martedì 22 dicembre 2015
Profumo di brodo
C'era profumo di brodo, nella cucina della nonna, quando imparavo quelle poche strofe. Eravamo nel periodo Natalizio e dall'ingresso, che aveva le misure di un salottino, filtravano le luci dell'albero.
"Non ho vo… non ho voglia di tuffarmi in un focola… no, ufff. Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade… Non ho vo…"
E il brodo bolliva, nonna ascoltava, di spalle, impegnata a lavorare sul lavandino di marmo, in silenzio, quasi che sembrava non sentisse le mie indecisioni, poi arrivava la parola mancante e il suo imperativo "Ricomincia, Non ho voglia?"
"Non ho voglia nonna", e ridevo, lei un po' meno.
Il profumo di brodo sempre più intenso, le mani di nonna arrossate dall'acqua fredda che lavavano il radicchio rosso, l'insalata preferita dal più giovane dei miei zii.
"Non ho voglia di tuffarmi…"
La condensa sui vetri e il freddo esterno che spingeva per entrare ad ascoltare la mia vocina, il mio sguardo perso là fuori, tra gli altri balconi, alla ricerca delle luci natalizie. Mi piaceva guardare gli alberi addobbati nelle altre abitazioni.
Ne ricordo uno così grande che sembrava quello nelle piazze dei film inglesi. Se poi fossero stati americani o tedeschi lo ignoravo, qualsiasi cosa non fosse italiana, per me, era inglese e, quando ero ancora più piccola, anche i dialetti differenti dal mio erano inglese, ma questa è una cosa comune a molti bambini ed è anche un'altra storia.
"Qui non si sente altro che il caldo e le quattro… no, non ho voglia di tuffarmi…"
Quando ci aveva dato il compito di studiare la poesia, la maestra aveva detto qualcosa a proposito della guerra e di un signore che era tornato per passare il Natale a casa. Nel periodo delle elementari bastava niente per aver paura. I film con gli indiani e quelli di guerra erano qualcosa che guardavo distrattamente, con molta diffidenza e timore. Non capivo molto, l'unico nonno che ne parlava ogni tanto era quello paterno, perché era abbastanza vecchio da averla vissuta un po' di più, la nonna era troppo piccola per ricordare e il pensiero di un soldato che guarda le fiamme fumando, solo, il giorno di Natale, mi dava un'infinita tristezza, e paura. Ricordo di aver pensato che nessuno dovrebbe passare il Natale da solo, ricordo che avevo guardato nonna, il fiocco del grembiule sulle sue generose e rassicuranti curve, le stesse che mi avevano cullato per anni, il mio punto fermo e morbido. Avremmo passato Natale a casa della mamma, c'erano anche gli zii paterni e subito avevo chiesto di poterlo fare con la nonna, "giù". Rispetto mamma e papà, che vivevano in aperta campagna, dove abitano tutt'oggi, la casa di nonna, che era in centro paese era "giù", e giù era casa mia, per me. Mamma mi rassicurò dicendo che anche la nonna e gli zii si sarebbero uniti alla festa. Se così non fosse stato anche la nonna sarebbe rimasta sola a pensare "Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo…" e il nodo alla gola premeva, gli occhi pizzicavano. Ricordo di essermi alzata ad abbracciarla da dietro, lei che m'incitava a proseguire con la poesia, io che annusavo il profumo di brodo e quello di sapone che emanava lei.
Incredibile come si dimentichino le cose e come s'imprimano i sentimenti.
In due passi ero arrivata alla porta finestra, là fuori non c'era la guerra, era Natale. Ricordo di aver pensato anche che a Natale nessuno avrebbe dovuto fare la guerra, infatti era così. Non c'era guerra perché era Natale.
"come una cosa dimenticata…"
Mentre il mio ditino tracciava il percorso di una goccia d'acqua. Là fuori era buio e faceva freddo. Là fuori c'erano le luci di Natale di vite estranee che alla luce del giorno mi sorridevano e conoscevano il mio nome, ma la sera dimenticavo i loro volti e i loro nomi. La Signora Elsa non si chiamava più così. La signora Elsa, al buio, era Natale arancione, a causa di una lunga catena di luci di quel colore, che filtrava da grandi palle arancioni grosse come arance succose. La Ornella era Lanterna. Aveva disegnato i vetri e quello del soggiorno mostrava una bellissima lanterna. Era buio, non vedevo i suoi disegni, ma sapevo che erano tutti lì, sulle finestre di fronte al palazzo della nonna. Avevo chiesto allo zio di disegnare anche sui nostri vetri, lui era molto bravo, la nonna aveva immediatamente fatto cenno di no con la testa, fingendo di nulla quando mi voltai a guardarla, non lo chiesi più. Ero abbastanza sveglia da aver capito che alla nonna non piacevano i disegni sui vetri, come non amava la farina sull'albero. Nonna doveva essere una purista del Natale.
Intanto ero riuscita a dirla di seguito, per la prima volta. Sapevo che se l'avessi detta bene ancora due volte avrei potuto smettere e giocare un po', magari con lo zio, aspettando l'ora di cena. Poi avrei dovuto dirla a lui, dopo mangiato, giusto per testare la mia memoria.
Mentre il dito tracciava i contorni di una candela, il rumore delle chiavi nella toppa e la voce dello zio.
La gioia nel cuore e la consapevolezza che mancava ancora una volta per poter mettere via il quaderno.
Una sera come altre, a un passo dalle vacanze. L'indomani avrei dovuto recitare la poesia a Suor Gisella, la mia giovane e cattivissima maestra. Era tornata dall'ospedale e ancora piangevo per la supplente, una ragazza che mi aveva azzittito e sussurrato di non dirlo a nessuno e non dirlo più, quando, con gli occhi lucidi le dissi "tanto sta male sempre, ci vediamo presto, vero?" Suor Gisella era titolare di una cattedra che non le apparteneva. Era molto giovane, lei e io avevamo qualcosa in comune, quel primo giorno di scuola, Per entrambe era la prima volta, solo che io ero in vantaggio. Sapevo leggere e scrivere, lei non aveva ancora mai insegnato. Non mi aveva perdonato questo.
"Ora metti il quaderno in cartella, dopo la ripeti due volte ancora, è tornata Suor Gisella, e sai che se solitamente vali dieci, con lei devi valere dieci e lode." A casa sapevano tutti della mia disavventura con Suor Gisella, solo che nessuno mi dava ragione, anzi, avevo imparato a non lamentarmi più di tanto, giusto per non prendere un castigo extra. La mia è stata un'infanzia sana, mamma e papà vigilavano, ma gli adulti non dovevano essere contraddetti da una bambina.
Quella sera avevo chiesto alla nonna di potermi sedere per terra nell'ingresso a parlare un po' con il suo albero, non aveva la stessa voce di quello a casa dei miei, ma anche questo si faceva sentire forte e chiaro. Proprio qui.
Dalla nonna non c'erano i termosifoni, c'era una "moderna" stufa a gas che faceva un rumore rassicurante. La fiamma estesa su tre file orizzontali e il pavimento tiepido proprio nel cantuccio di fronte all'albero. Aspettavo che lo zio mi facesse spaventare, aspettavo che mi raccontasse la storia del Gigante egoista "Qui non si sente altro che il caldo buono."
E l'ora di cena mi aveva trovata così: a pancia in giù e gambe per aria.
