sabato 21 dicembre 2013

Ergastolo

Piove, come se non lo sapessi; guardo fuori e lo penso sottovoce "se ci pensi piano, è come se non lo sapessi" e allora piove e non lo so.
Forse è il coraggio che mi manca, oppure, è la paura che mi acceca ed è per questo che mi racconto le cose sottovoce, fino ad assopirmi, vivendo giornate che non mi appartengono, dormendo giusto il tempo di una vita di pioggia, in un luogo piovoso con gente burrascosa.
Abito in una città che non mi è mai appartenuta, eppure mi tiene in pugno, e continuo a pensare che non mi piace, lo faccio sottovoce, così nessuno si accorge che ho scoperto le brutte persone che hanno reso questa città la mia prigione.
Vivo circondata da gente che con una sola occhiata pensa di conoscere tutti, di sapere come sei, se sei intelligente, furbo o stupido, allora non puoi fare altro che arrenderti alla loro finta espressione gioviale e lasciare che i loro occhi piccoli e porcini ti frughino in tasca, mentre ti ripeti che piove, mentre lasci che la tua vita scivoli senza voltarsi indietro, mentre ti dici che hai vissuto più tempo in prigione che in libertà, anche se hai fatto molte più cose prima, quando la città era tua, quando non era qui, la città; e  vivevi in un posto in cui le persone non ti conoscevano da una parola o un caffè insieme. E mi mancano le persone che pensavano sottovoce, per non sbagliare o per farlo con garbo.
Piove.
Mentre mi domando quanto ci sia ancora da sacrificare, mentre sembrano passati secoli da quando gli occhi sorridevano e nessuno ti chiedeva "come stai?" rispondendosi al posto tuo.
Non esistono brutte città, sono gli abitanti i vandali che mettono a soqquadro ogni cosa lasciando il degrado in mezzo a strade pulite e costruzioni di lusso. Falsità vista mare, vacanze da sogno, pregiudizio incluso; mentre piove, mentre butto via un pezzetto di me. Poco a poco.
Hanno ingannato il mare.
Forse sto diventando come loro, forse sono stata contagiata, e lo penso sottovoce "così non si avvera", poi mi guardo allo specchio e penso che se lo faccio sottovoce posso anche raccontarmela, ma io sono straniera qui, non ho bisogno di mentirmi, e decido che non m'importa di loro, chiudo gli occhi e gioco a essere nella mia città, una qualsiasi.
Via da queste zecche che ti divorano dentro, via dai finti sorrisi, dall'egoismo e dall'incapacità di sorridere e dire "non lo so", già, io lo dico spesso, ed è stata la mia salvezza, finché dici di non saperlo qualcuno ti sorride, mentre ti pugnala e pensa che tu sia stupida. E lo pensa così forte da sporcare la facciata della sua dignità.
Piove e non lo penso.
Piove e lo dico perché è da un po' che non mi ascolto e, mentre osservo i vetri bagnati, mi domando se qualcuno sia mai riuscito a quantificare un "troppo tardi".






mercoledì 18 dicembre 2013

Lo Spirito del Natale Presente

Per farla "alla Dickens" ho iniziato da QUI .
Come per il post precedente, ti avviso. Questo spazio contiene materiale altamente Natalizio. Se sei intollerante sei ancora in tempo per scappare.

Sono tanti i Natali del mio passato, gli aneddoti che mi hanno sempre regalato un sorriso o una gioia di quelle semplici che profumano di burro, farina, uova e zucchero; impastati, modellati e sfornati.
Ho avuto anche io il mio periodo "odio il Natale", non lo nego, fortunatamente durato poco, giusto la stagione transitoria di un'adolescente ribelle e insoddisfatta, una sciocca bamboletta che voleva uscire con gli amici e sbuffava a tavola con i parenti, ma poi sono tornata in me,  poi ho ricordato.
È una sera troppo vicina al 25 Dicembre, siedo a gambe incrociate sulla poltrona con il mac addosso; alla mia sinistra il cellulare che ogni tanto mi illude di non essere sola, alla mia destra c'è Lui, la mia compagnia.

Vi presento "Natale" o, meglio, una piccola parte del mio Albero.
Si chiama proprio Natale, come la festa che amo, come tutto il peso dei miei Natali passati accumulati in anni di addobbi e chiacchierate in penombra. Natale; come una persona, ma non come "un albero di Natale qualsiasi". Ogni dicembre compro un piccolo ninnolo da aggiungere, uno solo, perché è molto carico e perché il presente si vive con la novità di qualcosa che un attimo prima non sapevi, il nuovo è lo Spirito del Natale presente, e io lo osservo, lo ascolto mentre mi spiega le cose che non conosco.
Rosso e oro, luci multicolor e anima Blu.
Il mio albero si chiama Natale come il primo, comprato a buon mercato il primo anno che sono andata a vivere fuori casa, lontana da mamma e papà, lontana da quell'albero che profumava di resina e mi parlava con una voce più antica. Il mio primo albero era piccolo e carico come la slitta di Babbo Natale, poi sono passati gli anni e il materiale scadente lo aveva fatto piegare su se stesso, fino a quando ho cambiato casa e ho potuto permettermi un albero alto 180 cm. e, poco per volta, sono riuscita ad addobbarlo.
Tendenzialmente sono restia a buttare via i ricordi, ho tenuto il vecchio e piccolo albero per il balcone, fino a quando un vento esagerato lo ha dilaniato, allora ho pensato fortemente che il suo Spirito fosse passato nel nuovo acquisto e tutto è andato alla grande.
Ogni primo Dicembre, mentre il resto della popolazione aspetta l'Immacolata per gli addobbi, io passo una giornata a decorare Natale. Molte cose sono vecchie, arrivano dagli anni '90 e le distribuisco per casa, anche quella vecchia palla di neve che ormai al suo interno ha un babbo natale avvolto in una massa di gelatina, ma non posso e non voglio buttarla via, ha sempre qualcosa da raccontarmi.
Mentre penso al mio Natale 2013, le luci qui accanto aumentano l'intensità, con il giorno che da ore ha spento le sue, con l'artificiale diventato naturale.
Spengo il giorno, accendo la sera e penso a oggi, lasciandomi guidare dallo Spirito del Natale. Quello del presente.


"Non c'era niente di particolarmente felice nella città o nel clima, eppure aleggiava un'atmosfera di felicità tale che il più limpido cielo estivo e la più splendida notte d'estate avrebbero invano cercato d'eguagliare.  (Cantico di Natale- C. Dickens, Strofa III "Il secondo dei tre spiriti")"


Inizio a sentire il Natale più o meno da metà Novembre. Chi mi conosce bene si preoccupa quando non ne parlo e, soprattutto, quando non preparo i dvd Natalizi a portata.
Dal primo Dicembre inizio a decorare l'albero, in genere impiego una giornata per finirlo, se inizio al mattino e, un giorno per volta, addobbo casa, fino ad arrivare all'otto e alla renna ubriaca sulla porta di casa. Il tutto avviene con in sottofondo la proiezione di un film natalizio. Vado in ordine d'importanza, quelli meno classici fino ad arrivare a capolavori (a mio avviso) come Il canto di Natale, che ho in quasi tutte le sue versioni, animati e non, chiave moderna o meno, Scrooge resta il mio preferito. Da quando ero piccola è stato amore a prima lettura, il libro mi aveva un po' inquietata e ricordo che mi avevano preso un fumetto di Topolino in cui c'era la versione con Paperon de' Paperoni nella parte di Ebenezer Scrooge, giusto per farmi tranquillizzare sostituendo le immagini spaventose della mia fantasia con personaggi un po' più simpatici.

Siamo a una settimana dalla vigilia, e ho già provveduto ai regali, non mi sento un'eroina per questo, diciamo che mi gusto il Natale perché sono predisposta da dentro. Ho risolto tanto tempo fa la questione  stress, e l'ho fatto con la mia lista personale dei buoni, depennando tutti i regalini "per dovere". Non faccio niente se non per piacere ed è per questo che non diventa uno stress lo shopping Natalizio.
Le frasi fatte stile "a Natale siamo tutti più buoni" e la risposta "è ipocrita essere buoni solo a Natale e poi il resto dell'anno no" mi fanno sempre sorridere. Io sono così tutto l'anno, nel senso che sono simpatica con chi mi è simpatico e assolutamente inesistente con chi non mi piace (ok, qualcuno direbbe "anche un po' stronza" ma non è vero, sono solo "diversamente socievole") .
E a Natale faccio lo stesso.
Non sopporto chi deve ricambiare i regali a tutti i costi, quello è uno stress che le persone si possono evitare, mi fai un regalo perché hai avuto un pensiero per me, grazie, la cosa mi colpisce, soprattutto se mirato. Me lo fai affinché io corra all'ultimo momento a comprare qualcosa per te, ti attacchi. Se non sei sulla mia lista personale dei buoni, non ti regalo neanche una pallina di agrifoglio cascata dal vaso. Però ti auguro Buon Natale, e te lo auguro dal cuore.

