venerdì 5 dicembre 2014

Sera

Vedessi che bella questa sera nel suo abito scuro, forse un po' austero, forse solo un po'; poi sorride e la lascio entrare.
È qui, accanto a me e si veste di colori che le percorrono la pelle, come fanali di auto in corsa che giocano a svelare e nascondere, ingrandire e spaventare.
È una sera che scopre la spalla, mentre la luce rossa indugia, sparisce, indugia, ancora e ancora e ancora e guardala come si mescola all'oro. Sera che accarezza e avvolge.
Una sera umida, come i baci di un amante che ti stava aspettando, una sera che t'invita fuori e che non vuoi ascoltare. È sera sopra e sotto pelle, dentro ogni brivido, così sera da incamminartici dentro.
Sera da percorrere.
È sera, di quelle che ti ritrovi attraverso il vetro appannato della finestra, intrappolata, mentre ti guardi negli occhi e t'inviti a starti accanto ancora un po'.
È sera che ti versi da bere e ti brucia in gola.
Sera da urlo.
Sera che disinfetta, sera oltre la nebbia, sera nei dettagli e oltre la rabbia.
Sera.
Sera che non muove una foglia, sera dai contorni immobili, sera da infanzia, sera da voglia.
Sera da passi falsi e rincorse vere. Sera bugiarda.
Sera incoerente e capricciosa, dalle unghie laccate di blu e la mano pallida come la luna. Sera dai contorni tracciati con un dito, sera da segreti e complicità.
Sera che ti riconosci in un rintocco e ti perdi in un ritornello.
Sera oltre il vetro appannato, sera dal respiro leggero.
Vedessi che bella questa sera, lasciami entrare.


sabato 15 novembre 2014

Fango negli occhi

Piove in ogni angolo della mia terra, da Levante a Ponente, piove.
Tombini che vomitano, montagne che cedono e un cielo incazzato che ha voglia solo di coprirla tutta, come fosse un cadavere in decomposizione.
Come fosse vergogna.
Piove.
Su ogni mio bacio dato e ricevuto, su ogni sospiro, mentre annegano i gemiti, piove sugli ulivi e sui segreti.
Piove anche sul mare.
Sugli amanti e sui teatri, nei negozi, nei locali; piove.
Piove sui miei peccati, espiati e condannati ancora.
Piove, su quell'uomo diviso a metà.

Piove.
Sui Ti amo mai detti, sul coraggio dei Ti voglio guardati negli occhi, affrontati e vissuti.
Piove e guardo scorrere i nostri corpi tra il fango degli altri che sapevano, vedevano e ci condannavano. Piove. sulla pira di legnetti scoppiettanti.
E non si spegne.
Piove sulla giovane strega che non diceva Ti amo, ma voleva con tutta se stessa.
Piove.
Sulle piccole città di mare, dove la gente ha gli occhi stretti e la pelle bruciata dal sole.
Piove.
Dimmelo.
Piove sul coraggio di non mentire.
Ti voglio.
Piove su quell'angolo d'inferno che mi portava in paradiso. Piove sul passato che viene a galla, nuotando nel fango dei ricordi.
Piove, fa acqua dappertutto e lo sapevo.
Sulla delusione, sulle aspettative e sui puntini delle i, piove.
Piove sul male che ho fatto e ricevuto.
Piove sul bene reciproco e sul male degli altri.
Piove sull'amore che non si dice, sul piacere senza maschera, pulito e limpido.
Piove e lava via, sporca e pulisce.
Piove sulla ragazza che amava il piacere senza maschera, sul suo coraggio e sulla sua spontaneità.
Passano gli occhi sporchi tra le macerie e il fango; e piove su quel letto più pulito delle bocche che si muovevano, al di là degli occhi appannati.
Piove sul desiderio di dire Ti voglio, di chi lo sporcava d'amore.
Piove sulla mia terra, da Ponente a Levante.
Piove sul Ponente e sulla corazza indossata, piove.
Oggi che sorrido e, come ieri, non lo dico. Piove.



sabato 1 novembre 2014

Il buono della legge

"Mamma, ma i poliziotti hanno la pistola e uccidono?"

