggia, sceglieva storie mai sentite dagli altri bambini,  credo che la stanchezza di mia mamma o della nonna abbia inventato Un Cappuccetto rosso molto alternativo (avevo paura del taglio della pancia del lupo, quindi gli servivano una tisana talmente amara da fargli sputare tutto. Inclusa la nonnina. Io ero tranquilla e ridevo perché pensavo che un intruglio amaro era quello che meritava quel lupo cattivo. Tipo quando volevano farmi bere il brodo vegetale e pensavo sempre di essere stata punita per qualcosa.)

È un pomeriggio da libro, birra e sigaretta. Un pomeriggio da disegnare volti e paesaggi, da quattro stracci nella valigia e via di corsa tra le pagine di una stazione, tra le pieghe di un'avventura già scritta, tutta da disegnare con i tratti che preferisci.
Intanto fuori c'è il vento e se si allagasse casa dovrei afferrare il libro sul comodino, quello dimenticato. No, quello accantonato perché non è il momento, perché scrivo e disegno un'altra storia, perché se sono stanca mamma non me lo legge, perché se lo apro leggo parole e disegno altro.

È un pomeriggio da tendere l'orecchio e ascoltarli tutti, i libri sugli scaffali; i fantasmi di sconosciuti che si sbrigavano a finire una storia prima che la pioggia allagasse i manoscritti, voci che sussurrano, come una folla numerosa di religiosi che recitano preghiere differenti, tutte rivolte allo stesso Dio, ma con nomi diversi. E guardo la mia libreria dalle copertine colorate, lucide, ruvide, consumate, rigide e morbide. Emozioni tascabili e pesanti tomi dai facili costumi. I libri invecchiano ma, se li sfogli, rivedi la pelle liscia delle parole, gli occhi vispi dell'avventura acerba e la voglia di sorprenderti ancora. I libri sono eterni e, quando la casa è avvolta dal silenzio, parlano tra loro scambiandosi la memoria tattile, ricordando ogni brivido dato e ogni lacrima scivolata.
I libri hanno un cuore. So che dovrebbe essere quello di chi lo ha scritto, ma non per me. Ogni libro letto ha il mio cuore, ogni storia ha i miei occhi e il mio dipinto. I libri riposano e sbadigliano, mentre fuori soffia il vento e porta a spasso petali e parole di bambina, sussurrate e accarezzate con il citino, pronte a salpare per una nuova avventura sul mare delle pagine ingiallite. Sfilano davanti ai miei occhi stanchi e torno a essere quella bambina dallo sguardo gioioso.

Un anno dopo Biancaneve.
Il mio secondo libro. Perché è vero che la prima volta non si scorda più, ma la seconda è più bella.




