domenica 23 marzo 2014

La voce della pioggia


È la notte perfetta per non so cosa, ma la percepisco così. Arrabbiata, ferma e decisa.
Piove controvento, un rincorrersi di acqua e aria fermati dalla finestra illuminata dal bagliore di questa ira.
È una notte che alza la voce e conto quanto tempo passa tra il flash e il ricordo: "uno, du…" troppo vicino, le mani sulle orecchie e gli occhi chiusi, ma sento e vedo, allora coloro di blu, quello è sempre a portata di mano perché non si sa mai.
È una notte da testa sotto il cuscino, soffoco, allora meglio sotto il piumone, perché a me il temporale non piace viverlo così.
La pioggia è diversa, ma la pioggia arrabbiata non ragiona ed è capace di tutto. Io lo so e non ci penso, mentre controllo l'ora ed è tardi quanto basta per andare a dormire, riguardo la sveglia ed è troppo presto per l'alba. Bagliore, tuono, accarezzo il mio Blu e mi tranquillizzo, forse ora smette, forse non c'è più, forse "uno, due, tre, qu…" si allontana, e tiro fuori la testa, abbraccio il cuscino con la mano colorata e lo sguardo altrove.

E se la stringi sarà come dormire sotto lo stesso cielo, o nuotare nello stesso mare.

È solo la notte, è Blu.

mercoledì 12 marzo 2014

L'illusione di una clessidra

Mi affascina da sempre l'aspetto del tempo in tutte le sue forme. Il suo scorrere inesorabile restando intatto. Il passaggio silenzioso, a tratti sfacciato, la sua bellezza che coglie i dettagli di stagioni diverse e li ferma quel tanto che basti per capovolgerlo.
Ho due immagini, su tutte, per identificare l'amico nemico di sempre, una è quella che spesso viene attribuita all'anno vecchio che lascia spazio al piccolo nella culla, l'infante che strilla svegliato dai botti e festeggiamenti, mentre un curvo signore con la barba lunga e il bastone si allontana, ecco, quello è Padre Tempo che passa, che va, che non torna, che è arrivato in fondo. Da piccola pensavo fosse come un nonno, lo vedevo ritratto in vignette più o meno tutte simili, mi angosciava un po', era come se l'inesperienza prendesse il posto della saggezza, sì, come quando le mie amiche preparavano qualcosa per me e quei pasticci non erano buoni come la merenda che preparava la nonna, perché la nonna, con il tempo, aveva imparato a fare la torta paradiso più buona del mondo e quando rientravo da scuola si sentiva il profumo dal primo scalino, allora affrontavo quella lunga rampa senza sentire il peso della cartella sulle spalle, la mollavo nell'ingresso, mi spogliavo dell'odore di cancelleria della grigia aula scolastica, lavavo le mani e mi aspettava una tazza di latte fumante con una fetta di questa torta alta, soffice e tiepida. Il tempo aveva insegnato molte cose alla nonna, e lo guardavo nelle immagini, vecchio, con la barba e i capelli bianchi, curvo, ma la nonna era più giovane e non aveva barba e bastone, quando è stata toccata dal tempo non era neanche curva e zoppicante, ma il tempo non si traduce solo in età, il tempo passa e ti accarezza, ti schiaffeggia, si ferma a insegnarti qualcosa o ti ferma con quello che gli gira per le mani.

Tempo tiranno, tempo al tempo che cancella o porta via sogni, risate, dolori e persone. Breve, lungo, interminabile mai, il tempo finisce e, passando da qualche parte lascerà il profumo della torta paradiso a qualcuno, mentre tu la evochi nella mente e l'assapori nel cuore.

La seconda cosa che mi fa pensare al tempo è un oggetto che amo e mi affascina da sempre: la Clessidra.
Amo l'idea delle ore intrappolate in ampolle sottili, così fragili da esplodere in schegge di ricordi. Una clessidra, le curve morbide e lisce del corpo di una donna che racchiude la ruvidità dei pensieri mai scritti.
Dita come clessidre, mani tuffate in un sacchetto di riso o di legumi secchi, come Amelie, e fai scorrere il tuo tempo così, in riva al mare, dove la sabbia non viene abbracciata dall'acqua ma posseduta dal sole, sprofondi piedi e mani e lasci che scorra, che passi e scaldi. Niente barba o bastone, resti lì e pensi che vorresti una clessidra, per intrappolare il profumo della torta paradiso, il sapore del primo bacio, la ruvidità di quella barba o due odori mescolati.
Una clessidra, tempo che si fa piramide ai piedi dell'infanzia, attimi che piovono dal cielo, trascorsi che riempiono il suolo e, volendo, minuti che si ripetono dando scacco matto al tempo, fermandolo e invertendo la sua marcia. E ti ritrovi a testa in giù, con tanto da rifare, e prima dello scadere dell'ultimo granellino, ricominci ancora.
Una clessidra, illusione di non passare mai, elegante e sinuosa.
Mi piacciono le clessidre, una cosa di me che è sempre saltata fuori, presto o tardi. Mai qualcuno che lo abbia ricordato, infatti non ne ho una e probabilmente me la comprerò per guardare la notte passare quando non dormo, la capovolgerò per farla ricominciare, perché non ero ancora pronta per dormire; oppure fermerò il tempo di un abbraccio, di un ti voglio bene o sulla risata di un bambino al parco giochi.
Una clessidra, per accarezzare il tempo distraendosi dai segni che affiorano sulla pelle, per sorridere senza paura, quando sei a metà strada o quando hai il bastone e senti l'infante urlare perché venuto al mondo.
Una clessidra accanto agli impersonali orologi, anacronistica e così appropriata, chiusa in una teca. Sfacciata, senza pile e senza carica, solo le tue mani che decidono quando è ora di darsi tempo; una sfida che conduci tu, almeno, finché il gioco resta chiuso in un'ampolla così sottile, mentre i tuoi fianchi vengono stretti e accarezzati da mani senza tempo, durante lo scorrere della vita. Stringi forte e ricominci, perché la sabbia è sangue.