"I Poliziotti ci proteggono, la loro pistola serve solo a spaventare i cattivi, così possono metterli in castigo. Fino a quando non torneranno a casa più buoni."

"E la mamma e il papà di questi signori, poi, sono felici?"

"Sì. E ringraziano i poliziotti."

Mi hai raccontato un sacco di bugie, mamma, o forse anche tu pensavi fosse la verità, non saprei.
Ormai siamo adulte tutte due e qualcuno deve pur dire all'altra che le cose non sono proprio andate così.
Qualche volta magari, ma non sempre.
Vedi, mamma, ci sono state persone che andavano per la loro strada, canticchiando, forse barcollando e hanno incontrato i buoni, che li hanno riaccompagnati a casa ridacchiando e, con una tiratina di orecchie, li hanno assicurati alla loro famiglia.
Ci sono state persone che andavano per la loro strada canticchiando, forse barcollando un po', forse prendendo a calci una lattina nella notte, ma cosa c'entra questo, anche fosse stata la portiera di un'auto parcheggiata e qualcuno avesse chiamato i buoni lo avrebbe fatto per farli mettere in castigo, per far loro capire che quella cosa non deve essere fatta, per poi tornare a casa dalla propria famiglia fino a quando fosse servito capire. Ad alcuni è successo questo, mamma.

Ad altri no.

Ormai siamo grandi, mamma. Inutile girare le frittate, non che non sia servito far cuocere l'uovo dal rovescio, quando ero piccola e vedevo i buoni mi nascondevo dietro te o dietro la nonna e alcuni di loro se ne accorgevano, mi sorridevano o mi strizzavano l'occhio, allora io arrossivo e mi sentivo invincibile.
Sapevo che, se poco più avanti fosse passato un ladro e avesse rubato la borsetta a te o alla nonna, ci sarebbe stato un buono che lo avrebbe messo in castigo, fino a quando necessario. Un po' come facevi tu con me quando mi dicevi di sedermi e pensare bene a quello che avevo fatto o detto.

Con gli anni la frittata si stava bruciando, mamma, e oggi quando vedo i buoni ho paura.
E non posso più nascondermi dietro la gonna di qualcuno.

Ho paura di non trovare i documenti o che mi caschi la borsa e loro mi sparino, non volevo dirtelo così mamma, ma non sono giocattoli, quelle sono armi vere e, successivamente, le persone potrebbero pensare che io stessi brandendo una bomba. Chissà, mamma, da quando ho iniziato ad avere questi pensieri assurdi, so solo che ho paura, ma sorrido sempre ai buoni.
Quando ho paura sorrido di più.

Nei film, quando interrogano qualcuno, i buoni si mettono d'accordo, uno finge di essere cattivo per impressionare il ladro, l'altro mette il malvivente in guardia dal suo collega, gli offre una sigaretta, gli chiede se vuole dell'acqua. Poi il buono/attore finge di spazientirsi.
Hai presente, mamma? Gli arriva a tanto così dalla faccia, a tanto così; ma non lo sfiora con un dito.
Neanche quando il ladro gli sputa in faccia o gli piscia sulle scarpe, il buono lo sfiora. Lo sai perché?
Te lo dico io, mamma. Non lo sfiora neanche quando perde le staffe perché accanto a lui ci sono altri buoni che lo fermano e lo fanno ragionare. Portano via il malvivente e i buoni fumano una sigaretta in silenzio, quasi con vergogna, perché quella notte uno di loro stava per dimenticare le regole del gioco e stava per finire dall'altra parte della barricata. E se fosse successo lo avrebbero messo in castigo, affinché  il foglio di quaderno a quadretti abbia la linea che separa Buoni e Cattivi ben marcata.
Nei film succede questo, mamma, ma non qui. Non nella vita reale.
Non sempre.

