martedì 27 ottobre 2015

Così

Oggi mi sento così.
Come foglia che si lascia cadere dal ramo e, a poco da terra, spera nel vento.
Stanca e segnata, perché la mia insonnia è cambiata, ora mi fa addormentare, non come prima, poi però mi sveglia e si accoccola sulle mie gambe, come un gatto che fa le fusa. Accarezzo la mia insonnia mentre il cielo cambia colore e il giorno schiarisce.
Con l'autunno negli occhi e l'inverno sulla pelle, sperando arrivi quello vero, quello della stradina sterrata con le foglie marcite e i rami secchi che mi volevano ghermire.
Una pagina bianca tutta da inventare, ma è oggi; io: parole che cercano una pagina senza segni su cui dormire. Senza insonnia, senza gatto.
Così.
Romantica, nostalgica, bastarda e anche un po' puttana. Ché non esiste nostalgia che non batta per sfamare la pancia vuota del presente.
Di quando hai tutto e non sai cosa ti manchi, però sai che non c'è.
In bilico tra prendimi in braccio e mettimi subito giù.
Tra stringimi e lasciami andare.
Tra oggi e così.
Tra.
Oggi mi sento così.
E metti giù quel come, hai dimenticato quando da piccoli si diceva solo così, e un bambino vede così bene che dimentica il come.
Così.
Un gambero. Perche non tutti i giorni sono uguali e il tempo non corre sempre in avanti.
Il mio tempo è ribelle, per esempio, e spesso scappa via facendomi tornare sui miei passi, allora cammino controvento e con i capelli appiccicati alla faccia. Fatico, mentre l'aria mi spinge verso l'ignoto e tengo stretta la gola in un turbinio di foglie secche e parole senza pagine bianche né sporche.
Percorro i miei passi sperando di non incontrarmi, mentre gli occhi si bagnano come una donna pronta, mentre il vento punge e porta via.
Percorro i miei passi a fatica, parodia di una moviola. Incrocio un sovrano che cammina in senso di marcia contrario al mio. Fiducioso del futuro.
Percorro il mio ieri, con gli occhi chiusi e le narici allertate. Percorro il bosco e mi scappa la pipì ma non voglio farla perché ci sono due bambini con me e mamma insiste affinché vada dietro quel castagno, e i brividi mi percorrono le braccia, Marco mi chiede se ho freddo e dico di sì. Mentre stringo le gambe forte, mentre il calore del mese di luglio mi inumidisce la fronte e Marco si meraviglia.
Percorro ieri, come il calore lungo le gambe. Percorro e stringo gli occhi, le gambe e i pugni. Marco ride, Stefano anche e mamma è arrabbiata perché non sono andata a fare pipì dietro quel castagno. Come se fosse facile a sette anni fare pipì con due coetanei a pochi alberi da te.
Percorro ieri e mi stacco una foglia dalle labbra, ascolto parole di bambina e di ragazza. Pensieri astratti.
C'era un sovrano.
Oggi si sente così.
Falla là.
Percorro la mia vita, perché oggi è autunno e il vento mi sta inghiottendo, insieme alle foglie, insieme alle parole che avevo dimenticato e che mi riporta, come un cagnolino fedele che ha voglia di giocare.
Guarda l'onda.
Attenta a non bere.
Baciami.
Dietro quell'albero.
Dietro lo scoglio,
Il sovrano buono perdona.
Perdòno.
Quello giusto lo fa senza rivelare il peccato della serva.
Percorro il mio ieri e sono arrivata.
Così, con una foglia tra i capelli, il vento negli occhi e il vestito stropicciato.
Così.
Nel vortice.



venerdì 28 agosto 2015

Ma che bella giornata!

"Però noi siam sicuri che prima di domani la tua giornata nera vedrai che cambierà"

Canto, nella penombra della stanza; il sedere sulla poltrona, le gambe sulla sedia di fronte a me, spalle leggermente incassate, e poi mi lamento della tensione al collo, mac sulle ginocchia, telefono cordless alla mia destra, così se suona posso vedere il display illuminarsi, iphone tra chiappa sinistra e cuscino, così se vibra lo sento, mentre ascolto la musica e canto, ridacchiando, perché certe giornate le neutralizzi con una risata sufficientemente sarcastica; canto e riavvolgo il nastro, perché questa lunga giornata ha avuto inizio cadendomi tra capo e notte.

