martedì 20 gennaio 2015

Disegni divini

Non so quando sia stata la prima volta o forse sì, ma è un altro caso, anche se il posto in cui mi trovo è lo stesso.
Cambia che sono più stanca, e percorrere questo strano quartiere fatto di silenzi potrebbe farmi prendere pause più lunghe.
Cambia che sono grande, e le donne della mia età hanno le palle, i figli e sorridono sempre. L'ho letto da qualche parte su twitter e mi domando quando, esattamente, io sia stata castrata, perché non ho nessuna di queste caratteristiche.
Ed ecco che mi trovo in questo posto, lo stesso di qualche anno fa, lo stesso in cui a volte incontro qualcuno che mi sembra di conoscere, ci scambio due battute e poi riprendo a correre in silenzio, per andare in qualche dove o scappare da dove non so.
La gente vuole.
Per una conferma a questo non serve alcun master, né la tv o le riviste.
La gente vuole e tu non puoi farci nulla, ma sarai al top finché darai.

Puoi dimenticare o puoi far finta che sia giusto in quanto ciclo della vita, qualcosa tipo prendere e prendere o, se si tratta di te, dare e dare, e sorridere, sperando d'invecchiare sorridente ma, quando una sferzata di vento improvviso sbatte la porta e i vetri della finestra esplodono per tutta la stanza, non fingi più.
Salti.
Salti e ti tagli i piedi.

Nel posto in cui mi trovo le giornate sono formate da tante notti tutte uguali.
A volte volano, ti ritrovi a svegliare casa e città. Insospettabile, nel tuo sorriso spento sotto lo sguardo spaventato e attento di chi aspetta quella sferzata di vento, per non saltare troppo, per tagliarsi un po' di meno la pelle già ferita.

Oggi non piove, l'allerta era una bugia che dovevano dire, un po' come "la morte è una cosa naturale", vero, ma fanculo e grazie.
Io non sono pronta e ho paura.
Nessuno è pronto ad accettare la propria morte o quella di una persona cara, forse il vecchietto centenario che spera di andare dalla sua amata persa tanti anni fa, e dico forse.
Non racconto a cosa penso quando non dormo, perché mi prenderebbero  per pazza o, peggio, per stupida "ma cosa vai a pensare, sciocca, tu sei giovane e anche tua sorella, tutte le persone che ami…" e mi domando come possano non vedere che la gente muore, e lo fa senza distinzione di sesso o di età.