"Così non ti sente nessuno, a chi borbotti, si può sapere?"
Ma quella mattina avevo il nodo in gola. Nessuno doveva restare solo a Natale, ma non avevo voglia di far vedere a tutta la classe che gli occhi pizzicavano. La voce tremava e Suor Gisella lo sentiva. Ci fosse stata la signorina Adriana mi avrebbe abbracciata, e forse sarei scoppiata a piangere. Tanto si sarebbe ammalata di nuovo e avrei rivisto presto la mia supplente. Mi dissi ancora che non avrei dovuto avere paura della guerra. A Natale non poteva scoppiare, mi schiarii la voce e ricominciai. Forte e chiara.
"Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade
ho tanta
stanchezza
sulle spalle
Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
Qui
non si sente
altro
che il caldo buono
Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare"
(Natale, G. Ungaretti)
E sul suono dell'ultima parola guardai la mia maestra dritto negli occhi. Ero già in vacanza.
mercoledì 9 dicembre 2015
Ti ricordi
Il tempo di riordinare le idee per partire da qualche parte, ma le mie idee sono come quei capelli ribelli, quelli che più li pettini più si scompigliano, ingovernabili. Allora chiudo gli occhi e penso se prima l'aria e il suo odore, il colore del cielo o la stradina, oggi asfaltata, che conduce al cancello. Se dal comignolo fumante, dalla pianta dei cachi, spoglia e arancione. se dalla luce accesa nella cantinetta, dalla faccia assonnata e rugosa di mio padre che abbozza un sorriso, dal profumo di lana vecchia e di pelle pulita di mamma, di cibo e di detersivi.
Da dove.
Da che parte partire, bella domanda, dalla mia camera oggi totalmente modernizzata, quella che aveva due lettini con un comodino centrale e le due abat-jour: Cappuccetto rosso con, al posto della fragola, una lampadina rossa nel cestino che portava dalla nonna, quella di mia sorella un Moschettiere con il naso da clown che si illuminava. Quanto mi piacevano, quanto era bello osservare la luce colorata. pensieri al presente e al divano-letto, sotto l'armadio a ponte, mamma è sempre stata una donna molto attenta a sfruttare gli spazi al meglio, l'unica cosa rimasta uguale sono i tendoni e il lampadario, il resto è solo qui, nella mia mente, ingovernabile come i pensieri, i capelli e i ricordi. Ingovernabile che non sa da dove farti partire, allora scrivi, parli e pensi senza capo né coda. E senti freddo, lontana da quella stufa a legna e da tutto quel buono che non hai mai dimenticato; e ti fermi un po' di più, ché di andare via non se ne parla, quando sei a casa.
Tiro su i capelli e ci pianto un mollettone, ascolto il crepitio del ciocco di legno e penso a Pinocchio, mi scappa un sorriso e mamma mi chiede se sto sognando, sorrido di più e vorrei prenderla in braccio o farla ballare, papà dal divano sorride con gli occhi chiusi e penso che stia sognando una bambina con le trecce che scappa via inseguita da un ramarro.
Ingovernabile, come la nostalgia e i "ti ricordi Silvy…" che hanno la voce lontana lontana e colori sbiaditi delle cose passate.
Oggi sono romantica e parlo d'Amore. Di quello che tocchi, che ti ha nutrito e cresciuto. Oggi la poesia è nella faccia rugosa di mio padre che si addormenta appena si siede, nei capelli bianchi di mia madre che mi ricorda sempre di più mia nonna, la mia amata nonna che sorrideva silenziosa, anche lei, forse, con i colori sbiaditi della nostalgia, ma non mi diceva "Ti ricordi, Silvy", io l'abbracciavo e ricordavo ogni bacio e ogni mestolata presa, e restavamo così, in silenzio.
La mia nonna-mamma e io.
sono tornata a casa, da settimane, stamani ho chiesto a mamma se ha fatto l'albero di Natale e mi ha risposto che non sa dove metterlo perché ha dovuto tirare dentro le piante esterne, le ho suggerito di fare quello piccolo piccolo e ha detto che lo farà, anche se fuori ha addobbato per bene il gazebo "Così non brontoli" e il sorriso nella voce tradisce quel salto nel passato che al telefono non si vede, ma si sente. E mi sento lì, seduta sul pavimento, nella penombra del salotto ad ascoltare l'albero e le sue luci mal funzionanti. E mi sento piccola e protetta, felice e amata. E amo.
Oggi parlo d'amore perché l'odio solca le rughe peggio del tempo.
Oggi sono romantica perché qualcuno dovrebbe pur dirlo che c'è bisogno di quel romanticismo che avevamo da piccoli, quello che da seduti ci faceva vedere le cose da un'altra prospettiva, ma non lo dicevamo, perché eravamo impegnati a costruirci un futuro a prova di adulto, protetti dalle lucine mal funzionanti di un albero di Natale che sapeva di resina e perdeva più aghi di un sarto distratto.
Sono romantica, oggi, anche se c'è il sole, ma aspetto il finale a sorpresa, come in quei film Natalizi in cui le temperature sono da record ma poi alla fine nevica quando le cose si sono appianate, qualche ora prima che arrivi Natale.
Ho chiesto a mamma se farà il pasticcio di pollo, negli antipasti, ha risposto che vorrà fare anche una cosa nuova che ha visto in tv. Nella voce quel "torno subito" di quando il passato bussa e tu hai voglia solo di giocare a campana a ritroso nei tuoi ricordi. E siamo noi due, in cucina, io che sfilaccio il petto di pollo, rigorosamente con le dita, perché deve essere così, lei che monta la maionese e, sconfitta, annuncia che è impazzita, mentre io mi preoccupo tantissimo, tanto da correre da mio padre a dire "non mangiare il pasticcio di pollo perché ci attacca la malattia di Gaetano". Gaetano era il nonno dei miei vicini, un signore anziano che regalava elastici come fossero gioielli, mangiava le caramelle e dava le carte ai bambini. Viveva in un mondo tutto suo, non era pericoloso e per farci essere educate con lui, la mamma aveva detto che era un po' matto, ma era pur sempre un nonno da ascoltare.
Oggi parlo d'amore, e lo faccio seduta accanto a un albero che, ogni anno, assorbe un Natale in più, che contiene ogni mio Natale, nessuno escluso, neanche quello della trappola per topi e della crosta di formaggio, neanche quello della pipì nella bacinella, quello di quando l'ho lasciato con in mano il diario dei miei silenzi e sono andata via per sempre o quello delle zeppole messe a gocciolare nella cassetta di legno rivestita dal lenzuolo. Parlo d'amore come lo so, scusate se non è all'altezza della situazione, ma guardo il mondo da un'altra prospettiva, qui, seduta sul pavimento ("e tutto il resto fuori").
Da dove.
Da che parte partire, bella domanda, dalla mia camera oggi totalmente modernizzata, quella che aveva due lettini con un comodino centrale e le due abat-jour: Cappuccetto rosso con, al posto della fragola, una lampadina rossa nel cestino che portava dalla nonna, quella di mia sorella un Moschettiere con il naso da clown che si illuminava. Quanto mi piacevano, quanto era bello osservare la luce colorata. pensieri al presente e al divano-letto, sotto l'armadio a ponte, mamma è sempre stata una donna molto attenta a sfruttare gli spazi al meglio, l'unica cosa rimasta uguale sono i tendoni e il lampadario, il resto è solo qui, nella mia mente, ingovernabile come i pensieri, i capelli e i ricordi. Ingovernabile che non sa da dove farti partire, allora scrivi, parli e pensi senza capo né coda. E senti freddo, lontana da quella stufa a legna e da tutto quel buono che non hai mai dimenticato; e ti fermi un po' di più, ché di andare via non se ne parla, quando sei a casa.
