martedì 27 gennaio 2015

Esco a fare due chiacchiere

Oggi c'è il sole.
Sei qui per parlare del tempo o c'è qualcosa che vuoi dirti?

Non sono molto per "facciamo due chiacchiere", non sono mai stata portata, è capitato, certo, e chissà quante altre due chiacchiere mi capiteranno, io che ascolto e continuo a ripetermi "Ma non dovevano essere due? Due chiacchiere sono due, non il tempo della brioche, del caffè e anche gli spiccioli del bicchiere d'acqua."
Facciamo due chiacchiere, è da tanto tempo che me lo dico, da quando non lo so, ma se messa alle strette, io che le chiacchiere non le dico, le scrivo, potrei rubare perfino il tempo dell'aperitivo, del primo e del secondo.

Oggi c'è il sole.
Lo hai già detto, non rimandare.

Due chiacchiere e sei rovinata per sempre, due chiacchiere e sei al top, due chiacchiere ed è troppo tardi per rimangiartele tutte due. Figuriamoci un fiume.
Mi piacerebbe chiedere se quando fanno "due chiacchiere" poi pretendono che gliele lavi e restituisca anche stirate, perché c'è differenza, prendi me, per esempio, io le chiacchiere le sgualcisco. Esco con le chiacchiere stropicciate e alcune anche un po' macchiate, però bevo il caffè nero. poco zucchero e caldo come il sole di oggi. Già.

Oggi c'è il sole.
E non sembra la fine di Gennaio, puoi fare di meglio.

E sfilano molte delle "due chiacchiere" che ho incontrato durante la mia vita.
Un pensiero per chi ti diceva "facciamo due chiacchiere", beviamo un caffè, e poi ti metteva la mano sul culo, uno per chi con il sorriso scemo di chi non vede l'ora, ti chiedeva di cosa volessi parlare, come se le chiacchiere dovessi portarle tu da casa, poi c'era chi voleva fare due chiacchiere e ti faceva il terzo grado. "Due chiacchiere" che finivano con un punto di domanda, più due, più due, più due. Tutte uncinate e tu che non sapevi più quale silenzio indossare.
Poi c'era quello della spiaggia e del "Ti va di fare una nuotata?" e caspita, "per nuotare non servono chiacchiere", penso, e dalla spiaggia al bagnasciuga il mare si stava ritirando per avvisare le conchiglie che quel giorno lui sarebbe andato un po' in montagna.
Il mare, il sole. Già.

Oggi c'è il sole.
Sei odiosa quando fai così. Tu che non vuoi parlare del tempo ma che speri ancora che nevichi.

Due chiacchiere.
È il concetto della bugia che non mi piace. Non più.
Ci sono cose che avvengono, senza che si debbano chiedere.
Si chiede di andare a cena fuori, si chiede se per cortesia ti prestano l'auto perché la tua è dal meccanico, si chiede se ha sete o fame, anche se sulla seconda non affiderei l'esito della serata, ma non si chiede se si vogliono fare due chiacchiere se poi non era vero nulla e le due chiacchiere sono venti domande, se le due chiacchiere sono un monologo o una televendita, se le due chiacchiere sono un'invasione di campo, se le due chiacchiere non sono mai avvenute e fuori c'era il sole, parecchie ore prima.

Fuori c'era il sole.
Stai parlando troppo.

Ci sono domande che sono di un egoismo assurdo.
Ci sono risposte sibilline e treni sulla faccia.
Ci sono chiusure che non puoi scardinare, non scambiamo le ferite con le feritoie, non scambiamo il parlare poco con il menefreghismo o snobismo.
Se vuoi parlare del tempo fallo, ma non chiedermi due chiacchiere, se vuoi sapere con chi trombo, quanto o se sono disponibile, chiedimelo, a tuo rischio, ma smettila ora, non mascherare la curiosità morbosa con due chiacchiere. Mi stai violentando i timpani senza precauzioni e partorirò incubi, ogni volta che qualcuno mi chiederà due fottutissime chiacchiere.

Fuori c'era il sole e poi ho visto arrivare la sera nella stanza vuota.
Parti dal fondo perché non ricordi da dove è iniziata.

Fatico a parlare, fatico a gridare, fatico a spiegare, fatico a giustificare, fatico. E non voglio.
Amo scappare e scrivere, qui. Dove tutto è blu perché lo decido io. Senza capo né coda, come se mi stessi ascoltando, avrei qualcosa da dirmi, come le cose che piacciono a me. Una di quelle cose che non ti fanno pensare al sole, come se tutto questo avesse un senso, come se chi vive guardando avanti non collezionasse doppioni; allora mi volto e se mi leggi e non capisci non chiedermelo, lascia che sia, non fermare queste parole, perché non hanno senso, ma per me sono bellissime e meritano di uscire, con questo sole, ché fa presto ad arrivare la sera a sorprenderti sola in una stanza.