Non posso dire questo a mia mamma o a mia sorella, loro sono state rapite da Dio, lo stesso Dio che gioca alla slot con la vita di tutti. E mi sento ripetere "Dio volendo, grazie a Dio, Dio non voglia, Dio mi aiuta" e guardo gli occhi segnati di mia madre, il sorriso spento di chi ha paura d'inveire per il suo dolore. Di chi ha paura di tutto, forse anche di Dio, ma non lo ammetterebbe mai.
Una rassegnata accettazione e l'elaborazione distorta di un lutto così inaspettato da far imprecare anche un Santo.
Poi penso a chi non c'è più, così giovane e così lucido, e ci penso di notte quando non dormo, penso che lo zio capirebbe se gli parlassi delle mie paure e della mia rabbia. Come aveva capito quando gli avevo parlato di tutte le altre cose.
Penso a chi si rivolge a Dio quando non ha più alcuna speranza e si addormenta così. Sperando, forse.
Penso a mamma e sorella che pregavano.
Prima per la guarigione, poi per un po' di tempo in più e, alla fine, per una cosa rapida e sono state esaudite,
grazie a Dio.
E io che di notte mi aggrappo a un mal di pancia, penso a tutto questo e molto di più.
Penso che potrei avere la stessa cosa, penso che Dio potrebbe decidere di farmela pagare perché non sono dolce e docile come loro, perché non prego, perché alzo le spalle, ma sì, mi ha rubato mamma e sorella, che se le tenga, purché non le chiami troppo presto, purché adesso sia soddisfatto per un bel po'.
E mi sono ritrovata qui, arrivata da non so dove, ma era solo una belva che dormiva e ho seguito il suo russare.
Dio che gioca a isolarti da tutti,  a suo piacimento, ma ti diranno che era un suo disegno. E dovrei ringraziare e correre a comprare una cornice.
Dio sa che lo tengo d'occhio
e sa anche che sono quella che si guarda intorno e si accorge dello schifo, mentre gli altri sono indaffarati a pregare e cercare la serenità, dentro, fuori, intorno. Solo il meglio, in nome di quel Dio che ne ha così tanti da far girare la testa. Loro pregano e fingono di non vedere, loro pregano e soffrono, pregano e ringraziano per la loro sofferenza. Io le guardo e soffro, le guardo e darei loro fuoco, solo un po', per vedere se ringrazierebbero anche per questo.
La gente vuole.
La tua attenzione, la tua sensibilità, affinché diventi la loro sensibilità, quanti "sono sensibile" ho coccolato calpestando la mia buona fede, e ti sembra di toccare la sensibilità degli altri, la maneggi con cura e non pensi che loro, con la tua sensibilità, quella che tu non hai mai sbandierato, ma che loro giurano di aver visto e sentito, possono costruirti la più impenetrabile delle prigioni. E poi ti accorgi che quello che per te può essere un malinteso, per loro era già condanna e, alla faccia delle persone sensibili, sorridi e te ne vai per la tua strada, arrivando fino a qui, un posto diverso per ogni persona, anche per chi vuole senza dare. Anche per chi prega e se ne fotte.
E sto bene qui, mi sento io.
Senza chi ti tiene sotto scacco con ricatti morali, senza chi ti prosciuga anche l'anima, senza darti un bicchier d'acqua per idratarti il cuore.
Qui.
Senza domande, senza retorica, piena di sarcasmo e libera di vomitarmelo addosso. Nel mio angolo, dove se vuoi entrare devi bussare, e non è detto che io apra.
"Lascia che sentano il tuo profumo", mi diceva la nonna "Non indovineranno mai tutti gli ingredienti, ma li inventeranno."
Cara dolce nonna, che profumava di saggezza e di non so quali altri bei momenti.
Qui.
Dove se esistesse una regola, quella, l'avrei dettata io.
Qui.
Senza preghiere né miracoli.
Qui.
Guarda mamma, senza cornice.






giovedì 15 gennaio 2015

Alba

Mi sono svegliata e l'ho trovato lì, sul davanzale della finestra a guardarmi. Occhi negli occhi.
Umido e ventoso.
E io che non respiravo, per non farlo volare via.
Adagiato sul calendario, ancora prima del caffè.
Raccoglitore di ogni parola risparmiata alla mia voce, pigra.
Penso e scrivo, scrivo e penso, non necessariamente entrambe le cose nello stesso momento.
E copre i rami spogliati,  tira la giacca del gatto randagio.
Pesce, in una rete fitta di pensieri e identikit rosicchiati dal livore.
Ombra nel bosco dei ricordi pennellati di marrone, terra bruciata e oro.
Di nonsense e di camicie di forza, di sorrisi celati e di chissenefrega, quando tu, il senso, lo conosci.
Di mani piene e tasche vuote, di gentilezza e di voglia di urlare a squarciagola, o di scrivere maiuscolo. Giovane.
Così acerbo e con tante premesse, che se sbaglio la vocale son guai.
Sbadiglio appena accennato, vagito di pioggia e di piedi freddi, di caffè e di silenzio così carico da aver paura di sparare, maledette vocali.
Colore infastidito da raggi che calcolano e non illuminano.
Silenzioso, come la stanza nella penombra, ma guardo fuori ed è lì.
Non più sul calendario.
È giorno, nuovo.

mercoledì 24 dicembre 2014

The Night before Christmas

Mi avvio.
Nessuno zaino né borsa. Giusto qualche questione sottogamba, presa e portata in giro alla rinfusa.
Questa sembrava facile e l'altra era così innocua, all'apparenza, che non potevo lasciarla lì tutta sola.
Mentre trascuri quel leggero malessere dell'anima che ti porta a nasconderti nei pensieri più folli. Quelli che ti parlano sottovoce e ti dicono di tornare indietro.
Sottogamba tante note stonate, mentre ascolti la musica che fai andando via.
Persa.
In un monologo che non lascia scampo, ma ti chiude fuori.
Mentre cerchi di confonderti tra la gente, quella distratta, quella che sa, che non aiuta e  ti rende invisibile come se fossi a Pechino o una briciola dal fornaio.

