A quanto pare ci sono riuscita e sono in ferie. È così, dunque, che ci si sente in vacanza, con le pile cariche dopo tre giorni e la schiena sfondata per il troppo dormire. Io, che quando dormo sei ore scarse devo accendere un cero e ora, in alta montagna, passo il tempo a mangiare, dormire, nuotare, fare una sauna e un bagno turco, mangiare, mangiare e dormire. La montagna offre il silenzio, il cibo ottimo e la ripetitività delle giornate. Qualcosa tipo Ricomincio da capo e, dovendo scegliere, rivorrei la merenda con la pizza ai funghi, le torte di frutta e la cena con i canederli allo speck e formaggio, polenta e funghi.
Quando mi hanno detto che la cena veniva servita dalle 19.00 alle 20.00 ho storto il naso, e la mia preoccupazione era che la colazione si potesse fare solo fino alle 9.30. Beh, in effetti non serve molto più tempo. Qui ci si sveglia con il sole e una fame orba, ti dai una sciacquata e, senza usare il pettine, si scende al piano zero. Quando le porte dell'ascensore si aprono arriva un aroma di cose buone e il suono leggero di "buondì" sussurrati, mescolati a sapori di torte di tutti i tipi, a toast salati e Nutella sul pane tostato di fresco. Il sorriso delle due signore che ho chiamato "sorelle Kessler" due anziane ospiti dell'albergo sempre sorridenti, probabilmente gemelle o non saprei, due colossi in altezza e stazza che, pur non parlando una sola parola di Italiano, si fanno capire. Anche in tedesco.
Ieri pomeriggio ero nel bagno turco, entra una signora e mi dice di essere uscita dalla sauna perché due donne anziane insistevano affinché le donne fossero libere dagli indumenti e si erano tolte i costumi da bagno. Lei si sentiva a disagio e ha cambiato zona relax. Finito il bagno turco scelgo la sala della cromo terapia e vedo uscire dalla sauna le due tedesche, rido, pensando che a circa 75anni siano molto più libere loro di molte giovani donne, schiave di scatti perfetti e sguardi carichi di giudizi prettamente estetici. Il peso della competizione e qui, in alta quota, le donne italiane sono le peggiori. Belle e stronze. E non è mai un complimento quando do dello "stronzo" a qualcuno.
Osservo in silenzio, mentre un fascio di luce giallo oro mi accarezza, sento stralci di conversazione e, in men che non si dica, tutta l'area benessere parla delle "due vecchie" che fanno la sauna nude. Loro, ignare delle cattiverie, sorridono a tutti e versano una tisana a chi si avvicina alle teiere. Imponenti come la montagna, coperte dai costumi magicamente riapparsi. Mentre arriva il Blu a rassicurarmi, quella più alta mi porta un bicchierino di the verde e dice qualcosa che, se non fosse stato per il sorriso, sarebbe sembrata una dichiarazione di guerra. Accetto e ringrazio nella mia lingua. Se avessero saputo parlare inglese lo avrebbero fatto, allora lo faccio con l'uso della mia lingua.
Grazie.
La parola più bella del mondo. E lei la ripete estasiata. Poi riprende a dire cose incomprensibili, io sorrido, mentre il mio relax gioca con i colori e la musica di sottofondo diventa solo un brutto ricordo, saluta e torna dalla sorella, amica, gemella, mah.
In montagna si possono collezionare chili in men che non si dica. Al mattino si prende il sole, nella pausa pranzo si nuota, primo pomeriggio si va al centro benessere, mentre fuori inizia a diluviare, poi si fa merenda e, siccome fuori fa freddo e piove ancora, si opta per l'idromassaggio con acqua calda. Dopo la doccia è già ora di cena e nel giro di un'ora rotoli fino alla camera. La prima sera, alle 21.30, dormivo già. Ora sono migliorata; riesco a stare sveglia fino alle 22.30. Una sola volta ho visitato un paese qui vicino per andare a mangiare una pizza, ma sotto la pioggia non è bellissima la montagna, se non guardata da sotto le coperte, non è come il mare, rassicurante, se ti guardi intorno mentre piove, in montagna, ti senti perso e in pericolo. Anche se sono certa che sia una mia idea. Forse dipende dal fatto che il clima cambi mutande ogni ora, forse dipende dal fatto che io non sappia distinguere il versante delle nuvole da acqua da quello innocuo, e ieri sera ripetevo "Ora passa", fino a quando le gocce si sono trasformate in grandine. Per chi vive al mare non è così semplice ascoltare il vocione di queste rocce così vicine che sembrerebbero pronte a farsi grattare dietro le orecchie. Oggi, per la prima volta dopo giorni, mi è sembrato di sentire un abbraccio. Asciutto, ma cordiale. Meno avvolgente di quello del mare ma, non per questo, meno sincero. La montagna sa abbracciare così, con cortese distacco, e io la capisco, sono pur sempre un'estranea. Simpatica, educata, ma estranea.
Sono rimasta in albergo, mi avevano proposto l'escursione con "Giovanni" (difficoltà media) e mi sono vista passare i miei anni davanti, dietro e intorno, accovacciata in un crepaccio fino a diventare cibo per stambecchi onnivori, poi ho pensato "e chi cacchio è Giovanni?" mentre non smettevo di sorridere, sembrava avessi una paresi mentre imploravo dentro "Fa' che non insistano", declinando la fatica, accumulando qualche centinaio di grammi extra, inclusi nel pacchetto vacanze relax.
Manca poco e torno a casa. Penso che rilassarsi, alla lunga, stanchi.
Programmi per l'inverno: dieta, veglie notturne, dieta, lavoro, dieta e una giornata al mare. Devo portargli i saluti di questa montagna bellissima.
lunedì 22 settembre 2014
sabato 23 agosto 2014
Vacanze fai da te
Manca meno di un mese alle ferie e io non so ancora dove andare né se ci voglio andare lì.