Tiro su i capelli e ci pianto un mollettone, ascolto il crepitio del ciocco di legno e penso a Pinocchio, mi scappa un sorriso e mamma mi chiede se sto sognando, sorrido di più e vorrei prenderla in braccio o farla ballare, papà dal divano sorride con gli occhi chiusi e penso che stia sognando una bambina con le trecce che scappa via inseguita da un ramarro.
Ingovernabile, come la nostalgia e i "ti ricordi Silvy…" che hanno la voce lontana lontana e colori sbiaditi delle cose passate.
Oggi sono romantica e parlo d'Amore. Di quello che tocchi, che ti ha nutrito e cresciuto. Oggi la poesia è nella faccia rugosa di mio padre che si addormenta appena si siede, nei capelli bianchi di mia madre che mi ricorda sempre di più mia nonna, la mia amata nonna che sorrideva silenziosa, anche lei, forse, con i colori sbiaditi della nostalgia, ma non mi diceva "Ti ricordi, Silvy", io l'abbracciavo e ricordavo ogni bacio e ogni mestolata presa, e restavamo così, in silenzio.
La mia nonna-mamma e io.
sono tornata a casa, da settimane, stamani ho chiesto a mamma se ha fatto l'albero di Natale e mi ha risposto che non sa dove metterlo perché ha dovuto tirare dentro le piante esterne, le ho suggerito di fare quello piccolo piccolo e ha detto che lo farà, anche se fuori ha addobbato per bene il gazebo "Così non brontoli" e il sorriso nella voce tradisce quel salto nel passato che al telefono non si vede, ma si sente. E mi sento lì, seduta sul pavimento, nella penombra del salotto ad ascoltare l'albero e le sue luci mal funzionanti. E mi sento piccola e protetta, felice e amata. E amo.
Oggi parlo d'amore perché l'odio solca le rughe peggio del tempo.
Oggi sono romantica perché qualcuno dovrebbe pur dirlo che c'è bisogno di quel romanticismo che avevamo da piccoli, quello che da seduti ci faceva vedere le cose da un'altra prospettiva, ma non lo dicevamo, perché eravamo impegnati a costruirci un futuro a prova di adulto, protetti dalle lucine mal funzionanti di un albero di Natale che sapeva di resina e perdeva più aghi di un sarto distratto.
Sono romantica, oggi, anche se c'è il sole, ma aspetto il finale a sorpresa, come in quei film Natalizi in cui le temperature sono da record ma poi alla fine nevica quando le cose si sono appianate, qualche ora prima che arrivi Natale.
Ho chiesto a mamma se farà il pasticcio di pollo, negli antipasti, ha risposto che vorrà fare anche una cosa nuova che ha visto in tv. Nella voce quel "torno subito" di quando il passato bussa e tu hai voglia solo di giocare a campana a ritroso nei tuoi ricordi. E siamo noi due, in cucina, io che sfilaccio il petto di pollo, rigorosamente con le dita, perché deve essere così, lei che monta la maionese e, sconfitta, annuncia che è impazzita, mentre io mi preoccupo tantissimo, tanto da correre da mio padre a dire "non mangiare il pasticcio di pollo perché ci attacca la malattia di Gaetano". Gaetano era il nonno dei miei vicini, un signore anziano che regalava elastici come fossero gioielli, mangiava le caramelle e dava le carte ai bambini. Viveva in un mondo tutto suo, non era pericoloso e per farci essere educate con lui, la mamma aveva detto che era un po' matto, ma era pur sempre un nonno da ascoltare.
Oggi parlo d'amore, e lo faccio seduta accanto a un albero che, ogni anno, assorbe un Natale in più, che contiene ogni mio Natale, nessuno escluso, neanche quello della trappola per topi e della crosta di formaggio, neanche quello della pipì nella bacinella, quello di quando l'ho lasciato con in mano il diario dei miei silenzi e sono andata via per sempre o quello delle zeppole messe a gocciolare nella cassetta di legno rivestita dal lenzuolo. Parlo d'amore come lo so, scusate se non è all'altezza della situazione, ma guardo il mondo da un'altra prospettiva, qui, seduta sul pavimento ("e tutto il resto fuori").
martedì 27 ottobre 2015
Così
Oggi mi sento così.
Come foglia che si lascia cadere dal ramo e, a poco da terra, spera nel vento.
Stanca e segnata, perché la mia insonnia è cambiata, ora mi fa addormentare, non come prima, poi però mi sveglia e si accoccola sulle mie gambe, come un gatto che fa le fusa. Accarezzo la mia insonnia mentre il cielo cambia colore e il giorno schiarisce.
Con l'autunno negli occhi e l'inverno sulla pelle, sperando arrivi quello vero, quello della stradina sterrata con le foglie marcite e i rami secchi che mi volevano ghermire.
Una pagina bianca tutta da inventare, ma è oggi; io: parole che cercano una pagina senza segni su cui dormire. Senza insonnia, senza gatto.
Così.
Romantica, nostalgica, bastarda e anche un po' puttana. Ché non esiste nostalgia che non batta per sfamare la pancia vuota del presente.
Di quando hai tutto e non sai cosa ti manchi, però sai che non c'è.
In bilico tra prendimi in braccio e mettimi subito giù.
Tra stringimi e lasciami andare.
Tra oggi e così.
Tra.
Oggi mi sento così.
E metti giù quel come, hai dimenticato quando da piccoli si diceva solo così, e un bambino vede così bene che dimentica il come.
Così.
Un gambero. Perche non tutti i giorni sono uguali e il tempo non corre sempre in avanti.
Il mio tempo è ribelle, per esempio, e spesso scappa via facendomi tornare sui miei passi, allora cammino controvento e con i capelli appiccicati alla faccia. Fatico, mentre l'aria mi spinge verso l'ignoto e tengo stretta la gola in un turbinio di foglie secche e parole senza pagine bianche né sporche.
Percorro i miei passi sperando di non incontrarmi, mentre gli occhi si bagnano come una donna pronta, mentre il vento punge e porta via.
Percorro i miei passi a fatica, parodia di una moviola. Incrocio un sovrano che cammina in senso di marcia contrario al mio. Fiducioso del futuro.
Percorro il mio ieri, con gli occhi chiusi e le narici allertate. Percorro il bosco e mi scappa la pipì ma non voglio farla perché ci sono due bambini con me e mamma insiste affinché vada dietro quel castagno, e i brividi mi percorrono le braccia, Marco mi chiede se ho freddo e dico di sì. Mentre stringo le gambe forte, mentre il calore del mese di luglio mi inumidisce la fronte e Marco si meraviglia.
Percorro ieri, come il calore lungo le gambe. Percorro e stringo gli occhi, le gambe e i pugni. Marco ride, Stefano anche e mamma è arrabbiata perché non sono andata a fare pipì dietro quel castagno. Come se fosse facile a sette anni fare pipì con due coetanei a pochi alberi da te.
