Un po' come accade in quei film, quando lei torna nella vecchia casa ormai disabitata da tempo e con la chiave sotto al vaso di coccio, quello vecchio e sbeccato nell'angolo della veranda. Lei si guarda intorno e si fissa sul pavimento color grigio cemento che fa capolino, forse un po' sbiadito, forse un po' irregolare, ma pare che al ragno sembri una reggia, mentre continua a tessere, tessere, tessere e far brillare l'angolo dello scalino che porta al viottolo dell'albero di susine.
L'aria intorno è un tutt'uno con le lastre di porfido, gli alberi hanno abbassato le armi spogliandosi di ogni inutile fronzolo. Lei guarda le foglie macerate dalla pioggia, controllando il verso del vento e la direzione delle nuvole; con il naso insù, arricciato per il puzzo di natura morta, ricordando quel rospo pieno di vermi e l'odore di pioggia di decenni consumati e sbiaditi.
A questo punto lei, e dico quella di quei film, dovrebbe voltare leggermente la testa, attirata dal cigolio sinistro di quel vecchio dondolo che un tempo aveva accolto parenti e amici, l'orgoglio dell'intera famiglia, con l'orecchio teso per ascoltare le risate e il chiacchiericcio sommesso di mamma con le amiche. Un'istantanea a colori così vera che sembra quasi di sentire il tepore del pavimento sotto i piedi scalzi, il ronzio della fresatrice, qualche staccionata più in là, e il profumo di limone provenire dalla brocca di vetro appannato sopra il tavolino in vimini, quello accanto alle poltroncine abbinate, anch'esse orgoglio di tutta la famiglia, finite chissà dove. Mentre il dondolo lamenta la solitudine e la vecchiaia, quando, se solo potesse parlare, darebbe fiato a quell'agonia inflitta dal tempo, atmosferico e non, raccontando tutte le capriole viste e fatte nella stanza delle maschere.
Chissà se anche gli oggetti vecchi e consunti hanno una loro memoria; forse tattile, forse fotografica; e lei rabbrividisce sotto l'occhio severo dell'annaffiatoio arrugginito. Sembra l'uomo di latta alla ricerca di un cuore, pare voglia quello della ragazza, che ora porta le sue mani al petto e si china per spostare il vaso e prendere la chiave. La stringe nel pugno chiuso e nell'aria si mescola l'odore di ferro arrugginito, simile a quello del sangue.
Un po' come accade in quei film, quando lei gira la chiave, varca la soglia e, nella penombra nascosta di quelle mura, trova drappi ovunque, tranne alle finestre chiuse che devono fare il loro lavoro e filtrare luce; un po' come quei risvegli pigri, un po' come quei ritorni inevitabili, quelli che sai di essere sempre lì ad aspettarti, quelli che fanno trovare caffè pronto e colori alla mano e quelli che hanno lasciato adagiare la coltre di polvere, ospitando ragni e formiche indaffarate. Ritorni estivi, con l'odore della polvere calda che prende alla gola. A questo punto, lei, e dico quella di quei film, porta la mano davanti alla bocca, coprendo anche il naso, e sale le scale guardando un raggio di sole filtrare dalle imposte, soffiando sul passamano della ringhiera per vedere la polvere di stelle danzare nel fascio di luce teso come il dito di Dio. Ed è in quella sbarra che lei si ritrova, ogni volta che ritaglia il tempo per sé, ogni volta che sfoglia una o più pagine.
Quando le crea, invece, tutto prende colore intorno, e le verande brillano di un verde vivo e il profumo nell'aria è più fresco.
È nel fascio di luce che danzano le parole, i ricordi, le emozioni, le cose pensate e mai dette. Le vede lungo i giudizi, le vede bere limonata con i piedi scalzi sul dondolo comodo e accogliente; ed è dal piano di sopra che si rende conto di quanto tempo sia passato tra un silenzio e una rinuncia, ed è per questo che, ogni volta che torna, lei, e dico quella come le donne di quei film, spalanca tutto e si affaccia dal piano alto dei miei pensieri; ché al pianoforte ancora non ci sono arrivata a togliere il telo.
Ed eccomi qui, come in quei film, io, casa disabitata e spiraglio da dove escono i pensieri a fare due passi in una giornata autunnale qualsiasi che profuma di verde decomposto, con l'aria tiepida che prende alla gola e i cioccolatini nell'armadietto. Nessun dondolo e nessun profumo di limone; solo il cielo grigio, l'aria calda e la tazza del caffè vuota. Sul fondo un simbolo cinese di qualche tipo che non riesco a decifrare, potrei improvvisare, giusto per lasciar uscire qualcosa a sgranchirsi le gambe, potrebbe essere un drago che tiene la principessa chiusa nella torre, potrebbe essere una principessa che ha rapito il drago nella speranza si trasformi in principe, non tanto azzurro quanto tiepido.
Mi affaccio in me e, senza sporgermi troppo, scosto il telo pesante che ricopre il vecchio pianoforte, quello che non suono da tempo, penso a una parola, la scrivo e la osservo volteggiare, mentre i tasti impolverati si abbassano e si alzano, come il respiro della nonna che faceva il riposino pomeridiano, come la musica di quei morbidi giochi per bambini, uno di quelli profumati, con la cordicella, e magicamente le parole danzano di fronte al mio sguardo bambino, invisibili e anche un po' scomposte.
Ed è così che sto bene, noncurante degli occhi che osservano il vuoto apparente dei miei pensieri che sputano e tossiscono polvere.