Ricordi, mamma, quando ero piccola e una mia amica si fermava a dormire da noi? Ti sentivi responsabile, non ci lasciavi attraversare la strada da sole e al mare dovevamo essere sempre a portata di vista. Più del solito. Un giorno la mia amica ha avuto mal di pancia forte e tu hai chiamato subito la pediatra e i genitori per avvisarli di questo. Hai agito come se fossi io, perché dovevi custodire questa bambina e sai mamma, avevi ragione: tu eri responsabile, anche se lei si fosse fatta male da sola.

Non so cosa sia successo, mamma, so che i buoni rischiano duro per noi, per far sì che i bambini si sentano sicuri e invincibili per strada. Non so al posto di chi lavora sodo e con onestà come mi sentirei se i miei colleghi si sporcassero le mani e la coscienza. Non so se riuscirei ad ammiccare a una bambina che guarda la mia pistola da dietro la gonna della nonna. Al posto di un buono che torna a casa dalla famiglia sapendo che, a causa dei miei colleghi, le persone per strada potrebbero avere paura di me, sarei preoccupata e arrabbiata e la sai una cosa, mamma? Penso che se esistesse Superman, oggi, non assicurerebbe i farabutti alla giustizia.

Vedi mamma, mi dispiace averti detto tutto questo, è un po' come quando ho scoperto che Babbo Natale non esiste, ma quella volta ho finto di crederci ancora un po'. Più per te che per me.
Ora non si tratta più di giocare mamma, si tratta di dire le cose come stanno.
Certo che so cos'è il castigo, anche da piccola sapevo che la prigione era un castigo diverso dal "siediti a riflettere" e avevo paura della prigione perché sapevo che non vi avrei visto sempre, perché non avrei potuto guardare i cartoni o parlare e ridere con Antonella. Sapevo che non si poteva andare a prendere un gelato o andare alle giostre, fino a quando non ti lasciavano tornare dalla tua famiglia. Sapevo che alcuni cambiavano e sapevo che altri continuavano a farsi portare in prigione, perché non volevano cambiare o non ci riuscivano. Quello che non sapevamo, né tu né io, mamma, è che Stefano, Giuseppe, Federico, Riccardo e chissà quanti altri, non sono mai stati riaccompagnati dalle loro famiglie, perché qualcuno ha pensato che fossero figli, fratelli, amanti, cugini o amici di nessuno. Perché i buoni che sorridono ai bambini preoccupati, quella volta, non erano di turno o forse perché qualcuno si è voltato dall'altra parte. Non so perché, mamma, so solo che Stefano, Giuseppe, Federico, Riccardo e chissà chi altri, hanno attraversato la strada senza essere custoditi.
E nessuno è stato responsabile di e per loro.