E se poi incontrassi la gente che non mi piace? Probabilmente la cosa sarebbe reciproca, ma io non sgomito per piacere a tutti i costi a qualcuno, m'interessa piacere a chi piace a me e non è detto che questo avvenga sempre.
Meno di un mese e ho ancora così tante cose da sistemare; meno di un mese per creare la mia corazza e vaccinarmi contro il male del presente: dover apprezzare tutto ciò che piace agli altri.
Lo devo a me stessa, la prevenzione è importante.
Non scrivo più molto, non come prima, le cose da buttare sono sempre tante e, generalmente, le scrivevo prima di procedere alla rottamazione della mia anima.
Un po' come una maglietta lisa e, visto che ormai l'hai lavata e hai consumato detersivo, acqua e corrente, la metti una volta e poi la butti. Ecco, così: visto che ci ho pensato lo scrivo, poi non ci torno più sopra. Ci provo, se non fosse per chi fruga nella tua spazzatura, analizzando i tuoi avanzi e ogni tuo rifiuto.
Meno di un mese. Fuori da partenze e arrivi intelligenti, con l'incognita del sole e il bisogno di chiudersi in casa a dormire notte e giorno mangiando tutta la carne che vuoi, senza posate, perché da piccola mia mamma mi sminuzzava la carne con le mani, per sentire bene che non ci fosse un nervetto o un ossicino e affinché mi abituassi a masticare, un minimo. Inzuppava il pane nel sughetto e preparava un boccone così buono che, se lo avessi mangiato dalla forchetta non avrebbe avuto lo stesso sapore.
Meno di un mese per tornare a essere io.
Essere quella che piace a se stessa, anche a discapito degli altri, perché se pensi una cosa e fai l'errore di dirla, gli altri diventano premurosi e ti fanno il lavaggio del cervello, ti strofinano la bocca con il sapone e poi ti piazzano la divisa del resto del mondo.
Meno di un mese per spogliarmi degli abiti stretti di gente che non conosco, per uscire incolume da questa epidemia di narcisismo, ho un vaccino infallibile che si chiama silenzio. Ah, già, il silenzio è roba da poeti, eppure, è l'unico modo che so per ascoltare, perché se parlo troppo poi sento solo me, e io, un po' mi conosco, sono gli altri a non sapere un cazzo di me e parlano, si prendono il disturbo di farmi sapere il loro disappunto, come se non lo sapessi, come se a me importasse qualcosa di avere le dita unte di carne, come se non avessi posate in casa. Come se.
Non sono loro, sono io che non mi piaccio quando piaccio a loro, che mangio la tagliata senza rucola anche se la rucola è la morte sua, ma anche la mia.
Meno di un mese per decidere se dentro o fuori, se mare o montagna e fanculo il sole, tanto sono quella che riesce a spegnere la luce sul sipario ancora aperto, con una fionda dietro la schiena, nel caso in cui puntassero quel faro fastidioso che ti mostra così uguale a chi non ti piaceva e non avresti voluto essere.
Meno di un mese per trovare un posto fuori da ogni obiettivo, perché a me i selfie non danno fastidio, però mi hanno sempre fatto un po' ridere i miei, quelli degli altri non m'interessano, non come valutazione della persona, almeno.
Se mai esistesse un posto così ci prenderei la residenza, e non si tratta di essere asociali o meno, si tratta di ritrovare la serenità con sé stessi. Ok, anche un po' di silenzio. Non quello che parla, il silenzio che ascolta e non ha voglia di farti cambiare idea né di consigliarti mete all'insegna della bella gente.
Ho smesso molte persone, proprio come si fa con le magliette lise, suona brutto, lo so, ma non potevo farne a meno, l'alternativa sarebbe stata andare in giro con abiti logori o scoloriti.
Alcune le ho riposte in fondo al cassetto, altre invece le ho buttate via, come il tempo o come posate di plastica che non mi davano il sapore buono della carne mangiata con le mani, perché mi obbligavano a usare forchetta e coltello e, mentre mangiavo, pensavo e non parlavo più, non potevo buttare via il cibo scadente né quello scaduto. Ingozzata di blablabla, con una crosta del loro sorriso riprodotta sulla cornice del mio viso, aspettando uno sguardo attento che scoprisse e mettesse fine a tutto questo.
Meno di un mese. È quanto manca alle mie vacanze.
Un posto in cui poter andare in giro con una molletta per il bucato tra i capelli e nessuno che te lo faccia notare, dove nessuno si domanda se preghi e per chi. E, già che ci siamo, neanche chi. Mare, monti, sole e pioggia. Un ombrello ripara da tutto. Mai senza.
Intanto mi vaccino contro il virus che mi sta soffocando e mi sorride, tentando di aiutarmi. Dicendo di conoscermi.
Sperando di riuscire a perdonarmi per tutti quei "fanculo cretino/a" omessi per pigrizia, ma pensati fortemente.
E se poi incontrassi la gente che non mi piace? Probabilmente la cosa sarebbe reciproca, ma io non sgomito per piacere a tutti i costi a qualcuno, m'interessa piacere a chi piace a me e non è detto che questo avvenga sempre.
Meno di un mese e ho ancora così tante cose da sistemare; meno di un mese per creare la mia corazza e vaccinarmi contro il male del presente: dover apprezzare tutto ciò che piace agli altri.
Lo devo a me stessa, la prevenzione è importante.
Non scrivo più molto, non come prima, le cose da buttare sono sempre tante e, generalmente, le scrivevo prima di procedere alla rottamazione della mia anima.
Un po' come una maglietta lisa e, visto che ormai l'hai lavata e hai consumato detersivo, acqua e corrente, la metti una volta e poi la butti. Ecco, così: visto che ci ho pensato lo scrivo, poi non ci torno più sopra. Ci provo, se non fosse per chi fruga nella tua spazzatura, analizzando i tuoi avanzi e ogni tuo rifiuto.