Ore 3.15: mi sveglia un fastidiosissimo "beeep beeep beeep" tanto che il Dr House mi saluta e si allontana dal mio sogno per lasciarmi sul più bello di una litigata e sono qui,  nella penombra della camera che realizzo di avere ancora la finestra aperta.
L'aria è fresca, strano, l'anticiclone nordafricano usa i guanti di seta a questo giro. Non sto sognando, sono sveglia eppure sento ancora le macchine della terapia intensiva e i loro Beep Beeep Beeep. Del Dr. House neanche il camice, in compenso la retro del camion della spazzatura è stata ingranata e se scrollano ancora un po' quei cassonetti scendo a dirgliene quattro,  qui c'è gente che si sveglia!
Sveglia.
Una parola che potrei analizzare in ogni sua accezione, sono laureata in sveglia di tutti i tipi, specializzazione in sveglia per un po', " e se non dormo?" penso.
Il dente bruciacchia, "per fortuna ieri sera ho preso un oki, il mal di denti non mi frega, ho chiamato ieri la dentista per spostare l'appuntamento del due al nove, tanto era solo un controllo, non ho male, non ho niente, un mese fa ho fatto la pulizia, tolto il dente del giudizio, è solo un controllo, ", penso, e porca zozza devo dormire, no pensare!
Mi giro dall'altra parte, mi fa male la spalla, devo chiudere la finestra, maledetto lampione, neanche la luna piena fa tutta quella luce, ora la stanza è semi buia, mi giro sulla spalla sana e, non so come, però mi addormento. Un sonno leggero, senza sogni, senza Dr House, senza ex, senza formiche che escono dai muri, senza mamma in camicia da notte al supermercato, senza aver fatto la pipì e quando si bevono più di due litri e mezzo di acqua non ci si può addormentare senza aver fatto pipì a metà nottata.
Mi sveglio che c'è ancora penombra. Devo fare pipì, guardo la sveglia, sono le 5. Il dente martella ma è sopportabile, l'ho fregato, passo davanti allo specchio e mi guardo, distratta. Capelli per aria, borse sotto gli occhi, anche un po' di occhiaie in anticipo di tredici giorni. Il colore giallo pallido della lampadina mi dona, dà alla mia abbronzatura quell'innaturale tonalità ittero-estiva che si abbina così bene alla mandibola da Robert Redford che non ho mai avuto. Mi ha fregata. I denti lo sanno quando canti vittoria e prendi sottogamba l'appuntamento dal dentista, i denti sanno ancora di più quando posticipi un appuntamento e s'indispettiscono Alle 5.07 di questa mattina facevo le smorfie allo specchio, tirando sù i capelli e gonfiando la gota dalla parte sana per vedere l'effetto guanciotte da Arnold.
Tornata a letto sono rimasta sveglia fino alle 7, orario in cui ho preso un antibiotico. Tutti dovremmo avere una scorta di antibiotici nel cassetto, vicino agli slip, sotto i sogni.
La mattinata prosegue con la mia versione zombie che, in questi casi, definisco iperattiva, per ingannare il resto del mondo, soprattutto me stessa, "non ho sonno, io." mi ripeto, e mentre spolvero il comodino mi stanco un po' di più, mi siedo e chiamo mia madre, lei sa sempre come farmi riprendere le forze, lei sa come farmi sorridere, mentre mi domanda cosa preferisco sabato, se la carne o le polpette e opto per la focaccia, alla fine salta fuori la pasta fatta in casa al pomodoro fresco e basilico, focaccia e birra. Lei sì che sa come svegliarmi, poi butta lì che papà non sta benissimo da due giorni e va dal dottore a farsi visitare la pancia. La ruga verticale in mezzo alla fronte si affaccia e sdrammatizzo con una battuta, un vizio del cazzo che ho preso dalle conversazioni tra me e me. Penso che definire pancia il quartiere che ha mio padre in zona addominale sia come chiamare "cucciolo" Godzilla, lo dico, lei ribatte che a dieta non ci sta e penso che l'aggettivo più calzante per la vecchiaia sia "egoista" e papà sta invecchiando, ma non lo dico. Penso al medico dei miei genitori, un tempo è stato anche il mio, per poco, azzardo che sicuramente lo manderà a rifare un'altra colonscopia, tac ed esami su esami. Specialista o pronto soccorso, lui è fatto così, ha paura di curare, ma è bravo a farti girare.