E mi sporgo in me, dall'alto di una giornata tiepida e grigia, aggrappata alla ringhiera arrugginita, per guardarmi ancora una volta dentro, intenta a far danzare pensieri che di diventare parole ancora non la intendono.
mercoledì 23 novembre 2016
venerdì 8 aprile 2016
Giudizi Universali
Ho ripreso in mano quelle pagine, con la musica nelle orecchie e l'assenza della paglia tra le dita, forse per questo non volevo più guardarle, forse per questo non le sentivo più mie. Un tempo la notte era rumorosa e mi teneva sveglia, le parole si rincorrevano in testa e sentivo lo scalpiccio disordinato dei pensieri, tanto da coprire quello dei tasti, tanto da scorrere davanti agli occhi, con le note di una canzone sotto la pelle e la nuvola ingannevole nell'aria. Poi mi sono voluta più bene e ho smesso. Le parole si sono ammutolite e i miei pensieri mi guardavano in cagnesco. Se vi dicono che smettere di fumare sia difficile mentono, se vi dicono che sia bellissimo mentono, se vi dicono che ci si senta meglio mentono. La gente mente, noi siamo predisposti o meno, di più o per niente, a dare ascolto alle menzogne, anche tu, tu che ora mi stai leggendo sei predisposto a scorrere parole più o meno vere, una cosa è certa, è la mia verità del momento questa, e dico che smettere di fumare è uno schifo, non riprendo perché non posso, ma la voglia non passa. Neanche dopo più di un anno e mezzo.
Ho ripreso quelle parole, alcuni mesi fa, quando avevo fatto pace con l'astinenza, quando la notte e il giorno non avevano quella gran differenza e le ore si somigliavano tutte. Dovevo terminare qualcosa, perché tutto è iniziato per scherzo, perché quando ho cominciato ero più serena e perché non potevo lasciare una parte di me in pasto alla paura e all'ansia. Il bello della fantasia è che riesce a partorire senza avvisaglie, apri la diga e scrivi, disegni, descrivi, ti ascolti e ti estranei, ti racconti e metti un po' di te addosso a personaggi estranei che ti assomigliano più di quanto ti mostri lo specchio. Ho ripreso in mano quelle pagine e le ho plasmate a mia necessità, abusando di loro, violando i desideri più nascosti e mostrando angoli poco illuminati di una me stessa, che non ero io. Non dico sia stato facile, ma se li addossi a qualcuno che non sia tu sembra che a te non sia successo, che a te non piaccia quello e che tu non lo faresti mai, perché quella non sei tu. Tu narri, disegni e mostri ciò che la fantasia porta in grembo, sculacci quella parte di te un po' sgualcita che non sei tu, perché si chiama diversamente, affinché respiri e riempia i polmoni di vita, ricordando a te stessa di respirare tranquilla, perché tanto a te non è successo quello e continui a ripetertelo, per evitare fraintendimenti, come se l'occhio di chi legge sia l'occhio di Dio, come se ogni cosa scritta sia una parte di te deceduta, come se ogni cosa pubblicata sia la resurrezione, pensieri in attesa di giudizio. Allora ti ripeti che non credi, così non temi qualcuno che non esiste e quando scrivi ti convinci che tu stia parlando sola, così Dio non ti guarda; ché tutti la fanno facile, "Sei brava, sei scarsa, scrivi bene, scrivi male, sei una bella persona, sei pessima, sei, sei, sei" come se, al di fuori della grammatica, ci fosse un modo giusto o sbagliato di scrivere, come se gli stati d'animo non fossero di passaggio, come se io non detestassi i numeri pari, ma ho ripreso in mano quelle pagine e le ho portate a termine, così non sono più, ma sette.
Ho ripreso quelle parole, alcuni mesi fa, quando avevo fatto pace con l'astinenza, quando la notte e il giorno non avevano quella gran differenza e le ore si somigliavano tutte. Dovevo terminare qualcosa, perché tutto è iniziato per scherzo, perché quando ho cominciato ero più serena e perché non potevo lasciare una parte di me in pasto alla paura e all'ansia. Il bello della fantasia è che riesce a partorire senza avvisaglie, apri la diga e scrivi, disegni, descrivi, ti ascolti e ti estranei, ti racconti e metti un po' di te addosso a personaggi estranei che ti assomigliano più di quanto ti mostri lo specchio. Ho ripreso in mano quelle pagine e le ho plasmate a mia necessità, abusando di loro, violando i desideri più nascosti e mostrando angoli poco illuminati di una me stessa, che non ero io. Non dico sia stato facile, ma se li addossi a qualcuno che non sia tu sembra che a te non sia successo, che a te non piaccia quello e che tu non lo faresti mai, perché quella non sei tu. Tu narri, disegni e mostri ciò che la fantasia porta in grembo, sculacci quella parte di te un po' sgualcita che non sei tu, perché si chiama diversamente, affinché respiri e riempia i polmoni di vita, ricordando a te stessa di respirare tranquilla, perché tanto a te non è successo quello e continui a ripetertelo, per evitare fraintendimenti, come se l'occhio di chi legge sia l'occhio di Dio, come se ogni cosa scritta sia una parte di te deceduta, come se ogni cosa pubblicata sia la resurrezione, pensieri in attesa di giudizio. Allora ti ripeti che non credi, così non temi qualcuno che non esiste e quando scrivi ti convinci che tu stia parlando sola, così Dio non ti guarda; ché tutti la fanno facile, "Sei brava, sei scarsa, scrivi bene, scrivi male, sei una bella persona, sei pessima, sei, sei, sei" come se, al di fuori della grammatica, ci fosse un modo giusto o sbagliato di scrivere, come se gli stati d'animo non fossero di passaggio, come se io non detestassi i numeri pari, ma ho ripreso in mano quelle pagine e le ho portate a termine, così non sono più, ma sette.
lunedì 11 gennaio 2016
La scheggia di un sogno

È stato tutto così strano, apro Twitter, leggo la mia TL e sorrido a qualche buongiorno più originale e frizzante del solito, butto l'occhio sulla solita lagnosa stizzita che ce l'ha con il mondo e spera da una vita che qualcuno le chieda barlumi, valuto spesso di smettere di leggerla, poi ricordo che scrive anche pensieri che apprezzo, ed è su quelli che mi concentro, quando è in vena e non si accorge di tutti gli altri dimentica di essere avvelenata. Capito sulla home di chi vado a cercare. Scrivo due battute senza senso apparente, come spesso faccio appena accedo a quel pantano di anime, poi vedo passare la notizia della morte di David Bowie, ci clicco sopra, senza un attimo di esitazione, e noto che proviene dall'account ufficiale. Quello verificato.