lunedì 22 settembre 2014

Breve cronaca di una vacanza

A quanto pare ci sono riuscita e sono in ferie. È così, dunque, che ci si sente in vacanza, con le pile cariche dopo tre giorni e la schiena sfondata per il troppo dormire. Io, che quando dormo sei ore scarse devo accendere un cero e ora, in alta montagna, passo il tempo a mangiare, dormire, nuotare, fare una sauna e un bagno turco, mangiare, mangiare e dormire. La montagna offre il silenzio, il cibo ottimo e la ripetitività delle giornate. Qualcosa tipo Ricomincio da capo e, dovendo scegliere, rivorrei la merenda con la pizza ai funghi, le torte di frutta e la cena con i canederli allo speck e formaggio, polenta e funghi.
Quando mi hanno detto che la cena veniva servita dalle 19.00 alle 20.00 ho storto il naso, e la mia preoccupazione era che la colazione si potesse fare solo fino alle 9.30. Beh, in effetti non serve molto più tempo. Qui ci si sveglia con il sole e una fame orba, ti dai una sciacquata e, senza usare il pettine, si scende al piano zero. Quando le porte dell'ascensore si aprono arriva un aroma di cose buone e il suono leggero di "buondì" sussurrati, mescolati a sapori di torte di tutti i tipi, a toast salati e Nutella sul pane tostato di fresco. Il sorriso delle due signore che ho chiamato "sorelle Kessler" due  anziane ospiti dell'albergo sempre sorridenti, probabilmente gemelle o non saprei, due colossi in altezza e stazza che, pur non parlando una sola parola di Italiano, si fanno capire. Anche in tedesco.
Ieri pomeriggio ero nel bagno turco, entra una signora e mi dice di essere uscita dalla sauna perché due donne anziane insistevano affinché le donne fossero libere dagli indumenti e si erano tolte i costumi da bagno. Lei si sentiva a disagio e ha cambiato zona relax. Finito il bagno turco scelgo la sala della cromo terapia e vedo uscire dalla sauna le due tedesche, rido, pensando che a circa 75anni siano molto più libere loro di molte giovani donne, schiave di scatti perfetti e sguardi carichi di giudizi prettamente estetici. Il peso della competizione e qui, in alta quota, le donne italiane sono le peggiori. Belle e stronze. E non è mai un complimento quando do dello "stronzo" a qualcuno.
Osservo in silenzio, mentre un fascio di luce giallo oro mi accarezza, sento stralci di conversazione e, in men che non si dica, tutta l'area benessere parla delle "due vecchie" che fanno la sauna nude. Loro, ignare delle cattiverie, sorridono a tutti e versano una tisana a chi si avvicina alle teiere. Imponenti come la montagna, coperte dai costumi magicamente riapparsi. Mentre arriva il Blu a rassicurarmi, quella più alta mi porta un bicchierino di the verde e dice qualcosa che, se non fosse stato per il sorriso, sarebbe sembrata una dichiarazione di guerra. Accetto e ringrazio nella mia lingua. Se avessero saputo parlare inglese lo avrebbero fatto, allora lo faccio con l'uso della mia lingua.
Grazie.
La parola più bella del mondo. E lei la ripete estasiata. Poi riprende a dire cose incomprensibili, io sorrido, mentre il mio relax gioca con i colori e la musica di sottofondo diventa solo un brutto ricordo, saluta e torna dalla sorella, amica, gemella, mah.
In montagna si possono collezionare chili in men che non si dica. Al mattino si prende il sole, nella pausa pranzo si nuota, primo pomeriggio si va al centro benessere, mentre fuori inizia a diluviare, poi si fa merenda e, siccome fuori fa freddo e piove ancora, si opta per l'idromassaggio con acqua calda. Dopo la doccia è già ora di cena e nel giro di un'ora rotoli fino alla camera. La prima sera, alle 21.30, dormivo già. Ora sono migliorata; riesco a stare sveglia fino alle 22.30. Una sola volta ho visitato un paese qui vicino per andare a mangiare una pizza, ma sotto la pioggia non è bellissima la montagna, se non guardata da sotto le coperte, non è come il mare, rassicurante, se ti guardi intorno mentre piove, in montagna, ti senti perso e in pericolo. Anche se sono certa che sia una mia idea. Forse dipende dal fatto che il clima cambi mutande ogni ora, forse dipende dal fatto che io non sappia distinguere il versante delle nuvole da acqua da quello innocuo, e ieri sera ripetevo "Ora passa", fino a quando le gocce si sono trasformate in grandine. Per chi vive al mare non è così semplice ascoltare il vocione di queste rocce così vicine che sembrerebbero pronte a farsi grattare dietro le orecchie. Oggi, per la prima volta dopo giorni, mi è sembrato di sentire un abbraccio. Asciutto, ma cordiale. Meno avvolgente di quello del mare ma, non per questo, meno sincero. La montagna sa abbracciare così, con cortese distacco, e io la capisco, sono pur sempre un'estranea. Simpatica, educata, ma estranea.
Sono rimasta in albergo, mi avevano proposto l'escursione con "Giovanni" (difficoltà media) e mi sono vista passare i miei anni davanti, dietro e intorno, accovacciata in un crepaccio fino a diventare cibo per stambecchi onnivori, poi ho pensato "e chi cacchio è Giovanni?" mentre non smettevo di sorridere, sembrava avessi una paresi mentre imploravo dentro "Fa' che non insistano", declinando la fatica, accumulando qualche centinaio di grammi extra, inclusi nel pacchetto vacanze relax.
Manca poco e torno a casa. Penso che rilassarsi, alla lunga, stanchi.
Programmi per l'inverno: dieta, veglie notturne, dieta, lavoro, dieta e una giornata al mare. Devo portargli i saluti di questa montagna bellissima.