Del Natale mi piace il calore del mio Albero, anche in questo momento, sono qui, scrivo, mangio cioccolatini e lui mi appoggia la sua luce sulle gambe, oltre la spalla; sbirciando questo spazio e brillando di energia positiva.
Aspetto a giorni l'arrivo dei miei genitori; che si vada da loro o che si spostino per venire qui, una cosa è certa: in cucina ci sta mamma, anche perché il regalo più bello è sicuramente la loro presenza unita ai sapori della mia infanzia. Ci troveremo tutti a casa di mia sorella, sicuramente più spaziosa del mio piccolo nido.

Sento sempre dire "non vedo l'ora che sia il sei gennaio" e mi si stringe il cuore, perché del Natale amo tutto il periodo che lo precede, l'albero con sotto i pacchetti da consegnare, la sua luminosità riflessa su carta colorata e sorprese di ogni forma. Mentre le pubblicità si sprecano, mentre la programmazione inizia a cambiare e accantonare palinsesti catastrofici, e sappiamo quanto ci sia bisogno di un briciolo di leggerezza unita alla speranza, potendo scegliere se farmi il sangue amaro con la politica o passare un paio di ore in serenerà, non ci penso troppo e schiaccio play, ho una videoteca natalizia molto assortita.
La mia tradizione è mettere il dvd del Canto di Natale versione Muppet's la sera della vigilia, subito dopo la mezzanotte,  quando si aprono i regali, solo che la confusione a casa di mia sorella e la pesantezza del cenone, fanno pensare al letto e, personalmente, immagino il mio Natale a casa mia, tutto solo e spento.
Allora rimetto il dvd in borsa, guai a dimenticarlo, e quando arrivo a casa accendo l'albero.
Natale.
Lo trovo sorridente, comprensivo e gioioso. Da lì a poche ore sarà il suo momento, allora mi guardo Festa in casa Muppet, sorseggiando un digestivo, guardando ogni tanto Natale che brilla, e lo fa anche senza i pacchetti sotto. Lascio giusto la mia immancabile scatola di Pandoro Bauli a tenergli compagnia e guardo lo schermo della tv lasciandomi accarezzare il cuore.
Non pretendo che tutti amino il Natale, alcuni avranno i loro validi motivi per detestarlo, altri ne avranno di buoni per far finta di odiarlo; a me non interessano le tendenze, se io amo Natale e lo aspetto tutto l'anno, di certo, non mi sento "sbagliata" o "fuori luogo", i problemi ci sono sempre, come le cattive persone o i crimini, poi ci sono io, che alzo le spalle, almeno per un breve periodo, e dimentico, sperando che nevichi, perché il Natale con la neve ormai lo vedo solo nelle cartoline, e mi basterebbe una giornata grigia, perché il sole non si può imbucare alla mia festa, però non si può avere tutto e mi accontento della neve nei film, del caldo della mia casa, delle luci del mio Natale e della sua voce.

"È Natale da un'ora e mezza e sei bellissimo."
"È Natale nei tuoi occhi, nel tuo cuore, e mi vedi così."
Non esistono alberi di Natale brutti, Ogni casa ne ha uno con il suo spirito, anche un vecchio melo senza foglie, se addobbato di lucine e amore, diventa bellissimo.
Questa sera guardo il mio albero, sa che sto scrivendo di lui, sa che Natale è vicino e sa che ne ho bisogno, per non dimenticare, per sperare e sentirmi piccola ancora una volta.
Fino al giorno tanto atteso, al pranzo con la tovaglia buona e la tavola imbandita a festa, fino a eliminare ogni traccia di sorpresa, anche il regalo messo al mattino, quello che la notte prima non compariva tra gli altri, quello portato da Babbo Natale, perché Babbo Natale non deluderà chi crede in lui.
Si mangerà tanto, troppo, le mandibole non si fermeranno un attimo "Prendi due mandarini che dissetano un po", sorriderò guardando mia mamma in meritato relax, l'ultima a sedersi e la prima ad alzarsi. Cercherò nel suo sguardo la luce della gioventù nascosta e ricorderemo qualche Natale passato, prima di riporre anche questo.

Festeggio il Natale con la famiglia, pochi intimi di qualità. Non lo passo più con zii e cugini, proprio perché non voglio si trasformi nella festa della falsità, vedo i miei parenti solo quando i miei vanno all'ospedale, e sono stati depennati dalla mia lista dei buoni.
Festeggio il Natale perché mi ritengo fortunata di avere ancora mamma e papà abbastanza in gamba, ma gli anni passano, e non so cosa i Natali futuri abbiano in serbo per me, spero ancora tanta gioia e gli abbracci dei miei genitori, dei miei cari. Vivo ogni Natale mentre il presente scivola e il suo spirito  ha la barba grigia. Arriva e passa in fretta, e la sera non riesco più a mangiare, resto a casa mia, con Natale un po' meno luminoso, forse è stanco, sono giornate lunghe per lui, e mi accorgo che ha i rami curvi, o forse sono io a vederlo così.
"Ancora pochi giorni e potrai riposare, amico mio."
"È sempre bello restare con te."
Vivo ogni Natale futuro per avere in tutti i presenti un passato da ricordare, guardandolo sul mio amico albero, in una vecchia stella, nella nuova campana, in quel ramo interno che ha un piccolo spazio per il Natale che verrà.
E, come un vecchio burattino inerme sulla sedia, lo riporrò nella parte più alta dei miei ricordi, domandandomi quanto tempo manchi al prossimo Natale. Sempre troppo.










martedì 10 dicembre 2013

Lo spirito dei Natali passati


"Marley, prima di tutto, era morto. Niente dubbio su questo. Il registro mortuario portava le firme del prete, del chierico, dell'appaltatore delle pompe funebri e della persona che aveva guidato il mortoro. Scrooge vi aveva apposto la sua: e il nome di Scrooge, su qualunque fogliaccio fosse scritto, valeva tant'oro. Il vecchio Marley era proprio morto per quanto è morto, come diciamo noi, un chiodo di porta.
Badiamo! non voglio mica dare ad intendere che io sappia molto bene che cosa ci sia di morto in un chiodo di porta. Per conto mio, sarei stato disposto a pensare che il pezzo più morto di tutta la ferrareccia fosse un chiodo di cataletto. Ma poiché la saggezza dei nostri nonni sfolgora nelle similitudini, non io vi toccherò con sacrilega mano; se no, il paese è bell'e ito. Lasciatemi dunque ripetere, solennemente, che Marley era morto com'è morto un chiodo di porta. "  (Incipit Cantico di Natale, Charles Dickens)
Inutile dire che, per me,  questo libro sta al Natale come i pinoli stanno al pesto alla genovese, la salsa verde al bollito o la mozzarella alla pizza. Poi c'è chi è intollerante, allora il discorso cambia, ma sono onnivora per quanto riguarda il cibo, quindi, scrivo parlando di me e senza la pretesa di divulgare il "verbo" spacciandolo per verità assoluta, come sempre.

Prima di proseguire, se sei intollerante, devo avvisarti che questo post contiene materiale altamente Natalizio; se hai problemi, la "X" è sempre lassù. Scappa, finché sei in tempo.

Fingerò di sentire la mia campana suonare l'una e di essere in piena notte. Abbracciata dalle lucine del mio Albero di Natale ricevo la visita dello spirito dei miei ricordi. Nessun fantasma, solo profumo di mandarini, di frittelle e la voce di un albero ben più lontano, quello vero che profumava di resina e perdeva aghi.
Quello che mi parlava.