"Oggi c'è il sole, ti va di uscire a fare due chiacchiere?"
Quanto buio hai toccato in questa bugia?








domenica 25 gennaio 2015

Eva Vs Eva

Dei Sabati passati ricordo soprattutto la lunga processione di abiti sul letto alla ricerca del risultato perfetto, e sorrido, pensando a quanto poco tempo impieghi oggi per scegliere un vestito, mentre altrove il getto dell'acqua calda scivolava portando con sé la sfumatura di un nero a basso costo della matita per occhi scadente presa al supermarket, facendo la cresta agli affettati, pane e formaggio commissionati dalla mamma.
La sicurezza mostrata a sedici anni e la sfacciataggine di quel fumo di sigaretta soffiato con la rabbia di chi non ammetteva che il mondo degli adulti potesse scuotere la testa vedendoti truccata così, ma che ignorava la lunga catena che ti avrebbe legata al vizio.

Sedici anni ostentati e sudati così tanto da dichiararne diciotto, perché così le ragazze adulte non mi avrebbero più guardata come quella più piccola.
Poi il cambiamento, arrivano i diciotto, quelli veri, e resti sola. Tua sorella con le sue amiche hanno smesso di farti rincorrere la maturità, perché a soli ventun anni lei diventa mamma e tu sei una zia e ti senti grande per altri motivi, ti senti grande perché mentre le tue coetanee fumano e dicono le parolacce ad alta voce nella piazza delle panchine, tu cambi il pannolone a tua nipote e le fai le smorfie mentre la impomati e la guardi attraverso una nuvola di talco, e lei ti riconosce e si diverte un mondo con te. A diciotto anni giochi a fare la mamma e tua sorella non ha più tempo per farti sentire piccolina e rompiballe, siete diventate complici, anche se lei è andata ad abitare lontano.
In un paio di anni ti rimetti nel giro e trovi le persone sempre uguali, mentre tu sei cambiata, e ti trucchi il giusto, fumi una sigaretta, due o tre, ma non sfidi nessuno e gli adulti che passano ti guardano e sorridono, ricambi, e resti sempre un po' in disparte, ammirando le ragazze più grandi di te, ma solo quelle che hanno una certa eleganza, che non sapresti incanalare in qualcosa di banale come un abito o un make-up, ma che avverti. E passano altri due anni, ne hai ventidue, pensi alle tue nipoti, che sono diventate due, pensi all'uomo che si verificherà quello sbagliato per eccellenza, ma ancora non lo sai e arrossisci solo per lui, pensi che le tue coetanee siano stupide a mettersi in competizione con donne che hanno il doppio dei tuoi anni. Poi pensi che donne con il doppio dei tuoi anni siano pazze a mettersi in competizione con quelle della tua età. Tutto questo a vent'anni, venticinque, oggi. Forse per questo non sento quella competizione, la vedo e mi sposto, evitandola come fosse una buca sulla strada.
Ho un mio pensiero, in merito, la ragione sta nel mezzo e, a sentire una ventenne "non c'è storia se mi confronti con una cinquantenne" e se lo chiedi alla cinquantenne ti dirà la stessa cosa al contrario.
Ora, chi me l'ha fatta fare a incamminarmi in questo sentiero di spine? Potrei prendere il bivio e raccontarvi della volta in cui il fidanzato della mia amica mi ha toccato  il sedere e io non l'ho detto alla mia amica, l'ho detto alla madre della mia amica, una suocera che, oltre a mirare al matrimonio della figlia con un altro, odiava anche i parenti del malcapitato, ma ok, devo percorrere la strada iniziata e non se ne fa niente, procedo.

Prendo le distanze da molte cose, prendo le distanze anche dalle persone, da donne, uomini, bambini, cani o gatti. Prendo la distanza non dal genere, ma dal singolo, se non mi piace. Prendo le distanze dagli atteggiamenti, una donna che dentro il tacco 12 ha le unghie sporche e caprine la percepisci, anche se beve champagne; una ragazzina che bacia il poster di Scamarcio e ti dice di riconoscere l'intenzione di un uomo dal suo sguardo, anche.
Quello che sappiamo, donne, uomini, ragazze, bambini, animali e vegetali, lo abbiamo imparato sul campo. I libri hanno magnificato l'immaginazione, ma puoi raccontare di quanto fosse fantastica la tua prima volta, arricchendola di particolari e cura, puoi raccontare di quanto lui fosse deciso e dolce, tenero, sicuro eccetera, puoi, ma non devi.
Perché la descrizione, orale o scritta, è solo fuffa, se non la filtra la tua pellaccia.
E poi, sono della scuola "chi me la fa fare a raccontare queste cose?" ma io sono quella strana del "ma chi siete e cosa volete da me".