martedì 22 aprile 2014

In viaggio da una vita

Non saprei da quanti silenzi sia composto un pensiero. Forse dieci, cento, uno o niente. E, mentre le persone parlano, io penso. Penso ai fatti miei, penso a ricordi o eventi immaginari; penso a quello che è azzardando un "che sarà?", di passaggio, mentre le persone sono convinte di parlare con me, mentre diventano rumori di fondo, mentre tutto diventa relativo, soprattutto, il silenzio.
Un rifugio per le mie evasioni.
Con un'espressione poco convincente, eccomi qui: l'eterna assente, in fuga dalle parole, nel mio angolo arredato di pensieri privi di voce che ogni tanto mi strappano un sorriso di quelli che speri ti abbiano appena detto qualcosa di divertente, così non passi per pazza.
Penso e sorrido, penso e aggrotto la fronte, penso e guardo la gente muta che muove le labbra.
Non ci sono persone, è la tv che parla, e io penso che solo nei film il conduttore di un programma sospenda la trasmissione per rivolgersi proprio a te. A te che stai pensando, e non può tacciarti come persona "distratta" solo perché non t'interessa sapere chi sia figlio di chi o cosa comprenda l'eredità di figli legittimi e non, perché in una scatola ci stanno giusto piccole marionette, mica persone in carne e ossa.
È solo la tv, sono libera di aggrottare la fronte e pensare, con il rumore di fondo degli applausi, quanti applausi entrano in un pensiero? Dieci, cento, uno o niente; come la volta in cui, dovendo andare via un intero weekend per motivi di lavoro con il collega che mi stava facendo una corte serrata, decisi di andare a scoprire le sue carte aiutando la sorte (e un po' anche lui, che parlava troppo senza agire).
Rumore di fondo, è solo pubblicità.
Quanti anni sono passati? Tanti, troppi, ero via da casa, facevo il lavoro più bello del mondo, quello che coltivavo fin da piccola. Toccava a me chiamare l'albergo a Torino, lui era in diretta e non aveva tempo. "Prendiamo una camera doppia, abbiamo un budget da rispettare, rimborsano fio a un certo punto", mi disse, era ora di vedere le sue carte. Gli applausi nella mia testa, quel giorno, mi avevano strappato un sorriso fiero, senza sapere che, in un futuro vicino, quel sorriso sarebbe stato gettato nel tombino dei coriandoli di Pierrot.
Spengo la tv, metto un po' di musica, fa meno rumore della mosca che sta ronzando attaccata al vetro della finestra.
Chissà a cosa pensano le mosche quando si disperano su un vetro, chissà se si lamenta del rumore dei tasti, digito piano. I pensieri non devono essere disturbati e le mosche non pensano, forse, ma con me non regge questa scusa, io sono quella che non buttava via quel sassolino perché si sarebbe sentito abbandonato, dopo tutti questi anni, per non parlare del tappo della bottiglia di spumante di quella sera, è sempre lì, nel cassetto delle posate e non serve, non pensa e non lo utilizzo, ma non posso buttarlo via, sarebbe come giustiziarlo, chissà che tristezza.
Quanti ricordi si possono mettere in una pausa caffè? Se nessuno ti parla, dieci, cento, uno o forse niente, tutti insieme. Come una corsa in autostrada, come la visione periferica che scorre, che ti fa ricordare volti, colori e vestiti che avevi dimenticato. Frasi dei tuoi dieci anni, baci dei diciotto, pelle dei venticinque e odori di una vita. In viaggio con te stessa, da sempre, zingara di momenti che porti in giostra senza scendere, nemmeno se lo volessi. Altro giro altro regalo, la mosca tace e la musica viaggia con me.
Mettiti nelle mie mani.
E tu pensi che siano troppo piccole quelle mani, per contenerti tutta, ma ho sempre fatto confusione tra mani e cuore, forse perché tamburello spesso con le dita e faccio rumore infastidendo la stanza vuota che aveva solo voglia di pensare senza mosche, senza applausi e senza occhi che si domandano se li stai ascoltando.
Allora cambio la domanda, senza aiuto del pubblico, senza raddoppio né altro.
Quanti pensieri riescono a entrare in un silenzio?
Questa la so.
Tutta la tua vita.
Una lunga memoria intera.




domenica 23 marzo 2014

La voce della pioggia


È la notte perfetta per non so cosa, ma la percepisco così. Arrabbiata, ferma e decisa.
Piove controvento, un rincorrersi di acqua e aria fermati dalla finestra illuminata dal bagliore di questa ira.
È una notte che alza la voce e conto quanto tempo passa tra il flash e il ricordo: "uno, du…" troppo vicino, le mani sulle orecchie e gli occhi chiusi, ma sento e vedo, allora coloro di blu, quello è sempre a portata di mano perché non si sa mai.
È una notte da testa sotto il cuscino, soffoco, allora meglio sotto il piumone, perché a me il temporale non piace viverlo così.
La pioggia è diversa, ma la pioggia arrabbiata non ragiona ed è capace di tutto. Io lo so e non ci penso, mentre controllo l'ora ed è tardi quanto basta per andare a dormire, riguardo la sveglia ed è troppo presto per l'alba. Bagliore, tuono, accarezzo il mio Blu e mi tranquillizzo, forse ora smette, forse non c'è più, forse "uno, due, tre, qu…" si allontana, e tiro fuori la testa, abbraccio il cuscino con la mano colorata e lo sguardo altrove.

E se la stringi sarà come dormire sotto lo stesso cielo, o nuotare nello stesso mare.