Percorro ieri e mi stacco una foglia dalle labbra, ascolto parole di bambina e di ragazza. Pensieri astratti.
C'era un sovrano.
Oggi si sente così.
Falla là.
Percorro la mia vita, perché oggi è autunno e il vento mi sta inghiottendo, insieme alle foglie, insieme alle parole che avevo dimenticato e che mi riporta, come un cagnolino fedele che ha voglia di giocare.
Guarda l'onda.
Attenta a non bere.
Baciami.
Dietro quell'albero.
Dietro lo scoglio,
Il sovrano buono perdona.
Perdòno.
Quello giusto lo fa senza rivelare il peccato della serva.
Percorro il mio ieri e sono arrivata.
Così, con una foglia tra i capelli, il vento negli occhi e il vestito stropicciato.
Così.
Nel vortice.
Come foglia che si lascia cadere dal ramo e, a poco da terra, spera nel vento.
Stanca e segnata, perché la mia insonnia è cambiata, ora mi fa addormentare, non come prima, poi però mi sveglia e si accoccola sulle mie gambe, come un gatto che fa le fusa. Accarezzo la mia insonnia mentre il cielo cambia colore e il giorno schiarisce.
Con l'autunno negli occhi e l'inverno sulla pelle, sperando arrivi quello vero, quello della stradina sterrata con le foglie marcite e i rami secchi che mi volevano ghermire.
Una pagina bianca tutta da inventare, ma è oggi; io: parole che cercano una pagina senza segni su cui dormire. Senza insonnia, senza gatto.
Così.
Romantica, nostalgica, bastarda e anche un po' puttana. Ché non esiste nostalgia che non batta per sfamare la pancia vuota del presente.
Di quando hai tutto e non sai cosa ti manchi, però sai che non c'è.
In bilico tra prendimi in braccio e mettimi subito giù.
Tra stringimi e lasciami andare.
Tra oggi e così.
Tra.
Oggi mi sento così.
E metti giù quel come, hai dimenticato quando da piccoli si diceva solo così, e un bambino vede così bene che dimentica il come.
Così.
Un gambero. Perche non tutti i giorni sono uguali e il tempo non corre sempre in avanti.
Il mio tempo è ribelle, per esempio, e spesso scappa via facendomi tornare sui miei passi, allora cammino controvento e con i capelli appiccicati alla faccia. Fatico, mentre l'aria mi spinge verso l'ignoto e tengo stretta la gola in un turbinio di foglie secche e parole senza pagine bianche né sporche.
Percorro i miei passi sperando di non incontrarmi, mentre gli occhi si bagnano come una donna pronta, mentre il vento punge e porta via.
Percorro i miei passi a fatica, parodia di una moviola. Incrocio un sovrano che cammina in senso di marcia contrario al mio. Fiducioso del futuro.
Percorro il mio ieri, con gli occhi chiusi e le narici allertate. Percorro il bosco e mi scappa la pipì ma non voglio farla perché ci sono due bambini con me e mamma insiste affinché vada dietro quel castagno, e i brividi mi percorrono le braccia, Marco mi chiede se ho freddo e dico di sì. Mentre stringo le gambe forte, mentre il calore del mese di luglio mi inumidisce la fronte e Marco si meraviglia.
Percorro ieri, come il calore lungo le gambe. Percorro e stringo gli occhi, le gambe e i pugni. Marco ride, Stefano anche e mamma è arrabbiata perché non sono andata a fare pipì dietro quel castagno. Come se fosse facile a sette anni fare pipì con due coetanei a pochi alberi da te.
Percorro ieri e mi stacco una foglia dalle labbra, ascolto parole di bambina e di ragazza. Pensieri astratti.
C'era un sovrano.
Oggi si sente così.
Falla là.
Percorro la mia vita, perché oggi è autunno e il vento mi sta inghiottendo, insieme alle foglie, insieme alle parole che avevo dimenticato e che mi riporta, come un cagnolino fedele che ha voglia di giocare.
Guarda l'onda.
Attenta a non bere.
Baciami.
Dietro quell'albero.
Dietro lo scoglio,
Il sovrano buono perdona.
Perdòno.
Quello giusto lo fa senza rivelare il peccato della serva.
Percorro il mio ieri e sono arrivata.
Così, con una foglia tra i capelli, il vento negli occhi e il vestito stropicciato.
Così.
Nel vortice.
venerdì 28 agosto 2015
Ma che bella giornata!
"Però noi siam sicuri che prima di domani la tua giornata nera vedrai che cambierà"
Canto, nella penombra della stanza; il sedere sulla poltrona, le gambe sulla sedia di fronte a me, spalle leggermente incassate, e poi mi lamento della tensione al collo, mac sulle ginocchia, telefono cordless alla mia destra, così se suona posso vedere il display illuminarsi, iphone tra chiappa sinistra e cuscino, così se vibra lo sento, mentre ascolto la musica e canto, ridacchiando, perché certe giornate le neutralizzi con una risata sufficientemente sarcastica; canto e riavvolgo il nastro, perché questa lunga giornata ha avuto inizio cadendomi tra capo e notte.
Ore 3.15: mi sveglia un fastidiosissimo "beeep beeep beeep" tanto che il Dr House mi saluta e si allontana dal mio sogno per lasciarmi sul
più bello di una litigata e sono qui, nella penombra della camera che realizzo di avere
ancora la finestra aperta.
L'aria è fresca, strano, l'anticiclone nordafricano usa i guanti di seta a questo giro. Non sto sognando, sono sveglia eppure sento ancora le macchine della terapia intensiva e i loro Beep Beeep Beeep. Del Dr. House neanche il camice, in compenso la retro del camion della spazzatura è stata ingranata e se scrollano ancora un po' quei cassonetti scendo a dirgliene quattro, qui c'è gente che si sveglia!
Sveglia.
Una parola che potrei analizzare in ogni sua accezione, sono laureata in sveglia di tutti i tipi, specializzazione in sveglia per un po', " e se non dormo?" penso.
Il dente bruciacchia,
"per fortuna ieri sera ho preso un oki, il mal di denti non mi frega, ho chiamato ieri la dentista per spostare l'appuntamento del due al nove, tanto era solo un controllo, non ho male, non ho niente, un mese fa ho fatto la pulizia, tolto il dente del giudizio, è solo un controllo, ", penso, e porca
zozza devo dormire, no pensare!
Mi giro dall'altra parte, mi fa male la spalla, devo chiudere la finestra, maledetto lampione, neanche la luna piena fa tutta quella luce, ora la stanza è semi buia, mi giro sulla spalla sana e, non so come, però mi addormento. Un sonno leggero, senza sogni, senza Dr House, senza ex, senza formiche che escono dai muri, senza mamma in camicia da notte al supermercato, senza aver fatto la pipì e quando si bevono più di due litri e mezzo di acqua non ci si può addormentare senza aver fatto pipì a metà nottata.