Si scrive solidarietà femminile ma si legge competizione, raramente una donna ammetterà questo, tranne chi evita le altre per non essere tirata in ballo in giochi di false lusinghe e adulazioni da manuale.
La donna matura, come l'uomo, tendenzialmente, per la mia modesta opinione, dovrebbe evitare di sbandierare il suo sapere. Quella più giovane dovrebbe prendersi cura anche della forma di un contenuto, oltre che del proprio fondoschiena.
Generalizzo, perché in questo post non mi schiero da alcuna parte, sarò neutrale, e come riesco a essere neutrale io neanche la Svizzera ai tempi d'oro. Diciamo che sono schifata da entrambi gli atteggiamenti. Diciamo che trovo ridicole le ragazzine che sfilano sculettando davanti al maschio alfa cercando di ridicolizzare una donna che magari, come età, argomenti e gusto personale, è più vicina all'ignaro conteso, e trovo ridicola la 40, 50, 60enne che, in preda a un'infatuazione o interesse più o meno profondi, inizia a comportarsi come una ventenne, a partire dal modo di apparire a quello di parlare.
Le lotte nel fango, da che mondo e mondo, sono sempre state pane per i denti degli uomini affamati di carne.
La dinamica è presto detta, due donne litigano, l'uomo si schiera con quella, apparentemente , più avvenente delle due e, attenzione, avere vent'anni non vuole dire essere più belle o intelligenti. Come averne 35/40/50 non vuole dire avere esperienza e ragione su tutto. E no, neanche sotto le coperte, care signore (a meno che.).
Ma torniamo alla lotta nel fango, l'uomo decide di puntare tutto sulla ventenne, perché se è vero che le donne dopo una certa età soffrono di cose terribili come la sindrome premenopausa  che, a quanto pare,  le fa ridere e piangere o magari, cercare un proprio spazio nella società senza l'alone viola della pubblicità progresso di una volta, l'uomo, dopo una certa età deve tenere alta la bandiera. In tutti i sensi.
E bandiera se è difficile per lui!
L'uomo ha la maledizione di poter procreare all'ennesima potenza, la donna, arrivata a un certo punto, può anche riposarsi e gustarsi il percorso, che abbia già dato o meno e, se mediamente intelligente e circondata da persone intelligenti, direi che per una donna non dovrebbe essere un dramma, arrivare alla menopausa. È natura, lo sappiamo a tutte le età, dal primo ciclo, anche se sembra lontano quel giorno, una cosa è certa: se non moriamo giovani e fertili, tutte noi andremo in menopausa. Sìssignori, ah, come dite? Non lo sapevate? Prego? Pensate che quella ventenne con il sedere sodo come il marmo sia una macchina da sesso perché lecca il gelato guardandovi negli occhi e lo faccia perché ha riconosciuto in voi il maschio? Quella, nove su dieci, ha preso di mira la vostra donna e vuole fargliela pagare, oppure, sta facendo ingelosire un altro, oppure le interessate, ma arriverà uno più giovane e simpatico di voi e se la porterà via. O magari no.
Ebbene sì, signori miei, ebbene sì, signore care, succederà anche a tutte noi di andare in pensione e, con un po' di intelligenza e di amor proprio, lo faremo con stile. Perché è quello che non si dovrebbe mai riporre o dimenticare, a qualsiasi a età.
Una donna che rinnega questo, ha perso.
A cinquant'anni una donna non deve mettersi in competizione con una di 20/30 anni meno, non perché migliore o peggiore, ma perché è una lotta impari. È come chiedere a chi piacciono i primi se migliori le lasagne o i tortellini, ci saranno risposte di tutti i tipi, ma restano due pietanze diverse ed entrambe meravigliose da assaporare, con il giusto appetito.
Una donna di quarant'anni che compete con una di venticinque è una donna che non ce l'ha fatta. Una donna di venticinque che compete con una di quaranta è una donna che non ce la farà.
Un uomo che si schiera in una competizione del genere è un uomo che ha molta fame. E, si sa, in tempi di astinenza va bene tutto.
Sono un po' atipica come donna, non migliore di altre, quello no, però m'imbarazzo e mi dispiaccio quando vedo che, di fronte a una lotta tra due che fanno pipì sedute, nessuno si accorga del gruppo di omuncoli sbavanti e, in nome dell'appartenenza al sesso femminile, si debba tenere alto l'onore a colpi di "troia, cesso, vecchia, bambina" mentre gli omuncoli sperano nel turgore di un capezzolo sotto la maglietta e non vadano oltre la pelle lucida imbrattata dagli insulti, più che dalla melma.
Penso che un uomo sappia riconoscere una donna, e viceversa, senza bisogno di usare le maiuscole, io riconosco entrambi. Sono quelli che, di fronte a due o più persone che si strappano i capelli, si scambiano uno sguardo complice e si allontanano, senza parlare, con la fretta di guardare altrove, con la pelle pulita.
A qualsiasi età.
Solidarietà femminile, fino a quando un uomo non volge lo sguardo verso una più grande/giovane/simpatica/qualsiasicosa più di voi (e sì, scusate se qui prendo le distanze). Allora si inizia con l'adulazione.
E quando una donna fa un complimento a un'altra donna, se non ci sono secondi fini, è quanto di più leale possa esserci ma, se una donna teme che una più giovane/vecchia di lei possa scalzare il piedistallo, prima la adulerà fino a farla lacrimare di gioia, poi la seppellirà viva, sotto il cumulo di risate che si ergeranno intorno a lei.
Perché c'è una cosa che non si sa a vent'anni e si dimentica probabilmente 30/40/50/60:
Essere donne è la cosa più bella del mondo, e io lo so, da quando ero la Principessa di papà. Poi mi sono smarrita per un paio di anni, ho giocato a fare la zia e mi sono ritrovata. Forse un po' più seria di quanto avrei voluto, ma a testa alta. Con la riservatezza che mi contraddistingue, la stessa riservatezza che riconosco e apprezzo negli altri.
Le persone, uomini o donne, giovani o maturi, non hanno bisogno di quantificare e sbandierare le battaglie, per vincere la guerra. Posto che valga la pena combattere.
L'alternativa, Signore, potrebbe essere andare a bere una birra insieme o, se la fantascienza non fa per voi, mirare alto e altrove; lasciando chi urlava per incitare la lotta lì, deluso.
Con la bandiera a mezz'asta.