"frrrrr frrrrr" restavo rannicchiata in quell'angolo ad ascoltare la sua voce, un'intermittenza difettosa che per me erano parole. Al buio di quell'angolo del salotto, mentre la mamma era intenta a mettere via le scatole vuote degli addobbi che ricordavo a memoria ma che, di anno in anno, guardavo con occhi diversi.
"Frrrr frrrrr"
"chissà Gesù Bambino cosa mi porterà?"
"frrrrrr frrrrrr"
La nonna mi aveva insegnato che i doni li portava Gesù Bambino, quando vedevo Babbo Natale in televisione facevo un po' di confusione, perché tutto il mondo aspettava il vecchio con pancione e barba bianca, vestito di rosso, e poi nessuna pubblicità mostrava un neonato con un sacco pieno di doni, ma la nonna aveva una risposta a tutto e quando iniziai a domandare perché, facendo notare che il vecchietto aveva più mezzi per accontentare i bambini, mi risposero "Babbo Natale porta i doni, ma è Gesù Bambino che gli dice cosa e a chi, inoltre gli dà il potere di volare con la slitta e riuscire a fare tutto in una notte" così, in un colpo solo, avevano risolto le domande scomode, senza doversi rimangiare la prima versione dei fatti. E io passai a Babbo Natale, con un occhio sempre verso Gesù Bambino, del resto, era lui che "comandava".

"Frrrrr frrrrr"
Il calore della stanza e il pavimento fresco. Amavo guardare la pelle delle mie manine colorarsi di lucine danzanti. Ora sì, ora no.
Ricordo che chiudevo gli occhi e li aprivo di scatto, per scovarle, a volte si spegnevano un attimo prima "frrrr" lo sentivo ridere, era il gioco più bello del mondo.
L'albero era panciuto, tutto colorato, non c'era una tonalità predominante. Le palline erano tutte in vetro, c'erano pigne argentate, rosse, verdi e blu, casette e alberelli di Natale in miniatura, piccole natività intagliate dentro sfere di vetro soffiato, così precise da sembrare progettate da architetti di fama internazionale. I festoni erano il contenuto degli scatoloni che mi era consentito toccare mentre i miei facevano l'albero, il tocco finale. Mentre indicavo i rami più spogli,  mi avvolgevo intorno al collo e alla vita questi "boa argentati" e facevo la diva anni '30.
La fila di Luci, anch'esse tutte colorate, era una catena di casette di plastica, poi c'erano le classiche stelline con tutti gli spuntoni, sì, quelle che si staccavano e finivano sotto i piedi facendoti saltare con le lacrime agli occhi e, infine, le mie preferite; una serie di lanterne bianche che assumevano il colore della lampadina. E, mentre anche l'ultimo festone avvolgeva i rami profumati del mio amico di sempre, saltavo felice, proprio come le immagini dei bambini intorno all'albero di Natale. Mi sentivo una bimba da cartolina, con le trecce e gli occhi pieni di felicità.
"Spegni la luce, presto!" e si accendeva la magia.




Dei Natali passati ho molti sprazzi di felicità, sono stata fortunata, forse per questo vivo questo periodo dell'anno con tanta gioia, o forse dovrei definirla nostalgia, onestamente non so collocare gli aneddoti in un preciso contesto temporale, so che il profumo era sempre quello, sia a casa nostra che dalla nonna.
Già dal mese di Novembre i miei mi tenevano sotto scacco con piccoli ricatti morali. Bastava dirmi "Va bene, tu continua pure, poi però, se sotto l'albero troverai gli aghi di pino…" e mi trasformavo in un angelo di bambina. La paura che Babbo Natale andasse dritto davanti al tetto di casa mia era tanta, e non ho mai avuto il minimo dubbio su questo: i capricci non piacevano alla mamma, a papà, alla nonna e neppure a Gesù Bambino e Babbo Natale. Oh, neanche alla Befana, se è per questo, ma ero terrorizzata da quella vecchia; più della paura di non ricevere dolciumi, c'era quella di vederla e beccarmi una scopata sulla schiena, era il modo per mandarmi a dormire senza storie e il passatempo preferito di mio padre, quello di terrorizzarmi con la Befana, ma questo è un altro capitolo, torno subito ai miei Natali, quelli che mi facevano comportare bene; mentre la mamma tornava dal lavoro un po' più tardi del solito e andava in giro per negozi un po' più volte del normale, ma non riuscivo a capire perché non ci fossero i sacchetti della spesa, passava dalla nonna a salutarci, a volte mangiava un boccone con noi e poi andavano a casa. Ogni sera la stessa storia, fino alle vacanze, e allora si tornava a casa, avevo nostalgia della nonna ma appena si faceva l'albero mi sentivo meno sola. E glielo raccontavo.
I giorni passavano e, a parte qualche panettone o dolcetti vari, non c'era ombra di alcun regalo. Sono cresciuta con l'attesa del passaggio di Babbo Natale, i pacchi dono apparivano solo dopo il suo arrivo: da zero a dieci. La magia era questa. Rendermi conto di quanti pacchetti apparivano dal nulla, la bravura dei miei genitori consisteva nel farmi sentire o vedere cose che non c'erano mai state.
"Hai sentito questa folata di aria fresca? vai a vedere, arrivava dalla sala" oppure "Erano forse campanelli quelli che ho sentito?" E io rabbrividivo per uno spiffero che non era mai esistito o asserivo di aver sentito il rintocco di un campanellino, forse erano due.
Mi affacciavo sulla porta del salotto, la stanza immersa nel buio, a tratti illuminata da casette, stelline e lanterne colorate "frrrr frrrrr" Il cuore che martellava nel petto, un po' per paura "Dormi, se fai la furba e cerchi di sbirciare, Babbo Natale va dritto e non ti lascia i doni." i miei genitori erano molto giovani quando hanno avuto mia sorella e me, a volte non resistevano e la notte della vigilia, quando eravamo un po' più grandine, ci tenevano sveglie, mettevano i doni e ce li facevano vedere prima di andare a dormire. Succedeva anche quando mia madre aveva da fare la mattina di natale e non poteva gustarsi il nostro entusiasmo, quindi appena scoccava la mezzanotte piazzava sotto l'albero tutti i pacchetti, dal primo all'ultimo, ci faceva una recita da oscar e noi scoprivamo la magia la notte della vigilia, così, la mattina dopo poteva alzarsi con calma e fare tutte le sue cose, mentre noi dormivamo con un sorriso stampato sulla faccia.
Una volta era anche successo che tutti e due erano crollati senza riuscire a sistemare i doni, quella mattina ero stata svegliata dalla voce agitata di mia sorella, era molto presto, si era alzata per andare in bagno e non aveva resistito senza dare un'occhiata al nostro albero.
"Babbo Natale è andato dritto, non è passato e l'albero è spento!"
La mia paura aveva superato la voglia di dormire, Babbo Natale era andato dritto. Mentre correvo a piedi scalzi per controllare che mia sorella non avesse sbagliato, mamma e papà dalla loro camera, ci redarguivano "Tornate a letto, è l'alba!"
C'era qualcosa di stonato. La sala era immersa nel buio, il mio albero non parlava e le luci erano sparite.
"Babbo Natale è andato dritto, mamma, papà, non ci sono regali!"
Tutto era sbagliato.
Non so quando fosse arrivata mia madre, dietro di noi, il viso incredulo, anche un po' colpevole e preoccupato, ma io ero già in lacrime; sentivo la risata di papà dalla camera, tossiva e rideva, non riusciva a parlare "Cucciola ahaha, vieni qui e raccontami cos'hai combinato per non prendere regali" e mentre non mi rendevo conto che, in realtà lui stava solo intrattenendo mia sorella e me, forse in un modo un po' opinabile, la mamma era andata chissà dove. Ricordo che ero infastidita dal buonumore di mio padre, gli spiegavo che non avevo fatto proprio niente, non avevo sbirciato neanche una volta e, mentre la mamma era ricomparsa, con un po' di fiatone e un mezzo sorriso d'intesa verso la sua divertita metà, eravamo tutti e quattro nel lettone a parlare, io con i lucciconi agli occhi, mia sorella più pensierosa, papà con le lacrime, ma non per il mio stesso motivo, e la mamma sempre con quell'espressione grave che però si dileguava nello sguardo.
"Shhh avete sentito?"
Tesi l'orecchio, forse qualcosa avevo sentito, un campanellino, un fruscio o un colpo di tosse. Papà, improvvisamente serissimo "Urca sì, adesso vado a vedere che non sia entrato qualcuno, 'spetta che mi alzo."
Non aveva ancora toccato il lembo del lenzuolo che mia sorella e io eravamo già davanti alla porta della sala.
"Frrrrr frrrrrr"
L'albero  parlava e le luci erano tornate: tutto era giusto.
Dei miei Natali passati, ricordo sempre quel breve lasso di tempo che sembrava infinito: il momento in cui gli occhi vedevano tutti quei colori, pacchi e pacchetti e il cuore assorbiva la magia.
Non parlavo, mi emozionavo, trattenevo il respiro e la prima a urlare era sempre mia sorella "Mamma, papà è passato, è passato Babbo Natale!"
Allora mi destavo da quello stato di apnea involontario e mi avvicinavo a lei che aveva già in mano un po' di pacchetti. Ricordo noi due, sotto l'albero,  papà e mamma sorridenti sulla soglia della porta, forse un po' troppo emozionati, ma la mamma si emozionava anche guardando la pubblicità dei bambini sconosciuti, non faceva testo all'epoca, i nomi sui pacchetti, e il rumore della carta strappata che copriva la voce del mio albero.