Chiudo la telefonata, sposto l'appuntamento di sabato dalla parrucchiera, lo sposto a domani, perché così sabato mattina preparo un dolce da portare dai miei per sabato sera. Sbadiglio, ho bisogno di sentirti e raccontarti tutto quello che succede e ci sei, sorrido e penso che nel pomeriggio un sonnellino ci stia alla grande, magari dopo aver lessato il polpo, suona il telefono ed è mia sorella che mi dice di stare tranquilla perché non è successo niente. È il nostro codice per comunicarci gli intoppi di mamma e papà senza andare subito in apnea "papà va in pronto soccorso, aveva male durante la visita, ora si preparano con calma e ci vanno. Sentili anche tu."
Non ricordo bene le sequenze, sono passate tante ore e sono ancora sveglia. Alle 23.34 posso anche sbagliare qualche coniugazione e sticazzi. Il giro dell'orologio è meglio delle vasche in via venti.
Dico a mamma di prendere un taxi, lei mi dice di non preoccuparmi, cambio di programma: preparo il polpo ma non posso dormire, perché se mi chiamano e non sento il telefono è un casino. Mia sorella ha ospiti e mi chiede di aggiornarla, lei non potrà rispondermi, ma legge ed è preoccupata. Io cerco di sollevarle il morale ma lei non risponde già più.
Però legge.
Dopo circa due ore provo a chiamare mio papà e dopo un sacco di squilli risponde, con la sua flemma e confusione, mi dice di essere alla fermata della metro e penso perché cacchio non abbiano preso un taxi, lo dico e mi mordo il labbro, lui taglia corto perché è arrivata la metro, mi chiamerà lui e io penso che non lo farà perché ho cambiato numero fisso e lui conosce a memoria quello vecchio, ma non lo dico, resterò sveglia e tra un'oretta richiamo "ma che bella giornata".
Dopo due ore sento mia mamma e so che stanno facendo una tac d'urgenza e penso che mamma e io ci siamo passate un brivido. Da una schiena all'altra. Le faccio coraggio, lei lo fa a me, alza la voce di un tono, come quando vuole farsi sentire da papà, solo che lui è a fare la tac e non la sente, forse vuole dare coraggio a tutti i pazienti del pronto soccorso, ripete che non l'hanno fatta entrare e che se fosse stato grave l'avrebbero chiamata, lo ha detto molte volte, io non l'ho mai azzittita, neanche quando ha iniziato a dare contro mio padre dicendo che non ha chiesto niente, neanche a quanto aveva la pressione. Ha bisogno di prendersela con qualcuno e sono tentata di farla arrabbiare un po', mi sarei offerta volontaria, ma sono stanca e rischierei di attaccare, sul più bello. Lascio perdere, però le dico di abbassare la voce e lei sussurra "speriamo non ci sia niente".
Se non vi dispiace passo alla versione breve perché ho nausea dal sonno, non rileggo, dico solo che mio padre non ha nulla di grave, vengo a saperlo mentre ceno, deve fare una cura antibiotica e lo ricoverano. Chiedo a mamma se non sia il caso di andare da loro e lei prende la situazione in mano, come sempre, nonostante i suoi guai di salute. Dice che non è niente e che meglio dell'ospedale nessuno.
Salta il weekend insieme, "lei deve essere libera muoversi", le dico di prendere un taxi per andare a casa e lei dice di non preoccuparmi.
Le ricordo che domattina deve prendere il cortisone e che non può saltarla, ribadisce che lo sa, di non preoccuparmi.
Ore 22.22. Quattro cigni sul lago, mentre la luna… mioddio straparlo, ma quando vedevo le 22:22 sulla sveglia digitale pensavo sempre ai cigni. Papà è di sopra, non in camera, in una stanza, su una barella e mamma resta con lui. Domattina alle 8 la mandano via e passerà la notte su una sedia, a guardare il suo uomo dormire. Mi sono arrabbiata, mi sono commossa, mi sono sentita inutile. Ho augurato loro la buonanotte e ora penso che sia giunto il momento di alzare il dito medio a questa giornata. Sette minuti e sarà domani, ma che bella giornata.