Meno di un mese. Fuori da partenze e arrivi intelligenti, con l'incognita del sole e il bisogno di chiudersi in casa a dormire notte e giorno mangiando tutta la carne che vuoi, senza posate, perché da piccola mia mamma mi sminuzzava la carne con le mani, per sentire bene che non ci fosse un nervetto o un ossicino e affinché mi abituassi a masticare, un minimo. Inzuppava il pane nel sughetto e preparava un boccone così buono che, se lo avessi mangiato dalla forchetta non avrebbe avuto lo stesso sapore.
Meno di un mese per tornare a essere io.
Essere quella che piace a se stessa, anche a discapito degli altri, perché se pensi una cosa e fai l'errore di dirla, gli altri diventano premurosi e ti fanno il lavaggio del cervello, ti strofinano la bocca con il sapone e poi ti piazzano la divisa del resto del mondo.
Meno di un mese per spogliarmi degli abiti stretti di gente che non conosco, per uscire incolume da questa epidemia di narcisismo, ho un vaccino infallibile che si chiama silenzio. Ah, già, il silenzio è roba da poeti, eppure, è l'unico modo che so per ascoltare, perché se parlo troppo poi sento solo me, e io, un po' mi conosco, sono gli altri a non sapere un cazzo di me e parlano, si prendono il disturbo di farmi sapere il loro disappunto, come se non lo sapessi, come se a me importasse qualcosa di avere le dita unte di carne, come se non avessi posate in casa. Come se.
Non sono loro, sono io che non mi piaccio quando piaccio a loro, che mangio la tagliata senza rucola anche se la rucola è la morte sua, ma anche la mia.
Meno di un mese per decidere se dentro o fuori, se mare o montagna e fanculo il sole, tanto sono quella che riesce a spegnere la luce sul sipario ancora aperto, con una fionda dietro la schiena, nel caso in cui puntassero quel faro fastidioso che ti mostra così uguale a chi non ti piaceva e non avresti voluto essere.
Meno di un mese per trovare un posto fuori da ogni obiettivo, perché a me i selfie non danno fastidio, però mi hanno sempre fatto un po' ridere i miei, quelli degli altri non m'interessano, non come valutazione della persona, almeno.
Se mai esistesse un posto così ci prenderei la residenza, e non si tratta di essere asociali o meno, si tratta di ritrovare la serenità con sé stessi. Ok, anche un po' di silenzio. Non quello che parla, il silenzio che ascolta e non ha voglia di farti cambiare idea né di consigliarti mete all'insegna della bella gente.
Ho smesso molte persone, proprio come si fa con le magliette lise, suona brutto, lo so, ma non potevo farne a meno, l'alternativa sarebbe stata andare in giro con abiti logori o scoloriti.
Alcune le ho riposte in fondo al cassetto, altre invece le ho buttate via, come il tempo o come posate di plastica che non mi davano il sapore buono della carne mangiata con le mani, perché mi obbligavano a usare forchetta e coltello e, mentre mangiavo, pensavo e non parlavo più, non potevo buttare via il cibo scadente né quello scaduto. Ingozzata di blablabla, con una crosta del loro sorriso riprodotta sulla cornice del mio viso, aspettando uno sguardo attento che scoprisse e mettesse fine a tutto questo.
Meno di un mese. È quanto manca alle mie vacanze.
Un posto in cui poter andare in giro con una molletta per il bucato tra i capelli e nessuno che te lo faccia notare, dove nessuno si domanda se preghi e per chi. E, già che ci siamo, neanche chi. Mare, monti, sole e pioggia. Un ombrello ripara da tutto. Mai senza.
Intanto mi vaccino contro il virus che mi sta soffocando e mi sorride, tentando di aiutarmi. Dicendo di conoscermi.
Sperando di riuscire a perdonarmi per tutti quei "fanculo cretino/a" omessi per pigrizia, ma pensati fortemente.
giovedì 14 agosto 2014
Estate, ora passa.
Estate.
Di mare, di boschi e scampagnate.
Estate di salsedine e resina, di erba e sapore di carne bruciacchiata, di frutta fresca e torte salate. Di creme e lozioni, di risate e pelle calda.
Estate di sabbia nei capelli e tra le dita, di musica e tormentoni.
Estate.
Di ricordi e di presente.
Estate di lavoro e di stanchezza, di voglia di riposare, perché la scuola è finita da un pezzo, adesso tocca a me e le ferie sono lontane.
Estate di lucciole spiaccicate sul pavimento e di scie luminose che neanche sulla pista di atterraggio all'aeroporto.
Estate di bronci e noia, perché avresti preferito andare in spiaggia, invece ti sei trovata a guardare dall'alto in basso l'amico coetaneo, figlio degli amici dei tuoi genitori, gli stessi che ammiccavano e si davano le gomitate mentre scambiavi quattro chiacchiere di cortesia, quelli che ci chiamavano fidanzatini, mentre la vergogna prendeva fuoco sul viso e la rabbia prudeva nei pugni chiusi.
Estate.
Di ferragosto in mezzo agli adulti che pensavano a grigliare, preparare e ridere di cose stupide, e meno male che l'adolescente ero io. Estate.
Di silenzi e pensieri da galera. Estate di "ma cosa vuole questo da me?" e "speriamo che gli scoppi un testicolo e si torni a casa."
Estate da "cosa non darei per sdraiarmi sotto quel pino con un libro in mano"mentre gli adulti pensavano a tutto. Oggi, mai come allora.
Estate.
Di storie vissute a metà, di promesse e partenze.
Di volti abbronzati, di scogli rifugio e labbra dolenti.
Estati di "C'è mio padre, restiamo qui. Baciami ancora."