Mi sveglio che c'è ancora penombra. Devo fare pipì, guardo la sveglia, sono le 5. Il dente
martella ma è sopportabile, l'ho fregato, passo davanti allo specchio e mi
guardo, distratta. Capelli per aria, borse sotto gli occhi, anche un po' di
occhiaie in anticipo di tredici giorni. Il colore giallo pallido della lampadina mi dona, dà alla mia abbronzatura quell'innaturale tonalità ittero-estiva che si abbina così bene alla mandibola da Robert Redford che non ho mai avuto. Mi ha fregata. I denti lo sanno quando canti vittoria e prendi sottogamba l'appuntamento dal dentista, i denti sanno ancora di più quando posticipi un appuntamento e s'indispettiscono Alle 5.07 di questa mattina facevo le smorfie allo specchio, tirando sù i capelli e gonfiando la gota dalla parte sana per vedere l'effetto guanciotte da Arnold.
Tornata a letto sono rimasta sveglia fino alle 7, orario in cui ho preso un antibiotico. Tutti dovremmo avere una scorta di antibiotici nel cassetto, vicino agli slip, sotto i sogni.
La mattinata prosegue con la mia versione zombie che, in questi casi, definisco iperattiva, per ingannare il resto del mondo, soprattutto me stessa, "non ho sonno, io." mi ripeto, e mentre spolvero il comodino mi stanco un po' di più, mi siedo e chiamo mia madre, lei sa sempre come farmi riprendere le forze, lei sa come farmi sorridere, mentre mi domanda cosa preferisco sabato, se la carne o le polpette e opto per la focaccia, alla fine salta fuori la pasta fatta in casa al pomodoro fresco e basilico, focaccia e birra. Lei sì che sa come svegliarmi, poi butta lì che papà non sta benissimo da due giorni e va dal dottore a farsi visitare la pancia. La ruga verticale in mezzo alla fronte si affaccia e sdrammatizzo con una battuta, un vizio del cazzo che ho preso dalle conversazioni tra me e me. Penso che definire pancia il quartiere che ha mio padre in zona addominale sia come chiamare "cucciolo" Godzilla, lo dico, lei ribatte che a dieta non ci sta e penso che l'aggettivo più calzante per la vecchiaia sia "egoista" e papà sta invecchiando, ma non lo dico. Penso al medico dei miei genitori, un tempo è stato anche il mio, per poco, azzardo che sicuramente lo manderà a rifare un'altra colonscopia, tac ed esami su esami. Specialista o pronto soccorso, lui è fatto così, ha paura di curare, ma è bravo a farti girare.
Chiudo la telefonata, sposto l'appuntamento di sabato dalla parrucchiera, lo sposto a domani, perché così sabato mattina preparo un dolce da portare dai miei per sabato sera. Sbadiglio, ho bisogno di sentirti e raccontarti tutto quello che succede e ci sei, sorrido e penso che nel pomeriggio un sonnellino ci stia alla grande, magari dopo aver lessato il polpo, suona il telefono ed è mia sorella che mi dice di stare tranquilla perché non è successo niente. È il nostro codice per comunicarci gli intoppi di mamma e papà senza andare subito in apnea "papà va in pronto soccorso, aveva male durante la visita, ora si preparano con calma e ci vanno. Sentili anche tu."
Non ricordo bene le sequenze, sono passate tante ore e sono ancora sveglia. Alle 23.34 posso anche sbagliare qualche coniugazione e sticazzi. Il giro dell'orologio è meglio delle vasche in via venti.
Dico a mamma di prendere un taxi, lei mi dice di non preoccuparmi, cambio di programma: preparo il polpo ma non posso dormire, perché se mi chiamano e non sento il telefono è un casino. Mia sorella ha ospiti e mi chiede di aggiornarla, lei non potrà rispondermi, ma legge ed è preoccupata. Io cerco di sollevarle il morale ma lei non risponde già più.
Però legge.
Dopo circa due ore provo a chiamare mio papà e dopo un sacco di squilli risponde, con la sua flemma e confusione, mi dice di essere alla fermata della metro e penso perché cacchio non abbiano preso un taxi, lo dico e mi mordo il labbro, lui taglia corto perché è arrivata la metro, mi chiamerà lui e io penso che non lo farà perché ho cambiato numero fisso e lui conosce a memoria quello vecchio, ma non lo dico, resterò sveglia e tra un'oretta richiamo "ma che bella giornata".
Dopo due ore sento mia mamma e so che stanno facendo una tac d'urgenza e penso che mamma e io ci siamo passate un brivido. Da una schiena all'altra. Le faccio coraggio, lei lo fa a me, alza la voce di un tono, come quando vuole farsi sentire da papà, solo che lui è a fare la tac e non la sente, forse vuole dare coraggio a tutti i pazienti del pronto soccorso, ripete che non l'hanno fatta entrare e che se fosse stato grave l'avrebbero chiamata, lo ha detto molte volte, io non l'ho mai azzittita, neanche quando ha iniziato a dare contro mio padre dicendo che non ha chiesto niente, neanche a quanto aveva la pressione. Ha bisogno di prendersela con qualcuno e sono tentata di farla arrabbiare un po', mi sarei offerta volontaria, ma sono stanca e rischierei di attaccare, sul più bello. Lascio perdere, però le dico di abbassare la voce e lei sussurra "speriamo non ci sia niente".
Se non vi dispiace passo alla versione breve perché ho nausea dal sonno, non rileggo, dico solo che mio padre non ha nulla di grave, vengo a saperlo mentre ceno, deve fare una cura antibiotica e lo ricoverano. Chiedo a mamma se non sia il caso di andare da loro e lei prende la situazione in mano, come sempre, nonostante i suoi guai di salute. Dice che non è niente e che meglio dell'ospedale nessuno.
Salta il weekend insieme, "lei deve essere libera muoversi", le dico di prendere un taxi per andare a casa e lei dice di non preoccuparmi.
Le ricordo che domattina deve prendere il cortisone e che non può saltarla, ribadisce che lo sa, di non preoccuparmi.
Ore 22.22. Quattro cigni sul lago, mentre la luna… mioddio straparlo, ma quando vedevo le 22:22 sulla sveglia digitale pensavo sempre ai cigni. Papà è di sopra, non in camera, in una stanza, su una barella e mamma resta con lui. Domattina alle 8 la mandano via e passerà la notte su una sedia, a guardare il suo uomo dormire. Mi sono arrabbiata, mi sono commossa, mi sono sentita inutile. Ho augurato loro la buonanotte e ora penso che sia giunto il momento di alzare il dito medio a questa giornata. Sette minuti e sarà domani, ma che bella giornata.
mercoledì 29 luglio 2015
Di sole e dintorni
A piedi scalzi sul balcone per sentire il sole sotto i piedi, come quando ho scoperto che il sole non è giallo. Ero scalza anche quella volta, scalza da sempre, intenta a smascherare il sole.
Sole che scalda e ruba le sembianze di tutto ciò che tocca.
Cielo azzurro e rami vestiti di verde brillante, il sole della mia infanzia, ambrato sulla pelle e liquido sul ghiacciolo al limone che mi moriva lentamente tra le dita.
Poche lire impiastricciate.
Sole inflazionato.
Malato e pallido sul cemento di città, tra cielo bianco e lunghe strade deserte. Infuocate, vive.
Sole vestito di noia.
Con l'azzurro cielo da nuotarci dentro, sole che penetra l'acqua del mare e si nasconde lì, tra le gambe, quando la pelle delle dita è raggrinzita sufficientemente e puoi uscire per farti accarezzare i capelli bagnati.
Sole di baci salati e abiti larghi troppo smorfiosi per giocare con i raggi, quando di aria non sono mai sazi. Quando di vento vogliono ancora impazzire.