Primo brivido.
Cerco in rete, sul sito neanche l'ombra di un raffreddore, google tace tragedie e recensisce il suo ultimo album, quello che ancora non ho avuto tempo d'imparare per intero. Torno su twitter e chiedo a chi ha linkato quella notizia come possa, David, essere morto ieri senza uno straccio di notizia.
Ragazzi, che vi piaccia o meno, stiamo parlando di David Bowie, affacciatosi sulle scene decenni or sono, facendo tanto di quel casino mediatico che non poteva essersene andato così, piano e in sordina. E volevo la smentita, subito.
Mi risponde che è stato confermato da Sky, torno sul web, digito in inglese questa volta, nulla e nessuno ne parla. Trovo come primo sito la notizia della Bufala sulla morte di Bowie e cazzo, non mi ero accorta di tenere il fiato sospeso, copio il link della pagina e torno su twitter, riporto alla ragazza che ha passato la notizia, "non ci credo", dico, più a me che a lei e dopo un po' vedo tutte le news in rete, il TG5 in sottofondo dà la stessa notizia, senza usare il condizionale, quel condizionale dei giornalisti che ti fa pensare "ok, adesso arriva la smentita".
"David Bowie è morto/Si è spento all'età di 69.../...nella notte/... eclettico/Duca Bianco/Ziggy.../... un camaleonte.../... Bowie è morto."
Ero poco più di una bambina, guardavo Video Show, un programma quotidiano di video musicali, lo incrociavo spesso con i suoi capelli colorati e la pelle chiara. La mia amica aveva paura di lui, io ascoltavo la sua voce così, così umana che non potevo temere qualcosa, Beh, ho definito la voce di David Bowie "umana" siamo matti, lo so, ma già a quell'età ascoltavo i gherigli dentro al guscio. Sono cresciuta con zii che ascoltavano Musica, pane e Bowie, Genesis e Gabriel, amici loro che sembravano usciti dagli schermi tv, e io li osservavo, ammirata e silenziosa. Ascoltavo musica e mi commuovevo. Quell'eterno controcanto nella mia testa, mai azzittito, che mi faceva pizzicare gli occhi, il tono basso che andava a cozzare con tutte le notizie frammentarie sui suoi gusti sessuali che passavano sui giornalini da ragazze ribelli che, intorno ai tredici anni, leggevo in camera mia. E quando ero ragazzina bastava dire "è bisex" per continuare ad amare un cantante e sperare di poter scappare via con lui. Ma a me non importava quello.
Il primo articolo letto aveva fatto sì che io dovessi tenere questo amore molto nascosto. La data di nascita di David Bowie, 8 Gennaio 1947, mia mamma è nata il 7 Febbraio 1947, e David era addirittura più vecchio di mia mamma di un mese. Non potevo confessare a nessuno il mio amore per David, potevo però limitarmi a cantare le sue canzoni, scrivere stralci di storie sul diario e tradurmi i testi, oh sì, senza capirci molto, lo confesso, ma a tredici anni vuoi solo farti portare via dall'alieno, se nasconde una voce umana. Dentro c'era il fuoco, io lo sentivo. Non solo dentro David.
David Bowie è la cotta adolescenziale che non mi è mai passata. Gli anni passavano, anche per me, alla velocità della luce e senza sconti. Da sempre in poi. Ho visto molti cantanti dal vivo, ho assistito a tanti concerti, ho intervistato molti artisti per la radio dove lavoravo. David Bowie è sempre stato il mio sospiro e posto vacante. Mi mancava per molti aspetti: mai visto un suo live, mai avuto la fortuna d'intervistarlo, mai sentito il suo profumo stringendogli la mano e dandogli due baci sulla guancia. Mi sono limitata a cantarlo, ascoltando quella sua canzone tre volte di seguito e ogni volta che lo faccio, ancora sorrido.

Oggi.
È morto David Bowie, rimbalzano i messaggi di cordoglio in rete, di chi lo ascoltava, di chi lo cantava, di chi lo amava segretamente e di chi lo conosceva poco.
È morto David Bowie, c'è chi vuole fare silenzio, ma di fatto non lo fa perché è impegnato a dare stilettate a chi scrive di essere dispiaciuto.
È morto David Bowie, grazie a tutti quelli che mi fanno sapere che non mi avrebbe "portato le pasterelle la domenica a casa" come credo che non lo avrebbe fatto qualsiasi altro artista per nessuno di noi, ma cos'è la morte, se non le schegge di quel sogno di cristallo andato in frantumi, quello che ti faceva pensare, magari, di poterlo un giorno incontrare davvero o di avere ancora tempo per chiedere scusa, per fare una telefonata, per incrociare gli sguardi e sorridere. Ma quando siamo fuori da un coro diverso dal nostro, a quanto pare, tendiamo a diventare cinici oltre la ragione.
È morto David Bowie e dobbiamo stare attenti a cosa preferiamo, a non avere qualche nozione musicale extra, per non disturbare chi ha voglia di fregarsene mandando a monte tutto senza essere andati a lezione di "come fare per fregarsene davvero".
È morto David Bowie. Ho capito che non era immortale, come chiunque, ok, va bene, ma scusatemi se per me è stato un brutto risveglio. È morto David Bowie, ho appena scoperto che non avrò più la fortuna nè possibilità di vederlo live su un palco. È morto David Bowie e ora so davvero che non succederà mai di mangiare le paste della domenica con lui e, tra le altre cose, mi mancherà il sogno mentre ascolterò le sue canzoni, una di esse per tre volte consecutive. È morto David Bowie e non è come se fosse morto un familiare, come accade spesso quando ascolti la musica di un artista che muore, è come se la mia parte più nascosta sia defunta, ogni sfaccettatura dei miei momenti più difficili affidata a lui e ora se li è portati con sé. Lui e l'alirno del controcanto, quello che sapeva. È morto David Bowie e scusate se non ho voglia di leggervi.