martedì 20 gennaio 2015

Disegni divini

Non so quando sia stata la prima volta o forse sì, ma è un altro caso, anche se il posto in cui mi trovo è lo stesso.
Cambia che sono più stanca, e percorrere questo strano quartiere fatto di silenzi potrebbe farmi prendere pause più lunghe.
Cambia che sono grande, e le donne della mia età hanno le palle, i figli e sorridono sempre. L'ho letto da qualche parte su twitter e mi domando quando, esattamente, io sia stata castrata, perché non ho nessuna di queste caratteristiche.
Ed ecco che mi trovo in questo posto, lo stesso di qualche anno fa, lo stesso in cui a volte incontro qualcuno che mi sembra di conoscere, ci scambio due battute e poi riprendo a correre in silenzio, per andare in qualche dove o scappare da dove non so.
La gente vuole.
Per una conferma a questo non serve alcun master, né la tv o le riviste.
La gente vuole e tu non puoi farci nulla, ma sarai al top finché darai.

Puoi dimenticare o puoi far finta che sia giusto in quanto ciclo della vita, qualcosa tipo prendere e prendere o, se si tratta di te, dare e dare, e sorridere, sperando d'invecchiare sorridente ma, quando una sferzata di vento improvviso sbatte la porta e i vetri della finestra esplodono per tutta la stanza, non fingi più.
Salti.
Salti e ti tagli i piedi.

Nel posto in cui mi trovo le giornate sono formate da tante notti tutte uguali.
A volte volano, ti ritrovi a svegliare casa e città. Insospettabile, nel tuo sorriso spento sotto lo sguardo spaventato e attento di chi aspetta quella sferzata di vento, per non saltare troppo, per tagliarsi un po' di meno la pelle già ferita.

Oggi non piove, l'allerta era una bugia che dovevano dire, un po' come "la morte è una cosa naturale", vero, ma fanculo e grazie.
Io non sono pronta e ho paura.
Nessuno è pronto ad accettare la propria morte o quella di una persona cara, forse il vecchietto centenario che spera di andare dalla sua amata persa tanti anni fa, e dico forse.
Non racconto a cosa penso quando non dormo, perché mi prenderebbero  per pazza o, peggio, per stupida "ma cosa vai a pensare, sciocca, tu sei giovane e anche tua sorella, tutte le persone che ami…" e mi domando come possano non vedere che la gente muore, e lo fa senza distinzione di sesso o di età.