Ho preso sottogamba il Natale, alla soglia della vigilia e dei miei occhi gonfi per le notti rumorose che mi tengono sveglia o, forse, non era la notte a fare rumore, non ricordo più.
Amo il Natale, non è un segreto questo. Lo amo con tutto il consumismo che gli gira intorno, con le ghirlande verde, rosso e oro. Amo le luci, sogno la neve e adoro il profumo di mandarino, cacchio, i mandarini e le bucce sul fuoco, quelli sono sempre come li ricordavo, anche se a farlo sono mani nuove che un tempo erano troppo piccole per avvicinarsi al fuoco, mani dalle unghie laccate di rosso o blu, le mie mani, mentre la mamma sorride, stanca, spaccando una noce e so già che non le dirò di no.

Sulla porta della Vigilia, una mano sulla maniglia, tutto è pronto, sto per tornare a casa e quest'anno ci sarà un posto vuoto e qualche ombra in più sotto gli occhi di mamma e papà che hanno fatto l'albero perché ho sgridato entrambi, perché se avessi fatto vedere che quest'anno ho accantonato anche io un po' il Natale, sarebbe stato un dramma. Da me si aspettano la corazza dura e il Natale sempre in tasca, loro non sanno che l'ansia, in realtà, mi strappa via il Natale con le unghie e di notte vedo brandelli di nastri e bacche rosse cadere rovinosamente a terra.
Alle 4.00.
Ogni volta al solito orario. Così guardo arrivare il giorno, in silenzio, aspettando la Vigilia di Natale e fingendo di portare la Festa nel cuore, perché loro non lo sanno che anche per me è diverso quest'anno e che, in quel posto vuoto, lascerò sedere la mia ansia.
"A Natale sei l'anima della Festa" mi dicono tutti, se Scrooge mi avesse conosciuta lo avrei coinvolto senza tanti effetti speciali, gli avrei raccontato i miei Natali e fatto vedere come era gioioso chi oggi non c'è più. Gli avrei addobbato casa e letto "Era la notte prima di Natale", sarebbe stato orgoglioso di me, perché non l'ho mai letto a nessuno e nessuno lo ha mai fatto per me, del resto, sono io quella che ama i Natali dei film e in ogni film natalizio che si rispetti, gli adulti ricordano quando si leggeva loro quel racconto, i bambini la chiedono ogni anno ai genitori e l'incipit mi scalda il cuore, me la sono cercata e letta per conto mio, l'avrei raccontata a Scrooge però, sissignore, avrei scaldato il cuore al Grinch e perfino Lord Voldemort sarebbe andato in giro per le strade di Londra con un Buon Natale stampato sulla faccia e nel cuore.
Non mi sono mai vergognata del mio spiccato spirito natalizio, in effetti, sembro un po' Attila che raccoglie fiori di campo, ma l'apparenza inganna e vorrei sapere chi dice che un'adulta che si spazientisce di fronte alle vetrine delle scarpe e delle borse, una donna insofferente a tutto quello che è scomodità, anche e soprattutto a discapito dell'apparire, una che mangia la carne alla brace senza le posate e arriccia il labbro di fronte all'ennesima foto di gattino che gioca con il gomitolo, ecco mi sono persa, dovevo arrivare al dunque e me lo sono persa… giusto, sì, ho riletto. Dove sta scritto che un impiastro come descritto sopra, non possa amare il Natale e tutti i lustrini? Contagiosa come l'ebola, ho fatto tamburellare le mie suonerie telefoniche anche all'impiegato della banca, quello che non sorride spesso, insomma, quest'anno ho preso sottogamba un po' tutto, già, da me non me lo sarei mai aspettata, forse per colpa del clima mite o del catalogo dei paesi caldi e delle crociere, ma come si fa, mi ripeto, ad andare al sole a Natale, rompere le palle lamentandosi di chi augura Buone Feste, senza sapere che avvelenano ogni volta un po' di più chi, come me, ama anche le pantofole giganti a stivaletto con la pelliccia interna bianca, calde e confortevoli, mentre leggo A Christmas Carol di Dickens, guardando ogni tanto un classico Natalizio e aspettando sulla soglia la vigilia. Uno zaino l'ho preparato, papà mi ha assicurato di aver fatto l'albero, è tutto pronto, manchi tu. E, in quella frase così dolce avverto di più la mancanza di quel posto a tavola, quello che si riempiva quando eravamo tutti alla frutta e arrivava lo zio a salutare le sue nipotine, perché non esiste una regola sull'età e la morte. Ci sono vecchi di 90 anni che mangeranno il panettone e gente di 50, 20, 10 anni che non ha mangiato neppure l'anguria.
Ho assicurato a papà che sarò puntuale per cena. intanto resto qui, sfoglio Dickens, tanto è presto. Questa notte dormirò a casa dei miei genitori, casa mia. Domani mattina mio padre preparerà il caffè e la mamma gli dirà di lasciarmi dormire, lui si risentirà di questo e sarò io a chiamarlo dalla stanza, per vederlo sorridente e felice di portarmi il caffè, come faceva un tempo quando aveva più capelli neri che bianchi. Chissà come mi vede lui, ed è il suo sorriso che me lo fa capire. Ogni volta.
È la Vigilia di Natale, guardo il mio albero e gli dico che dovrò spegnerlo, ma la luce me la porterò dentro, fino alla soglia del rustico dove troverò mia mamma, sempre più piccola, credo che a un certo punto della nostra vita, quando si hanno certe consapevolezze, i genitori si rimpiccioliscano, e quel profumo di fritto, quel sorriso stanco e un abbraccio un po' più lungo… tremolante sul finire.
Intanto Scrooge impara a fare i conti con i rimpianti, e sono fortunata. Se guardo i Natali passati, non ho rimpianti, solo gioie. Per questo, oggi, mi sto caricando di spirito Natalizio, alla faccia di chi sbuffa perché fa moda e, come disse il fantasma dei Natali passati in SOS Fantasmi ,"Anche Attila piangeva come un agnellino di fronte all'immagine di sua mamma a Natale" Non dovrò più permettere a nessuno di offuscare il mio Natale, esistono già le vere avversità che ci provano e riescono, prima o poi, e un cesto di cuori spremuti e rinsecchiti non si può definire Avversità. Chiedo scusa se mi permetto  di essere gioiosa, ne ho bisogno. Credo che quest'anno io lo meriti più del precedente e, se volete, potremmo meritarlo tutti. Anche voi che state sbuffando. È la Vigilia. L'ho già detto, lo so, ma vorrei fare una cosa per voi che non ho mai fatto per nessuno, ora sedetevi comodi sul divano, sbucciate un mandarino e ascoltatemi, se volete.