lunedì 20 gennaio 2014

… e poi ci sono io…

… quella che conosce le proprie potenzialità, come tutti noi, che le sfrutta in tutto e per tutto, sperando e tentando di farlo al meglio. Che si dosa solo se poco convinta e, all'occorrenza, si riposa, chiudendo in fretta ogni rubinetto, economa di qualsiasi emozione.

… e poi ci sono io…
… quella che se ti sono amica ti dice "hai fatto male", però ti voglio bene lo stesso. E, se me lo chiedi, ragiono con te su come uscire dalla situazione critica in cui ti sei cacciata, ridendo anche, o dicendoti che ti farai male, ma la ferita deve essere disinfettata.

e poi ci sono io…
… quella che ci resta male se mi volti le spalle perché sono stata leale e ti ho detto quello che pensavo, allora la prossima volta osservo e alzo le spalle, senza dire nulla, perché ho paura di soffrire scoprendo che con te non potevo essere me stessa.

… e poi ci sono io…
… quella che ha sempre avuto l'orgoglio negli occhi vedendo l'amica bella con un abito fatto su misura per lei, che ti consola se, nonostante la tua bellezza, lui è l'unico che non ti guarda. E mentre ti consolo ti dico che, non avendo più vent'anni, forse sarebbe ora di puntare anche su altro; ridendo con te di questo, sapendo entrambe che è vero.

e poi ci sono io…
… quella che non rinnega un'amicizia o un amore, solo perché finiti. Quella che, quando non eri più mia amica ti ha avvisata "da ora in poi non dirmi più nulla. Ma ciò che mi hai detto o hai fatto fino a due minuti fa, lo porterò con me nella tomba.".

e poi ci sono io…
… quella che incassa e sorride se le dici brutta, ma le viene da piangere se pensi oca.

e poi ci sono io
… quella che ha paura di essere elogiata troppo, che quando accade non sa cosa dire e gira le cose in modo da spostare il riflettore. Quella che odia la falsa modestia, ma ha paura di stare in prima fila, e fa sempre un passo indietro, per essere "amata" di più.

e poi ci sono io…
… quella che resta pietrificata di fronte al dolore e, accecata dalla rabbia, piange. Perché sa che sta per dire cose che ti feriranno, ma in quel momento non importa, perché la rabbia ha bisogno di colpire e allora piango prima, mai dopo. Dopo ti abbraccia, e tu sai che non ero io quella.

e poi ci sono io…
… quella che ha paura della morte delle persone care, anche della mia, perché "chissà quanto soffrirebbero loro, se succedesse a me" e per vigliaccheria accantona tutto e cerca un pensiero frivolo, uno qualsiasi, e se non ne trova ne prende uno in prestito.

e poi ci sono io…
… quella che aspetta la neve, ama l'inverno e quando piove sorride, mentre il mondo intorno bestemmia.

e poi ci sono io…
quella che ha paura di disturbare, che prima di bussare passa davanti alla tua porta decine di volte e va dritta, quella che se trova aperto chiede "permesso" e se trova un sorriso si mette comoda e non ci pensa più.

e poi ci sono io…
quella che avverte quel vago senso di disagio di fronte a un certo tipo di persona, ma anche quella che non mette a loro agio i curiosi o i pettegoli; nessun merito, sono loro a starmi alla larga.

e poi ci sono io…
… quella che non si vergogna d'imparare dagli altri, e tace di fronte a un argomento sconosciuto, ma apprende. E ringrazia.

e poi ci sono io….
… quella che se le hai già detto quella cosa cinque volte, ma capisce che hai bisogno di parlare, fa finta di nulla e si meraviglia come la prima, ma se ti parli addosso, non ti perdona la seconda ripetizione.

e poi ci sono io…
… quella che ha fatto tante cazzate, consapevole che ne farà altre. Tutte proporzionali al tempo che passa, e diffida di chi dice di non averne fatte.

e poi ci sono io…
quella che detesta i "te l'avevo detto", ti avvisa prima e dopo fa finta di nulla.

e poi ci sono io…
… quella che dà, senza aspettarsi qualcosa in cambio, ma se si accorge che dai per ricambiare e dai solo quando hai preso, smette di offrirti anche un brustolino.

e poi ci sono io…
… quella che non entra mai in competizione con altre donne, se non con se stessa, quella che è ancora capace di provare orgoglio e gioia di fronte a una Donna intelligente e imbarazzo di fronte a una vuota statuina.