È morto David Bowie, se vi dà fastidio il cordoglio, alzate il cappello, chiudete quelle ciabatte che chiamate bocche e passate oltre. In silenzio, possibilmente; stupide sguattere della vostra ignoranza.

R.I.P. 10-01-2016
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sabato 9 gennaio 2016
Senza titolo
Ho voglia di scriverti un silenzio, perché ogni scusa è buona per non parlare e, se ancora ti domandassi come dar voce a un silenzio, la risposta è una: Scrivilo.
Ho voglia di scriverti un'emozione, di mettere una mano dentro e rovistare senza guardare e senza scegliere, bella o brutta, tanto il pavimento è sporco, lascia che coli.
Ho voglia di scriverti una paura, una di quelle che vivono sotto al mio letto e aspettano che metta giù un piede, uno qualsiasi, giusto o sbagliato.
Ho voglia di scriverti un ricordo, uno di quelli che mi fanno pizzicare gli occhi e guardare lontano, davanti a me.
Ho voglia di scriverti un desiderio, almeno uno da quinta liceo e non da terza media; di come sono e di come mi vedono, ma l'ho già dimenticato.
Ho voglia di scriverti dei passi sulla ghiaia e di quella notte senza luna, di quando sono andata via e non sono ancora ritornata.
Ho voglia di scriverti, perché di parlare sono stanca; ho voglia di scriverti di come sto quando sento questa canzone, del perché io l'ascolti tre volte e cosa vedo quando alzo il volume.
Ho voglia di scriverti di quando non andavo a letto e non partiva la macchina, di quando accostavo con la testa sul volante e respiravo forte. Ho voglia di scriverti di cosa vedo quando non guardo e di tutti i sorrisi che ho ucciso sul nascere; tutto quello che vorresti sapere, come a lasciar cadere gli indumenti, uno a uno, restando nudi e senza tasche, con le mani addosso.
Ho voglia di scriverti un peccato, di sceglierlo con cura dal catalogo delle cose irripetibili e restare ferma a guardare mentre te lo fai girare sugli occhi, nella mente e sulle labbra.
Ho voglia di scriverti una storia, c'era una volta, due, tre… e poi addormentarci, ma non troppo abbracciati, perché devo essere libera di alzarmi a guardare la notte.
Ho voglia di scriverti di quando non dormo o di quando mi sveglio, di quando mi commuove la colonna sonora ma non il film e delle mie manie più stupide.
Ho voglia di scriverti di quando giocavo con il fuoco senza essermi mai bruciata o della corda che ho tirato e si è spezzata; di me, di quando cucino e della scelta degli ingredienti. Del sorso di birra mentre soffriggo o grattugio; del profumo di lievito e di quello del burro, della pelle calda sotto il sole e dei capelli bagnati di pioggia novembrina.
Ho voglia di scriverti a piedi scalzi e con la musica che vibra nel cuore e in bocca. Hai mai corso con le note, urlando nella mente?
Di sesso ruvido e concetti teneri, ho voglia di scriverti che non credo nei ruoli predefiniti né nel fascino della disperazione, che non cedo alla lusinga della solitudine, finché esiste qualcuno che m'immagina mentre sogno.
Ho voglia di scriverti ancora, senza un filo logico, di ridere fino alle lacrime, fino a sciogliere le parole, pensieri blu che scorrono come volti deformati allo specchio e dimenticarli, come non fossimo mai esistiti.
Ho voglia di scriverti, spettabile ed esimio, per darmi un tono, per ascoltarlo e sfumarlo, vorrei scriverti cose sciocche come le colpe attribuite a me stessa, prima che lo facessero gli altri. Ho voglia di scriverti perché taccio quando c'è confusione e perché ho paura dei rumori inaspettati; di quanto io detesti chi vuole accorciare le distanze o di come mi arrabbi sottovoce.
Ho voglia di scriverti in ginocchio, mentre ricordo come ci si rialza.
Ho voglia di scriverti e non è escluso che io lo faccia, forse un giorno, forse in un silenzio, dopo una corsa con le note, urlando nella mente. Forte.
martedì 5 gennaio 2016
Metto via
Metti via ieri, l'odore di soffritto, il grasso che cola e quello che si è depositato sui fianchi.
Metti via ieri e le bocche che si muovono in quello spasmodico masticare, parlare, parlare, parlare sullo sguardo spento di chi non pensa.
Metti via ieri e le briciole di pane che volteggiano nell'aria, l'odore del vino, le bollicine e il rumore di chi va.
Metti via ieri e il fruscio di chi arriva, così lucido e fresco.
Via.
Metti via ieri e le bocche che si muovono in quello spasmodico masticare, parlare, parlare, parlare sullo sguardo spento di chi non pensa.
Metti via ieri e le briciole di pane che volteggiano nell'aria, l'odore del vino, le bollicine e il rumore di chi va.
Metti via ieri e il fruscio di chi arriva, così lucido e fresco.
Via.
Metti via ieri e accucciati qui, perché fuori fa freddo.
Oggi è cominciato con il caffè in tazza grande, non come quello del bar, perché a me il caffè piace in tazza grande solo se c'è una grande quantità di caffè.
Oggi è cominciato con il calore della tazza fra le mani e lo sguardo perso tra la pioggia e il grigio, che poi era buio che non mi lasciava entrare.
Sorseggiavo, sorridevo e pensavo che Cinzia avrebbe capito. Con lei ci scambiamo emozioni e posso essere scema quanto voglio. Possiamo esserlo entrambe sapendo di potercelo permettere, come sappiamo che non c'è bisogno di sottolineare qualsiasi cosa. Siamo così, come capita e capita di essere anche sceme.
Oggi è cominciato con il calore della tazza fra le mani e lo sguardo perso tra la pioggia e il grigio, che poi era buio che non mi lasciava entrare.