mercoledì 29 luglio 2015

Di sole e dintorni

A piedi scalzi sul balcone per sentire il sole sotto i piedi, come quando ho scoperto che il sole non è giallo. Ero scalza anche quella volta, scalza da sempre, intenta a smascherare il sole.
Sole che scalda e ruba le sembianze di tutto ciò che tocca.
Cielo azzurro e rami vestiti di verde brillante, il sole della mia infanzia, ambrato sulla pelle e liquido sul ghiacciolo al limone che mi moriva lentamente tra le dita.
Poche lire impiastricciate.
Sole inflazionato.
Malato e pallido sul cemento di città, tra cielo bianco e lunghe strade deserte. Infuocate, vive.
Sole vestito di noia.
Con l'azzurro cielo da nuotarci dentro, sole che penetra l'acqua del mare e si nasconde lì, tra le gambe, quando la pelle delle dita è raggrinzita sufficientemente e puoi uscire per farti accarezzare i capelli bagnati.
Sole di baci salati e abiti larghi troppo smorfiosi per giocare con i raggi, quando di aria non sono mai sazi. Quando di vento vogliono ancora impazzire.
Sole che veste e spoglia le stagioni, sole che non dorme mai e ritorna.
Sole che ti abbassa lo sguardo se lo fissi, sole vagabondo che salta sulla prima nuvola per diventare fortuna e colori.
Sole avvizzito, sui segni del tempo. Sole baldracca e sole composto. Sole che bacia i belli e secca le merde, sole maleducato che lo pensa e non lo dice.
Sòle sbagliato che non tinge né scalda, ma parla, parla e ancora.
Estate da sole africano, quello che lascia parlare di sé e porta allarmismo tra un raggio e l'altro.
Sole che si deve bere, mentre accarezza le fontane di ogni città, da nord a sud, sole che batte le spiagge e se ne sbatte di quali.
Portofino o Palermo, il sole non è di parte, è superiore.
Sole sulle gambe, immobili e pigre, sole che non scaccia le mosche e sorrido.
Sole che mi fai il solletico.
Sole che storce il naso, se lo fai anche tu; sole che del tuo pallore ne fa efelidi da unire al chiaro del primo saluto del mattino.
Sole che spia, tra le tapparelle "chiuse lente" e la polvere che segue la sua spada di luce.
Sole invincibile.
Sole sul cipiglio delle brutte facce che ostentano pezzi di carne, per distrarre, sole su corpi sfatti e sorrisi imbarazzati, sole che non risparmia pregi e imperfezioni e se ne frega, sole che illumina la cattiveria travestita da insicurezza.
Sole materno, sui castelli di sabbia dell'infanzia.
Sole che d'estate infierisce; sole che d'inverno bacia là dove il ghiaccio brucia sulla pelle arrossata delle mani.
Sole, che è così Estate da slogan, mentre lecca il tuo gelato, mentre sei troppo lenta e vi scambiate un bacio.
Sole; che solo un po' mi somiglia, ma io mi eclisso meglio.





giovedì 14 maggio 2015

Festa della mamma

Oggi è la Festa della mamma, perché no? Lo era l'otto, il dieci e ogni volta che mia madre si preoccupa per me.
Oggi è la festa della mamma, che con il passare degli anni mostra ogni sua fragilità ed è la festa della mamma, oggi più che mai, ogni volta che mi preoccupo per lei.
Io che non sono madre ma se c'è una cosa che so fare bene è la figlia. Figlia con tutto il pacchetto di sano egoismo che solo i figli che si preoccupano quando sono adulti e i genitori anziani, sanno dare. Una festa della mamma con la telefonata e la lontananza, quella densa, quella che ti si ferma in gola e ti fa stringere il vuoto dell'aria nei pugni. Una festa della mamma, con tutti i "come va oggi?" e le risposte finte del caso, perché essendo la festa della mamma i figli non si devono preoccupare.
Festa della mamma con papà che è fragile per la sua età ma che lo era anche vent'anni fa, perché la mamma è sempre stata la Bersagliera in casa. La più giovane e la più forte. Un metro e cinquantacinque di testardaggine e saggezza, anche quando era troppo piccola per sposarsi, anche quando tutti le dicevano "guarda che poi non è che puoi stufarti perché tu sei tanto più giovane e lui invecchierà sempre di più", festa della mamma perché lei è andata in culo a tutti invecchiando precocemente, per allentare la differenza di età.
Festa della mamma perché mamma sembra una coetanea di papà o,  forse, sembra lei la più grande. Si ammala mamma e noi non siamo abituati a sentirla lamentare, ma è fragile, ha paura di stare male perché lei è l'unica che conosce papà e sa come si cura e quali sono i suoi sintomi quando lui sta male, allora non lo dice di avere paura di non rimettersi in piedi,  e la paura si è nascosta dietro quel leggero tremito del suo "oggi meglio".