e poi ci sono io…
… quella che riconosce i tentativi standard, che detesta i complimenti seriali e che non vuole essere sorpresa, ma si sorprende quando non ha chiesto nulla.

e poi ci sono io…
… quella che ama cucinare e si rilassa così, che non ama le spa perché non mi piace essere toccata da mani estranee e, al sushi o affini, preferisce una grigliata di carne in giardino.

e poi ci sono io…
quella che pregi e difetti sono cose che non mostro, perché miei, ma se li scopri sorrido e arrossisco.

e poi ci sono io…
quella che borse, scarpe e abbigliamento "la noia", però fa strage in profumeria, libreria, negozi di articoli per la casa e musicali.

e poi ci sono io…
… quella che non ha mai scritto né parlato così tanto di sé. Quella che. Migliore o peggiore, mai uguale a nessun'altra. Come chiunque.




venerdì 10 gennaio 2014

1001

Quando non puoi dormire vuoi; senza ponderare troppo, senza elencare nė chiedendosi i perché.
Dei mille e uno volti della notte riconosco quello stanco, quello con lo sguardo perso lontano, dentro una stanza che sa di fumo, di birra e di noi. Con le pareti proibite e le rifiniture complici, con l'interno rumoroso, con un  "shhh, fai piano" nella testa, e un sorriso affiorato da quel morso partito dagli occhi.
Ti guardo e ti volti, il viso familiare "Tu, chi sei?"  E mi riconosco in questa notte pigra e troppo lenta per riuscire a scappare, allora non resta che viverla e dormire lontano, che poi, dormire ė un po' fuggire, senza alzarsi dall'ozio, dormo via, tenendo gli occhi spalancati, passando dalle tue mani alle mie, senza soste inutili, noi che abbiamo fretta e non possiamo fermarci.
(Noi che non vogliamo)
Mentre disegno i volti della notte, ora luna ora sole, tramonto e alba. Notte trasformista, notte di bisogni e di voglie, una, cinque, dieci, mille e una notte, insonnia da favola, di quelle che "raccontamelo ancora" e ti vedi bella attraverso i suoi occhi, perché tu non sai guardarti così e non ti credi più, ma non è poi così importante crederti o forse sì, e non è questo il punto se a guardarti è la notte.

Quando non vuoi dormire voli via e saluti la luna, guardi la città da lassù e ti senti dio, solo che non schiacci alcun pulsante, perché non hai voglia di giocare, perché hai una notte che scivola via, poco pratica da gestire, ma c'è, e non posso mandarla a casa sua, allora non voglio essere dio, preferisco essere me, perché di sentire le voci della gente non ho testa.
Torno in quella stanza e stai già dormendo.
Fammi posto, fammi presto, fammi. Notte.

lunedì 6 gennaio 2014

La testardaggine della Befana

È una notte di magia che da piccola aspettavo con paura e anche un po' di curiosità.
La Befana non mi è mai piaciuta, probabilmente la colpa è da attribuire a quel buontempone di mio padre, che si divertiva a terrorizzarmi con aneddoti che si concludevano quasi sempre con la Befana che mi avrebbe rincorso agitando la scopa (quale bambina sana di mente avrebbe potuto amare una vecchia strega sclerotica che odiava i bambini fino prenderli a scopate sulla schiena?) Così, la notte tra il cinque e il sei Gennaio, puntualmente, in casa mia c'era mia sorella silenziosa, lei era più grande e manteneva un certo contegno, papà che rideva, io che frignavo urlando che non avrei dormito in camera mia e la mamma che sgridava mio padre cercando di tranquillizzarmi inutilmente, e durante la notte, la solita storia:
"Ro'? Ro'?Roooo?"
Il mio sussurro nella notte, non potevo urlare, mi avrebbero sgridata e se, per disgrazia, fosse arrivata la Befana in quel momento, sarebbe stato un disastro, mi avrebbe dato una scopata addosso perché non stavo dormendo, allora aspettavo che le luci fossero tutte spente e la casa silenziosa.
Dal mio lettino, con un comodino che mi separava dal letto di mia sorella, cercavo di attirare la sua attenzione e, quando succedeva questo, volevo solo una cosa.
"Che c'è?"
"Dormi?"
"Dormivo, cosa vuoi?"
"Posso venire nel tuo letto?"
Le risposte variavano, in genere.
"Smettila, dormi adesso." oppure "Ma non c'è niente e nessuno, dormi che domani mangiamo il cioccolato."
La mia risposta era chiara e concisa. Disarmante.
"Ma io ho paura"
Non ero una che girava intorno alle cose, la soluzione più semplice era arrivare al dunque dicendo la verità.
La luce accesa nella camera di mamma e papà metteva fine alla discussione, interveniva mia madre dicendo a tutte due di dormire, che non c'era niente e poi sentivo che brontolava sottovoce a mio padre che in quel momento non trovava più la cosa divertente come qualche ora prima.
A luce spenta ricominciavo a chiamare mia sorella che, sfinita, e per paura che i miei sentissero di nuovo parlottare, mi diceva di andare da lei. E ci addormentavamo così. Strette in un lettino, sicure e sorelle.
A un certo punto della notte mia sorella si alzava e andava nel mio letto per dormire meglio, oppure mi svegliava e mi diceva di andare che era quasi giorno e io, insonnolita, obbedivo dimenticando scope, mostri o i fantasmi di cui parlava sempre la nonna paterna.
Generalmente mia sorella era più coraggiosa di me, anche perché capiva che le storie che raccontava mia nonna erano tutte inventate, e quelle di mio papà erano solo prese in giro, ma una sera anche il suo coraggio era stato messo a dura prova; e questo succedeva proprio la notte di un'Epifania di tanti, tanti anni fa.