Non posso dire questo a mia mamma o a mia sorella, loro sono state rapite da Dio, lo stesso Dio che gioca alla slot con la vita di tutti. E mi sento ripetere "Dio volendo, grazie a Dio, Dio non voglia, Dio mi aiuta" e guardo gli occhi segnati di mia madre, il sorriso spento di chi ha paura d'inveire per il suo dolore. Di chi ha paura di tutto, forse anche di Dio, ma non lo ammetterebbe mai.
Una rassegnata accettazione e l'elaborazione distorta di un lutto così inaspettato da far imprecare anche un Santo.
Poi penso a chi non c'è più, così giovane e così lucido, e ci penso di notte quando non dormo, penso che lo zio capirebbe se gli parlassi delle mie paure e della mia rabbia. Come aveva capito quando gli avevo parlato di tutte le altre cose.
Penso a chi si rivolge a Dio quando non ha più alcuna speranza e si addormenta così. Sperando, forse.
Penso a mamma e sorella che pregavano.
Prima per la guarigione, poi per un po' di tempo in più e, alla fine, per una cosa rapida e sono state esaudite,
grazie a Dio.
E io che di notte mi aggrappo a un mal di pancia, penso a tutto questo e molto di più.
Penso che potrei avere la stessa cosa, penso che Dio potrebbe decidere di farmela pagare perché non sono dolce e docile come loro, perché non prego, perché alzo le spalle, ma sì, mi ha rubato mamma e sorella, che se le tenga, purché non le chiami troppo presto, purché adesso sia soddisfatto per un bel po'.
E mi sono ritrovata qui, arrivata da non so dove, ma era solo una belva che dormiva e ho seguito il suo russare.
Dio che gioca a isolarti da tutti,  a suo piacimento, ma ti diranno che era un suo disegno. E dovrei ringraziare e correre a comprare una cornice.
Dio sa che lo tengo d'occhio
e sa anche che sono quella che si guarda intorno e si accorge dello schifo, mentre gli altri sono indaffarati a pregare e cercare la serenità, dentro, fuori, intorno. Solo il meglio, in nome di quel Dio che ne ha così tanti da far girare la testa. Loro pregano e fingono di non vedere, loro pregano e soffrono, pregano e ringraziano per la loro sofferenza. Io le guardo e soffro, le guardo e darei loro fuoco, solo un po', per vedere se ringrazierebbero anche per questo.
La gente vuole.
La tua attenzione, la tua sensibilità, affinché diventi la loro sensibilità, quanti "sono sensibile" ho coccolato calpestando la mia buona fede, e ti sembra di toccare la sensibilità degli altri, la maneggi con cura e non pensi che loro, con la tua sensibilità, quella che tu non hai mai sbandierato, ma che loro giurano di aver visto e sentito, possono costruirti la più impenetrabile delle prigioni. E poi ti accorgi che quello che per te può essere un malinteso, per loro era già condanna e, alla faccia delle persone sensibili, sorridi e te ne vai per la tua strada, arrivando fino a qui, un posto diverso per ogni persona, anche per chi vuole senza dare. Anche per chi prega e se ne fotte.
E sto bene qui, mi sento io.
Senza chi ti tiene sotto scacco con ricatti morali, senza chi ti prosciuga anche l'anima, senza darti un bicchier d'acqua per idratarti il cuore.
Qui.
Senza domande, senza retorica, piena di sarcasmo e libera di vomitarmelo addosso. Nel mio angolo, dove se vuoi entrare devi bussare, e non è detto che io apra.
"Lascia che sentano il tuo profumo", mi diceva la nonna "Non indovineranno mai tutti gli ingredienti, ma li inventeranno."
Cara dolce nonna, che profumava di saggezza e di non so quali altri bei momenti.
Qui.
Dove se esistesse una regola, quella, l'avrei dettata io.
Qui.
Senza preghiere né miracoli.
Qui.
Guarda mamma, senza cornice.






giovedì 15 gennaio 2015

Alba

Mi sono svegliata e l'ho trovato lì, sul davanzale della finestra a guardarmi. Occhi negli occhi.
Umido e ventoso.
E io che non respiravo, per non farlo volare via.
Adagiato sul calendario, ancora prima del caffè.
Raccoglitore di ogni parola risparmiata alla mia voce, pigra.
Penso e scrivo, scrivo e penso, non necessariamente entrambe le cose nello stesso momento.
E copre i rami spogliati,  tira la giacca del gatto randagio.
Pesce, in una rete fitta di pensieri e identikit rosicchiati dal livore.
Ombra nel bosco dei ricordi pennellati di marrone, terra bruciata e oro.
Di nonsense e di camicie di forza, di sorrisi celati e di chissenefrega, quando tu, il senso, lo conosci.
Di mani piene e tasche vuote, di gentilezza e di voglia di urlare a squarciagola, o di scrivere maiuscolo. Giovane.
Così acerbo e con tante premesse, che se sbaglio la vocale son guai.
Sbadiglio appena accennato, vagito di pioggia e di piedi freddi, di caffè e di silenzio così carico da aver paura di sparare, maledette vocali.
Colore infastidito da raggi che calcolano e non illuminano.
Silenzioso, come la stanza nella penombra, ma guardo fuori ed è lì.
Non più sul calendario.
È giorno, nuovo.

mercoledì 24 dicembre 2014

The Night before Christmas

Mi avvio.
Nessuno zaino né borsa. Giusto qualche questione sottogamba, presa e portata in giro alla rinfusa.
Questa sembrava facile e l'altra era così innocua, all'apparenza, che non potevo lasciarla lì tutta sola.
Mentre trascuri quel leggero malessere dell'anima che ti porta a nasconderti nei pensieri più folli. Quelli che ti parlano sottovoce e ti dicono di tornare indietro.
Sottogamba tante note stonate, mentre ascolti la musica che fai andando via.
Persa.
In un monologo che non lascia scampo, ma ti chiude fuori.
Mentre cerchi di confonderti tra la gente, quella distratta, quella che sa, che non aiuta e  ti rende invisibile come se fossi a Pechino o una briciola dal fornaio.