Era la notte prima di Natale e tutta la casa era in silenzio,
nulla si muoveva, neppure un topino.
Le calze, appese in bell’ordine al camino,
aspettavano che Babbo Natale arrivasse.

I bambini rannicchiati al calduccio nei loro lettini
sognavano dolcetti e zuccherini;
La mamma nel suo scialle ed io col mio berretto
stavamo per andare a dormire
quando, dal giardino di fronte alla casa, giunse un rumore
Corsi alla finestra per vedere che cosa fosse successo,
spalancai le imposte e alzai il saliscendi.

La luna sul manto di neve appena caduta
illuminava a giorno ogni cosa
ed io vidi , con mia grande sorpresa,
una slitta in miniatura tirata da otto minuscole renne
e guidata da un piccolo vecchio conducente arzillo e vivace;
capii subito che doveva essere Babbo Natale.

Le renne erano più veloci delle aquile
e lui le incitava chiamandole per nome.
“Dai, Saetta! Dai, Ballerino!
Dai, Rampante e Bizzoso!
Su, Cometa! Su, Cupido! Su, Tuono e Tempesta!
Su in cima al portico e su per la parete!
Dai presto, Muovetevi!”

Leggere come foglie portate da un mulinello di vento,
le renne volarono sul tetto della casa,
trainando la slitta piena di giocattoli.

Udii lo scalpiccio degli zoccoli sul tetto,
non feci in tempo a voltarmi che
Babbo Natale venne giù dal camino con un tonfo.
Era tutto vestito di pelliccia, da capo a piedi,
tutto sporco di cenere e fuliggine
con un gran sacco sulle spalle pieno di giocattoli:
sembrava un venditore ambulante
sul punto di mostrate la sua mercanzia!