Mentre pensavi che fosse l'amore della tua vita; quando ancora, se andava bene, durava una stagione la vita. E l'amore con essa.
Estate.
Di lunghe passeggiate nel bosco e di rami così alti che pensavi fossero tetti.
Di odore di foglie e terra, di voglia di solitudine e di ascolto, perché al mare raccontavo, nel bosco ascoltavo, mentre decine di occhi mi spiavano. La natura sa osservare.
Estate di pensieri frivoli e problemi che duravano il tempo di una granita al sole.
Mentre il mare mi ascoltava e si arrendeva alla carezza tiepida di un tramonto stanco.
Estate di asfalto bollente e città deserta. Di caldo e noia. Estate di "Oddio non ho ancora toccato matematica", ma lo sapevo solo io.
Estate. Oggi.
Estate di.
Alla vigilia della festa, in silenzio. Con la musica che mi accarezza la pelle, troppo chiara per il periodo, con i pensieri seri e la ruga in mezzo alla fronte. E la granita non si scioglie.
La vigilia della festa dell'estate e "Oddio non ho toccato il ferro da stiro", sorrido e penso che domani dormirò finché ne avrò voglia, farò finta di dimenticare il Ferragosto e preparerò la palma a chi, puntualmente, me lo ricorderà. Sarei andata al mare, ma troppa gente per raccontare. Nel bosco beh, non si scherza con il bosco, e qui non ci ha presentati nessuno. La mia città è lontana e io non ho più visto quegli occhi che mi spiavano, né ascoltato le sue lezioni di vita.
Estate.
Oggi.
Di "non vedo l'ora che sia inverno per poter ricordare questa estate e tenerla dietro le spalle", mentre l'agrifoglio colora le sue bacche di rosso.
domenica 27 luglio 2014
Lo stupore della farfalla
Lo stupore.
Quello spontaneo, quello che non ti aspettavi di riuscire a provare e quello che non fingi; perché se non ce l'hai e ti crede, non sei tu a essere brava, è lui l'imbecille.
Se non lo provi non lo conosci.
Lo stupore.
Il mio, quello che ho visto riflesso in occhi che non mi appartenevano.
Ero io, con le guance arrossate e il cuore in gola, il respiro appena accennato, come se tu avessi un coltello affilato in mano e io sentissi la sua lama tra pelle e tessuto. Delicatamente in trappola.
Respira piano o ti fai male.
Lo stupore.
Qualcosa che si avvicina molto alla sorpresa, alla meraviglia, ma non sono la stessa cosa. Qualcosa che si mescola e ti spiazza a tal punto da non riuscire a riprodurre la ricetta, neanche davanti allo specchio, perché non ti sei vista come ti ha visto lui. Per questo potrai fregare qualche idiota, ma non chi ha visto di cosa sei capace quando ti stupisci.
Non chi sa stupire.
Donne che implorano di essere stupite, uomini che si cimentano in capriole e tripli salti mortali senza rete, vittime dei manuali del perfetto imitatore alla ricerca del settimo punto dell'alfabeto, mentre lo stupore si cela nel punto di non ritorno. Ed è lì che ti ritrovi, senza sapere come ci sei arrivata, e non sei sola.
Non sai. Sei.
E cerchi ragione, ma non vuoi trovarla. Togli le mani dalla tasca e getta la borsa.
Lo stupore.
Quello che non per tutti è uguale, quello che non ti aspettavi, quello che ti ripeti "ma tu, dove sei stato prima?" lo pensi e non lo dici. Il tuo stupore ti tradisce, lo sapete entrambi, anche se lui fa finta di niente, elegantemente, del resto non aveva mai detto nulla e non aveva scritto in faccia "io ti stupirò", forse ti ha ingannata però non è male essere ingannati così e, a sorpresa, stupiti.
Se abbassi lo sguardo non se ne accorge.
Il resto del mondo promette stupore e sorprese, bocche piene e mani vuote. Mi volto verso chi non dice una parola, nessuna promessa. Chi ti parla di vita, mentre ascolta la tua e si nasconde in una sfida di sguardi e lì, ti senti invincibile. Avevi anche allungato le ciglia con il mascara giusto, per essere irresistibile, campionessa di sguardo accattivante.
Basta una parola per vacillare e un silenzio per crollare.
Lo stupore, questo compiaciuto.
Il vuoto allo stomaco, quando inizia la discesa sulle montagne russe, un'emozione che non puoi chiedere e non puoi confezionare, se manca il dosso.
E se me lo chiedi dimentico come si fa.
Lo stupore. Come quando ti ripeti che era solo una giornata di pioggia. Stanca e sottile, ma insistente; mentre guardi le strade allagate e pensi che non c'era stato neppure un tuono di avvertimento.
Appena volti le spalle ci sei dentro.
Lo stupore. Delicato come ali di farfalla, fragile come un fiore di cristallo. Due parole. E la lama affonda, due parole e spalanchi gli occhi. Due parole e tutto diventa come il resto, due parole e tuona, piove forte e sai che le strade si allagheranno. Due parole…
… e ti sei macchiato le dita con la polverina delle ali di una farfalla che scandiva il tempo, perché aveva i voli contati.

Quello spontaneo, quello che non ti aspettavi di riuscire a provare e quello che non fingi; perché se non ce l'hai e ti crede, non sei tu a essere brava, è lui l'imbecille.
Se non lo provi non lo conosci.
Lo stupore.
Il mio, quello che ho visto riflesso in occhi che non mi appartenevano.
Ero io, con le guance arrossate e il cuore in gola, il respiro appena accennato, come se tu avessi un coltello affilato in mano e io sentissi la sua lama tra pelle e tessuto. Delicatamente in trappola.
Respira piano o ti fai male.
Lo stupore.