Sorseggiavo, sorridevo e pensavo che Cinzia avrebbe capito. Con lei ci scambiamo emozioni e posso essere scema quanto voglio. Possiamo esserlo entrambe sapendo di potercelo permettere, come sappiamo che non c'è bisogno di sottolineare qualsiasi cosa. Siamo così, come capita e capita di essere anche sceme.
Metti via ieri e quei pensieri, possono tornare utili per l'anno prossimo. Metti via la neve ai monti, il sole al mare e la pioggia che non accenna a smettere.
Via.
Chi ride spesso e chi vive imbronciato, metti via chi si lamenta di tutto e di tutti, metti via ciò che leggi e ciò che scrivi.
Via anche chi ti parafrasa, per salvare la faccia con gli altri, ma non con sé.
Metti via ieri e la musica, ma non troppo nascosta, perché quella serve sempre; la pesantezza di De Gregori e quella di Guccini, ma non dirglielo. La voce brutta di Battisti e i guru intoccabili, perché nessuno lo è, intoccabile, sul serio.
Metti via ieri, le giornate invernali che non tornano e quelle che passano, metti via ieri, quel sorriso imbalsamato e corri più forte, fino a mescolarti al contorno, fino a diventare una scia grigia.
Metti via ieri, chi ti legge e ti seziona per… non so perché, ma se ti rileggi a pezzi vuol dire che… non so cosa voglia dire, comunque, mettile via bene in fondo.
Via, chi finge di essere passerotto ma è rapace e metti via anche i consigli per gli acquisti.
Oggi è così, piove e tendo l'orecchio per sentire se le gocce hanno messo i tacchi, se sono ghiacciate, se passeggiano intorno a te, invece la voce della pioggia è quella di una donna lenta e scalza. Mettila via, ma a portata di mano e vieni qui ché il caffè e quasi pronto, di nuovo. Metti via il suo profumo, ma senza sgualcirlo.
Oggi sorrido e Cinzia lo sa.
Metti via ieri e il superfluo, chi si definisce semplice e solare, chi ti definisce.
Via chi ti lascia invecchiare dimenticandoti, come un oggetto sulla mensola più alta, lì da sempre. Via le angosce, le tendenze e chi le decide. Metti via ieri e chi sottolinea un pregio personale spacciandolo per difetto, chi sottolinea un difetto personale spacciandolo per pregio e chi sottolinea tutto, chi ti spaccia e chi ti nasconde. Chi ti sottolinea e poi ti mette via.
Metti via tutto, stanno arrivando, non so chi, ma se fai piano non ti notano. Metti via tutto, tira fuori le palle e, non dico di vivere ma, almeno, respira e bevi un lungo sorso di caffè.

Via.
Chi ride spesso e chi vive imbronciato, metti via chi si lamenta di tutto e di tutti, metti via ciò che leggi e ciò che scrivi.
Via anche chi ti parafrasa, per salvare la faccia con gli altri, ma non con sé.
Metti via ieri e la musica, ma non troppo nascosta, perché quella serve sempre; la pesantezza di De Gregori e quella di Guccini, ma non dirglielo. La voce brutta di Battisti e i guru intoccabili, perché nessuno lo è, intoccabile, sul serio.
Metti via ieri, le giornate invernali che non tornano e quelle che passano, metti via ieri, quel sorriso imbalsamato e corri più forte, fino a mescolarti al contorno, fino a diventare una scia grigia.
Metti via ieri, chi ti legge e ti seziona per… non so perché, ma se ti rileggi a pezzi vuol dire che… non so cosa voglia dire, comunque, mettile via bene in fondo.
Via, chi finge di essere passerotto ma è rapace e metti via anche i consigli per gli acquisti.
Oggi è così, piove e tendo l'orecchio per sentire se le gocce hanno messo i tacchi, se sono ghiacciate, se passeggiano intorno a te, invece la voce della pioggia è quella di una donna lenta e scalza. Mettila via, ma a portata di mano e vieni qui ché il caffè e quasi pronto, di nuovo. Metti via il suo profumo, ma senza sgualcirlo.
Oggi sorrido e Cinzia lo sa.
Metti via ieri e il superfluo, chi si definisce semplice e solare, chi ti definisce.
Via chi ti lascia invecchiare dimenticandoti, come un oggetto sulla mensola più alta, lì da sempre. Via le angosce, le tendenze e chi le decide. Metti via ieri e chi sottolinea un pregio personale spacciandolo per difetto, chi sottolinea un difetto personale spacciandolo per pregio e chi sottolinea tutto, chi ti spaccia e chi ti nasconde. Chi ti sottolinea e poi ti mette via.
Metti via tutto, stanno arrivando, non so chi, ma se fai piano non ti notano. Metti via tutto, tira fuori le palle e, non dico di vivere ma, almeno, respira e bevi un lungo sorso di caffè.

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martedì 22 dicembre 2015
Profumo di brodo
C'era profumo di brodo, nella cucina della nonna, quando imparavo quelle poche strofe. Eravamo nel periodo Natalizio e dall'ingresso, che aveva le misure di un salottino, filtravano le luci dell'albero.
"Non ho vo… non ho voglia di tuffarmi in un focola… no, ufff. Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade… Non ho vo…"
E il brodo bolliva, nonna ascoltava, di spalle, impegnata a lavorare sul lavandino di marmo, in silenzio, quasi che sembrava non sentisse le mie indecisioni, poi arrivava la parola mancante e il suo imperativo "Ricomincia, Non ho voglia?"
"Non ho voglia nonna", e ridevo, lei un po' meno.
Il profumo di brodo sempre più intenso, le mani di nonna arrossate dall'acqua fredda che lavavano il radicchio rosso, l'insalata preferita dal più giovane dei miei zii.
"Non ho voglia di tuffarmi…"
La condensa sui vetri e il freddo esterno che spingeva per entrare ad ascoltare la mia vocina, il mio sguardo perso là fuori, tra gli altri balconi, alla ricerca delle luci natalizie. Mi piaceva guardare gli alberi addobbati nelle altre abitazioni.