Nel mio passato ci sono lunghe sere della vigilia passate con mamma, papà e nonni paterni, loro erano più anziani della nonna che badava a mia sorella e me tutto l'anno, quindi passavano in genere una festa con noi e una con la figlia, la sorella di mio padre, quando loro venivano la sera della vigilia, passavamo il Natale con la nonna materna, che preparava a casa sua, così la mamma poteva anche riposare, lavorando tutta la settimana era molto stanca; e quando i nonni paterni passavano il Natale con noi, la vigilia si passava dalla nonna materna.
Quelli erano i Natali più massacranti per mia madre,  perché l'indomani avrebbe avuto a pranzo l'intera famiglia paterna. Il pacchetto comprendeva nonni, zia e cugine, fidanzate dei cugini e le tavolate si sprecavano, ma noi avevamo il nostro daffare con i regali, sapevamo che non si doveva stare intorno alla cucina, e tutto filava liscio.
Di quanto ero piccola, ricordo i racconti di mia mamma e della nonna, dei loro Natali, alcuni un po' tristi, mamma ha perso il papà in età molto tenera, aveva dodici anni ed era la più grande di tre fratelli. Raccontava che quando c'era suo papà era sempre una festa lunghissima. Conoscevano famiglie poco fortunate, chi era vedova, chi aveva poche possibilità. La famiglia di mia mamma non era ricca, ma all'epoca mio nonno aveva una discreta posizione lavorativa e tutti loro potevano ritenersi fortunati, quindi mia nonna e lui preparavano una spesa da portare a famiglie di loro amici che, per un motivo o per l'altro, non potevano permettersi un Natale decoroso, e qui, non si trattava di regali e giochi per i più piccoli, ma di pietanze da mettere in tavola. Passavano la vigilia da una, poi si univano tante altre persone conoscenti, chi portava le frittelle, chi l'arrosto, chi il brodo e chi i dolci, la famiglia che ospitava in genere preparava le torte di verdura, cibo più economico, buono al palato e salvezza per il loro amor proprio, "così partecipavano attivamente alla festa senza sentirsi troppo poveri" diceva la nonna, e la mamma con lo sguardo perso in una malinconia lontana, annusava la buccia di un mandarino, con un sorriso triste.
Quando la nonna rimase vedova, aveva poco tempo per piangere la sua solitudine, lei non aveva mai lavorato, e c'erano figli da far studiare. La sua prima preoccupazione,
Nonostante le condizioni economiche fossero cambiate notevolmente, portò avanti la tradizione del gesto caritatevole nei confronti di persone meno fortunate, anche se lei aveva perso tutto. E per "tutto", qui si parla di quella parte di sé che era cuore, sangue e tanto amore. La sua quercia.
Quando eravamo bambine ricordo che la nonna materna aveva sempre un pacchetto per qualche persona anziana. Non erano giochi, vestiti o calzini, erano cose che io non capivo che tipo di regalo potesse essere. Caffè, zucchero, pasta, latte e biscotti. A volte mi portava con lei, qualche giorno prima delle feste, e le persone che andavamo a visitare erano due vecchiette, una di queste aveva una sorella un po' svitata e  mi faceva tanta paura, a casa loro non c'era albero, non c'erano luci e, a parte un vecchio Presepe che sembrava più un paese terremotato, non c'era traccia dello spirito Natalizio.
Da quando mia madre era cresciuta, ovviamente il Natale si faceva ognuno a casa propria, non esistevano realtà o condizioni come quelle della sua infanzia, o meglio, erano ben nascoste, ma né lei né mia nonna, dimenticavano queste due vecchiette.
"Lei mi portava sempre i mandarini e qualche caramella. Non avevano i soldi per il latte, ma non si dimenticava mai di me e degli zii." Era la gratitudine di una donna sola che era stata aiutata da amici in un momento nero della sua vita. A modo suo, rimase vicina a mia nonna nel suo dolore, fino a quando il sorriso del tempo si sostituì alle sue lacrime nascoste. Mia mamma, ancora oggi, ricorda la discrezione del dolore della nonna, per non lasciar trasparire la sua disperazione e dare un po' di coraggio a lei, l'unica figlia femmina che aveva avuto tutto l'amore di quel padre scomparso troppo presto, e ai miei zii ancora più piccoli.
Questi racconti mi mettevano un po' di tristezza, ma poi passava, intanto la nonna friggeva le frittelle, mentre la televisione mostrava la pubblicità della Bauli o della Vecchia Romagna etichetta nera, e io pregavo affinché Babbo Natale né Gesù Bambino mi facessero mai trovare sotto l'albero una bottiglia di quella roba lì.



Ci sono alcune immagini del passato che mi seguono ovunque io vada, nel periodo delle festività natalizie. Ancora oggi, quando vado per strada, osservo le luminarie a bocca aperta, le serate del mese di Dicembre offrono un panorama serale che mi scalda il cuore. Quando cammino per strada, la sera, resto incantata dalle luci degli alberi che si vedono dalle finestre di case sconosciute, immagino gioia e serenità di famiglie mai viste, o almeno, mi auguro sia così, e penso sempre di vedere una piccola peste con le trecce e il naso appiccicato al vetro.
A casa mia l'albero di Natale si faceva rigorosamente di fronte alla finestra. Quando era finito si aspettava venisse il buio, per uscire in giardino e ammirarlo. Non sono cresciuta in città, lo vedevamo solo noi e le poche persone che passavano dalla stradina adiacente casa, ed era uno spettacolo di un'intimità disarmante. La nonna, invece, abitava in un appartamento, ma anche lei addobbava un albero davanti alla finestra. Il suo era guardato da molte più persone e lei aveva un'altra usanza. I miei zii decoravano i vetri delle finestre con disegni a tema. Mi piaceva aiutarli, anche se, puntualmente, scarabocchiavo e molte volte cercavano di farmi trovare tutto pronto per evitare capricci da parte mia (ma avevano sempre il jolly, loro:  "se non fai la brava Babbo Natale tira dritto") e lavorare in pace.
La notte di Natale, la nonna, accendeva sempre una candela davanti alla finestra più piccola della casa, dopo aver tolto le tende, per non appiccare incendi a sorpresa e nell'angolo della sala c'era un presepe immenso.
Io giocavo con le sue statuine, lei me lo lasciava fare; poi tornava a casa lo zio Piero e brontolava perché trovava pastori dentro la capanna e pecore sui tetti delle case, ma il presepe a casa mia non c'era, quindi dalla nonna c'era un divertimento diverso e poi il suo albero non parlava come il mio.

Ogni anno, la nonna, prendeva un grosso ramo secco. Uno di quelli spogli, con le dita scheletriche, talmente marrone da sembrare nero.
lo fissava in un vaso pieno di vecchi maglioni, copriva il tutto con carta da regalo riciclata, metteva poche palline, qualche batuffolo di ovatta e una fila di lucine colorate. Sembrava un paesaggio invernale innevato. Era bellissimo.
Il suo piccolo balcone era decorato con una fila di luci grandi come palline da tennis, erano arancioni, verdi, gialle, blu e bianche, con l'effetto buccia d'arancia, e ricordo che la sera, con il nasino appiccicato al vetro, osservavo i passanti, avevo lo sguardo fiero; pensavo che nessuno di loro avesse quelle luci, ed era vero. Quelle luci erano sopravvissute, probabilmente, a una qualche battaglia di quelle che si studiano sui libri di storia, infatti non ne avevo mai viste in giro, come quelle.
La Vigilia a casa della nonna era ricca di storie, essendo meno persone a tavola, si riusciva a guardare La vita è meravigliosa e altri vecchi film a tema, poi c'erano i racconti tratti da classici come quello di Dickens, o storie di Natali molti diversi dalla mia realtà, vissuti sulla pelle e nel cuore dei narratori, io ascoltavo a bocca aperta, e quando tornavo a casa ero talmente stanca da non avere paura dei tre fantasmi del Natale, e poi sarebbe arrivato Babbo Natale e, a differenza di Scrooge, amavo questa festa, non correvo alcun rischio.