Sole che veste e spoglia le stagioni, sole che non dorme mai e ritorna.
Sole che ti abbassa lo sguardo se lo fissi, sole vagabondo che salta sulla prima nuvola per diventare fortuna e colori.
Sole avvizzito, sui segni del tempo. Sole baldracca e sole composto. Sole che bacia i belli e secca le merde, sole maleducato che lo pensa e non lo dice.
Sòle sbagliato che non tinge né scalda, ma parla, parla e ancora.
Estate da sole africano, quello che lascia parlare di sé e porta allarmismo tra un raggio e l'altro.
Sole che si deve bere, mentre accarezza le fontane di ogni città, da nord a sud, sole che batte le spiagge e se ne sbatte di quali.
Portofino o Palermo, il sole non è di parte, è superiore.
Sole sulle gambe, immobili e pigre, sole che non scaccia le mosche e sorrido.
Sole che mi fai il solletico.
Sole che storce il naso, se lo fai anche tu; sole che del tuo pallore ne fa efelidi da unire al chiaro del primo saluto del mattino.
Sole che spia, tra le tapparelle "chiuse lente" e la polvere che segue la sua spada di luce.
Sole invincibile.
Sole sul cipiglio delle brutte facce che ostentano pezzi di carne, per distrarre, sole su corpi sfatti e sorrisi imbarazzati, sole che non risparmia pregi e imperfezioni e se ne frega, sole che illumina la cattiveria travestita da insicurezza.
Sole materno, sui castelli di sabbia dell'infanzia.
Sole che d'estate infierisce; sole che d'inverno bacia là dove il ghiaccio brucia sulla pelle arrossata delle mani.
Sole, che è così Estate da slogan, mentre lecca il tuo gelato, mentre sei troppo lenta e vi scambiate un bacio.
Sole; che solo un po' mi somiglia, ma io mi eclisso meglio.
Sole che scalda e ruba le sembianze di tutto ciò che tocca.
Cielo azzurro e rami vestiti di verde brillante, il sole della mia infanzia, ambrato sulla pelle e liquido sul ghiacciolo al limone che mi moriva lentamente tra le dita.
Poche lire impiastricciate.
Sole inflazionato.
Malato e pallido sul cemento di città, tra cielo bianco e lunghe strade deserte. Infuocate, vive.
Sole vestito di noia.
Con l'azzurro cielo da nuotarci dentro, sole che penetra l'acqua del mare e si nasconde lì, tra le gambe, quando la pelle delle dita è raggrinzita sufficientemente e puoi uscire per farti accarezzare i capelli bagnati.
Sole di baci salati e abiti larghi troppo smorfiosi per giocare con i raggi, quando di aria non sono mai sazi. Quando di vento vogliono ancora impazzire.
Sole che veste e spoglia le stagioni, sole che non dorme mai e ritorna.
Sole che ti abbassa lo sguardo se lo fissi, sole vagabondo che salta sulla prima nuvola per diventare fortuna e colori.
Sole avvizzito, sui segni del tempo. Sole baldracca e sole composto. Sole che bacia i belli e secca le merde, sole maleducato che lo pensa e non lo dice.
Sòle sbagliato che non tinge né scalda, ma parla, parla e ancora.
Estate da sole africano, quello che lascia parlare di sé e porta allarmismo tra un raggio e l'altro.
Sole che si deve bere, mentre accarezza le fontane di ogni città, da nord a sud, sole che batte le spiagge e se ne sbatte di quali.
Portofino o Palermo, il sole non è di parte, è superiore.
Sole sulle gambe, immobili e pigre, sole che non scaccia le mosche e sorrido.
Sole che mi fai il solletico.
Sole che storce il naso, se lo fai anche tu; sole che del tuo pallore ne fa efelidi da unire al chiaro del primo saluto del mattino.
Sole che spia, tra le tapparelle "chiuse lente" e la polvere che segue la sua spada di luce.
Sole invincibile.
Sole sul cipiglio delle brutte facce che ostentano pezzi di carne, per distrarre, sole su corpi sfatti e sorrisi imbarazzati, sole che non risparmia pregi e imperfezioni e se ne frega, sole che illumina la cattiveria travestita da insicurezza.
Sole materno, sui castelli di sabbia dell'infanzia.
Sole che d'estate infierisce; sole che d'inverno bacia là dove il ghiaccio brucia sulla pelle arrossata delle mani.
Sole, che è così Estate da slogan, mentre lecca il tuo gelato, mentre sei troppo lenta e vi scambiate un bacio.
Sole; che solo un po' mi somiglia, ma io mi eclisso meglio.
giovedì 14 maggio 2015
Festa della mamma
Oggi è la Festa della mamma, perché no? Lo era l'otto, il dieci e ogni volta che mia madre si preoccupa per me.
Oggi è la festa della mamma, che con il passare degli anni mostra ogni sua fragilità ed è la festa della mamma, oggi più che mai, ogni volta che mi preoccupo per lei.
Io che non sono madre ma se c'è una cosa che so fare bene è la figlia. Figlia con tutto il pacchetto di sano egoismo che solo i figli che si preoccupano quando sono adulti e i genitori anziani, sanno dare. Una festa della mamma con la telefonata e la lontananza, quella densa, quella che ti si ferma in gola e ti fa stringere il vuoto dell'aria nei pugni. Una festa della mamma, con tutti i "come va oggi?" e le risposte finte del caso, perché essendo la festa della mamma i figli non si devono preoccupare.
Festa della mamma con papà che è fragile per la sua età ma che lo era anche vent'anni fa, perché la mamma è sempre stata la Bersagliera in casa. La più giovane e la più forte. Un metro e cinquantacinque di testardaggine e saggezza, anche quando era troppo piccola per sposarsi, anche quando tutti le dicevano "guarda che poi non è che puoi stufarti perché tu sei tanto più giovane e lui invecchierà sempre di più", festa della mamma perché lei è andata in culo a tutti invecchiando precocemente, per allentare la differenza di età.
Festa della mamma perché mamma sembra una coetanea di papà o, forse, sembra lei la più grande. Si ammala mamma e noi non siamo abituati a sentirla lamentare, ma è fragile, ha paura di stare male perché lei è l'unica che conosce papà e sa come si cura e quali sono i suoi sintomi quando lui sta male, allora non lo dice di avere paura di non rimettersi in piedi, e la paura si è nascosta dietro quel leggero tremito del suo "oggi meglio".
La festa della mamma è oggi perché mamma sta male da qualche mese e papà non riesce a curarla perché si è messo a letto anche lui, festa della mamma che non vuole le figlie vicino perché qui è tutto sotto controllo e se vi faccio correre adesso, quando saremo vecchiettini sarete già stanche, e ci vuole illudere ancora sul fatto che i genitori siano eterni, ma non è mai la festa della figlia che ha voglia di esserci senza dover litigare, per rendersi conto, per non sentire più quella morsa di paura alla bocca dello stomaco. Perché ne abbiamo più bisogno di loro, perché i figli sono egoisti a volte.
Oggi è la festa della mamma, un giorno qualsiasi della mia di mamma, ma il dieci le ho trovato l'ortensia blu, come quelle di nonna, come quelle di quando ero piccola che non tengono il colore perché il terreno è diverso, e rivedo le sue dita sempre più impacciate e le mani irrigidite a fare pendant con il resto dei muscoli, stanchi e affaticati.