Ne ricordo uno così grande che sembrava quello nelle piazze dei film inglesi. Se poi fossero stati americani o tedeschi lo ignoravo, qualsiasi cosa non fosse italiana, per me, era inglese e, quando ero ancora più piccola, anche i dialetti differenti dal mio erano inglese, ma questa è una cosa comune a molti bambini ed è anche un'altra storia.
"Qui non si sente altro che il caldo e le quattro… no, non ho voglia di tuffarmi…"
Quando ci aveva dato il compito di studiare la poesia, la maestra aveva detto qualcosa a proposito della guerra e di un signore che era tornato per passare il Natale a casa. Nel periodo delle elementari bastava niente per aver paura. I film con gli indiani e quelli di guerra erano qualcosa che guardavo distrattamente, con molta diffidenza e timore. Non capivo molto, l'unico nonno che ne parlava ogni tanto era quello paterno, perché era abbastanza vecchio da averla vissuta un po' di più, la nonna era troppo piccola per ricordare e il pensiero di un soldato che guarda le fiamme fumando, solo, il giorno di Natale, mi dava un'infinita tristezza, e paura. Ricordo di aver pensato che nessuno dovrebbe passare il Natale da solo, ricordo che avevo guardato nonna, il fiocco del grembiule sulle sue generose e rassicuranti curve, le stesse che mi avevano cullato per anni, il mio punto fermo e morbido. Avremmo passato Natale a casa della mamma, c'erano anche gli zii paterni e subito avevo chiesto di poterlo fare con la nonna, "giù". Rispetto mamma e papà, che vivevano in aperta campagna, dove abitano tutt'oggi, la casa di nonna, che era in centro paese era "giù", e giù era casa mia, per me. Mamma mi rassicurò dicendo che anche la nonna e gli zii si sarebbero uniti alla festa. Se così non fosse stato anche la nonna sarebbe rimasta sola a pensare "Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo…" e il nodo alla gola premeva, gli occhi pizzicavano. Ricordo di essermi alzata ad abbracciarla da dietro, lei che m'incitava a proseguire con la poesia, io che annusavo il profumo di brodo e quello di sapone che emanava lei.
Incredibile come si dimentichino le cose e come s'imprimano i sentimenti.
In due passi ero arrivata alla porta finestra, là fuori non c'era la guerra, era Natale. Ricordo di aver pensato anche che a Natale nessuno avrebbe dovuto fare la guerra, infatti era così. Non c'era guerra perché era Natale.
"come una cosa dimenticata…"
Mentre il mio ditino tracciava il percorso di una goccia d'acqua. Là fuori era buio e faceva freddo. Là fuori c'erano le luci di Natale di vite estranee che alla luce del giorno mi sorridevano e conoscevano il mio nome, ma la sera dimenticavo i loro volti e i loro nomi. La Signora Elsa non si chiamava più così. La signora Elsa, al buio, era Natale arancione, a causa di una lunga catena di luci di quel colore, che filtrava da grandi palle arancioni grosse come arance succose. La Ornella era Lanterna. Aveva disegnato i vetri e quello del soggiorno mostrava una bellissima lanterna. Era buio, non vedevo i suoi disegni, ma sapevo che erano tutti lì, sulle finestre di fronte al palazzo della nonna. Avevo chiesto allo zio di disegnare anche sui nostri vetri, lui era molto bravo, la nonna aveva immediatamente fatto cenno di no con la testa, fingendo di nulla quando mi voltai a guardarla, non lo chiesi più. Ero abbastanza sveglia da aver capito che alla nonna non piacevano i disegni sui vetri, come non amava la farina sull'albero. Nonna doveva essere una purista del Natale.
Intanto ero riuscita a dirla di seguito, per la prima volta. Sapevo che se l'avessi detta bene ancora due volte avrei potuto smettere e giocare un po', magari con lo zio, aspettando l'ora di cena. Poi avrei dovuto dirla a lui, dopo mangiato, giusto per testare la mia memoria.
Mentre il dito tracciava i contorni di una candela, il rumore delle chiavi nella toppa e la voce dello zio.
La gioia nel cuore e la consapevolezza che mancava ancora una volta per poter mettere via il quaderno.
Una sera come altre, a un passo dalle vacanze. L'indomani avrei dovuto recitare la poesia a Suor Gisella, la mia giovane e cattivissima maestra. Era tornata dall'ospedale e ancora piangevo per la supplente, una ragazza che mi aveva azzittito e sussurrato di non dirlo a nessuno e non dirlo più, quando, con gli occhi lucidi le dissi "tanto sta male sempre, ci vediamo presto, vero?" Suor Gisella era titolare di una cattedra che non le apparteneva. Era molto giovane, lei e io avevamo qualcosa in comune, quel primo giorno di scuola, Per entrambe era la prima volta, solo che io ero in vantaggio. Sapevo leggere e scrivere, lei non aveva ancora mai insegnato. Non mi aveva perdonato questo.
"Ora metti il quaderno in cartella, dopo la ripeti due volte ancora, è tornata Suor Gisella, e sai che se solitamente vali dieci, con lei devi valere dieci e lode." A casa sapevano tutti della mia disavventura con Suor Gisella, solo che nessuno mi dava ragione, anzi, avevo imparato a non lamentarmi più di tanto, giusto per non prendere un castigo extra. La mia è stata un'infanzia sana, mamma e papà vigilavano, ma gli adulti non dovevano essere contraddetti da una bambina.
Quella sera avevo chiesto alla nonna di potermi sedere per terra nell'ingresso a parlare un po' con il suo albero, non aveva la stessa voce di quello a casa dei miei, ma anche questo si faceva sentire forte e chiaro. Proprio qui.
Dalla nonna non c'erano i termosifoni, c'era una "moderna" stufa a gas che faceva un rumore rassicurante. La fiamma estesa su tre file orizzontali e il pavimento tiepido proprio nel cantuccio di fronte all'albero. Aspettavo che lo zio mi facesse spaventare, aspettavo che mi raccontasse la storia del Gigante egoista "Qui non si sente altro che il caldo buono."