Quella sera la mamma aveva preparato un minestrone così buono da essere battezzato e chiamato da mia sorella e da me, ancora oggi, "Il minestrone della Befana". Non un minestrone qualsiasi, ma un passato di verdura con la pasta e il pesto di basilico a metà cottura, per dare quel profumo che solo Genova riesce a comprendere realmente, molto denso e con tanto formaggio. Era l'unico modo per farci mangiare le verdure cotte, passarle e rendere il tutto il meno brodoso possibile.
In quel periodo c'erano in casa dei lavori in corso all'impianto di riscaldamento, era da poco trascorso un bellissimo Natale, quella sera si parlava del fatto che l'indomani la mamma avrebbe dovuto riporre le decorazioni e l'albero.
"Non possiamo tenerlo ancora un po'?"
Avevo sempre l'ansia quando si parlava di mandare la magia in soffitta, sapevo che la mamma avrebbe detto di no, spiegando che, dovendo andare al lavoro, successivamente non avrebbe avuto tempo.
Quella sera allungò la lista delle motivazioni.
"E poi, quando arriva la befana, riempie la calza ma deve portare via le feste."
Silenzio.
In quel momento realizzai due cose: Temevo la Befana e mi era anche antipatica perchè rubava il periodo più bello dell'anno.
Mio padre mi guardò, probabilmente intercettò la mia espressione e iniziò a prendere il discorso da lontano, ridacchiando:
"Che poi, sai, quella è un po' bisbetica, se non le dai qualcosa da portare via, ci sta che…"
E qui lo azzittì mia madre, con un mezzo sorrisetto malcelato dal tono severo.
"Smettila, che poi domani le troviamo tutte due sudate in un letto."
Questo bastò a farlo riprendere un po', memore di cosa succedeva quando avevo paura, e tutto finì in una frase rassicurante che sottolineava lo scherzo, troppo tardi.
Io con la Befana non scherzavo mai, per me, restava una vecchia matta che alzava le mani. E, anche se poi trovavo la calza piena, fino al mattino ero terrorizzata.
Quella sera i discorsi sulla befana furono censurati, per un po' ci dimenticammo tutti di lei. Fino all'ora di andare a dormire.
Calze sistemate vicino all'albero di natale, due lunghi calzettoni di lana più un enorme calzettone grigio di mio padre che guadagnò due occhiate torve. Se la Befana avesse riempito il suo, a noi non sarebbe rimasto nulla, ed era proprio di questo che stavamo parlando mia sorella e io, quando la mamma, passando a salutarci, fece un passo falso.
"Forza, adesso però spegnete la luce, altrimenti la Befana se vi trova sveglie si arrabbia."
Generico. Una frase lasciata lì in fretta e con troppa leggerezza per rendersi conto che "Befana" e "rabbia" nella stessa frase, era un innesco potentissimo.
Babbo Natale passava dritto se i bambini non dormivano, ma non si arrabbiava lui. La Befana sì.
"quella è una bisbetica…"
Anche l'espressione di mia sorella era cambiata. Papà scherzava, la mamma diceva sempre la verità.
A luci spente tutto galoppa, anche le fantasie più assurde si realizzano al buio. Pensavo al lettone della nonna materna, se fossi stata lì, in mezzo a lei e mia sorella, sarei stata al sicuro.
"Vecchia"
Non vuole neanche il latte e biscotti, la sua scopa non mangia carote, e niente letterina per la Befana. Niente di niente.
"la befana si arrabbia"
Era passato poco tempo da quando le luci si erano spente, dovevo sempre aspettare un po,' prima di iniziare a chiamare mia sorella, dovevo aspettare che i miei dormissero.
"Silvy?"
Mia sorella era una principiante, era troppo presto per chiamarmi, e poi, non era lei quella che doveva venire nel mio letto, ero io la più piccola.
(Se aveva paura anche lei, era la fine. La Befana era davvero pericolosa.)
"Che c'è?"
"Forse la mamma non voleva dire che la befana si arrabbia, voleva dire che andrà dritta."
Luce dalla stanza dei miei e solito rimprovero.
Buio.
Silenzio.
Pensavo a mia nonna, a casa sua e al lettone, entro poco sarei tornata a dormire con lei, e non vedevo l'ora che ricominciasse la scuola, solo per questo.
Pensavo alla befana, alla sua voce stridula, al suo naso bruttissimo e al neo sul mento. Allontanavo tutto questo pensando a Babbo Natale, al suo pancione e alla risata grassa e contagiosa; ai doni che mi aveva portato e ai dolcetti che avrei mangiato l'indomani.
La Befana.
Nonna, nonna, nonna.
La nonna mamma non mi raccontava mai fiabe spaventose come l'altra nonna, la nonna mamma mi raccontava Pinocchio e altre storie, mai fantasmi o streghe che rapivano le bambine.
"SBAM!"
Un rumore fortissimo aveva interrotto il mio debole tentativo di pensare ad altro. Luci accese, mia sorella e io sedute sul letto, mamma e papà in piedi a controllare.
"Dormite, non è successo nulla, era solo il coperchio del wc che si è abbassato."
Papà e mamma ridacchiavano dalla loro stanza. Papà rideva quando parlava della befana.
"Ro'?"
"Sì. Vieni qui."
Quella notte nessuna di noi due si era alzata per dormire più comode. Mentre restavamo appiccicate come album e figurina, i cuori iniziavano a rallentare la corsa, il sonno soffiava sui nostri occhi e il buio si colorava di sogni.
La voce della mamma ci trovò così; abbracciate in un lettino, i lunghi capelli appiccicati ai visi arrossati dal caldo eccessivo.
"Possibile che dobbiate dormire male, come devo fare con te?"
Il suo rimprovero era poco convinto, i miei occhi colpevoli e assonnati si posarono sul sorriso della mamma e l'udito intercettò un colpo di tosse dalla stanza di papà.
A differenza della mattina di Natale, il sei gennaio non mi alzavo per correre a guardare l'albero.
Ero una bimba attenta all'ABC delle norme di sicurezza personale.
La curiosità c'era, la voglia di guardare la calza anche, ma non volevo andarci da sola.
Scesi dal letto di mia sorella e scivolai tra le braccia di mia madre che mi portò nel lettone, da papà, borbottando perché ero tutta sudata, intanto chiamavo mia sorella affinché venisse anche lei. In realtà volevo andare a controllare la calza con qualcuno.
Quella mattina mio padre era stranamente tranquillo, nessun riferimento alla befana o al rumore notturno, niente di niente, e non era da lui. Quando mia sorella fece capolino nella stanza dei miei, ero pronta per andare a vedere cosa c'era in quell'angolo del corridoio.
Ormai la Befana doveva essere lontana.
Quando andavamo a guardare l'albero o le calze, i miei restavano sempre nella loro camera, inizio a credere che nel nostro modo di chiamarli, con l'entusiasmo e la meraviglia nella voce, ci fosse qualcosa di magico alle loro orecchie.
Quella mattina arrivammo lì e non trovammo le nostre calze. Silenzio e delusione.
"Mamma."
Un sussurro che io stessa stentavo a sentire.
I miei si affacciarono con espressioni degne di attori consumati. Facce preoccupate, eccessivamente serie, ma ero troppo piccola per badare a questa recita, gli occhi non si staccavano dal punto in cui erano state messe le nostre calze e non solo non c'erano dolci e sorprese, ma la befana si era portata via anche le nostre calzette.
"Oh miseriaccia, e dove sono le calze? Va beh dai, la mamma ve le ricomprerà più belle."
Ma il punto non era quello, il fatto era molto più serio, e papà sembrava proprio non capirlo. La Befana era passata e non aveva lasciato niente. Neanche una testa d'aglio per dispetto. Niente di niente.
Vecchia, brutta, bisbetica e ladra.
"Dai, oggi pomeriggio usciamo a comprare caramelle e cioccolatini, avrete lo stesso i vostri dolcetti."
Almeno la mamma era più pratica, restava il fatto che la befana da noi non lasciava mai caramelle e cioccolatini in calze prefabbricate, da noi la befana lasciava sempre uno scarponcino di cioccolato a testa, pieno di cioccolatini, caramelle, bastoncini di zucchero e carbone dolce. Bianco e nero. Lo scarponcino era una cosa che solo la befana lasciava, ed erano pochi i bambini che lo ricevevano.