La festa della mamma è oggi perché mamma sta male da qualche mese e papà non riesce a curarla perché si è messo a letto anche lui, festa della mamma che non vuole le figlie vicino perché qui è tutto sotto controllo e se vi faccio correre adesso, quando saremo vecchiettini sarete già stanche, e ci vuole illudere ancora sul fatto che i genitori siano eterni, ma non è mai la festa della figlia che ha voglia di esserci senza dover litigare, per rendersi conto, per non sentire più quella morsa di paura alla bocca dello stomaco. Perché ne abbiamo più bisogno di loro, perché i figli sono egoisti a volte.
Oggi è la festa della mamma, un giorno qualsiasi della mia di mamma, ma il dieci le ho trovato l'ortensia blu, come quelle di nonna, come quelle di quando ero piccola che non tengono il colore perché il terreno è diverso, e rivedo le sue dita sempre più impacciate e le mani irrigidite a fare pendant con il resto dei muscoli, stanchi e affaticati.
È la festa della mamma, oggi, sì. Della mia, che non ha la pazienza di curarsi perché una pastiglia dovrebbe aver fatto il miracolo, dopo anni di visite e cure posticipate perché per mia mamma è un lusso ammalarsi, quando sono troppe le cose da fare.
Oggi è la festa della mamma, perché se al mattino si è lasciata andare un pochino, nel pomeriggio è di nuovo lei. Risoluta e combattiva.
È la festa della mamma, oggi che riprendo l'inchiostro e la penna, oggi che mi ascolto ma non troppo, altrimenti uso la mente come additivo artificiale e quando scrivo non mi piace tenere la pancia in dentro e le spalle dritte; io mi accascio, quando scrivo, mi gratto la testa e vomito senza dover pensare al pavimento o ai piedi di chi voleva solo curiosare cosa ho mangiato. Solo così so scrivere, oppure sto zitta. Ed è la Festa della mamma, anche oggi, sì; perché ancora una volta ho paura e provo rabbia, perché la gente mi sta stretta e non ho voglia di motivare qualcosa che ho appena vomitato quando lo stomaco faceva male, perché trattenere fiato, pancia e pensieri lede alla carne e deforma i lineamenti. É la festa della mamma, anche oggi, come ieri, e chiedo al dottore tante cose e lui sa che ho paura ma risponde attento a non farsi coinvolgere troppo, con le precauzioni del caso, mentre spero che mio padre smetta di tossire e la lasci dormire in pace di notte, mentre mi domando come abbia potuto mettersi a letto anche lui, proprio ora che è la festa della mamma.
È la festa della mamma e vorrei che mi facesse un regalo, la mia mamma, quello di curarsi anche quando starà meglio, perché impiegherà molto tempo, ma starà meglio e deve continuare proprio perché è la festa della mamma, proprio perché non deve avere fretta di fare la Bersagliera viziando papà come se fosse un infante.
Oggi è la festa della mamma, della mia, e vorrei averla qui accanto. Ora, come quando avevo paura dei tuoni. E vorrei tenerla piano, per non farle male alle ossa, vorrei lenire quei dolori senza farla sentire in colpa.
Oggi è la festa della mamma e mi gira in testa la sua risata, che così lontana mi fa pensare sia stata un sogno.
Oggi è la festa della mamma perché l'ho deciso io. Perché tutti i giorni dell'anno sono pochi rispetto i giorni di una vita donata e mai restituita.