Intanto, nel mio presente di donna, sono scese le prime ore della sera, fuori il freddo è umido, accanto a me c'è un albero con tanto di nome, che mi parla. Non come quello del passato ma, a modo suo, lo fa.
Lo spirito dei miei ricordi si sta dileguando ma prima ha ancora qualcosa per me.



Non ricordo i motivi che portarono tutte quelle persone a casa mia quella Vigilia, so solo che, per mia sorella e me, proprio Quella è stata La Notte di Natale per eccellenza.
C'erano i nonni paterni, la zia, le cugine, la mia nonna materna, gli zii e noi quattro. Mamma, papà, mia sorella e io.
Prima di parlare della magia di quella notte, è bene dire che mia mamma e la zia paterna, erano anche colleghe di lavoro. Quando prendevano la tredicesima, e sì, quando ancora quella mensilità extra aveva il suo giusto peso, la devolvevano a figli, nipoti e cibarie per cena e pranzo festivo.
La zia regalava sempre a mia sorella e me qualcosa d'importante, lo stesso faceva mia madre con i suoi figli, anche se uno dei miei cugini era già in età da fidanzata e non facevamo in tempo ad abituarci al nome di una, che dovevamo subito impararne un altro. Quell'anno era il turno di Tiziana. C'era anche lei, con i suoi capelli biondo platino lisci e lunghi e le unghie smaltate di rosso, l'ombretto sugli occhi e un profumo buonissimo. Ricordo che non smettevo di guardarla, fino a quando non presi la mia bambola e le dissi che aveva gli stessi capelli. E non era proprio stato un complimento per lei, visto che disse di avere i capelli molto più morbidi, con un tono da smorfiosa un po' più acido del normale. Decisi che Tiziana non mi era simpatica. E non lo era neanche a Rebecca, la mia bambola.
Eravamo circa sedici persone. In casa, quell'anno, c'erano dei lavori in corso a causa dell'impianto di riscaldamento, la sala non era agibile e i miei genitori avevano deciso di mangiare in un rustico che in genere usavano per le feste estive o quando si facevano le pizze e il pane caldo nel forno a legna. Era la baracca del forno, come la chiamavamo noi, in realtà era un ambiente molto ampio con stufa e forno a legna. Piastrelle linde e servizio di acqua corrente, calda e fredda. Della baracca aveva ben poco. Esisteva da quando ci abitava mia mamma con i miei zii, la casa dove vivono tutt'oggi i miei genitori, era la casa d'infanzia di mia madre, modificata per molti aspetti, ma sempre lei. Il mio rifugio.

Ricordo che ero un po' triste perché non avrei avuto il mio albero di natale sott'occhio, a causa dei disagi in casa era stato allestito alla fine del corridoio, allora mio padre aveva addobbato, in fretta e furia, un piccolo ramo di abete anche nel rustico, giusto per non vedere più il mio broncio, e fu una serata perfetta.
La mamma aveva lavorato dalla mattina presto intorno ai fornelli, aiutata dalla nonna, mia zia era arrivata verso sera portando altre cose buone, nessun pacchetto fra le mani, ma questa era la normalità, non ci aspettavamo niente dalle persone noi. Infatti, per non creare ulteriore confusione, avevamo il Babbo Natale di mamma e papà, quello della nonna o quello della zia, ecc. In pratica loro avevano chiesto un dono per mia sorella e me e noi dovevamo ringraziare per il pensiero. Del resto io, a Babbo Natale e per gentile intercessione di Gesù Bambino, chiedevo cose per me, mica per qualcun altro, e loro erano proprio carini, tutti, a pensare a noi.
La sera di quella Vigilia trascorse tra risate, cibo e giochi. Arrivata una certa ora iniziavo a fare il giro delle braccia. Un po' dai nonni, un po' dalla zia, da papà e dalla mamma; sbadigliando sbirciavo mio cugino e la sua nuova bambola intenti a sbaciucchiarsi e, come tutti i bambini stanchi e annoiati, non trovavo l'abbraccio comodo. Fino a quando non arrivai dalla nonna. Le sue braccia erano come il proprio letto dopo una settimana di vacanza. intanto sentivo il suo profumo e la sua voce, chiudevo gli occhi, li riaprivo, li chiudevo ancora. Nell'aria il tintinnio dei bicchieri e il profumo delle bucce di mandarini sulla stufa a legna. Il calore era piacevole, rassicurante.

Dal rustico a casa c'era una scalinata di cemento e un tratto di strada al buio, quando si doveva andare in bagno c'erano le solite raccomandazioni "metti il cappello, chiudi il cappotto davanti, vieni qui che ti metto la sciarpa" Uscire da un ambiente riscaldato dalla stufa a legna, per affrontare il gelo notturno di Dicembre, faceva sì che, una volta fuori, comprendessi il motivo di tutti quegli strati di lana. Era scoccato il momento "pipì". In genere veniva sempre la mamma o la nonna ad accompagnare la bambina che aveva bisogno del bagno, la casa era chiusa a chiave e il buio esterno era rischioso, i ruzzoloni si sarebbero sprecati se ci fosse stata un po' di disattenzione. Lo dissi sottovoce alla nonna, la mamma sentì e disse a mia sorella e alle mie cugine di approfittare della sua guida per andare in bagno. Le proteste arrivarono "a me non scappa" e, mentre mi stratificavano d'indumenti, anche la zia e i nonni iniziarono a insistere affinché tutti i bambini andassero in bagno.
Ricordo che mentre tutti protestavano, io ero molto indaffarata a restare concentrata per non bagnare i pantaloni, una volta arrivati in casa la prima cosa che vidi fu la luce del mio albero, in fondo al corridoio, e mi sorrideva. Intorno solo due scatole di cioccolatini e un pandoro Bauli, forse anche un panettone.
Nient'altro.
Corsi in bagno, intanto sentivo mia cugina Francesca che parlava con mia sorella dalla nostra cameretta, lì accanto. Si stavano togliendo cappotti e sciarpe, quando uscii, aprendo la porta, lo spettacolo davanti ai miei occhi mi lasciò senza parole e respiro.
Sotto l'albero erano comparsi così tanti pacchetti, che non si vedevano i rami bassi.
A bocca spalancata restai immobile sulla soglia, chiamai mia sorella a voce alta, solo lei. In quel momento avevo dimenticato cugini, zii e nonni, avevo dimenticato perfino i capelli platinati e stopposi di Tiziana, volevo mia sorella, mamma e papà.
Mia sorella si affacciò dalla camera, guardò me sulla soglia del bagno e seguì il mio dito puntato verso l'albero.
"Mamma, papà, è arrivato, è arrivato!"
Era sempre lei che sbloccava la situazione.
Uno a uno, dalla cucina, si affacciarono gli adulti, mia cugina era più grandina, era nella fase "forse Babbo Natale non esiste", ma quella notte si tolse i dubbi, almeno per un po' ancora.

La bravura dei miei era quella di farti vivere la magia del Natale. Avevano aspettato che passassimo tutte davanti a quell'albero, testimoni inconsapevoli. Nel giro di poco piazzarono tutto e si tolsero dalla vicinanza. O forse non erano stati loro, non quella volta.
So solo che così tanti regali tutti insieme non li avevo mai visti. Non erano tutti nostri, eravamo tanti bambini, ma a casa mia si confezionava anche un sacchetto di palloncini o una scatola di Crystal Ball. Quella fu la vigilia di una bambola bellissima che, ancora oggi conservo. Ok, non ride e non piange più, ma esiste e si chiama Nella. Babbo Natale dello zio Piero.
Carrozzina come quelle vere, palloncini, libri da colorare, altra bambola, scatola di colori, pennarelli, calze, mutande, caramelle e cioccolatini. Pentoline e tante cose per tutti. Quella è stata La Vigilia, mentre tutti ridevano e giocavano, io ridevo piangendo; ed ora che si è fatto giorno, il fantasma dei miei ricordi sta andando via, lasciando un po' di quel profumo ad avvolgere queste giornate. E sono qui. Presente, con il Natale odierno, con altre cose che mi fanno amare questi giorni, con altri pensieri che oggi vivo con un po' di compere da fare, con il cuore di bambina e così tanta gioia da sperare sempre di essere contagiosa, così dicono, nel periodo dell'anno che amo di più.
Nella











































giovedì 28 novembre 2013

Apparenze letali

Non so come sia andata, dove o quando.
Ci sei, ti vedono, ti parlano, ti parlano, ti parlano, e tu sei lì, che non puoi muoverti, non puoi alzarti e andare via, semplicemente, senza dire una parola, smettendo di ascoltare, spegnendo quell'interruttore, azzerando il volume.
Off/Mute.