Ho preso sottogamba il Natale, alla soglia della vigilia e dei miei occhi gonfi per le notti rumorose che mi tengono sveglia o, forse, non era la notte a fare rumore, non ricordo più.
Amo il Natale, non è un segreto questo. Lo amo con tutto il consumismo che gli gira intorno, con le ghirlande verde, rosso e oro. Amo le luci, sogno la neve e adoro il profumo di mandarino, cacchio, i mandarini e le bucce sul fuoco, quelli sono sempre come li ricordavo, anche se a farlo sono mani nuove che un tempo erano troppo piccole per avvicinarsi al fuoco, mani dalle unghie laccate di rosso o blu, le mie mani, mentre la mamma sorride, stanca, spaccando una noce e so già che non le dirò di no.

Sulla porta della Vigilia, una mano sulla maniglia, tutto è pronto, sto per tornare a casa e quest'anno ci sarà un posto vuoto e qualche ombra in più sotto gli occhi di mamma e papà che hanno fatto l'albero perché ho sgridato entrambi, perché se avessi fatto vedere che quest'anno ho accantonato anche io un po' il Natale, sarebbe stato un dramma. Da me si aspettano la corazza dura e il Natale sempre in tasca, loro non sanno che l'ansia, in realtà, mi strappa via il Natale con le unghie e di notte vedo brandelli di nastri e bacche rosse cadere rovinosamente a terra.
Alle 4.00.
Ogni volta al solito orario. Così guardo arrivare il giorno, in silenzio, aspettando la Vigilia di Natale e fingendo di portare la Festa nel cuore, perché loro non lo sanno che anche per me è diverso quest'anno e che, in quel posto vuoto, lascerò sedere la mia ansia.
"A Natale sei l'anima della Festa" mi dicono tutti, se Scrooge mi avesse conosciuta lo avrei coinvolto senza tanti effetti speciali, gli avrei raccontato i miei Natali e fatto vedere come era gioioso chi oggi non c'è più. Gli avrei addobbato casa e letto "Era la notte prima di Natale", sarebbe stato orgoglioso di me, perché non l'ho mai letto a nessuno e nessuno lo ha mai fatto per me, del resto, sono io quella che ama i Natali dei film e in ogni film natalizio che si rispetti, gli adulti ricordano quando si leggeva loro quel racconto, i bambini la chiedono ogni anno ai genitori e l'incipit mi scalda il cuore, me la sono cercata e letta per conto mio, l'avrei raccontata a Scrooge però, sissignore, avrei scaldato il cuore al Grinch e perfino Lord Voldemort sarebbe andato in giro per le strade di Londra con un Buon Natale stampato sulla faccia e nel cuore.
Non mi sono mai vergognata del mio spiccato spirito natalizio, in effetti, sembro un po' Attila che raccoglie fiori di campo, ma l'apparenza inganna e vorrei sapere chi dice che un'adulta che si spazientisce di fronte alle vetrine delle scarpe e delle borse, una donna insofferente a tutto quello che è scomodità, anche e soprattutto a discapito dell'apparire, una che mangia la carne alla brace senza le posate e arriccia il labbro di fronte all'ennesima foto di gattino che gioca con il gomitolo, ecco mi sono persa, dovevo arrivare al dunque e me lo sono persa… giusto, sì, ho riletto. Dove sta scritto che un impiastro come descritto sopra, non possa amare il Natale e tutti i lustrini? Contagiosa come l'ebola, ho fatto tamburellare le mie suonerie telefoniche anche all'impiegato della banca, quello che non sorride spesso, insomma, quest'anno ho preso sottogamba un po' tutto, già, da me non me lo sarei mai aspettata, forse per colpa del clima mite o del catalogo dei paesi caldi e delle crociere, ma come si fa, mi ripeto, ad andare al sole a Natale, rompere le palle lamentandosi di chi augura Buone Feste, senza sapere che avvelenano ogni volta un po' di più chi, come me, ama anche le pantofole giganti a stivaletto con la pelliccia interna bianca, calde e confortevoli, mentre leggo A Christmas Carol di Dickens, guardando ogni tanto un classico Natalizio e aspettando sulla soglia la vigilia. Uno zaino l'ho preparato, papà mi ha assicurato di aver fatto l'albero, è tutto pronto, manchi tu. E, in quella frase così dolce avverto di più la mancanza di quel posto a tavola, quello che si riempiva quando eravamo tutti alla frutta e arrivava lo zio a salutare le sue nipotine, perché non esiste una regola sull'età e la morte. Ci sono vecchi di 90 anni che mangeranno il panettone e gente di 50, 20, 10 anni che non ha mangiato neppure l'anguria.
Ho assicurato a papà che sarò puntuale per cena. intanto resto qui, sfoglio Dickens, tanto è presto. Questa notte dormirò a casa dei miei genitori, casa mia. Domani mattina mio padre preparerà il caffè e la mamma gli dirà di lasciarmi dormire, lui si risentirà di questo e sarò io a chiamarlo dalla stanza, per vederlo sorridente e felice di portarmi il caffè, come faceva un tempo quando aveva più capelli neri che bianchi. Chissà come mi vede lui, ed è il suo sorriso che me lo fa capire. Ogni volta.
È la Vigilia di Natale, guardo il mio albero e gli dico che dovrò spegnerlo, ma la luce me la porterò dentro, fino alla soglia del rustico dove troverò mia mamma, sempre più piccola, credo che a un certo punto della nostra vita, quando si hanno certe consapevolezze, i genitori si rimpiccioliscano, e quel profumo di fritto, quel sorriso stanco e un abbraccio un po' più lungo… tremolante sul finire.
Intanto Scrooge impara a fare i conti con i rimpianti, e sono fortunata. Se guardo i Natali passati, non ho rimpianti, solo gioie. Per questo, oggi, mi sto caricando di spirito Natalizio, alla faccia di chi sbuffa perché fa moda e, come disse il fantasma dei Natali passati in SOS Fantasmi ,"Anche Attila piangeva come un agnellino di fronte all'immagine di sua mamma a Natale" Non dovrò più permettere a nessuno di offuscare il mio Natale, esistono già le vere avversità che ci provano e riescono, prima o poi, e un cesto di cuori spremuti e rinsecchiti non si può definire Avversità. Chiedo scusa se mi permetto  di essere gioiosa, ne ho bisogno. Credo che quest'anno io lo meriti più del precedente e, se volete, potremmo meritarlo tutti. Anche voi che state sbuffando. È la Vigilia. L'ho già detto, lo so, ma vorrei fare una cosa per voi che non ho mai fatto per nessuno, ora sedetevi comodi sul divano, sbucciate un mandarino e ascoltatemi, se volete.