È la festa della mamma, oggi, sì. Della mia, che non ha la pazienza di curarsi perché una pastiglia dovrebbe aver fatto il miracolo, dopo anni di visite e cure posticipate perché per mia mamma è un lusso ammalarsi, quando sono troppe le cose da fare.
Oggi è la festa della mamma, perché se al mattino si è lasciata andare un pochino, nel pomeriggio è di nuovo lei. Risoluta e combattiva.
È la festa della mamma, oggi che riprendo l'inchiostro e la penna, oggi che mi ascolto ma non troppo, altrimenti uso la mente come additivo artificiale e quando scrivo non mi piace tenere la pancia in dentro e le spalle dritte; io mi accascio, quando scrivo, mi gratto la testa e vomito senza dover pensare al pavimento o ai piedi di chi voleva solo curiosare cosa ho mangiato. Solo così so scrivere, oppure sto zitta. Ed è la Festa della mamma, anche oggi, sì; perché ancora una volta ho paura e provo rabbia, perché la gente mi sta stretta e non ho voglia di motivare qualcosa che ho appena vomitato quando lo stomaco faceva male, perché trattenere fiato, pancia e pensieri lede alla carne e deforma i lineamenti. É la festa della mamma, anche oggi, come ieri, e chiedo al dottore tante cose e lui sa che ho paura ma risponde attento a non farsi coinvolgere troppo, con le precauzioni del caso, mentre spero che mio padre smetta di tossire e la lasci dormire in pace di notte, mentre mi domando come abbia potuto mettersi a letto anche lui, proprio ora che è la festa della mamma.
È la festa della mamma e vorrei che mi facesse un regalo, la mia mamma, quello di curarsi anche quando starà meglio, perché impiegherà molto tempo, ma starà meglio e deve continuare proprio perché è la festa della mamma, proprio perché non deve avere fretta di fare la Bersagliera viziando papà come se fosse un infante.
Oggi è la festa della mamma, della mia, e vorrei averla qui accanto. Ora, come quando avevo paura dei tuoni. E vorrei tenerla piano, per non farle male alle ossa, vorrei lenire quei dolori senza farla sentire in colpa.
Oggi è la festa della mamma e mi gira in testa la sua risata, che così lontana mi fa pensare sia stata un sogno.
Oggi è la festa della mamma perché l'ho deciso io. Perché tutti i giorni dell'anno sono pochi rispetto i giorni di una vita donata e mai restituita.
Oggi è la festa della mamma, che con il passare degli anni mostra ogni sua fragilità ed è la festa della mamma, oggi più che mai, ogni volta che mi preoccupo per lei.
Io che non sono madre ma se c'è una cosa che so fare bene è la figlia. Figlia con tutto il pacchetto di sano egoismo che solo i figli che si preoccupano quando sono adulti e i genitori anziani, sanno dare. Una festa della mamma con la telefonata e la lontananza, quella densa, quella che ti si ferma in gola e ti fa stringere il vuoto dell'aria nei pugni. Una festa della mamma, con tutti i "come va oggi?" e le risposte finte del caso, perché essendo la festa della mamma i figli non si devono preoccupare.
Festa della mamma con papà che è fragile per la sua età ma che lo era anche vent'anni fa, perché la mamma è sempre stata la Bersagliera in casa. La più giovane e la più forte. Un metro e cinquantacinque di testardaggine e saggezza, anche quando era troppo piccola per sposarsi, anche quando tutti le dicevano "guarda che poi non è che puoi stufarti perché tu sei tanto più giovane e lui invecchierà sempre di più", festa della mamma perché lei è andata in culo a tutti invecchiando precocemente, per allentare la differenza di età.
Festa della mamma perché mamma sembra una coetanea di papà o, forse, sembra lei la più grande. Si ammala mamma e noi non siamo abituati a sentirla lamentare, ma è fragile, ha paura di stare male perché lei è l'unica che conosce papà e sa come si cura e quali sono i suoi sintomi quando lui sta male, allora non lo dice di avere paura di non rimettersi in piedi, e la paura si è nascosta dietro quel leggero tremito del suo "oggi meglio".
La festa della mamma è oggi perché mamma sta male da qualche mese e papà non riesce a curarla perché si è messo a letto anche lui, festa della mamma che non vuole le figlie vicino perché qui è tutto sotto controllo e se vi faccio correre adesso, quando saremo vecchiettini sarete già stanche, e ci vuole illudere ancora sul fatto che i genitori siano eterni, ma non è mai la festa della figlia che ha voglia di esserci senza dover litigare, per rendersi conto, per non sentire più quella morsa di paura alla bocca dello stomaco. Perché ne abbiamo più bisogno di loro, perché i figli sono egoisti a volte.
Oggi è la festa della mamma, un giorno qualsiasi della mia di mamma, ma il dieci le ho trovato l'ortensia blu, come quelle di nonna, come quelle di quando ero piccola che non tengono il colore perché il terreno è diverso, e rivedo le sue dita sempre più impacciate e le mani irrigidite a fare pendant con il resto dei muscoli, stanchi e affaticati.
È la festa della mamma, oggi, sì. Della mia, che non ha la pazienza di curarsi perché una pastiglia dovrebbe aver fatto il miracolo, dopo anni di visite e cure posticipate perché per mia mamma è un lusso ammalarsi, quando sono troppe le cose da fare.
Oggi è la festa della mamma, perché se al mattino si è lasciata andare un pochino, nel pomeriggio è di nuovo lei. Risoluta e combattiva.
È la festa della mamma, oggi che riprendo l'inchiostro e la penna, oggi che mi ascolto ma non troppo, altrimenti uso la mente come additivo artificiale e quando scrivo non mi piace tenere la pancia in dentro e le spalle dritte; io mi accascio, quando scrivo, mi gratto la testa e vomito senza dover pensare al pavimento o ai piedi di chi voleva solo curiosare cosa ho mangiato. Solo così so scrivere, oppure sto zitta. Ed è la Festa della mamma, anche oggi, sì; perché ancora una volta ho paura e provo rabbia, perché la gente mi sta stretta e non ho voglia di motivare qualcosa che ho appena vomitato quando lo stomaco faceva male, perché trattenere fiato, pancia e pensieri lede alla carne e deforma i lineamenti. É la festa della mamma, anche oggi, come ieri, e chiedo al dottore tante cose e lui sa che ho paura ma risponde attento a non farsi coinvolgere troppo, con le precauzioni del caso, mentre spero che mio padre smetta di tossire e la lasci dormire in pace di notte, mentre mi domando come abbia potuto mettersi a letto anche lui, proprio ora che è la festa della mamma.
È la festa della mamma e vorrei che mi facesse un regalo, la mia mamma, quello di curarsi anche quando starà meglio, perché impiegherà molto tempo, ma starà meglio e deve continuare proprio perché è la festa della mamma, proprio perché non deve avere fretta di fare la Bersagliera viziando papà come se fosse un infante.
Oggi è la festa della mamma, della mia, e vorrei averla qui accanto. Ora, come quando avevo paura dei tuoni. E vorrei tenerla piano, per non farle male alle ossa, vorrei lenire quei dolori senza farla sentire in colpa.
Oggi è la festa della mamma e mi gira in testa la sua risata, che così lontana mi fa pensare sia stata un sogno.