Qualcosa che si avvicina molto alla sorpresa, alla meraviglia, ma non sono la stessa cosa. Qualcosa che si mescola e ti spiazza a tal punto da non riuscire a riprodurre la ricetta, neanche davanti allo specchio, perché non ti sei vista come ti ha visto lui. Per questo potrai fregare qualche idiota, ma non chi ha visto di cosa sei capace quando ti stupisci.
Non chi sa stupire.
Donne che implorano di essere stupite, uomini che si cimentano in capriole e tripli salti mortali senza rete, vittime dei manuali del perfetto imitatore alla ricerca del settimo punto dell'alfabeto, mentre lo stupore si cela nel punto di non ritorno. Ed è lì che ti ritrovi, senza sapere come ci sei arrivata, e non sei sola.
Non sai. Sei.
E cerchi ragione, ma non vuoi trovarla. Togli le mani dalla tasca e getta la borsa.
Lo stupore.
Quello che non per tutti è uguale, quello che non ti aspettavi, quello che ti ripeti "ma tu, dove sei stato prima?" lo pensi e non lo dici. Il tuo stupore ti tradisce, lo sapete entrambi, anche se lui fa finta di niente, elegantemente, del resto non aveva mai detto nulla e non aveva scritto in faccia "io ti stupirò", forse ti ha ingannata però non è male essere ingannati così e, a sorpresa, stupiti.
Se abbassi lo sguardo non se ne accorge.
Il resto del mondo promette stupore e sorprese, bocche piene e mani vuote. Mi volto verso chi non dice una parola, nessuna promessa. Chi ti parla di vita, mentre ascolta la tua e si nasconde in una sfida di sguardi e lì, ti senti invincibile. Avevi anche allungato le ciglia con il mascara giusto, per essere irresistibile, campionessa di sguardo accattivante.
Basta una parola per vacillare e un silenzio per crollare.
Lo stupore, questo compiaciuto.
Il vuoto allo stomaco, quando inizia la discesa sulle montagne russe, un'emozione che non puoi chiedere e non puoi confezionare, se manca il dosso.
E se me lo chiedi dimentico come si fa.
Lo stupore. Come quando ti ripeti che era solo una giornata di pioggia. Stanca e sottile, ma insistente; mentre guardi le strade allagate e pensi che non c'era stato neppure un tuono di avvertimento.
Appena volti le spalle ci sei dentro.
Lo stupore. Delicato come ali di farfalla, fragile come un fiore di cristallo. Due parole. E la lama affonda, due parole e spalanchi gli occhi. Due parole e tutto diventa come il resto, due parole e tuona, piove forte e sai che le strade si allagheranno. Due parole…
… e ti sei macchiato le dita con la polverina delle ali di una farfalla che scandiva il tempo, perché aveva i voli contati.

giovedì 17 luglio 2014
In viaggio
"Quanti modi di viaggiare conosci?"
Una domanda sussurrata così vicino da scoprire un viaggio nuovo.
"Due. Uno è illegale."
Mentre pensavo fortemente tre.
La pelle fresca e le labbra, bollenti, immobili sul mio palmo.
Un sorriso complice inghiottito da uno sguardo così serio da mescolarsi a quella notte senza stelle né luna.
Senza bagagli.
Senza bagagli.
Esistono incontri che sono viaggi, più o meno lunghi. Persone che sono paesaggi, itinerari, soste o cambi di programma. Una notte, due, tre. Una vita. Quattro ore. E, se è valsa la pena, ricorderai quel viaggio.
Resti ferma, mentre scorri diapositive che non condividerai mai con nessuno. Ripercorri occhi, labbra e pelle. Odori e respiri. Ascolti parole senza senso e non ti riconosci, ma sei.
Passeggi sulle risposte, perché un viaggio non ha bisogno di domande quando hai le emozioni zingare, e non lo dici perché la gente non capisce, la gente programma tutto, anche le occhiate davanti allo specchio e, se per strada si fermasse il treno per il paradiso, lo lascerebbe andare perché non ha bagaglio pronto. Ché se non hai cinque paia di scarpe per tre giorni sei nuda e io, che ti vengo incontro scalza, sono in viaggio dal primo sguardo.
E non lo dici perché è tuo.
Stazioni di passaggio a tempo indeterminato.
(fino a noi)
Binari.
(fammi morire)
Seduta dal lato finestrino.
(scorri e non passi)
Sorrido e ne accendo una, mentre le stagioni scorrono.
Estate.
(ho sete)
Inverno.
(Accendimi)
E le mezze erano in viaggio a viverci, in vacanza dal buonsenso.
E guardo i sorrisi abbronzati e guardo il pallore di tutto questo viaggiare leggeri.
(hanno valigie pesanti incatenate al dito)
Un solo cambio, niente abito, un posto al riparo dal sole e basta. Un viaggio, una vacanza da ricordare.
"Quanti modi di viaggiare conosci?"
"Uno. E non sono ancora tornata."
E non lo dici perché è tuo.
Stazioni di passaggio a tempo indeterminato.
(fino a noi)
Binari.
(fammi morire)
Seduta dal lato finestrino.
(scorri e non passi)
Sorrido e ne accendo una, mentre le stagioni scorrono.
Estate.
(ho sete)
Inverno.
(Accendimi)
E le mezze erano in viaggio a viverci, in vacanza dal buonsenso.
E guardo i sorrisi abbronzati e guardo il pallore di tutto questo viaggiare leggeri.
(hanno valigie pesanti incatenate al dito)
Un solo cambio, niente abito, un posto al riparo dal sole e basta. Un viaggio, una vacanza da ricordare.
"Quanti modi di viaggiare conosci?"
"Uno. E non sono ancora tornata."
sabato 21 giugno 2014
Dentro
Ho bisogno di un rifugio.
Un posto giusto al momento giusto; un locale sempre aperto dove nessuno badi a me, tipo se fossi scalza, spettinata o senza trucco.
Dentro.
Ho bisogno di estraneità.