I suoi occhi come brillavano! Le sue fossette che allegria!
Le guance rubiconde, il naso a ciliegia!
La bocca piccola e buffa arcuata in un sorriso,
la barba bianca come la neve,
aveva in bocca una pipa
e il fumo circondava la sua testa come una ghirlanda.
Il viso era largo e la pancia rotonda
sobbalzava come una ciotola di gelatina quando rideva.
Era paffuto e grassottello, metteva allegria,
e senza volerlo io scoppiai in una risata.
Mi fece un cenno col capo ammiccando
e la mia paura spari,
non disse una parola e tornò al suo lavoro.
Riempì una per una tutte le calze, poi si voltò,
accennò un saluto col capo e sparì su per il camino.
Balzò sulla slitta, diede un fischio alle renne
e volò via veloce come il piumino di un cardo.
Ma prima di sparire dalla mia vista lo udii esclamare:
Buon Natale a tutti e a tutti buona notte!

Ecco, l'ho fatto per qualcuno.
Che sia una Vigilia tradizionale come la sposa vestita di bianco. Che piaccia o meno, è un altro discorso, perché se le Feste sono tradizionali, vuol dire che le sedie sono tutte occupate. Dal cuore vi auguro questo, la tavola tutta occupata.

Ancora qualche pagina di serenità, un caffè e poi viaggerò fino a casa. Ascoltando un po' di rock cercando di sperare ancora nella neve. Pare che dal 26 arrivi l'inverno, forse mi scappa un sorriso.

Ed era arrivato così








venerdì 5 dicembre 2014

Sera

Vedessi che bella questa sera nel suo abito scuro, forse un po' austero, forse solo un po'; poi sorride e la lascio entrare.
È qui, accanto a me e si veste di colori che le percorrono la pelle, come fanali di auto in corsa che giocano a svelare e nascondere, ingrandire e spaventare.
È una sera che scopre la spalla, mentre la luce rossa indugia, sparisce, indugia, ancora e ancora e ancora e guardala come si mescola all'oro. Sera che accarezza e avvolge.
Una sera umida, come i baci di un amante che ti stava aspettando, una sera che t'invita fuori e che non vuoi ascoltare. È sera sopra e sotto pelle, dentro ogni brivido, così sera da incamminartici dentro.
Sera da percorrere.
È sera, di quelle che ti ritrovi attraverso il vetro appannato della finestra, intrappolata, mentre ti guardi negli occhi e t'inviti a starti accanto ancora un po'.
È sera che ti versi da bere e ti brucia in gola.
Sera da urlo.
Sera che disinfetta, sera oltre la nebbia, sera nei dettagli e oltre la rabbia.
Sera.
Sera che non muove una foglia, sera dai contorni immobili, sera da infanzia, sera da voglia.
Sera da passi falsi e rincorse vere. Sera bugiarda.
Sera incoerente e capricciosa, dalle unghie laccate di blu e la mano pallida come la luna. Sera dai contorni tracciati con un dito, sera da segreti e complicità.
Sera che ti riconosci in un rintocco e ti perdi in un ritornello.
Sera oltre il vetro appannato, sera dal respiro leggero.
Vedessi che bella questa sera, lasciami entrare.


sabato 15 novembre 2014

Fango negli occhi

Piove in ogni angolo della mia terra, da Levante a Ponente, piove.
Tombini che vomitano, montagne che cedono e un cielo incazzato che ha voglia solo di coprirla tutta, come fosse un cadavere in decomposizione.
Come fosse vergogna.
Piove.
Su ogni mio bacio dato e ricevuto, su ogni sospiro, mentre annegano i gemiti, piove sugli ulivi e sui segreti.
Piove anche sul mare.
Sugli amanti e sui teatri, nei negozi, nei locali; piove.
Piove sui miei peccati, espiati e condannati ancora.
Piove, su quell'uomo diviso a metà.

Piove.
Sui Ti amo mai detti, sul coraggio dei Ti voglio guardati negli occhi, affrontati e vissuti.
Piove e guardo scorrere i nostri corpi tra il fango degli altri che sapevano, vedevano e ci condannavano. Piove. sulla pira di legnetti scoppiettanti.
E non si spegne.
Piove sulla giovane strega che non diceva Ti amo, ma voleva con tutta se stessa.
Piove.
Sulle piccole città di mare, dove la gente ha gli occhi stretti e la pelle bruciata dal sole.
Piove.
Dimmelo.
Piove sul coraggio di non mentire.
Ti voglio.
Piove su quell'angolo d'inferno che mi portava in paradiso. Piove sul passato che viene a galla, nuotando nel fango dei ricordi.
Piove, fa acqua dappertutto e lo sapevo.
Sulla delusione, sulle aspettative e sui puntini delle i, piove.
Piove sul male che ho fatto e ricevuto.
Piove sul bene reciproco e sul male degli altri.
Piove sull'amore che non si dice, sul piacere senza maschera, pulito e limpido.
Piove e lava via, sporca e pulisce.
Piove sulla ragazza che amava il piacere senza maschera, sul suo coraggio e sulla sua spontaneità.
Passano gli occhi sporchi tra le macerie e il fango; e piove su quel letto più pulito delle bocche che si muovevano, al di là degli occhi appannati.
Piove sul desiderio di dire Ti voglio, di chi lo sporcava d'amore.
Piove sulla mia terra, da Ponente a Levante.
Piove sul Ponente e sulla corazza indossata, piove.
Oggi che sorrido e, come ieri, non lo dico. Piove.