Quella mattina mi trovavo a osservare un albero di Natale che pregustava il letargo e due spazi vuoti. Guardai il mio albero, non brillava come al solito, avrei dovuto salutarlo. Mi avvicinai e, proprio sotto, appoggiato al muro, c'era qualcosa.

"PAPÀ!!! Mamma, mamma, Ro'…" 
Il dito a indicare quello spazio nascosto e occupato da un grosso, enorme calzettone grigio con dentro due calzette rosse piene di dolciumi.
Le facce felici di mia sorella e la mia, quella vispa e furba di mio padre che reclamava le leccornie continuando a dire "Sono mie, sono mie, la befana le ha lasciate a me." e la mia preoccupazione, del resto non aveva tutti i torti e quella calza era davvero la sua.
Come sempre, fu mia madre a chetare gli animi, disse che la befana era una vecchietta, che forse era stanca e, siccome vedeva poco, aveva messo tutto nella calza più grande.
Quella fu un'Epifania un po' movimentata, guardavo il mio scarponcino che conteneva anche un paio di spicchi d'aglio (era un monito che non mancava mai), mentre mangiavo una caramella i miei genitori elogiavano la befana "Non è poi così male, visto? È una vecchina stanca che ama i bambini e porta loro dolcetti e gioia", ma io non sono mai stata convinta di questo; la Befana non mi è mai piaciuta, e serviva ben altro per convincermi del contrario. E questa cosa non poteva essere messa in una calza. La simpatia, la devozione, l'amore e l'amicizia, che tu sia adulto o bambino, non si comprano con un paio di dolcetti, né con i regali.
Ora vado a dormire, non vorrei avere un incontro ravvicinato con una scopa, anche se non appendo più la calza da anni, resta quell'atmosfera un po' cupa, quella da "due in un lettino, strette e sudate".
La notte è trascorsa, mi alzo e preparo il caffè, dimentico il sei gennaio, dimentico la befana e passando dalla sala scorgo Natale (il mio albero), penso che devo metterlo a riposare, oggi lo saluterò. Mi avvicino per accenderlo, ancora per un'oretta, e trovo una sorpresa. Non è lo stivaletto di cioccolato, niente aglio, niente carbone, niente paura. Ma è riuscita a trovarmi ancora, quella testarda. Ho riposto il mio albero, è sera, mi manca la luce calda rosso e oro che per un po' di settimane ha scaldato le mie serate al pc. Mangio una barretta kinder, sorrido e penso ancora di no. Non mi piace la Befana, e non capisco cosa lei trovi in me, probabilmente sa che la colpa è un po' di mio padre, che ancora oggi ridacchia al pensiero del coperchio del wc che si chiude nel silenzio della notte, forse ha pochi bambini che credono in lei, e cerca gli adulti di quell'infanzia credulona che si meravigliava con quella luce negli occhi e l'emozione nella voce. Forse è questo; non mi piace la befana, però sorrido al pensiero che io possa piacere a lei. Ancora.