Nessuna caramella, nessuna domanda, e se vuoi un panino e un caffè nessuno ti rifila anche il dolcetto alle mele, altrimenti uno chiede panino, caffè e dolcetto alle mele, e no, non voglio la coca cola con 0,99 € in più. E neanche amici dal contatto facile.
Dentro.
Ho bisogno di un alibi.
Un vorrei ma non posso, casomai ne fosse avanzato qualcuno ai codardi, se non è di troppo disturbo, altrimenti, continuo ad arrangiarmi con i miei "Non voglio", mentre mi osservo al di qua del vetro, con il resto del mondo nell'acquario.
Blop Blop Blop.
Pesci colorati dalle pinne lucide e scattanti.
Dentro.
Ho bisogno di una birra, dieci anni di meno, facciamo quindici, anzi no. Ognuno ha gli anni che si sente ed è da quando ne ho venti che me ne sento cento. Poco cambierebbe. Prosit.
Dentro.
Ho bisogno del non luogo più bello della terra. Il posto dove nessuno ti conosce o ti vede, dove un sorriso distratto non ha spiegazioni né domande.
Sono qui e il resto non esiste, non conta e non c'è.
Dentro.
Inclino leggermente la testa e nevica. Un globo natalizio, una clessidra gelida e soffice. Il candore del miracolo. Fuori c'è il sole, ma io sono Dentro.
E chiudo a chiave, respiro e appoggio le mani alle pareti sottili di vetro. Faccio le boccacce ed è perfetto. Nessuno si gira, nessun perché. Mi andava di farle e Dentro è il posto perfetto. Massima insicurezza, allarme inserito.
Dentro.
Cambio il cielo con un dito, sposto alberi con una mano e punteggio la pelle e le stelle. Corro, canto e salto. Rido, piango e penso.
Dentro.
Ho trovato questo posto una notte di tanti anni fa. Da allora, viaggio instancabilmente, senza biglietto. Prima classe, lato finestrino, scompartimento fumatori.
Tutto quello di cui ho bisogno, una "Stanza delle Necessità" su misura. Non raggiungibile.
Nessuno ci arriva, neanche su invito. Al massimo, puoi pulirti i piedi sulla soglia, una cosa tipo "Ma che belle piastrelle, gli infissi sono di alluminio?" e poi arriva il momento in cui ti dico che zucchero non ne ho, la farina é finita e ho molte cose da fare. E non puoi entrare. Impossibile da vedere, scalare o sfondare.
Un luogo insidioso, così lontano da essere a un passo da me. Ed è mio.
E sono io. Dentro.
Un posto giusto al momento giusto; un locale sempre aperto dove nessuno badi a me, tipo se fossi scalza, spettinata o senza trucco.
Dentro.
Ho bisogno di estraneità.
Nessuna caramella, nessuna domanda, e se vuoi un panino e un caffè nessuno ti rifila anche il dolcetto alle mele, altrimenti uno chiede panino, caffè e dolcetto alle mele, e no, non voglio la coca cola con 0,99 € in più. E neanche amici dal contatto facile.
Dentro.
Ho bisogno di un alibi.
Un vorrei ma non posso, casomai ne fosse avanzato qualcuno ai codardi, se non è di troppo disturbo, altrimenti, continuo ad arrangiarmi con i miei "Non voglio", mentre mi osservo al di qua del vetro, con il resto del mondo nell'acquario.
Blop Blop Blop.
Pesci colorati dalle pinne lucide e scattanti.
Dentro.
Ho bisogno di una birra, dieci anni di meno, facciamo quindici, anzi no. Ognuno ha gli anni che si sente ed è da quando ne ho venti che me ne sento cento. Poco cambierebbe. Prosit.
Dentro.
Ho bisogno del non luogo più bello della terra. Il posto dove nessuno ti conosce o ti vede, dove un sorriso distratto non ha spiegazioni né domande.
Sono qui e il resto non esiste, non conta e non c'è.
Dentro.
Inclino leggermente la testa e nevica. Un globo natalizio, una clessidra gelida e soffice. Il candore del miracolo. Fuori c'è il sole, ma io sono Dentro.
E chiudo a chiave, respiro e appoggio le mani alle pareti sottili di vetro. Faccio le boccacce ed è perfetto. Nessuno si gira, nessun perché. Mi andava di farle e Dentro è il posto perfetto. Massima insicurezza, allarme inserito.
Dentro.
Cambio il cielo con un dito, sposto alberi con una mano e punteggio la pelle e le stelle. Corro, canto e salto. Rido, piango e penso.
Dentro.
Ho trovato questo posto una notte di tanti anni fa. Da allora, viaggio instancabilmente, senza biglietto. Prima classe, lato finestrino, scompartimento fumatori.
Tutto quello di cui ho bisogno, una "Stanza delle Necessità" su misura. Non raggiungibile.
Nessuno ci arriva, neanche su invito. Al massimo, puoi pulirti i piedi sulla soglia, una cosa tipo "Ma che belle piastrelle, gli infissi sono di alluminio?" e poi arriva il momento in cui ti dico che zucchero non ne ho, la farina é finita e ho molte cose da fare. E non puoi entrare. Impossibile da vedere, scalare o sfondare.
Un luogo insidioso, così lontano da essere a un passo da me. Ed è mio.
E sono io. Dentro.
sabato 24 maggio 2014
20 Maggio 2014: Ciao Zio
Siamo contenitori di pensieri mescolati a ricordi e speranze, parole inespresse appiccicate come un mazzo di carte bagnato dalla pioggia e asciugato nell'umidità di una scatola nascosta nella soffitta buia della mente.
A casaccio, perché le parole spingono e sono troppe, non posso permettermi di rispettare il filo logico di spazi temporali o discorsi terminati e lineari, altrimenti, se tirassi quel filo, si scucirebbe la spontaneità.
Parto da un balsamo che, a sprazzi, lenisce il mio cuore.