mercoledì 4 marzo 2015

Metempsicosi nell'agorà

La piazza è affollata. Ognuno parla per sé pensando agli altri.
C'è di tutto, nella piazza, dal saltimbanco al mangiafuoco, dall'uomo a tre teste a quello a cinque personalità, e poi ci sono gli ombrelli.
Ombrelli colorati e volti coperti, ombrelli come se piovessero colpi di tutti i tipi; bassi e da tutti i lati, mentre passo tra la gente, mentre guardo le persone e mi riparo come posso, guardando in alto verso un cielo che non ha stagione, guardando la folla senza riuscire a muovere passi decisi. Allora mi siedo lasciando il mio ombrello capovolto, qualcuno mi schiaccia una mano e io chiedo scusa mentre la massaggio, ascolto un coro di voci che ripete la solita nenia e conosco l'aria ma non ricordo le parole, forse non le ho mai ascoltate sul serio, mi volto e tappo le orecchie, mentre la musica si fa strada dentro, mentre gli ombrelli coprono la luce e fanno scendere la sera, eppure è presto, ma la piazza ha deciso che alle 15.51 deve arrivare la sera. La piazza è triste e loro hanno le stesse espressioni tirate dei gironi infernali. La gente soffre, anche se non lo ammette; la gente è insicura, anche se si professa migliore di te. Siamo in pochi seduti per terra con gli ombrelli rovesciati sul suolo a pensare alla luce del giorno, a vederla, come se non fosse così buio, come se la sera fosse una nuvola passeggera creata dalla mente dei circensi.
Un tempo conoscevo alcuni nomi, poi ho dimenticato anche i volti, perché della gente non amo le acrobazie, ma apprezzo i gesti delle persone.
Qualcuno passando lascia una stella nei nostri ombrelli rovesciati, esprimi un desiderio, in realtà ne hanno lasciate una manciata, era qualcuno che ho giù visto passare altre volte, magari vestito diversamente, magari in un'altra identità, forse in un'altra vita. Vorrà qualcosa, ma non mi piacciono gli estranei, ancora meno gli estranei che indossano due, tre, quattro, cinque strati di maschere, senza dirti nulla, lasciando solo stelle nel tuo ombrello rovesciato e tu li riconosci, tanto che non sai se alla fine ci sia ancora qualcosa da strappare, tanto che gli porteresti via anche la pelle del viso, se solo t'importasse davvero qualcosa, allora non guardo dentro il mio ombrello, non guardo le mani di chi non ha il coraggio di indossare sempre la solita maschera, non dico faccia, incrocio le gambe e continuo a parlare da sola, qualcuno mi schiaccia una caviglia e non muovo un muscolo, resto in silenzio, facendo finta di ascoltare, facendo finta che sia interessante la sera anticipata, fingendo senza maschera, ed è stata la cosa più difficile da imparare questa.
Nella piazza può accadere di tutto, così dicono, ma a me non importa.
Nella piazza puoi perdere la strada e trovare un sentiero.
Nella piazza l'età si ferma e poi ti trovi davanti a uno specchio con una ruga in più ed esperienza in meno.
Nella piazza la vita si ferma, anche la mia.
Nella piazza molti guardano l'aria che tira, io la sento e mi sposto.
Nella piazza chi resta saldo al proprio ombrello si solleva da terra, lasciando trapelare una sfera di sole a chi resta seduto.
Nella piazza è tornato il pomeriggio, mi alzo e lascio l'ombrello rovesciato al suolo, osservo l'aria che ci gioca, fino a sollevarlo. Pulisco le mani sui jeans e m'incammino; alle spalle una scia di stelle appena fabbricate. Ma non brillano come altre; né come prima.

giovedì 26 febbraio 2015

Il cielo in un'ortensia


"Per anni ho visto le fotografie animarsi.
Sì, come quelle di Harry Potter, e profumavano anche.
Ora tacciono, forse dormono."

In 140 caratteri una vita intera, un po' come quando muori e ti passano i momenti davanti, così dicono.
Sfoglio album, guardo cose, ascolto risate, sento profumi, assaporo merende e, ogni volta, muoio un po', per poi rinascere.
Vecchie fotografie dai colori improbabili, pellicole rovinate, incollate al foglio ingiallito del presente. Chiudo gli occhi e sono lì, in quel piazzale arso dal sole che neanche in un vecchio film di Leone c'era quel caldo e quella polvere.

Ma cosa ne sa, chi percorre oggi la scalinata di cemento che porta all'ingresso della casa dei miei genitori, com'era un tempo quel viottolo di terra e sassi; erba ai bordi e, poco più in là, i fiori che la nonna aveva piantato, curati dalla mamma e da chi aveva amore da offrire.
Un viottolo di terra e sassi che se cadevi non ti sbucciavi le ginocchia, ti bucavi la carne e prendevi il resto.