E l'ora di cena mi aveva trovata così: a pancia in giù e gambe per aria.
"Così non ti sente nessuno, a chi borbotti, si può sapere?"
Ma quella mattina avevo il nodo in gola. Nessuno doveva restare solo a Natale, ma non avevo voglia di far vedere a tutta la classe che gli occhi pizzicavano. La voce tremava e Suor Gisella lo sentiva. Ci fosse stata la signorina Adriana mi avrebbe abbracciata, e forse sarei scoppiata a piangere. Tanto si sarebbe ammalata di nuovo e avrei rivisto presto la mia supplente. Mi dissi ancora che non avrei dovuto avere paura della guerra. A Natale non poteva scoppiare, mi schiarii la voce e ricominciai. Forte e chiara.
"Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade
ho tanta
stanchezza
sulle spalle
Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
Qui
non si sente
altro
che il caldo buono
Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare"
(Natale, G. Ungaretti)
E sul suono dell'ultima parola guardai la mia maestra dritto negli occhi. Ero già in vacanza.
mercoledì 9 dicembre 2015
Ti ricordi
Il tempo di riordinare le idee per partire da qualche parte, ma le mie idee sono come quei capelli ribelli, quelli che più li pettini più si scompigliano, ingovernabili. Allora chiudo gli occhi e penso se prima l'aria e il suo odore, il colore del cielo o la stradina, oggi asfaltata, che conduce al cancello. Se dal comignolo fumante, dalla pianta dei cachi, spoglia e arancione. se dalla luce accesa nella cantinetta, dalla faccia assonnata e rugosa di mio padre che abbozza un sorriso, dal profumo di lana vecchia e di pelle pulita di mamma, di cibo e di detersivi.
Da dove.
Da che parte partire, bella domanda, dalla mia camera oggi totalmente modernizzata, quella che aveva due lettini con un comodino centrale e le due abat-jour: Cappuccetto rosso con, al posto della fragola, una lampadina rossa nel cestino che portava dalla nonna, quella di mia sorella un Moschettiere con il naso da clown che si illuminava. Quanto mi piacevano, quanto era bello osservare la luce colorata. pensieri al presente e al divano-letto, sotto l'armadio a ponte, mamma è sempre stata una donna molto attenta a sfruttare gli spazi al meglio, l'unica cosa rimasta uguale sono i tendoni e il lampadario, il resto è solo qui, nella mia mente, ingovernabile come i pensieri, i capelli e i ricordi. Ingovernabile che non sa da dove farti partire, allora scrivi, parli e pensi senza capo né coda. E senti freddo, lontana da quella stufa a legna e da tutto quel buono che non hai mai dimenticato; e ti fermi un po' di più, ché di andare via non se ne parla, quando sei a casa.
Tiro su i capelli e ci pianto un mollettone, ascolto il crepitio del ciocco di legno e penso a Pinocchio, mi scappa un sorriso e mamma mi chiede se sto sognando, sorrido di più e vorrei prenderla in braccio o farla ballare, papà dal divano sorride con gli occhi chiusi e penso che stia sognando una bambina con le trecce che scappa via inseguita da un ramarro.
Ingovernabile, come la nostalgia e i "ti ricordi Silvy…" che hanno la voce lontana lontana e colori sbiaditi delle cose passate.
Oggi sono romantica e parlo d'Amore. Di quello che tocchi, che ti ha nutrito e cresciuto. Oggi la poesia è nella faccia rugosa di mio padre che si addormenta appena si siede, nei capelli bianchi di mia madre che mi ricorda sempre di più mia nonna, la mia amata nonna che sorrideva silenziosa, anche lei, forse, con i colori sbiaditi della nostalgia, ma non mi diceva "Ti ricordi, Silvy", io l'abbracciavo e ricordavo ogni bacio e ogni mestolata presa, e restavamo così, in silenzio.
La mia nonna-mamma e io.
sono tornata a casa, da settimane, stamani ho chiesto a mamma se ha fatto l'albero di Natale e mi ha risposto che non sa dove metterlo perché ha dovuto tirare dentro le piante esterne, le ho suggerito di fare quello piccolo piccolo e ha detto che lo farà, anche se fuori ha addobbato per bene il gazebo "Così non brontoli" e il sorriso nella voce tradisce quel salto nel passato che al telefono non si vede, ma si sente. E mi sento lì, seduta sul pavimento, nella penombra del salotto ad ascoltare l'albero e le sue luci mal funzionanti. E mi sento piccola e protetta, felice e amata. E amo.
Oggi parlo d'amore perché l'odio solca le rughe peggio del tempo.
Oggi sono romantica perché qualcuno dovrebbe pur dirlo che c'è bisogno di quel romanticismo che avevamo da piccoli, quello che da seduti ci faceva vedere le cose da un'altra prospettiva, ma non lo dicevamo, perché eravamo impegnati a costruirci un futuro a prova di adulto, protetti dalle lucine mal funzionanti di un albero di Natale che sapeva di resina e perdeva più aghi di un sarto distratto.
Sono romantica, oggi, anche se c'è il sole, ma aspetto il finale a sorpresa, come in quei film Natalizi in cui le temperature sono da record ma poi alla fine nevica quando le cose si sono appianate, qualche ora prima che arrivi Natale.
Ho chiesto a mamma se farà il pasticcio di pollo, negli antipasti, ha risposto che vorrà fare anche una cosa nuova che ha visto in tv. Nella voce quel "torno subito" di quando il passato bussa e tu hai voglia solo di giocare a campana a ritroso nei tuoi ricordi. E siamo noi due, in cucina, io che sfilaccio il petto di pollo, rigorosamente con le dita, perché deve essere così, lei che monta la maionese e, sconfitta, annuncia che è impazzita, mentre io mi preoccupo tantissimo, tanto da correre da mio padre a dire "non mangiare il pasticcio di pollo perché ci attacca la malattia di Gaetano". Gaetano era il nonno dei miei vicini, un signore anziano che regalava elastici come fossero gioielli, mangiava le caramelle e dava le carte ai bambini. Viveva in un mondo tutto suo, non era pericoloso e per farci essere educate con lui, la mamma aveva detto che era un po' matto, ma era pur sempre un nonno da ascoltare.