Un "Ti voglio bene" e un "Grazie" detti con cognizione di causa, scappati perché troppo veri e sentiti per essere lasciati dentro la carezza di uno sguardo che non avrebbe avuto bisogno di parole.
Due momenti in uno.
E lui stava morendo, ma ancora speravamo. Poter parlare di lavoro lo illuminava e lo rendeva sano. Lui, lo zio per eccellenza, troppo giovane per vederlo andare via, troppo dignitoso per lasciar trapelare una sola parola di autocommiserazione, troppo protettivo per accettare i viaggi delle nipoti, le cure di mia mamma, sorella maggiore che, da quando lui aveva 18 mesi, si è presa cura di lui, il più piccolo di tutti, l'unico che non ha vissuto la mancanza del padre né la disperazione di una madre che doveva fare i conti con il pane in tavola e il bisogno di piangere. Solo la mia mamma ha nel cuore tutto questo, mentre a dodici anni si ritrovava tra le braccia un bambolotto in carne e ossa, perché la nonna doveva lavorare, e lui, lo zio bambolotto di mamma, ignorava la tragedia che si consumava tra le mura di quella casa che lo aveva visto nascere, la stessa casa in cui vivono oggi i miei genitori.
Lo zio.
Cinquantasette anni sono pochi per lasciare la vita ma, quando la vita ti lascia, non guarda la data di nascita.
Lo zio.
Lo stesso che ha accettato una diagnosi terribile, facendo coraggio a noi e assicurandoci che avrebbe lottato fino alla fine, e ha mantenuto la parola.
Lo zio.
Quello che ha fatto piangere le infermiere, perché "non abbiamo mai auto un paziente così malato che avesse la delicatezza di non sporcare o di sopportare senza suonare il campanello".
Lo zio.
Che, due giorni prima che le cose precipitassero, è voluto andare fuori città per controllare se i "suoi ragazzi" fossero a posto con il lavoro imbastito e non avessero problemi. Per dare un paio di consigli e due dritte. Per salutare colleghi e amici e dir loro "mercoledì sento un altro oncologo e dopo questa visita vediamo cosa salta fuori" facendo loro coraggio, così tanto coraggio che alla fine ci credevamo tutti noi, mentre lui sapeva benissimo che il suo destino era segnato dalla stessa bestia che aveva dilaniato sua madre.
Poco più di due mesi per abituarti al fatto che "la gente muore" e che, la gente, non è altro che un gruppo di persone. Tra queste, potresti esserci anche tu a fare i conti con la morte di una persona cara.
Poco più di due mesi per ritrovarti a sperare in un errore o in un miracolo, scartando l'eventualità più papabile e, vedendo la lucidità di un uomo così giovane, oltre la sua decadenza fisica, ritrovarti improvvisamente a sperare e supplicare che perda la ragione e faccia presto a "dormire", perché non si è ancora pronti a usare la parola "morte". Non per lo zio.
Un mese fa gli ho detto grazie, per i suoi consigli lavorativi, che poi erano lezioni di vita che si espandono a tutto.
"Dire sempre la verità, essere onesti e costruire giorno per giorno il proprio lavoro. Perché se sei stato onesto e hai trattato bene le persone, queste non lo dimenticheranno e potrai sempre rialzarti a testa alta."
E lui lo aveva fatto. Era caduto e si era rialzato a testa alta, lavorava circondato da persone che lo amavano e avevano stima di lui.
Quando gli dissi "Grazie" mi sentii in colpa. Lui non stava bene, eppure non sembrava, era felice di poter parlare di qualcosa che non fosse dolore, cure, esami. E poi quel "ti voglio bene" trotterellante dal mio cuore al suo. Non detto sul letto di morte, ma quando era sulle sue gambe e con la voce forte e sicura di mio zio.
Essere riuscita ad andare spesso a trovarlo in ospedale o, quando c'era una festività e gli davano il permesso di uscire una giornata, a casa, mi rende più serena; anche se non voleva che io partissi così spesso, e non capiva che era una mia esigenza esserci e poterlo toccare, abbracciare e guardare.
Lo zio.
Che accorgendosi di un momento di debolezza di mia sorella ci ha detto di essere sereno e che noi dobbiamo stare tranquilli.
"E cosa credi? Muoiono bambini, madri di famiglia giovani come l'acqua, chi sono io per non poter affrontare una cosa così. Cinquantasette anni li ho vissuti, lotterò per averne ancora un po', certo, mi girano un po' le balle perché ho ancora tante cose da fare ma, se non dovesse andare come vorremmo, voglio che stiate tranquilli. Io sono sereno."
E non abbiamo mai più toccato l'argomento.
Lo zio. Che lunedì mi ha vista arrivare e mi ha fatto lo sguardo di rimprovero. Lo zio, che quando gli ho detto "cos'è quella faccia, posso darti un bacino?" ha tirato su il pollice e l'ho potuto baciare due volte, ma alla terza ha girato il viso dall'altra parte, perché voleva proteggere me e lui dall'emozione forte.
Lo zio. Che l'indomani si è addormentato tra le braccia di mia sorella e quelle di mia mamma. Lucido fino alla fine, senza dolore fisico, quello almeno sono riusciti a tenerlo a bada, senza lamentarsi, in silenzio, con i suoi pensieri, il nostro amore e tutto il suo. Dato e da dare.
Più le persone sono grandi e maggiore è lo spazio che occupano.
Oggi c'è un grande vuoto dentro me.
Si dice che il tempo aiuti a guarire molte ferite e penso che le cicatrici servano per non dimenticare. Aspetterò che il dolore si trasformi in nostalgia, accarezzerò il segno che ho dentro e mi consolo come posso, ripensando alla spontaneità di quel giorno di circa un mese fa.
"Grazie zio, ti voglio bene."
"Lo so stellina, ti voglio bene anche io."