Non so quando ho iniziato ad andare via, o come ci sia riuscita, ma è successo; e ho salvato anche le apparenze, ché quelle non devi mai sacrificarle, me lo dicevano sempre la nonna e la mamma "Ricorda che l'impressione che dai di te rimane." e questa cosa ha influito molto durante la mia crescita, ma non come probabilmente avrebbero voluto loro.
Io avevo paura delle apparenze, una fifa boia di essere bollata a vita come ragazza felice, ragazza triste, ragazza fredda, ragazza frettolosa, pigra, iperattiva, passionale, arrabbiata, stronza e anche stupida. Le apparenze erano, per me, un'impronta caratteriale che, come quelle digitali, non avresti mai più cambiato.
La soluzione era non dare alcuna impressione, ma nessuna impressione equivale a diventare "la sfinge". Già, altra impressione, altra etichetta bollata addosso, mentre non lasciavo trapelare il mio conflitto interiore, mentre non volevo salvare le apparenze, mentre volevo rinchiuderle senza telefonata da alcun presidente, in attesa dell'iniezione letale, ero la sfinge.
e, lentamente, soffocavo.

Il giorno del funerale delle mie apparenze sono rinata. Le ho uccise tutte, una a una, non ero io, non ero così, non ero quello e non solo quello. Le persone avevano bisogno di conoscermi e di archiviarmi, e io ho lasciato che credessero, che pensassero di me, senza conferme né smentite. Non è bello, lo so, ma non mi è mai piaciuto essere scavata.
Le persone riservate suscitano sempre una certa curiosità, oh no, non quella curiosità; la gente,  quando non sa niente di te, suppone e poi azzarda una conclusione travestita da domanda, senza aspettare una risposta, perché tanto se la sono già cucita dentro, allora ho imparato anche a non rispondere, quando non mi va e quando trovo la domanda troppo personale, perché chiedere non sempre è lecito, e molte persone dovrebbero andare a scuola di domanda; e visto che, rispondere è cortesia, allora rispondo che non mi va di rispondere, quando voglio essere cortese.
Le persone cercano le apparenze unicamente per poter sfoggiare la loro intelligenza, "ti ho capita da subito, tu sei la classica bla bla bla…" e, dentro, l'ago buca la mia pena.

Incuriosisco le persone unicamente perché non ho curiosità su ogni essere che respira, prendo atto delle presenze che mi circondano e vado avanti, archivio quel che mi danno, senza estorcere, finché non mi giro a osservare uno sguardo, un silenzio o un'intesa che non ha bisogno di punti di domanda.
Gli esclamativi si riconoscono sempre. Sono punti di vista e di gusto, quello buono.

Le conversazioni più belle sono quelle che nascono spontaneamente, come quei fiorellini minuscoli nell'asfalto, che li guardi e pensi "e tu, cosa ci fai qui, ti sei perso e chissà quanto hai viaggiato", e lui ti risponde parlando di quanto sia bello ascoltare i rumori della città, senza interrogativi, senza unghie.

Le conversazioni possono avvenire anche tra due perfetti estranei, ci si dà, mentre aspetti un mezzo pubblico in ritardo e non trovi l'accendino in borsa, allora senti il click, ti volti verso la mano che ti porge la pistola e non puoi fare altro che ringraziare . Ti aspetti che si parli di quanto sia brutto il vizio del fumo, invece no, nessuna frase fatta, non servono scuse per condividere una schiavitù, e in quel momento siamo due prigionieri dello stesso veleno, ci consumiamo in silenzio e ringrazi il cielo per il fatto che non faccia battute stupide per averti vista mentre mettevi via l'iphone piuttosto seccata.
Le conversazioni migliori sono quelle che non accennano alla pioggia sottile che ti sta bagnando anche l'anima, quattro occhi che guardano la stessa nuvola di fumo, mentre penso che la macchina sarebbe stata la scelta migliore, ma poi sarebbe stato un casino per il posteggio, mentre spengo il mozzicone e lo tengo in mano, guardandomi intorno alla ricerca di un cestino che non c'è, allora lo avvolgo in un fazzoletto di carta e vedo che mi sorride stupito, ricambio e noto che fa lo stesso, con la sua cicca, aggiungendo che solitamente non è così civile, allora gli racconto del mio raccoglitore per cicche che ho lasciato nell'altra borsa, quello che porto sempre con me dalla vacanza in Sardegna, perché in spiaggia non si lasciano le cicche delle sigarette e gli dico che detesto chi getta la carta per strada. Sono cose, di me, che poche persone conoscono, tipo che se vedo gente che butta il pacchetto vuoto dal finestrino della macchina suono il clacson e gesticolo, e se lo fanno per strada raccolgo e dico "ha perso questo", sfoderando il mio sorriso migliore.
Mi racconto così, quando capita, senza domande né risposte, solo affermazioni, perché c'è tempo per le domande, prima o dopo arriveranno, ma le richieste come impatto iniziale, non sono mai una mossa furba, un po' come chiedere una sigaretta o da accendere come scusa per avvicinare una persona. È comunque una richiesta, si parte con il piede sbagliato. Chi vuole conoscere una persona si offre, non toglie, chi vuole conoscere una persona non trae conclusioni, perché si perde il gusto di scoprirsi. Andreste mai nudi al ristorante "perché tanto dopo forse si fa sesso"?

Le apparenze sono abiti stagionali che cambiano in base all'interlocutore, vero che l'impatto è un biglietto da visita importante, ma il lupo di cappuccetto rosso travestito da nonna non si può vedere, era da uccidere subito quell'apparenza, già nella testa dell'autore, perché guardando le immagini, io me lo domandavo sempre come mai Cappuccetto non vedesse che era il lupo quella bestia nel letto con la cuffia in testa, e non bastava la camicia da notte per renderlo nonna. Apparenze da salvare.

Intanto mangio grissini e bevo alla bottiglia, mentre impreco perché mi sono finite le briciole sul Mac, apparentemente potrei essere un camionista incazzato, ma questo potrebbe pensarlo solo una persona che non ha voglia di conoscermi e ha concluso; salvando un'apparenza che ho graziato, perché non voglio darmi, perché oggi viaggio sul camion, domani sarò sfinge e dopo ancora sarò il nome che stringerai fra le mani e sussurrerai sulla pelle.
O, almeno, sarà quello che lascerò tu creda, ma non solo.


giovedì 14 novembre 2013

Il profumo del risveglio

Apro gli occhi, che già non è poco, e no, non era un rumore in lontananza, stava dicendo proprio a me. Lo diceva pochi minuti prima, lo dice in quel momento, mentre la fisso, mentre ci sfidiamo, io in silenzio  e lei che parla, parla, strilla, sveglia e pettegola, mentre resisto all'impulso di scaraventarla contro il muro, con gli occhi velati dal sonno.
Già, il sonno.
Quello che non ho quando dovrei, quello che rimando per sognare ancora un po', quello che mi volta le spalle appena spengo la luce e mi giro dall'altra parte, quello che ha preso la notte per il giorno e viceversa; come accade a molti bambini. Forse, appena nata sono stata un'insonne e oggi è diventata cronica la cosa, ma io non sono insonne quando fisso la sveglia mentre lei mi sbraita che è ora di alzarsi.

Scosto il lenzuolo e allungo la mano per azzittire il risveglio. Seduta sul letto, nella penombra, riordino la confusione e penso alla prima certezza del nuovo giorno.