Volto pagina, chiudo gli occhi e sono lì, a respirare il salmastro di quell'acqua che non riuscivo a interpretare, perché così diversa dal mare, ma i fiori no, i fiori erano tutt'intorno e io ero abituata ai fiori, loro un po' meno a me: sarebbero scappati via, avessero avuto le gambe e una testa, invece restavano lì, a farsi annusare, accarezzare, recidere e mutilare per diventare unghia laccata o decorazione per i capelli, e le minacce della nonna e della mamma servivano solo fino al gioco successivo.

Le ortensie della nonna erano le uniche che si salvavano, tranne le foglie, quelle erano fette di carne o di prosciutto, quando giocavo a "vendere". I soldi erano foglietti di carta. Da papà pretendevo il pagamento in moneta sonante, andava via con una pietra, Parmigiano Reggiano, e il costo era sempre lo stesso: "500 Lire, signore, sentirà che buono questo formaggio/la carne/il pesce/le olive", qualsiasi cosa comprasse, lo alleggerivo di 500 Lire, a volte mi diceva di dargliene meno e ci scappavano 200 Lire, ma quel che contava, per me,  erano i soldi veri. E correvo a metterli nella scatola, perché il salvadanaio era pieno di monetine imprigionate, e io volevo vederli i miei averi, quelli importanti.
C'era anche qualche banconota allungata dai nonni paterni, la nonna materna ci viziava rigorosamente alle feste comandate, in realtà, ci viziava molto di più, con il suo amore, con i cibi e le coccole, dai nonni paterni si andava una volta a settimana, loro dimostravano l'affetto così, allungando ogni tanto una banconota da 1000 Lire o, se una delle due aveva avuto la febbre, 5000.
Ho imparato a camminare scalza grazie a loro e alla raccomandazione della mamma "Silvana, no scalza ché ti viene la febbre" e io pensavo alle 5000 Lire dei nonni, nascondevo le ciabatte e tenevo i piedi sul pavimento freddo, a volte funzionava, non sempre.
Le fotografie sono come le ciliegie, una storia tira l'altra, e vola il tempo, e dove sono non so.
Mi cerco dietro quel broncio e non sono più io,

L'ortensia azzurra era la mia pianta preferita, aveva il colore del cielo, quello delle belle giornate di sole. L'accarezzavo e non osavo strapparla. Erano un miracolo le ortensie, un fiore composto da decine e decine di piccoli fiori "nonna, quando le poti me ne dai una?" erano le regine del giardino, le uniche a essere graziate dalla mia infanzia. Inodori, ma il colore prendeva alla gola, una pianta azzurra e una rosa. Le trovo lì, a costeggiare il viottolo, mentre mi guardo per trovare una parte di me, oggi come ieri, sono io, la stessa che si spazientiva a posare per far finire il rullino, con la voglia di tornare a giocare o a curiosare cosa stesse facendo papà sulla strada. Io, con le mie treccine, a smentire la mamma quando era arrabbiata e mi ripuliva le ginocchia o i vestiti imbrattati di terra, accusandomi di essere un maschiaccio, io, che posavo con il broncio mentre una lucertola correva per il piazzale, impiccata a un lungo filo d'erba, il mio sguardo colpevole.

Ricordo quasi tutti i momenti che sfoglio, quelli che non so me li hanno raccontati, allora si muovono anche loro, si muove la bambina sulla sedia di plastica, sono io a poco più di sei mesi, io che facevo sporgere così tanto le labbra che un giorno stava soffocando perché il labbro superiore aveva fatto da ventosa sulle narici. Mi vedo sgambettare e mi cerco anche lì, ma non mi trovo, dietro quegli occhi così liberi da pensieri e consapevolezze.

Mentre mi ripeto che sono solo vecchie fotografie, ricordi come altri, come la pizza del mese scorso, come lo scambio di sguardi al semaforo e quel mezzo sorriso accennato prima di ripartire. Alle spalle il clacson che incitava Mister Muscolo a notare il verde. Tutto ciò che passa è un ricordo, io che vado ad aprire il portone, sì, dieci minuti fa sono un ricordo che tra vent'anni avrò dimenticato. Come le cose che passano troppo velocemente e che non riesci a carpire.