sabato 21 dicembre 2013

Ergastolo

Piove, come se non lo sapessi; guardo fuori e lo penso sottovoce "se ci pensi piano, è come se non lo sapessi" e allora piove e non lo so.
Forse è il coraggio che mi manca, oppure, è la paura che mi acceca ed è per questo che mi racconto le cose sottovoce, fino ad assopirmi, vivendo giornate che non mi appartengono, dormendo giusto il tempo di una vita di pioggia, in un luogo piovoso con gente burrascosa.
Abito in una città che non mi è mai appartenuta, eppure mi tiene in pugno, e continuo a pensare che non mi piace, lo faccio sottovoce, così nessuno si accorge che ho scoperto le brutte persone che hanno reso questa città la mia prigione.
Vivo circondata da gente che con una sola occhiata pensa di conoscere tutti, di sapere come sei, se sei intelligente, furbo o stupido, allora non puoi fare altro che arrenderti alla loro finta espressione gioviale e lasciare che i loro occhi piccoli e porcini ti frughino in tasca, mentre ti ripeti che piove, mentre lasci che la tua vita scivoli senza voltarsi indietro, mentre ti dici che hai vissuto più tempo in prigione che in libertà, anche se hai fatto molte più cose prima, quando la città era tua, quando non era qui, la città; e  vivevi in un posto in cui le persone non ti conoscevano da una parola o un caffè insieme. E mi mancano le persone che pensavano sottovoce, per non sbagliare o per farlo con garbo.
Piove.
Mentre mi domando quanto ci sia ancora da sacrificare, mentre sembrano passati secoli da quando gli occhi sorridevano e nessuno ti chiedeva "come stai?" rispondendosi al posto tuo.
Non esistono brutte città, sono gli abitanti i vandali che mettono a soqquadro ogni cosa lasciando il degrado in mezzo a strade pulite e costruzioni di lusso. Falsità vista mare, vacanze da sogno, pregiudizio incluso; mentre piove, mentre butto via un pezzetto di me. Poco a poco.
Hanno ingannato il mare.
Forse sto diventando come loro, forse sono stata contagiata, e lo penso sottovoce "così non si avvera", poi mi guardo allo specchio e penso che se lo faccio sottovoce posso anche raccontarmela, ma io sono straniera qui, non ho bisogno di mentirmi, e decido che non m'importa di loro, chiudo gli occhi e gioco a essere nella mia città, una qualsiasi.
Via da queste zecche che ti divorano dentro, via dai finti sorrisi, dall'egoismo e dall'incapacità di sorridere e dire "non lo so", già, io lo dico spesso, ed è stata la mia salvezza, finché dici di non saperlo qualcuno ti sorride, mentre ti pugnala e pensa che tu sia stupida. E lo pensa così forte da sporcare la facciata della sua dignità.
Piove e non lo penso.
Piove e lo dico perché è da un po' che non mi ascolto e, mentre osservo i vetri bagnati, mi domando se qualcuno sia mai riuscito a quantificare un "troppo tardi".






mercoledì 18 dicembre 2013

Lo Spirito del Natale Presente

Per farla "alla Dickens" ho iniziato da QUI .
Come per il post precedente, ti avviso. Questo spazio contiene materiale altamente Natalizio. Se sei intollerante sei ancora in tempo per scappare.

Sono tanti i Natali del mio passato, gli aneddoti che mi hanno sempre regalato un sorriso o una gioia di quelle semplici che profumano di burro, farina, uova e zucchero; impastati, modellati e sfornati.
Ho avuto anche io il mio periodo "odio il Natale", non lo nego, fortunatamente durato poco, giusto la stagione transitoria di un'adolescente ribelle e insoddisfatta, una sciocca bamboletta che voleva uscire con gli amici e sbuffava a tavola con i parenti, ma poi sono tornata in me,  poi ho ricordato.
È una sera troppo vicina al 25 Dicembre, siedo a gambe incrociate sulla poltrona con il mac addosso; alla mia sinistra il cellulare che ogni tanto mi illude di non essere sola, alla mia destra c'è Lui, la mia compagnia.