sabato 23 agosto 2014

Vacanze fai da te

Manca meno di un mese alle ferie e io non so ancora dove andare né se ci voglio andare lì.
E se poi incontrassi la gente che non mi piace? Probabilmente la cosa sarebbe reciproca, ma io non sgomito per piacere a tutti i costi a qualcuno, m'interessa piacere a chi piace a me e non è detto che questo avvenga sempre.
Meno di un mese e ho ancora così tante cose da sistemare; meno di un mese per creare la mia corazza e vaccinarmi contro il male del presente: dover apprezzare tutto ciò che piace agli altri.
Lo devo a me stessa, la prevenzione è importante.
Non scrivo più molto, non come prima, le cose da buttare sono sempre tante e, generalmente, le scrivevo prima di procedere alla rottamazione della mia anima.
Un po' come una maglietta lisa e, visto che ormai l'hai lavata e hai consumato detersivo, acqua e corrente, la metti una volta e poi la butti. Ecco, così: visto che ci ho pensato lo scrivo, poi non ci torno più sopra. Ci provo, se non fosse per chi fruga nella tua spazzatura, analizzando i tuoi avanzi e ogni tuo rifiuto.
Meno di un mese. Fuori da partenze e arrivi intelligenti, con l'incognita del sole e il bisogno di chiudersi in casa a dormire notte e giorno mangiando tutta la carne che vuoi, senza posate, perché da piccola mia mamma mi sminuzzava la carne con le mani, per sentire bene che non ci fosse un nervetto o un ossicino e affinché mi abituassi a masticare, un minimo. Inzuppava il pane nel sughetto e preparava un boccone così buono che, se lo avessi mangiato dalla forchetta non avrebbe avuto lo stesso sapore.
Meno di un mese per tornare a essere io.
Essere quella che piace a se stessa, anche a discapito degli altri, perché se pensi una cosa e fai l'errore di dirla, gli altri diventano premurosi e ti fanno il lavaggio del cervello, ti strofinano la bocca con il sapone e poi ti piazzano la divisa del resto del mondo.
Meno di un mese per spogliarmi degli abiti stretti di gente che non conosco, per uscire incolume da questa epidemia di narcisismo, ho un vaccino infallibile che si chiama silenzio. Ah, già, il silenzio è roba da poeti, eppure, è l'unico modo che so per ascoltare, perché se parlo troppo poi sento solo me, e io, un po' mi conosco, sono gli altri a non sapere un cazzo di me e parlano, si prendono il disturbo di farmi sapere il loro disappunto, come se non lo sapessi, come se a me importasse qualcosa di avere le dita unte di carne, come se non avessi posate in casa. Come se.
Non sono loro, sono io che non mi piaccio quando piaccio a loro, che mangio la tagliata senza rucola anche se la rucola è la morte sua, ma anche la mia.
Meno di un mese per decidere se dentro o fuori, se mare o montagna e fanculo il sole, tanto sono quella che riesce a spegnere la luce sul sipario ancora aperto, con una fionda dietro la schiena, nel caso in cui puntassero quel faro fastidioso che ti mostra così uguale a chi non ti piaceva e non avresti voluto essere.
Meno di un mese per trovare un posto fuori da ogni obiettivo, perché a me i selfie non danno fastidio, però mi hanno sempre fatto un po' ridere i miei, quelli degli altri non m'interessano, non come valutazione della persona, almeno.
Se mai esistesse un posto così ci prenderei la residenza, e non si tratta di essere asociali o meno, si tratta di ritrovare la serenità con sé stessi. Ok, anche un po' di silenzio. Non quello che parla, il silenzio che ascolta e non ha voglia di farti cambiare idea né di consigliarti mete all'insegna della bella gente.
Ho smesso molte persone, proprio come si fa con le magliette lise, suona brutto, lo so, ma non potevo farne a meno, l'alternativa sarebbe stata andare in giro con abiti logori o scoloriti.
Alcune le ho riposte in fondo al cassetto, altre invece le ho buttate via, come il tempo o come posate di plastica che non mi davano il sapore buono della carne mangiata con le mani, perché mi obbligavano a usare forchetta e coltello e, mentre mangiavo, pensavo e non parlavo più, non potevo buttare via il cibo scadente né quello scaduto. Ingozzata di blablabla, con una crosta del loro sorriso riprodotta sulla cornice del mio viso, aspettando uno sguardo attento che scoprisse e mettesse fine a tutto questo.
Meno di un mese. È quanto manca alle mie vacanze.
Un posto in cui poter andare in giro con una molletta per il bucato tra i capelli e nessuno che te lo faccia notare, dove nessuno si domanda se preghi e per chi. E, già che ci siamo, neanche chi. Mare, monti, sole e pioggia. Un ombrello ripara da tutto. Mai senza.
Intanto mi vaccino contro il virus che mi sta soffocando e mi sorride, tentando di aiutarmi. Dicendo di conoscermi.
Sperando di riuscire a perdonarmi per tutti quei "fanculo cretino/a"  omessi per pigrizia, ma pensati fortemente.