È solo la notte, è Blu.

mercoledì 12 marzo 2014

L'illusione di una clessidra

Mi affascina da sempre l'aspetto del tempo in tutte le sue forme. Il suo scorrere inesorabile restando intatto. Il passaggio silenzioso, a tratti sfacciato, la sua bellezza che coglie i dettagli di stagioni diverse e li ferma quel tanto che basti per capovolgerlo.
Ho due immagini, su tutte, per identificare l'amico nemico di sempre, una è quella che spesso viene attribuita all'anno vecchio che lascia spazio al piccolo nella culla, l'infante che strilla svegliato dai botti e festeggiamenti, mentre un curvo signore con la barba lunga e il bastone si allontana, ecco, quello è Padre Tempo che passa, che va, che non torna, che è arrivato in fondo. Da piccola pensavo fosse come un nonno, lo vedevo ritratto in vignette più o meno tutte simili, mi angosciava un po', era come se l'inesperienza prendesse il posto della saggezza, sì, come quando le mie amiche preparavano qualcosa per me e quei pasticci non erano buoni come la merenda che preparava la nonna, perché la nonna, con il tempo, aveva imparato a fare la torta paradiso più buona del mondo e quando rientravo da scuola si sentiva il profumo dal primo scalino, allora affrontavo quella lunga rampa senza sentire il peso della cartella sulle spalle, la mollavo nell'ingresso, mi spogliavo dell'odore di cancelleria della grigia aula scolastica, lavavo le mani e mi aspettava una tazza di latte fumante con una fetta di questa torta alta, soffice e tiepida. Il tempo aveva insegnato molte cose alla nonna, e lo guardavo nelle immagini, vecchio, con la barba e i capelli bianchi, curvo, ma la nonna era più giovane e non aveva barba e bastone, quando è stata toccata dal tempo non era neanche curva e zoppicante, ma il tempo non si traduce solo in età, il tempo passa e ti accarezza, ti schiaffeggia, si ferma a insegnarti qualcosa o ti ferma con quello che gli gira per le mani.

Tempo tiranno, tempo al tempo che cancella o porta via sogni, risate, dolori e persone. Breve, lungo, interminabile mai, il tempo finisce e, passando da qualche parte lascerà il profumo della torta paradiso a qualcuno, mentre tu la evochi nella mente e l'assapori nel cuore.

La seconda cosa che mi fa pensare al tempo è un oggetto che amo e mi affascina da sempre: la Clessidra.
Amo l'idea delle ore intrappolate in ampolle sottili, così fragili da esplodere in schegge di ricordi. Una clessidra, le curve morbide e lisce del corpo di una donna che racchiude la ruvidità dei pensieri mai scritti.
Dita come clessidre, mani tuffate in un sacchetto di riso o di legumi secchi, come Amelie, e fai scorrere il tuo tempo così, in riva al mare, dove la sabbia non viene abbracciata dall'acqua ma posseduta dal sole, sprofondi piedi e mani e lasci che scorra, che passi e scaldi. Niente barba o bastone, resti lì e pensi che vorresti una clessidra, per intrappolare il profumo della torta paradiso, il sapore del primo bacio, la ruvidità di quella barba o due odori mescolati.
Una clessidra, tempo che si fa piramide ai piedi dell'infanzia, attimi che piovono dal cielo, trascorsi che riempiono il suolo e, volendo, minuti che si ripetono dando scacco matto al tempo, fermandolo e invertendo la sua marcia. E ti ritrovi a testa in giù, con tanto da rifare, e prima dello scadere dell'ultimo granellino, ricominci ancora.
Una clessidra, illusione di non passare mai, elegante e sinuosa.
Mi piacciono le clessidre, una cosa di me che è sempre saltata fuori, presto o tardi. Mai qualcuno che lo abbia ricordato, infatti non ne ho una e probabilmente me la comprerò per guardare la notte passare quando non dormo, la capovolgerò per farla ricominciare, perché non ero ancora pronta per dormire; oppure fermerò il tempo di un abbraccio, di un ti voglio bene o sulla risata di un bambino al parco giochi.
Una clessidra, per accarezzare il tempo distraendosi dai segni che affiorano sulla pelle, per sorridere senza paura, quando sei a metà strada o quando hai il bastone e senti l'infante urlare perché venuto al mondo.
Una clessidra accanto agli impersonali orologi, anacronistica e così appropriata, chiusa in una teca. Sfacciata, senza pile e senza carica, solo le tue mani che decidono quando è ora di darsi tempo; una sfida che conduci tu, almeno, finché il gioco resta chiuso in un'ampolla così sottile, mentre i tuoi fianchi vengono stretti e accarezzati da mani senza tempo, durante lo scorrere della vita. Stringi forte e ricominci, perché la sabbia è sangue.