La cucina ha qualcosa d'irreale al mattino, la luce glaciale del neon crea un effetto un po' lugubre, mi ricorda le corsie d'ospedale, illuminate e fredde.
La trovo lì ad aspettarmi, lucida e ordinata. Tre pezzi di speranza. La mia Moka, mentre i piedi iniziano a sentire il freddo della stagione e implorano un paio di calzini, ma ignoro e svito il barattolo che contiene il bacio mancato.
Il caffè è l'amico sicuro, quello che si presenta a casa con due birre perché ti ha sentita un po' giù, quello che non parla se tu sembri distratta, quello che aspetta ma poi ti abbraccia senza che tu lo chieda.
L'attesa del caffè è un momento intimo, mai uguale. Spesso fisso il vuoto pensando a tutto e niente, in silenzio.
Poi il gorgoglio della caffettiera mi strappa spesso il primo sorriso della giornata, la mia tazza è pronta a prendere il primo assaggio, ma l'aroma è mio, su questo sono stata categorica. Stringo tra le dita il calore liscio, ritardo di qualche secondo il contatto, voglio annusare ancora un po', e dimentico la luce asettica della cucina, il pavimento freddo e la voce fastidiosa della sveglia.

L'aroma del primo caffè del mattino non è solo Profumo di caffè. È la prima cosa che trovi ad accoglierti quando rientri la sera, perché resta lì, tra la tua tazza preferita con il fondo macchiato e incrostato di pensieri svestiti e annebbiati e la stanza, se sei uscita senza aprire le finestre.
È quello che ti riporta alla consapevolezza del giorno, ai ricordi confusi di viaggi notturni, e tutto questo avviene mentre mescolo all'infinito quella punta di dolcezza,  giusto per continuare ad annusare quel profumo così simile eppure così diverso da casa a casa, intanto il calore raggiunge le labbra, mentre il palato reclama di più.

I risvegli migliori, associati al caffè, sono quelli a casa dei miei genitori. Ancora adesso che sono una donna, quando vado a trovarli e dormo in quella che era la mia cameretta, al mattino sento le loro voci. Mia madre che rimprovera mio padre "Lasciala stare, lo sai che se la svegli poi si arrabbia ed è di cattivo umore tutto il giorno". Che tenera, si ricorda ancora dei miei vent'anni, di quando arrivavo a orari improponibili e poi non era mai ora di alzarsi, " lasciala dormire, oggi non deve fare niente, ma sarai zuccone, lasciala riposare." E sorrido, mentre immagino mamma in camicia da notte che gesticola, papà perplesso che guarda il bottino tra le mani e la ignora bellamente.  La conferma è la sua voce un po' più bassa che mi chiama dal corridoio, quei due colpetti discreti alla porta e il gioco riprende da dove era stato interrotto un po' di anni fa. Io che fingo di dormire, lui che entra e usa la mano, come fosse un ventaglio sulla tazza di caffè, per farmi arrivare l'aroma. Ecco, quelli sono i risvegli che mi mancano. Nessuno ha mai fatto il caffè come mio padre, tantomeno il servizio in camera con quell'amore che non chiede indietro altro che uno sguardo affettuoso e un complimento, perché il mio babbo è orgoglioso quando gli dico che il suo caffè è più buono di quello di mamma, e ignora l'occhiolino e la risatina delle sue donne.

Intanto la mia tazza è quasi vuota.
Con l'ultimo sorso, la stanza sembra essere più tiepida; siamo quasi in inverno e il caffè, in questa stagione, profuma di più, come una coperta calda e morbida, che quando sei rannicchiata sul divano riesci a stringere a te, un po' di più.
La mano sulla tazza, lo sguardo sulla frase che leggo ogni mattina, su quel fumetto scompigliato che mi rappresenta molto; e mi era sembrato di vedere con la coda dell'occhio uno stralcio di sogno voltare l'angolo e sparire, lo stavo afferrando ma è scappato.

Le mattinate non sempre possono essere pigre, tornerà, mica posso giocare a nascondino, e i sogni non si rincorrono; quando si affacciano devono essere a portata di mano, altrimenti vuole dire che non vogliono lasciarsi prendere.
La parte più triste è sempre abbandonare tutto questo, perché è tardi, perché il traffico non aspetta, perché la luce a neon della cucina ti richiama alle corsie che perdono una vocale, allora si fa tardi e devi correre, con il sapore del caffè che ti accompagna mentre ti lavi, mentre ti pettini e ti vesti; anche se vorresti restare scalza ancora un po', magari mettere sul fuoco un'altra moka e ricominciare dall'inizio, con un abbraccio diverso questa volta, perché il caffè ti abbraccia sempre, ma solo il primo riesce a chiacchierare con te e ad ascoltare, senza dover dire una parola.







mercoledì 6 novembre 2013

Piccole ore

Torno qui, dopo tanto, passo lo sguardo sulle pagine impolverate e penso che anche il luogo più nascosto e sicuro, quando abbandonato, diventi un po' più triste.
Questa notte sto contando le ore, piccole e incoerenti, dovrei dormire per far arrivare prima domani, dovrei spegnere tutto e andare a letto, tossire giusto una quarantina di minuti per sfiancarmi e poi voltare le spalle alla notte che non ha problemi. Lei chiacchiera, domanda, scruta e ascolta. Mai contenta la notte, le dai un pensiero e ti ruba la vita; l'accarezza, la morde e la divora. È generosa la notte, si lascia vivere, si lascia consumare, pretende di essere stretta, ti supplica di non alzare quella tapparella per restarti accanto ancora un po', allora chiudi gli occhi e ti lasci andare, anche se pensi al caffè e ti domandi se fuori ci sia il sole o piova, mentre trattieni la notte dentro te, ancora un po', e vorresti abbracciarla.
Dovrei dormire da un po' e vorrei fosse già domani, il giorno qualsiasi di una persona qualsiasi, ma noi sappiamo che non è così, noi sappiamo che domani è arrivato, e mi dici di non avere paura, io sorrido e dico una cosa scema, mentre dentro rivaluto le priorità, mentre controllo quanto tempo manchi ed è sempre troppo, ed è sempre troppo poco.
Ed è sempre ancora notte. Troppa.

venerdì 18 ottobre 2013

Lancette ferme

"Che ore sono?"
"Perché, devi andare da qualche parte?"
No, aspetto l'alba e non vorrei fosse in ritardo; l'alba non aspetta ed è da tanto che non la vedo, che non le dico quanto sia felice di averla di fronte. Un tempo eravamo grandi amiche, l'alba e io, l'aspettavo con il mio caffè bollente in mano e restavo incantata a guardarla, con il cuore sollevato.
Accadeva quando subivo la presenza della notte, quando avevo paura di dormire e restavo sveglia nella speranza che l'alba arrivasse in tempo, con le sue sfumature color pastello e lo sbadiglio alla mano.
So che è tardi, so che dovrei dormire da almeno un'ora, facciamo due, e so anche che con la febbre non si resta svegli a piedi scalzi, però è più forte di me, e questa notte ho voglia di guardare le stelle ascoltando musica. "Fumo l'ultima e poi vado", non sarà una bugia che mi racconto in più a rovinarmi la reputazione, e che male c'è ad ascoltarsi ancora un po'.
Fuori la notte sta danzando intorno alla città che dorme, mentre mi domando se dalle tue braccia il suono ora sia più o meno melodioso, mentre penso che sarebbe una notte  differente, se fossi stretta a te, allora potrebbe arrivare anche il temporale, dormirei lo stesso e sentiresti il mio cuore battere forte, vedresti i miei occhi chiusi, fingerei di dormire mentre conto il tempo che passa tra il fulmine e il tuono, ma dovrei ricominciare, perché fra le tue braccia non ci riuscirei.

Ho spento il cellulare, ho lasciato il brusio della gente fuori e penso a quando non c'erano altre anime che giocavano a dadi con la notte, forse sarebbe stato tutto più facile, forse avrei trovato il coraggio di andare a dormire e avrei imparato che le persone smettono di esistere, che la morte non si ferma a guardare quanti anni hai e quando deve raccogliere fa la conta. Forse non avrei avuto paura se il vociferare del telefonino fosse entrato a far parte della mia vita prima, ma ho imparato da sola, certo, ci ho messo un po' di più perché non mi ascoltavo e non lo dicevo di avere paura, perché le persone che amo non dovevano preoccuparsi troppo per me, non volevo che non dormissero, che non mangiassero e che tenessero i piedi rannicchiati sulla sedia per evitare che il buio li toccasse. Fingevo con chiunque, anche con me. Soprattutto con me.