Un "Ti voglio bene" e un "Grazie" detti con cognizione di causa, scappati perché troppo veri e sentiti per essere lasciati dentro la carezza di uno sguardo che non avrebbe avuto bisogno di parole.
Due momenti in uno.
E lui stava morendo, ma ancora speravamo. Poter parlare di lavoro lo illuminava e lo rendeva sano. Lui, lo zio per eccellenza, troppo giovane per vederlo andare via, troppo dignitoso per lasciar trapelare una sola parola di autocommiserazione, troppo protettivo per accettare i viaggi delle nipoti, le cure di mia mamma, sorella maggiore che, da quando lui aveva 18 mesi, si è presa cura di lui, il più piccolo di tutti, l'unico che non ha vissuto la mancanza del padre né la disperazione di una madre che doveva fare i conti con il pane in tavola e il bisogno di piangere. Solo la mia mamma ha nel cuore tutto questo, mentre a dodici anni si ritrovava tra le braccia un bambolotto in carne e ossa, perché la nonna doveva lavorare, e lui, lo zio bambolotto di mamma, ignorava la tragedia che si consumava tra le mura di quella casa che lo aveva visto nascere, la stessa casa in cui vivono oggi i miei genitori.
Lo zio.
Cinquantasette anni sono pochi per lasciare la vita ma, quando la vita ti lascia, non guarda la data di nascita.
Lo zio.
Lo stesso che ha accettato una diagnosi terribile, facendo coraggio a noi e assicurandoci che avrebbe lottato fino alla fine, e ha mantenuto la parola.
Lo zio.
Quello che ha fatto piangere le infermiere, perché "non abbiamo mai auto un paziente così malato che avesse la delicatezza di non sporcare o di sopportare senza suonare il campanello".
Lo zio.
Che, due giorni prima che le cose precipitassero, è voluto andare fuori città per controllare se i "suoi ragazzi" fossero a posto con il lavoro imbastito e non avessero problemi. Per dare un paio di consigli e due dritte. Per salutare colleghi e amici e dir loro "mercoledì sento un altro oncologo e dopo questa visita vediamo cosa salta fuori" facendo loro coraggio, così tanto coraggio che alla fine ci credevamo tutti noi, mentre lui sapeva benissimo che il suo destino era segnato dalla stessa bestia che aveva dilaniato sua madre.
Poco più di due mesi per abituarti al fatto che "la gente muore" e che, la gente, non è altro che un gruppo di persone. Tra queste, potresti esserci anche tu a fare i conti con la morte di una persona cara.
Poco più di due mesi per ritrovarti a sperare in un errore o in un miracolo, scartando l'eventualità più papabile e, vedendo la lucidità di un uomo così giovane, oltre la sua decadenza fisica, ritrovarti improvvisamente a sperare e supplicare che perda la ragione e faccia presto a "dormire", perché non si è ancora pronti a usare la parola "morte". Non per lo zio.
Un mese fa gli ho detto grazie, per i suoi consigli lavorativi, che poi erano lezioni di vita che si espandono a tutto.
"Dire sempre la verità, essere onesti e costruire giorno per giorno il proprio lavoro. Perché se sei stato onesto e hai trattato bene le persone, queste non lo dimenticheranno e potrai sempre rialzarti a testa alta."
E lui lo aveva fatto. Era caduto e si era rialzato a testa alta, lavorava circondato da persone che lo amavano e avevano stima di lui.
Quando gli dissi "Grazie" mi sentii in colpa. Lui non stava bene, eppure non sembrava, era felice di poter parlare di qualcosa che non fosse dolore, cure, esami. E poi quel "ti voglio bene" trotterellante dal mio cuore al suo. Non detto sul letto di morte, ma quando era sulle sue gambe e con la voce forte e sicura di mio zio.
Essere riuscita ad andare spesso a trovarlo in ospedale o, quando c'era una festività e gli davano il permesso di uscire una giornata, a casa, mi rende più serena; anche se non voleva che io partissi così spesso, e non capiva che era una mia esigenza esserci e poterlo toccare, abbracciare e guardare.
Lo zio.
Che accorgendosi di un momento di debolezza di mia sorella ci ha detto di essere sereno e che noi dobbiamo stare tranquilli.
"E cosa credi? Muoiono bambini, madri di famiglia giovani come l'acqua, chi sono io per non poter affrontare una cosa così. Cinquantasette anni li ho vissuti, lotterò per averne ancora un po', certo, mi girano un po' le balle perché ho ancora tante cose da fare ma, se non dovesse andare come vorremmo, voglio che stiate tranquilli. Io sono sereno."
E non abbiamo mai più toccato l'argomento.
Lo zio. Che lunedì mi ha vista arrivare e mi ha fatto lo sguardo di rimprovero. Lo zio, che quando gli ho detto "cos'è quella faccia, posso darti un bacino?" ha tirato su il pollice e l'ho potuto baciare due volte, ma alla terza ha girato il viso dall'altra parte, perché voleva proteggere me e lui dall'emozione forte.
Lo zio. Che l'indomani si è addormentato tra le braccia di mia sorella e quelle di mia mamma. Lucido fino alla fine, senza dolore fisico, quello almeno sono riusciti a tenerlo a bada, senza lamentarsi, in silenzio, con i suoi pensieri, il nostro amore e tutto il suo. Dato e da dare.
Più le persone sono grandi e maggiore è lo spazio che occupano.
Oggi c'è un grande vuoto dentro me.
Si dice che il tempo aiuti a guarire molte ferite e penso che le cicatrici servano per non dimenticare. Aspetterò che il dolore si trasformi in nostalgia, accarezzerò il segno che ho dentro e mi consolo come posso, ripensando alla spontaneità di quel giorno di circa un mese fa.
"Grazie zio, ti voglio bene."
"Lo so stellina, ti voglio bene anche io."
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