La mano sulle mie gote accaldate, la pelle leggermente appiccicosa e la consistenza dei lunghi capelli raccolti.

Io che volevo la fascetta blu, nonostante il vestitino con le nuvolette color "cedrata", come lo chiamavo io, a nulla erano valsi gli inviti al ragionamento, almeno la fascetta doveva essere blu. Sulle piccole cose mamma me la dava spesso vinta senza portarmi a fare capricci sterili, per poi poter esercitare più rigidità di fronte alle cose davvero importanti, io sapevo quando era il caso di insistere e quando di smettere.
Ricordi, come i papaveri lungo il sentiero che portava al prato delle noccioline.
Papaveri così delicati, così sottili, io che mi ostinavo a volerne un mazzo da portare a casa ed io che li vedevo accasciarsi sullo stelo, senza poter fare nulla.

Girasoli, che volevo sorprendere a girare la testa, ma erano più furbi di me, loro. Girasoli ai bordi dell'autostrada, quando viaggiavo con mamma e papà. Sedute dietro, mia sorella e io, a cantare canzoni, a chiedere quanto mancasse all'arrivo, mentre osservavo quelle distese di lunghi fiori color giallo oro, restando immobile come una statua: se loro non si fidavano di me, non vedo perché avrei dovuto farlo io.
Girasoli, così poco socievoli da sembrare quei bambini che quando parlavano con gli altri, lo facevano solo avvicinandosi all'orecchio, mettendo una mano a conchetta e guardandoti negli occhi. Come se quel segreto fosse una questione di vita o di morte, come se tu fossi l'arma di sterminio di massa. I girasoli erano così: asociali; ecco perché vivevano in un villaggio tutto loro. e non li avrei voluti neanche per farmi le unghie gialle, erano migliori i gerani della nonna: quelli bianchi, rosa, rossi e viola. Loro sì che sapevano come si gioca.
Ricordi sfogliati, ricordi distorti, ricordi monocromatici.
E, in una boccaccia, il sorriso di chi in quel momento aveva appena vinto una piccola battaglia:
"Lascialo stare un attimo, ché fa caldo ed è stanco"
"Dai, Ro', corri c'è papà"
mentre mia madre sorrideva, orgogliosa, mentre posavo per immortalare quella piccola vittoria in braccio a mio padre che era sporco di cemento e sabbia, mentre la primavera stava preparando le unghie per le mie manine.
Occhi al confronto, un gioco mai passato di moda, ma non mi ritrovo e la gioia è diversa, la gioia non profuma più di ortensie colorate di cielo.
La gioia è una boccaccia in braccio a tuo padre, mentre mamma ha fretta di finire quel rullino.
E, se ai girasoli fosse venuto il torcicollo per voltarsi a spiare, non mi sarei certo scomposta. Tra queste pagine, oggi, non se ne vede l'ombra.



lunedì 16 febbraio 2015

La danza delle ombre

È una sera dalle tinte ingannevoli, una di quelle che si affidano solo agli occhi e non alla pelle.
È una sera che si mostra tenue, colorata quanto basta, apparentemente sobria, se non fosse per quel pugno alla bocca dello stomaco che ti fa sorridere, ma solo per un attimo.
È una sera che sa cosa vuole e se lo prende, nonostante te e la tua volontà di cartapesta.
Sera argentina, profumata e brillante.
Diglielo quanto è bella, dille che ti fa impazzire.
È sera, non aspetta altro, guardala, bevila, leggila sotto i vestiti.
È una sera da "Quanto costi in voglie, quanto mostri in ricordi?" e poi si adagia su di te.
Sera coperta, pensieri nudi sotto le ombre.
Crepuscolo, sera in fasce, diva in bianco e nero, sera da peccato; scrivile i tuoi limiti, disegna le tue certezze e lasciagliele demolire.
Sera da pagina bianca, sera dal sapore di biro e odore di smalto.
Guardala ora, fermati un sospiro prima e diglielo ancora che ti fa impazzire, a questa sera così pronta e così lasciva.
Sera da sorrisi scaltri, sera da osare, sera senza regole, sera di silenzi e canzoni; pensate e danzate.
Ombre che si muovono, sinuose e morbide, addosso, ora, e la tua pelle si colora, mentre il viso s'illumina di buio.
Sera da accendere, se solo vuoi lasciarti impazzire.