giovedì 14 agosto 2014

Estate, ora passa.

Estate.
Di mare, di boschi e scampagnate.
Estate di salsedine e resina, di erba e sapore di carne bruciacchiata, di frutta fresca e torte salate. Di creme e lozioni, di risate e pelle calda.
Estate di sabbia nei capelli e tra le dita, di musica e tormentoni.
Estate.
Di ricordi e di presente.
Estate di lavoro e di stanchezza, di voglia di riposare, perché la scuola è finita da un pezzo, adesso tocca a me e le ferie sono lontane.

Estate di lucciole spiaccicate sul pavimento e di scie luminose che neanche sulla pista di atterraggio all'aeroporto.

Estate di bronci e noia, perché avresti preferito andare in spiaggia, invece ti sei trovata a guardare dall'alto in basso l'amico coetaneo, figlio degli amici dei tuoi genitori, gli stessi che ammiccavano e si davano le gomitate mentre scambiavi quattro chiacchiere di cortesia, quelli che ci chiamavano fidanzatini, mentre la vergogna prendeva fuoco sul viso e la rabbia prudeva nei pugni chiusi.
Estate.
Di ferragosto in mezzo agli adulti che pensavano a grigliare, preparare e ridere di cose stupide, e meno male che l'adolescente ero io. Estate.
Di silenzi e pensieri da galera. Estate di "ma cosa vuole questo da me?" e "speriamo che gli scoppi un testicolo e si torni a casa."
Estate da "cosa non darei per sdraiarmi sotto quel pino con un libro in mano"mentre gli adulti pensavano a tutto. Oggi, mai come allora.
Estate.
Di storie vissute a metà, di promesse e partenze.
Di volti abbronzati, di scogli rifugio e labbra dolenti.
Estati di "C'è mio padre, restiamo qui. Baciami ancora."
Mentre pensavi che fosse l'amore della tua vita; quando ancora, se andava bene, durava una stagione la vita. E l'amore con essa.
Estate.
Di lunghe passeggiate nel bosco e di rami così alti che pensavi fossero tetti.
Di odore di foglie e terra, di voglia di solitudine e di ascolto, perché al mare raccontavo, nel bosco ascoltavo, mentre decine di occhi mi spiavano. La natura sa osservare.
Estate di pensieri frivoli e problemi che duravano il tempo di una granita al sole.
Mentre il mare mi ascoltava e si arrendeva alla carezza tiepida di un tramonto stanco.
Estate di asfalto bollente e città deserta. Di caldo e noia. Estate di "Oddio non ho ancora toccato matematica", ma lo sapevo solo io.