Era la notte prima di Natale e tutta la casa era in silenzio,
nulla si muoveva, neppure un topino.
Le calze, appese in bell’ordine al camino,
aspettavano che Babbo Natale arrivasse.

I bambini rannicchiati al calduccio nei loro lettini
sognavano dolcetti e zuccherini;
La mamma nel suo scialle ed io col mio berretto
stavamo per andare a dormire
quando, dal giardino di fronte alla casa, giunse un rumore
Corsi alla finestra per vedere che cosa fosse successo,
spalancai le imposte e alzai il saliscendi.

La luna sul manto di neve appena caduta
illuminava a giorno ogni cosa
ed io vidi , con mia grande sorpresa,
una slitta in miniatura tirata da otto minuscole renne
e guidata da un piccolo vecchio conducente arzillo e vivace;
capii subito che doveva essere Babbo Natale.

Le renne erano più veloci delle aquile
e lui le incitava chiamandole per nome.
“Dai, Saetta! Dai, Ballerino!
Dai, Rampante e Bizzoso!
Su, Cometa! Su, Cupido! Su, Tuono e Tempesta!
Su in cima al portico e su per la parete!
Dai presto, Muovetevi!”

Leggere come foglie portate da un mulinello di vento,
le renne volarono sul tetto della casa,
trainando la slitta piena di giocattoli.

Udii lo scalpiccio degli zoccoli sul tetto,
non feci in tempo a voltarmi che
Babbo Natale venne giù dal camino con un tonfo.
Era tutto vestito di pelliccia, da capo a piedi,
tutto sporco di cenere e fuliggine
con un gran sacco sulle spalle pieno di giocattoli:
sembrava un venditore ambulante
sul punto di mostrate la sua mercanzia!

I suoi occhi come brillavano! Le sue fossette che allegria!
Le guance rubiconde, il naso a ciliegia!
La bocca piccola e buffa arcuata in un sorriso,
la barba bianca come la neve,
aveva in bocca una pipa
e il fumo circondava la sua testa come una ghirlanda.
Il viso era largo e la pancia rotonda
sobbalzava come una ciotola di gelatina quando rideva.
Era paffuto e grassottello, metteva allegria,
e senza volerlo io scoppiai in una risata.
Mi fece un cenno col capo ammiccando
e la mia paura spari,
non disse una parola e tornò al suo lavoro.
Riempì una per una tutte le calze, poi si voltò,
accennò un saluto col capo e sparì su per il camino.
Balzò sulla slitta, diede un fischio alle renne
e volò via veloce come il piumino di un cardo.
Ma prima di sparire dalla mia vista lo udii esclamare:
Buon Natale a tutti e a tutti buona notte!