sabato 1 novembre 2014

Il buono della legge

"Mamma, ma i poliziotti hanno la pistola e uccidono?"

"I Poliziotti ci proteggono, la loro pistola serve solo a spaventare i cattivi, così possono metterli in castigo. Fino a quando non torneranno a casa più buoni."

"E la mamma e il papà di questi signori, poi, sono felici?"

"Sì. E ringraziano i poliziotti."

Mi hai raccontato un sacco di bugie, mamma, o forse anche tu pensavi fosse la verità, non saprei.
Ormai siamo adulte tutte due e qualcuno deve pur dire all'altra che le cose non sono proprio andate così.
Qualche volta magari, ma non sempre.
Vedi, mamma, ci sono state persone che andavano per la loro strada, canticchiando, forse barcollando e hanno incontrato i buoni, che li hanno riaccompagnati a casa ridacchiando e, con una tiratina di orecchie, li hanno assicurati alla loro famiglia.
Ci sono state persone che andavano per la loro strada canticchiando, forse barcollando un po', forse prendendo a calci una lattina nella notte, ma cosa c'entra questo, anche fosse stata la portiera di un'auto parcheggiata e qualcuno avesse chiamato i buoni lo avrebbe fatto per farli mettere in castigo, per far loro capire che quella cosa non deve essere fatta, per poi tornare a casa dalla propria famiglia fino a quando fosse servito capire. Ad alcuni è successo questo, mamma.

Ad altri no.

Ormai siamo grandi, mamma. Inutile girare le frittate, non che non sia servito far cuocere l'uovo dal rovescio, quando ero piccola e vedevo i buoni mi nascondevo dietro te o dietro la nonna e alcuni di loro se ne accorgevano, mi sorridevano o mi strizzavano l'occhio, allora io arrossivo e mi sentivo invincibile.
Sapevo che, se poco più avanti fosse passato un ladro e avesse rubato la borsetta a te o alla nonna, ci sarebbe stato un buono che lo avrebbe messo in castigo, fino a quando necessario. Un po' come facevi tu con me quando mi dicevi di sedermi e pensare bene a quello che avevo fatto o detto.

Con gli anni la frittata si stava bruciando, mamma, e oggi quando vedo i buoni ho paura.
E non posso più nascondermi dietro la gonna di qualcuno.

Ho paura di non trovare i documenti o che mi caschi la borsa e loro mi sparino, non volevo dirtelo così mamma, ma non sono giocattoli, quelle sono armi vere e, successivamente, le persone potrebbero pensare che io stessi brandendo una bomba. Chissà, mamma, da quando ho iniziato ad avere questi pensieri assurdi, so solo che ho paura, ma sorrido sempre ai buoni.
Quando ho paura sorrido di più.

Nei film, quando interrogano qualcuno, i buoni si mettono d'accordo, uno finge di essere cattivo per impressionare il ladro, l'altro mette il malvivente in guardia dal suo collega, gli offre una sigaretta, gli chiede se vuole dell'acqua. Poi il buono/attore finge di spazientirsi.
Hai presente, mamma? Gli arriva a tanto così dalla faccia, a tanto così; ma non lo sfiora con un dito.
Neanche quando il ladro gli sputa in faccia o gli piscia sulle scarpe, il buono lo sfiora. Lo sai perché?
Te lo dico io, mamma. Non lo sfiora neanche quando perde le staffe perché accanto a lui ci sono altri buoni che lo fermano e lo fanno ragionare. Portano via il malvivente e i buoni fumano una sigaretta in silenzio, quasi con vergogna, perché quella notte uno di loro stava per dimenticare le regole del gioco e stava per finire dall'altra parte della barricata. E se fosse successo lo avrebbero messo in castigo, affinché  il foglio di quaderno a quadretti abbia la linea che separa Buoni e Cattivi ben marcata.
Nei film succede questo, mamma, ma non qui. Non nella vita reale.
Non sempre.