Vi presento "Natale" o, meglio, una piccola parte del mio Albero.
Si chiama proprio Natale, come la festa che amo, come tutto il peso dei miei Natali passati accumulati in anni di addobbi e chiacchierate in penombra. Natale; come una persona, ma non come "un albero di Natale qualsiasi". Ogni dicembre compro un piccolo ninnolo da aggiungere, uno solo, perché è molto carico e perché il presente si vive con la novità di qualcosa che un attimo prima non sapevi, il nuovo è lo Spirito del Natale presente, e io lo osservo, lo ascolto mentre mi spiega le cose che non conosco.
Rosso e oro, luci multicolor e anima Blu.
Il mio albero si chiama Natale come il primo, comprato a buon mercato il primo anno che sono andata a vivere fuori casa, lontana da mamma e papà, lontana da quell'albero che profumava di resina e mi parlava con una voce più antica. Il mio primo albero era piccolo e carico come la slitta di Babbo Natale, poi sono passati gli anni e il materiale scadente lo aveva fatto piegare su se stesso, fino a quando ho cambiato casa e ho potuto permettermi un albero alto 180 cm. e, poco per volta, sono riuscita ad addobbarlo.
Tendenzialmente sono restia a buttare via i ricordi, ho tenuto il vecchio e piccolo albero per il balcone, fino a quando un vento esagerato lo ha dilaniato, allora ho pensato fortemente che il suo Spirito fosse passato nel nuovo acquisto e tutto è andato alla grande.
Ogni primo Dicembre, mentre il resto della popolazione aspetta l'Immacolata per gli addobbi, io passo una giornata a decorare Natale. Molte cose sono vecchie, arrivano dagli anni '90 e le distribuisco per casa, anche quella vecchia palla di neve che ormai al suo interno ha un babbo natale avvolto in una massa di gelatina, ma non posso e non voglio buttarla via, ha sempre qualcosa da raccontarmi.
Mentre penso al mio Natale 2013, le luci qui accanto aumentano l'intensità, con il giorno che da ore ha spento le sue, con l'artificiale diventato naturale.
Spengo il giorno, accendo la sera e penso a oggi, lasciandomi guidare dallo Spirito del Natale. Quello del presente.


"Non c'era niente di particolarmente felice nella città o nel clima, eppure aleggiava un'atmosfera di felicità tale che il più limpido cielo estivo e la più splendida notte d'estate avrebbero invano cercato d'eguagliare.  (Cantico di Natale- C. Dickens, Strofa III "Il secondo dei tre spiriti")"


Inizio a sentire il Natale più o meno da metà Novembre. Chi mi conosce bene si preoccupa quando non ne parlo e, soprattutto, quando non preparo i dvd Natalizi a portata.
Dal primo Dicembre inizio a decorare l'albero, in genere impiego una giornata per finirlo, se inizio al mattino e, un giorno per volta, addobbo casa, fino ad arrivare all'otto e alla renna ubriaca sulla porta di casa. Il tutto avviene con in sottofondo la proiezione di un film natalizio. Vado in ordine d'importanza, quelli meno classici fino ad arrivare a capolavori (a mio avviso) come Il canto di Natale, che ho in quasi tutte le sue versioni, animati e non, chiave moderna o meno, Scrooge resta il mio preferito. Da quando ero piccola è stato amore a prima lettura, il libro mi aveva un po' inquietata e ricordo che mi avevano preso un fumetto di Topolino in cui c'era la versione con Paperon de' Paperoni nella parte di Ebenezer Scrooge, giusto per farmi tranquillizzare sostituendo le immagini spaventose della mia fantasia con personaggi un po' più simpatici.

Siamo a una settimana dalla vigilia, e ho già provveduto ai regali, non mi sento un'eroina per questo, diciamo che mi gusto il Natale perché sono predisposta da dentro. Ho risolto tanto tempo fa la questione  stress, e l'ho fatto con la mia lista personale dei buoni, depennando tutti i regalini "per dovere". Non faccio niente se non per piacere ed è per questo che non diventa uno stress lo shopping Natalizio.
Le frasi fatte stile "a Natale siamo tutti più buoni" e la risposta "è ipocrita essere buoni solo a Natale e poi il resto dell'anno no" mi fanno sempre sorridere. Io sono così tutto l'anno, nel senso che sono simpatica con chi mi è simpatico e assolutamente inesistente con chi non mi piace (ok, qualcuno direbbe "anche un po' stronza" ma non è vero, sono solo "diversamente socievole") .
E a Natale faccio lo stesso.
Non sopporto chi deve ricambiare i regali a tutti i costi, quello è uno stress che le persone si possono evitare, mi fai un regalo perché hai avuto un pensiero per me, grazie, la cosa mi colpisce, soprattutto se mirato. Me lo fai affinché io corra all'ultimo momento a comprare qualcosa per te, ti attacchi. Se non sei sulla mia lista personale dei buoni, non ti regalo neanche una pallina di agrifoglio cascata dal vaso. Però ti auguro Buon Natale, e te lo auguro dal cuore.