Oggi è la festa della mamma perché l'ho deciso io. Perché tutti i giorni dell'anno sono pochi rispetto i giorni di una vita donata e mai restituita.
mercoledì 4 marzo 2015
Metempsicosi nell'agorà
La piazza è affollata. Ognuno parla per sé pensando agli altri.
C'è di tutto, nella piazza, dal saltimbanco al mangiafuoco, dall'uomo a tre teste a quello a cinque personalità, e poi ci sono gli ombrelli.
Ombrelli colorati e volti coperti, ombrelli come se piovessero colpi di tutti i tipi; bassi e da tutti i lati, mentre passo tra la gente, mentre guardo le persone e mi riparo come posso, guardando in alto verso un cielo che non ha stagione, guardando la folla senza riuscire a muovere passi decisi. Allora mi siedo lasciando il mio ombrello capovolto, qualcuno mi schiaccia una mano e io chiedo scusa mentre la massaggio, ascolto un coro di voci che ripete la solita nenia e conosco l'aria ma non ricordo le parole, forse non le ho mai ascoltate sul serio, mi volto e tappo le orecchie, mentre la musica si fa strada dentro, mentre gli ombrelli coprono la luce e fanno scendere la sera, eppure è presto, ma la piazza ha deciso che alle 15.51 deve arrivare la sera. La piazza è triste e loro hanno le stesse espressioni tirate dei gironi infernali. La gente soffre, anche se non lo ammette; la gente è insicura, anche se si professa migliore di te. Siamo in pochi seduti per terra con gli ombrelli rovesciati sul suolo a pensare alla luce del giorno, a vederla, come se non fosse così buio, come se la sera fosse una nuvola passeggera creata dalla mente dei circensi.
Un tempo conoscevo alcuni nomi, poi ho dimenticato anche i volti, perché della gente non amo le acrobazie, ma apprezzo i gesti delle persone.
Qualcuno passando lascia una stella nei nostri ombrelli rovesciati, esprimi un desiderio, in realtà ne hanno lasciate una manciata, era qualcuno che ho giù visto passare altre volte, magari vestito diversamente, magari in un'altra identità, forse in un'altra vita. Vorrà qualcosa, ma non mi piacciono gli estranei, ancora meno gli estranei che indossano due, tre, quattro, cinque strati di maschere, senza dirti nulla, lasciando solo stelle nel tuo ombrello rovesciato e tu li riconosci, tanto che non sai se alla fine ci sia ancora qualcosa da strappare, tanto che gli porteresti via anche la pelle del viso, se solo t'importasse davvero qualcosa, allora non guardo dentro il mio ombrello, non guardo le mani di chi non ha il coraggio di indossare sempre la solita maschera, non dico faccia, incrocio le gambe e continuo a parlare da sola, qualcuno mi schiaccia una caviglia e non muovo un muscolo, resto in silenzio, facendo finta di ascoltare, facendo finta che sia interessante la sera anticipata, fingendo senza maschera, ed è stata la cosa più difficile da imparare questa.
Nella piazza può accadere di tutto, così dicono, ma a me non importa.
Nella piazza puoi perdere la strada e trovare un sentiero.
Nella piazza l'età si ferma e poi ti trovi davanti a uno specchio con una ruga in più ed esperienza in meno.
Nella piazza la vita si ferma, anche la mia.
Nella piazza molti guardano l'aria che tira, io la sento e mi sposto.
Nella piazza chi resta saldo al proprio ombrello si solleva da terra, lasciando trapelare una sfera di sole a chi resta seduto.
Nella piazza è tornato il pomeriggio, mi alzo e lascio l'ombrello rovesciato al suolo, osservo l'aria che ci gioca, fino a sollevarlo. Pulisco le mani sui jeans e m'incammino; alle spalle una scia di stelle appena fabbricate. Ma non brillano come altre; né come prima.
C'è di tutto, nella piazza, dal saltimbanco al mangiafuoco, dall'uomo a tre teste a quello a cinque personalità, e poi ci sono gli ombrelli.
Ombrelli colorati e volti coperti, ombrelli come se piovessero colpi di tutti i tipi; bassi e da tutti i lati, mentre passo tra la gente, mentre guardo le persone e mi riparo come posso, guardando in alto verso un cielo che non ha stagione, guardando la folla senza riuscire a muovere passi decisi. Allora mi siedo lasciando il mio ombrello capovolto, qualcuno mi schiaccia una mano e io chiedo scusa mentre la massaggio, ascolto un coro di voci che ripete la solita nenia e conosco l'aria ma non ricordo le parole, forse non le ho mai ascoltate sul serio, mi volto e tappo le orecchie, mentre la musica si fa strada dentro, mentre gli ombrelli coprono la luce e fanno scendere la sera, eppure è presto, ma la piazza ha deciso che alle 15.51 deve arrivare la sera. La piazza è triste e loro hanno le stesse espressioni tirate dei gironi infernali. La gente soffre, anche se non lo ammette; la gente è insicura, anche se si professa migliore di te. Siamo in pochi seduti per terra con gli ombrelli rovesciati sul suolo a pensare alla luce del giorno, a vederla, come se non fosse così buio, come se la sera fosse una nuvola passeggera creata dalla mente dei circensi.
Un tempo conoscevo alcuni nomi, poi ho dimenticato anche i volti, perché della gente non amo le acrobazie, ma apprezzo i gesti delle persone.
Qualcuno passando lascia una stella nei nostri ombrelli rovesciati, esprimi un desiderio, in realtà ne hanno lasciate una manciata, era qualcuno che ho giù visto passare altre volte, magari vestito diversamente, magari in un'altra identità, forse in un'altra vita. Vorrà qualcosa, ma non mi piacciono gli estranei, ancora meno gli estranei che indossano due, tre, quattro, cinque strati di maschere, senza dirti nulla, lasciando solo stelle nel tuo ombrello rovesciato e tu li riconosci, tanto che non sai se alla fine ci sia ancora qualcosa da strappare, tanto che gli porteresti via anche la pelle del viso, se solo t'importasse davvero qualcosa, allora non guardo dentro il mio ombrello, non guardo le mani di chi non ha il coraggio di indossare sempre la solita maschera, non dico faccia, incrocio le gambe e continuo a parlare da sola, qualcuno mi schiaccia una caviglia e non muovo un muscolo, resto in silenzio, facendo finta di ascoltare, facendo finta che sia interessante la sera anticipata, fingendo senza maschera, ed è stata la cosa più difficile da imparare questa.
Nella piazza può accadere di tutto, così dicono, ma a me non importa.
Nella piazza puoi perdere la strada e trovare un sentiero.
Nella piazza l'età si ferma e poi ti trovi davanti a uno specchio con una ruga in più ed esperienza in meno.
Nella piazza la vita si ferma, anche la mia.
Nella piazza molti guardano l'aria che tira, io la sento e mi sposto.
Nella piazza chi resta saldo al proprio ombrello si solleva da terra, lasciando trapelare una sfera di sole a chi resta seduto.
Nella piazza è tornato il pomeriggio, mi alzo e lascio l'ombrello rovesciato al suolo, osservo l'aria che ci gioca, fino a sollevarlo. Pulisco le mani sui jeans e m'incammino; alle spalle una scia di stelle appena fabbricate. Ma non brillano come altre; né come prima.
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