Estate. Oggi.
Estate di.
Alla vigilia della festa, in silenzio. Con la musica che mi accarezza la pelle, troppo chiara per il periodo, con i pensieri seri e la ruga in mezzo alla fronte. E la granita non si scioglie.
La vigilia della festa dell'estate e "Oddio non ho toccato il ferro da stiro", sorrido e penso che domani dormirò finché ne avrò voglia, farò finta di dimenticare il Ferragosto e preparerò la palma a chi, puntualmente, me lo ricorderà. Sarei andata al mare, ma troppa gente per raccontare. Nel bosco beh, non si scherza con il bosco, e qui non ci ha presentati nessuno. La mia città è lontana e io non ho più visto quegli occhi che mi spiavano, né ascoltato le sue lezioni di vita.
Estate.
Oggi.
Di "non vedo l'ora che sia inverno per poter ricordare questa estate e tenerla dietro le spalle", mentre l'agrifoglio colora le sue bacche di rosso.



domenica 27 luglio 2014

Lo stupore della farfalla

Lo stupore.
Quello spontaneo, quello che non ti aspettavi di riuscire a provare e quello che non fingi; perché se non ce l'hai e ti crede, non sei tu a essere brava, è lui l'imbecille.
Se non lo provi non lo conosci.

Lo stupore.
Il mio, quello che ho visto riflesso in occhi che non mi appartenevano.
Ero io, con le guance arrossate e il cuore in gola, il respiro appena accennato, come se tu avessi un coltello affilato in mano e io sentissi la sua lama tra pelle e tessuto. Delicatamente in trappola.
Respira piano o ti fai male.

Lo stupore.
Qualcosa che si avvicina molto alla sorpresa, alla meraviglia, ma non sono la stessa cosa. Qualcosa che si mescola e ti spiazza a tal punto da non riuscire a riprodurre la ricetta, neanche davanti allo specchio, perché non ti sei vista come ti ha visto lui. Per questo potrai fregare qualche idiota, ma non chi ha visto di cosa sei capace quando ti stupisci.
Non chi sa stupire.

Donne che implorano di essere stupite, uomini che si cimentano in capriole e tripli salti mortali senza rete, vittime dei manuali del perfetto imitatore alla ricerca del settimo punto dell'alfabeto, mentre lo stupore si cela nel punto di non ritorno. Ed è lì che ti ritrovi, senza sapere come ci sei arrivata, e non sei sola.
Non sai. Sei.
E cerchi ragione, ma non vuoi trovarla. Togli le mani dalla tasca e getta la borsa.

Lo stupore.
Quello che non per tutti è uguale, quello che non ti aspettavi, quello che ti ripeti "ma tu, dove sei stato prima?" lo pensi e non lo dici. Il tuo stupore ti tradisce, lo sapete entrambi, anche se lui fa finta di niente, elegantemente, del resto non aveva mai detto nulla e non aveva scritto in faccia "io ti stupirò", forse ti ha ingannata però non è male essere ingannati così e, a sorpresa, stupiti.
Se abbassi lo sguardo non se ne accorge.

Il resto del mondo promette stupore e sorprese, bocche piene e mani vuote. Mi volto verso chi non dice una parola, nessuna promessa. Chi ti parla di vita, mentre ascolta la tua e si nasconde in una sfida di sguardi e lì, ti senti invincibile. Avevi anche allungato le ciglia con il mascara giusto, per essere irresistibile, campionessa di sguardo accattivante.
Basta una parola per vacillare e un silenzio per crollare.

Lo stupore, questo compiaciuto.
Il vuoto allo stomaco, quando inizia la discesa sulle montagne russe, un'emozione che non puoi chiedere e non puoi confezionare, se manca il dosso.
E se me lo chiedi dimentico come si fa.

Lo stupore. Come quando ti ripeti che  era solo una giornata di pioggia. Stanca e sottile, ma insistente; mentre guardi le strade allagate e pensi che non c'era stato neppure un tuono di avvertimento.
Appena volti le spalle ci sei dentro.

Lo stupore. Delicato come ali di farfalla, fragile come un fiore di cristallo. Due parole. E la lama affonda, due parole e spalanchi gli occhi. Due parole e tutto diventa come il resto, due parole e tuona, piove forte e sai che le strade si allagheranno. Due parole…
… e ti sei macchiato le dita con la polverina delle ali di una farfalla che scandiva il tempo, perché aveva i voli contati.