Del Natale mi piace il calore del mio Albero, anche in questo momento, sono qui, scrivo, mangio cioccolatini e lui mi appoggia la sua luce sulle gambe, oltre la spalla; sbirciando questo spazio e brillando di energia positiva.
Aspetto a giorni l'arrivo dei miei genitori; che si vada da loro o che si spostino per venire qui, una cosa è certa: in cucina ci sta mamma, anche perché il regalo più bello è sicuramente la loro presenza unita ai sapori della mia infanzia. Ci troveremo tutti a casa di mia sorella, sicuramente più spaziosa del mio piccolo nido.

Sento sempre dire "non vedo l'ora che sia il sei gennaio" e mi si stringe il cuore, perché del Natale amo tutto il periodo che lo precede, l'albero con sotto i pacchetti da consegnare, la sua luminosità riflessa su carta colorata e sorprese di ogni forma. Mentre le pubblicità si sprecano, mentre la programmazione inizia a cambiare e accantonare palinsesti catastrofici, e sappiamo quanto ci sia bisogno di un briciolo di leggerezza unita alla speranza, potendo scegliere se farmi il sangue amaro con la politica o passare un paio di ore in serenerà, non ci penso troppo e schiaccio play, ho una videoteca natalizia molto assortita.
La mia tradizione è mettere il dvd del Canto di Natale versione Muppet's la sera della vigilia, subito dopo la mezzanotte,  quando si aprono i regali, solo che la confusione a casa di mia sorella e la pesantezza del cenone, fanno pensare al letto e, personalmente, immagino il mio Natale a casa mia, tutto solo e spento.
Allora rimetto il dvd in borsa, guai a dimenticarlo, e quando arrivo a casa accendo l'albero.
Natale.
Lo trovo sorridente, comprensivo e gioioso. Da lì a poche ore sarà il suo momento, allora mi guardo Festa in casa Muppet, sorseggiando un digestivo, guardando ogni tanto Natale che brilla, e lo fa anche senza i pacchetti sotto. Lascio giusto la mia immancabile scatola di Pandoro Bauli a tenergli compagnia e guardo lo schermo della tv lasciandomi accarezzare il cuore.
Non pretendo che tutti amino il Natale, alcuni avranno i loro validi motivi per detestarlo, altri ne avranno di buoni per far finta di odiarlo; a me non interessano le tendenze, se io amo Natale e lo aspetto tutto l'anno, di certo, non mi sento "sbagliata" o "fuori luogo", i problemi ci sono sempre, come le cattive persone o i crimini, poi ci sono io, che alzo le spalle, almeno per un breve periodo, e dimentico, sperando che nevichi, perché il Natale con la neve ormai lo vedo solo nelle cartoline, e mi basterebbe una giornata grigia, perché il sole non si può imbucare alla mia festa, però non si può avere tutto e mi accontento della neve nei film, del caldo della mia casa, delle luci del mio Natale e della sua voce.

"È Natale da un'ora e mezza e sei bellissimo."
"È Natale nei tuoi occhi, nel tuo cuore, e mi vedi così."
Non esistono alberi di Natale brutti, Ogni casa ne ha uno con il suo spirito, anche un vecchio melo senza foglie, se addobbato di lucine e amore, diventa bellissimo.
Questa sera guardo il mio albero, sa che sto scrivendo di lui, sa che Natale è vicino e sa che ne ho bisogno, per non dimenticare, per sperare e sentirmi piccola ancora una volta.
Fino al giorno tanto atteso, al pranzo con la tovaglia buona e la tavola imbandita a festa, fino a eliminare ogni traccia di sorpresa, anche il regalo messo al mattino, quello che la notte prima non compariva tra gli altri, quello portato da Babbo Natale, perché Babbo Natale non deluderà chi crede in lui.
Si mangerà tanto, troppo, le mandibole non si fermeranno un attimo "Prendi due mandarini che dissetano un po", sorriderò guardando mia mamma in meritato relax, l'ultima a sedersi e la prima ad alzarsi. Cercherò nel suo sguardo la luce della gioventù nascosta e ricorderemo qualche Natale passato, prima di riporre anche questo.

Festeggio il Natale con la famiglia, pochi intimi di qualità. Non lo passo più con zii e cugini, proprio perché non voglio si trasformi nella festa della falsità, vedo i miei parenti solo quando i miei vanno all'ospedale, e sono stati depennati dalla mia lista dei buoni.
Festeggio il Natale perché mi ritengo fortunata di avere ancora mamma e papà abbastanza in gamba, ma gli anni passano, e non so cosa i Natali futuri abbiano in serbo per me, spero ancora tanta gioia e gli abbracci dei miei genitori, dei miei cari. Vivo ogni Natale mentre il presente scivola e il suo spirito  ha la barba grigia. Arriva e passa in fretta, e la sera non riesco più a mangiare, resto a casa mia, con Natale un po' meno luminoso, forse è stanco, sono giornate lunghe per lui, e mi accorgo che ha i rami curvi, o forse sono io a vederlo così.
"Ancora pochi giorni e potrai riposare, amico mio."
"È sempre bello restare con te."
Vivo ogni Natale futuro per avere in tutti i presenti un passato da ricordare, guardandolo sul mio amico albero, in una vecchia stella, nella nuova campana, in quel ramo interno che ha un piccolo spazio per il Natale che verrà.
E, come un vecchio burattino inerme sulla sedia, lo riporrò nella parte più alta dei miei ricordi, domandandomi quanto tempo manchi al prossimo Natale. Sempre troppo.