Oggi parlo d'amore, e lo faccio seduta accanto a un albero che, ogni anno, assorbe un Natale in più, che contiene ogni mio Natale, nessuno escluso, neanche quello della trappola per topi e della crosta di formaggio, neanche quello della pipì nella bacinella, quello di quando l'ho lasciato con in mano il diario dei miei silenzi e sono andata via per sempre o quello delle zeppole messe a gocciolare nella cassetta di legno rivestita dal lenzuolo. Parlo d'amore come lo so, scusate se non è all'altezza della situazione, ma guardo il mondo da un'altra prospettiva, qui, seduta sul pavimento ("e tutto il resto fuori").
Da dove.
Da che parte partire, bella domanda, dalla mia camera oggi totalmente modernizzata, quella che aveva due lettini con un comodino centrale e le due abat-jour: Cappuccetto rosso con, al posto della fragola, una lampadina rossa nel cestino che portava dalla nonna, quella di mia sorella un Moschettiere con il naso da clown che si illuminava. Quanto mi piacevano, quanto era bello osservare la luce colorata. pensieri al presente e al divano-letto, sotto l'armadio a ponte, mamma è sempre stata una donna molto attenta a sfruttare gli spazi al meglio, l'unica cosa rimasta uguale sono i tendoni e il lampadario, il resto è solo qui, nella mia mente, ingovernabile come i pensieri, i capelli e i ricordi. Ingovernabile che non sa da dove farti partire, allora scrivi, parli e pensi senza capo né coda. E senti freddo, lontana da quella stufa a legna e da tutto quel buono che non hai mai dimenticato; e ti fermi un po' di più, ché di andare via non se ne parla, quando sei a casa.
Tiro su i capelli e ci pianto un mollettone, ascolto il crepitio del ciocco di legno e penso a Pinocchio, mi scappa un sorriso e mamma mi chiede se sto sognando, sorrido di più e vorrei prenderla in braccio o farla ballare, papà dal divano sorride con gli occhi chiusi e penso che stia sognando una bambina con le trecce che scappa via inseguita da un ramarro.
Ingovernabile, come la nostalgia e i "ti ricordi Silvy…" che hanno la voce lontana lontana e colori sbiaditi delle cose passate.
Oggi sono romantica e parlo d'Amore. Di quello che tocchi, che ti ha nutrito e cresciuto. Oggi la poesia è nella faccia rugosa di mio padre che si addormenta appena si siede, nei capelli bianchi di mia madre che mi ricorda sempre di più mia nonna, la mia amata nonna che sorrideva silenziosa, anche lei, forse, con i colori sbiaditi della nostalgia, ma non mi diceva "Ti ricordi, Silvy", io l'abbracciavo e ricordavo ogni bacio e ogni mestolata presa, e restavamo così, in silenzio.
La mia nonna-mamma e io.
sono tornata a casa, da settimane, stamani ho chiesto a mamma se ha fatto l'albero di Natale e mi ha risposto che non sa dove metterlo perché ha dovuto tirare dentro le piante esterne, le ho suggerito di fare quello piccolo piccolo e ha detto che lo farà, anche se fuori ha addobbato per bene il gazebo "Così non brontoli" e il sorriso nella voce tradisce quel salto nel passato che al telefono non si vede, ma si sente. E mi sento lì, seduta sul pavimento, nella penombra del salotto ad ascoltare l'albero e le sue luci mal funzionanti. E mi sento piccola e protetta, felice e amata. E amo.
Oggi parlo d'amore perché l'odio solca le rughe peggio del tempo.
Oggi sono romantica perché qualcuno dovrebbe pur dirlo che c'è bisogno di quel romanticismo che avevamo da piccoli, quello che da seduti ci faceva vedere le cose da un'altra prospettiva, ma non lo dicevamo, perché eravamo impegnati a costruirci un futuro a prova di adulto, protetti dalle lucine mal funzionanti di un albero di Natale che sapeva di resina e perdeva più aghi di un sarto distratto.
Sono romantica, oggi, anche se c'è il sole, ma aspetto il finale a sorpresa, come in quei film Natalizi in cui le temperature sono da record ma poi alla fine nevica quando le cose si sono appianate, qualche ora prima che arrivi Natale.
Ho chiesto a mamma se farà il pasticcio di pollo, negli antipasti, ha risposto che vorrà fare anche una cosa nuova che ha visto in tv. Nella voce quel "torno subito" di quando il passato bussa e tu hai voglia solo di giocare a campana a ritroso nei tuoi ricordi. E siamo noi due, in cucina, io che sfilaccio il petto di pollo, rigorosamente con le dita, perché deve essere così, lei che monta la maionese e, sconfitta, annuncia che è impazzita, mentre io mi preoccupo tantissimo, tanto da correre da mio padre a dire "non mangiare il pasticcio di pollo perché ci attacca la malattia di Gaetano". Gaetano era il nonno dei miei vicini, un signore anziano che regalava elastici come fossero gioielli, mangiava le caramelle e dava le carte ai bambini. Viveva in un mondo tutto suo, non era pericoloso e per farci essere educate con lui, la mamma aveva detto che era un po' matto, ma era pur sempre un nonno da ascoltare.
Oggi parlo d'amore, e lo faccio seduta accanto a un albero che, ogni anno, assorbe un Natale in più, che contiene ogni mio Natale, nessuno escluso, neanche quello della trappola per topi e della crosta di formaggio, neanche quello della pipì nella bacinella, quello di quando l'ho lasciato con in mano il diario dei miei silenzi e sono andata via per sempre o quello delle zeppole messe a gocciolare nella cassetta di legno rivestita dal lenzuolo. Parlo d'amore come lo so, scusate se non è all'altezza della situazione, ma guardo il mondo da un'altra prospettiva, qui, seduta sul pavimento ("e tutto il resto fuori").
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