Ricordi, mamma, quando ero piccola e una mia amica si fermava a dormire da noi? Ti sentivi responsabile, non ci lasciavi attraversare la strada da sole e al mare dovevamo essere sempre a portata di vista. Più del solito. Un giorno la mia amica ha avuto mal di pancia forte e tu hai chiamato subito la pediatra e i genitori per avvisarli di questo. Hai agito come se fossi io, perché dovevi custodire questa bambina e sai mamma, avevi ragione: tu eri responsabile, anche se lei si fosse fatta male da sola.

Non so cosa sia successo, mamma, so che i buoni rischiano duro per noi, per far sì che i bambini si sentano sicuri e invincibili per strada. Non so al posto di chi lavora sodo e con onestà come mi sentirei se i miei colleghi si sporcassero le mani e la coscienza. Non so se riuscirei ad ammiccare a una bambina che guarda la mia pistola da dietro la gonna della nonna. Al posto di un buono che torna a casa dalla famiglia sapendo che, a causa dei miei colleghi, le persone per strada potrebbero avere paura di me, sarei preoccupata e arrabbiata e la sai una cosa, mamma? Penso che se esistesse Superman, oggi, non assicurerebbe i farabutti alla giustizia.

Vedi mamma, mi dispiace averti detto tutto questo, è un po' come quando ho scoperto che Babbo Natale non esiste, ma quella volta ho finto di crederci ancora un po'. Più per te che per me.
Ora non si tratta più di giocare mamma, si tratta di dire le cose come stanno.
Certo che so cos'è il castigo, anche da piccola sapevo che la prigione era un castigo diverso dal "siediti a riflettere" e avevo paura della prigione perché sapevo che non vi avrei visto sempre, perché non avrei potuto guardare i cartoni o parlare e ridere con Antonella. Sapevo che non si poteva andare a prendere un gelato o andare alle giostre, fino a quando non ti lasciavano tornare dalla tua famiglia. Sapevo che alcuni cambiavano e sapevo che altri continuavano a farsi portare in prigione, perché non volevano cambiare o non ci riuscivano. Quello che non sapevamo, né tu né io, mamma, è che Stefano, Giuseppe, Federico, Riccardo e chissà quanti altri, non sono mai stati riaccompagnati dalle loro famiglie, perché qualcuno ha pensato che fossero figli, fratelli, amanti, cugini o amici di nessuno. Perché i buoni che sorridono ai bambini preoccupati, quella volta, non erano di turno o forse perché qualcuno si è voltato dall'altra parte. Non so perché, mamma, so solo che Stefano, Giuseppe, Federico, Riccardo e chissà chi altri, hanno attraversato la strada senza essere custoditi.
E nessuno è stato responsabile di e per loro.