Ecco, l'ho fatto per qualcuno.
Che sia una Vigilia tradizionale come la sposa vestita di bianco. Che piaccia o meno, è un altro discorso, perché se le Feste sono tradizionali, vuol dire che le sedie sono tutte occupate. Dal cuore vi auguro questo, la tavola tutta occupata.

Ancora qualche pagina di serenità, un caffè e poi viaggerò fino a casa. Ascoltando un po' di rock cercando di sperare ancora nella neve. Pare che dal 26 arrivi l'inverno, forse mi scappa un sorriso.

Ed era arrivato così








venerdì 5 dicembre 2014

Sera

Vedessi che bella questa sera nel suo abito scuro, forse un po' austero, forse solo un po'; poi sorride e la lascio entrare.
È qui, accanto a me e si veste di colori che le percorrono la pelle, come fanali di auto in corsa che giocano a svelare e nascondere, ingrandire e spaventare.
È una sera che scopre la spalla, mentre la luce rossa indugia, sparisce, indugia, ancora e ancora e ancora e guardala come si mescola all'oro. Sera che accarezza e avvolge.
Una sera umida, come i baci di un amante che ti stava aspettando, una sera che t'invita fuori e che non vuoi ascoltare. È sera sopra e sotto pelle, dentro ogni brivido, così sera da incamminartici dentro.
Sera da percorrere.
È sera, di quelle che ti ritrovi attraverso il vetro appannato della finestra, intrappolata, mentre ti guardi negli occhi e t'inviti a starti accanto ancora un po'.
È sera che ti versi da bere e ti brucia in gola.
Sera da urlo.
Sera che disinfetta, sera oltre la nebbia, sera nei dettagli e oltre la rabbia.
Sera.
Sera che non muove una foglia, sera dai contorni immobili, sera da infanzia, sera da voglia.
Sera da passi falsi e rincorse vere. Sera bugiarda.
Sera incoerente e capricciosa, dalle unghie laccate di blu e la mano pallida come la luna. Sera dai contorni tracciati con un dito, sera da segreti e complicità.
Sera che ti riconosci in un rintocco e ti perdi in un ritornello.
Sera oltre il vetro appannato, sera dal respiro leggero.
Vedessi che bella questa sera, lasciami entrare.


sabato 15 novembre 2014

Fango negli occhi

Piove in ogni angolo della mia terra, da Levante a Ponente, piove.
Tombini che vomitano, montagne che cedono e un cielo incazzato che ha voglia solo di coprirla tutta, come fosse un cadavere in decomposizione.
Come fosse vergogna.
Piove.
Su ogni mio bacio dato e ricevuto, su ogni sospiro, mentre annegano i gemiti, piove sugli ulivi e sui segreti.
Piove anche sul mare.
Sugli amanti e sui teatri, nei negozi, nei locali; piove.
Piove sui miei peccati, espiati e condannati ancora.
Piove, su quell'uomo diviso a metà.

Piove.
Sui Ti amo mai detti, sul coraggio dei Ti voglio guardati negli occhi, affrontati e vissuti.
Piove e guardo scorrere i nostri corpi tra il fango degli altri che sapevano, vedevano e ci condannavano. Piove. sulla pira di legnetti scoppiettanti.
E non si spegne.
Piove sulla giovane strega che non diceva Ti amo, ma voleva con tutta se stessa.
Piove.
Sulle piccole città di mare, dove la gente ha gli occhi stretti e la pelle bruciata dal sole.
Piove.
Dimmelo.
Piove sul coraggio di non mentire.
Ti voglio.
Piove su quell'angolo d'inferno che mi portava in paradiso. Piove sul passato che viene a galla, nuotando nel fango dei ricordi.
Piove, fa acqua dappertutto e lo sapevo.
Sulla delusione, sulle aspettative e sui puntini delle i, piove.
Piove sul male che ho fatto e ricevuto.
Piove sul bene reciproco e sul male degli altri.
Piove sull'amore che non si dice, sul piacere senza maschera, pulito e limpido.
Piove e lava via, sporca e pulisce.
Piove sulla ragazza che amava il piacere senza maschera, sul suo coraggio e sulla sua spontaneità.
Passano gli occhi sporchi tra le macerie e il fango; e piove su quel letto più pulito delle bocche che si muovevano, al di là degli occhi appannati.
Piove sul desiderio di dire Ti voglio, di chi lo sporcava d'amore.
Piove sulla mia terra, da Ponente a Levante.
Piove sul Ponente e sulla corazza indossata, piove.
Oggi che sorrido e, come ieri, non lo dico. Piove.