lunedì 22 settembre 2014

Breve cronaca di una vacanza

A quanto pare ci sono riuscita e sono in ferie. È così, dunque, che ci si sente in vacanza, con le pile cariche dopo tre giorni e la schiena sfondata per il troppo dormire. Io, che quando dormo sei ore scarse devo accendere un cero e ora, in alta montagna, passo il tempo a mangiare, dormire, nuotare, fare una sauna e un bagno turco, mangiare, mangiare e dormire. La montagna offre il silenzio, il cibo ottimo e la ripetitività delle giornate. Qualcosa tipo Ricomincio da capo e, dovendo scegliere, rivorrei la merenda con la pizza ai funghi, le torte di frutta e la cena con i canederli allo speck e formaggio, polenta e funghi.
Quando mi hanno detto che la cena veniva servita dalle 19.00 alle 20.00 ho storto il naso, e la mia preoccupazione era che la colazione si potesse fare solo fino alle 9.30. Beh, in effetti non serve molto più tempo. Qui ci si sveglia con il sole e una fame orba, ti dai una sciacquata e, senza usare il pettine, si scende al piano zero. Quando le porte dell'ascensore si aprono arriva un aroma di cose buone e il suono leggero di "buondì" sussurrati, mescolati a sapori di torte di tutti i tipi, a toast salati e Nutella sul pane tostato di fresco. Il sorriso delle due signore che ho chiamato "sorelle Kessler" due  anziane ospiti dell'albergo sempre sorridenti, probabilmente gemelle o non saprei, due colossi in altezza e stazza che, pur non parlando una sola parola di Italiano, si fanno capire. Anche in tedesco.
Ieri pomeriggio ero nel bagno turco, entra una signora e mi dice di essere uscita dalla sauna perché due donne anziane insistevano affinché le donne fossero libere dagli indumenti e si erano tolte i costumi da bagno. Lei si sentiva a disagio e ha cambiato zona relax. Finito il bagno turco scelgo la sala della cromo terapia e vedo uscire dalla sauna le due tedesche, rido, pensando che a circa 75anni siano molto più libere loro di molte giovani donne, schiave di scatti perfetti e sguardi carichi di giudizi prettamente estetici. Il peso della competizione e qui, in alta quota, le donne italiane sono le peggiori. Belle e stronze. E non è mai un complimento quando do dello "stronzo" a qualcuno.
Osservo in silenzio, mentre un fascio di luce giallo oro mi accarezza, sento stralci di conversazione e, in men che non si dica, tutta l'area benessere parla delle "due vecchie" che fanno la sauna nude. Loro, ignare delle cattiverie, sorridono a tutti e versano una tisana a chi si avvicina alle teiere. Imponenti come la montagna, coperte dai costumi magicamente riapparsi. Mentre arriva il Blu a rassicurarmi, quella più alta mi porta un bicchierino di the verde e dice qualcosa che, se non fosse stato per il sorriso, sarebbe sembrata una dichiarazione di guerra. Accetto e ringrazio nella mia lingua. Se avessero saputo parlare inglese lo avrebbero fatto, allora lo faccio con l'uso della mia lingua.
Grazie.
La parola più bella del mondo. E lei la ripete estasiata. Poi riprende a dire cose incomprensibili, io sorrido, mentre il mio relax gioca con i colori e la musica di sottofondo diventa solo un brutto ricordo, saluta e torna dalla sorella, amica, gemella, mah.
In montagna si possono collezionare chili in men che non si dica. Al mattino si prende il sole, nella pausa pranzo si nuota, primo pomeriggio si va al centro benessere, mentre fuori inizia a diluviare, poi si fa merenda e, siccome fuori fa freddo e piove ancora, si opta per l'idromassaggio con acqua calda. Dopo la doccia è già ora di cena e nel giro di un'ora rotoli fino alla camera. La prima sera, alle 21.30, dormivo già. Ora sono migliorata; riesco a stare sveglia fino alle 22.30. Una sola volta ho visitato un paese qui vicino per andare a mangiare una pizza, ma sotto la pioggia non è bellissima la montagna, se non guardata da sotto le coperte, non è come il mare, rassicurante, se ti guardi intorno mentre piove, in montagna, ti senti perso e in pericolo. Anche se sono certa che sia una mia idea. Forse dipende dal fatto che il clima cambi mutande ogni ora, forse dipende dal fatto che io non sappia distinguere il versante delle nuvole da acqua da quello innocuo, e ieri sera ripetevo "Ora passa", fino a quando le gocce si sono trasformate in grandine. Per chi vive al mare non è così semplice ascoltare il vocione di queste rocce così vicine che sembrerebbero pronte a farsi grattare dietro le orecchie. Oggi, per la prima volta dopo giorni, mi è sembrato di sentire un abbraccio. Asciutto, ma cordiale. Meno avvolgente di quello del mare ma, non per questo, meno sincero. La montagna sa abbracciare così, con cortese distacco, e io la capisco, sono pur sempre un'estranea. Simpatica, educata, ma estranea.
Sono rimasta in albergo, mi avevano proposto l'escursione con "Giovanni" (difficoltà media) e mi sono vista passare i miei anni davanti, dietro e intorno, accovacciata in un crepaccio fino a diventare cibo per stambecchi onnivori, poi ho pensato "e chi cacchio è Giovanni?" mentre non smettevo di sorridere, sembrava avessi una paresi mentre imploravo dentro "Fa' che non insistano", declinando la fatica, accumulando qualche centinaio di grammi extra, inclusi nel pacchetto vacanze relax.
Manca poco e torno a casa. Penso che rilassarsi, alla lunga, stanchi.
Programmi per l'inverno: dieta, veglie notturne, dieta, lavoro, dieta e una giornata al mare. Devo portargli i saluti di questa montagna bellissima.