Questa notte ha qualcosa di diverso, sarà la pettinatura o la voce, forse il cielo stellato le dona quel tocco di classe che la pioggia nasconde, ma quanto tempo impiegherà la notte per farsi bella? Anche per questo non posso andare a dormire senza guardarla almeno per un po'. Ci resterebbe male.

"Che ore sono?"
"Perché, devi andare da qualche parte?"

No. È che per me è rischioso andare oltre quel lasso di tempo che ancora si può chiamare "mancanza di sonno". Di notte, "Oltre" è un nome pericoloso, che non voglio sentire e non voglio guardare.
Penso ad altro, mangio le olive e penso.
Da piccola ero felice, lo ero anche quando pensavo di non esserlo, da adolescente; lo ero perché mi spiegavano le cose, non c'era mai un No fine a se stesso, neanche un Sì non meritato.
Ero felice perché costruivo una panca di legno con mio padre, e ogni volta che vado a trovarli la vedo lì. Consumata, traballante e piccola, eppure mi sembrava così grande. Sempre lucida di vernice e neanche buona per il fuoco. Mi ci siedo sopra e mio papà sorride, lo sguardo come quello di un tempo, forte di gioventù, i lineamenti no, ma da come mi guarda so che mi vede piccola e con le trecce, intenta a passare i chiodi e a usare un  pezzo di leggo per battere su quelli già piantati da lui (Così sei tu a rinforzarla) e sorridiamo entrambi, mentre sorseggio un caffè, mentre parliamo di politica o del lavoro, mentre passo la mia mano su quei chiodi ben piantati dalla testa arrugginita, mentre mi regalo, idealmente, una carezza sulla manina.

Penso a mia mamma che guardava la casa nella prateria e prendeva spunto da quella famiglia semplice per sentirsi forte e regina della casa. E aveva ben tanti motivi per sentirsi tale. Lei, sposa bambina che si è sentita chiamare "mamma" quando ancora aveva lei stessa quella parola sulla bocca e il bisogno nel cuore. Lei, che ha sempre fatto la parte del generale cattivo per non farci allontanare dalla figura paterna che spesso era via (con la mamma sotto gli occhi il rapporto si recupera sempre, con papà in trasferta potrebbe rimanere l'astio) Lei, che quando dava un castigo non tornava indietro e si pentiva di averlo detto a voce alta perché sapeva che per essere credibile non avrebbe dovuto cedere. Lei, che rideva quando mia sorella e io correvamo a cercare supporto da papà, allora fingeva di dare un castigo anche a lui, e il nostro passava in secondo piano, ma ridevamo tutti e quattro e tutto passava, tranne il castigo, quello rimaneva ma con una fetta di dolce e un bel telefilm da guardare insieme, anche se avevo dovuto dire alla mia amica che non sarei andata a casa sua.

"Che ore sono?
"Perché, devi andare da qualche parte?"

La notte ama i miei ricordi, il giorno li mescola e li sbiadisce, ma non si perdono mai.
Penso alla mia nonna/mamma, che non c'è più da tempo, a quante cose mi ha insegnato, a quanti sacrifici ha fatto per me e quanto amore ha dato. Penso a quando arrivava l'estate e dormivo a casa mia, perché la scuola era chiusa e non c'era bisogno di stare da lei. La mia felicità quando la vedevo sbucare dalla scalinata di cemento con il suo sorriso aperto. Si fermava e si accucciava leggermente per abbracciarmi, allora correvo da lei urlando a tutti "c'è la nonna" sicura tra le sue braccia, annusando il suo odore di buono e di pulito. Le chiedevo di cucinare; anche se la mamma aveva già preparato tutto, io volevo che fosse la nonna a farlo, perché le sue polpette erano più buone, perché il suo sugo era più rosso, perché m mancava, ma questo glielo avevo detto la sera prima, piangendo al telefono, e lei l'indomani della mia nostalgia spuntava sempre. Il guaio era quando a un certo orario del tardo pomeriggio preparava la sua roba per tornare a casa. Ricordo che sparivo a prendere il pigiama e la mia bambola, le mutandine pulite e, con le ciabatte ai piedi e la magliettina macchiata di marmellata o altro, tornavo di là "sono pronta, andiamo via" e mia madre mi fermava, perché ero diventata problematica da quel punto di vista, lei voleva mi abituassi a casa mia, solo che per me casa mia era quella della nonna, e in venti minuti si girava una scena che neanche nei film drammatici strappalacrime si vedeva.
Mia nonna che mi baciava di fretta e si voltava per non guardarmi straziata, io che le andavo dietro piangendo, dicendole che avrei fatto la brava, mia madre che con le lacrime agli occhi mi richiamava in casa e io che scappavo. Le parole della nonna erano sempre "se fai così però non vengo più" e i miei dovevano ricominciare tutto dall'inizio con me; cameretta ben illuminata, storie di avventure prima di dormire, lavori manuali di giorno. Il tutto per ingannare la nostalgia di una bambina che voleva solo dormire nel lettone della nonna. Fino alla volta successiva, che poi ogni tanto mi accontentavano e mi lasciavano andare con lei, succedeva sempre quando avevano da fare qualche lavoro grosso intorno alla casa, allora quando vedevo che mia madre prendeva le scarpe sapevo che avrei avuto la meglio quella sera, ma sapevo che tutto era deciso da prima. A casa mia i capricci erano sterili: ne nasceva uno, moriva e non trovava terreno fertile.

"Che ore sono?"
"Perché, devi andare da qualche parte?"

È così notte da non rileggere ciò che scrivo, ma ripenso a ciò che ricordo, parlo con le mancanze e stringo le incertezze. Di quelle, ne ho così tante da non sentirmi sola, non questa notte, e mi dispiace per chi non ha incertezze, perché sono una valida compagnia, sono una scossa, il defibrillatore del proprio essere.

È così notte da tenere la finestra aperta, sbirciando oltre il cielo, misurando la febbre, ascoltando la mancanza delle mani che mi toglievano il termometro. Un bacio sulla fronte quando era alta, altrimenti una carezza e la raccomandazione di non alzarmi così sarei stata meglio in fretta.

"Che ore sono?"
Si è fatto tardi, i ricordi sbadigliano e la scatola si riempie pian piano di nostalgia. C'è un po' di disordine, ma li riconosco tutti, li riordinerò a mente serena e fronte fresca. Domani chiamerò mia madre e arriverà quel bacio sulla fronte, anche se non le dirò che ho la febbre, così non si preoccupa. Sì, credo che domani starò meglio dopo aver sentito la sua voce.

"Che ore sono?"
È l'ora di sognare da donna, come quando ero più piccola; ci penseranno i risvegli ai ricordi.
Notti da bambina a occhi aperti e donna nel vortice dei sogni.

"Che ore sono?"
Ora dormi.

(Scritto ieri notte.  Pubblicato adesso, perché la notte è ancora lontana ed è un po' miope. Forse non se ne accorge.)






martedì 15 ottobre 2013

Rido

Cercare di ridere, senza averne voglia, è la cosa che mi riesce peggio. È capitato, per carità, anche più di una volta, e mi ha fatto male vedere che ci sono cascati tutti, e se ci hanno creduto non mi guardavano negli occhi. La risata finta credo sia più triste dell'orgasmo simulato, o se la giocano alla grande.
Mi sono anche esercitata, a ridere intendo; ho fatto due prove, come quando si fanno le smorfie allo specchio, e il risultato è stato pessimo, del resto, sono dell'idea che l'orgasmo non si debba simulare, figuriamoci una risata.
Questa cosa non piace a chi si aspetta che tu sia convincente, ma quando si è concentrati a trattenere altro, come tutta la tua attenzione su ciò che ti circonda, la risata è l'ultimo dei tuoi pensieri.
"Imparassero a fare le battute", penso, e respiro contando mentalmente.

Fumo una sigaretta e osservo la nuvola velenosa che sale, cerco di trovare una forma, come si fa con le le nubi in cielo, fossi un po' più sveglia, probabilmente ci farei sopra una poesia, ma non so scrivere poesie, sono prosaica, romantica quanto basta.
Ho il romanticismo maledetto, quello che ti colpisce in mezzo agli occhi e, non contento, torna indietro come un boomerang, al mittente.
Riesco a contemplare i tramonti da sola, se sono con qualcuno mi annoio a guardare i tramonti, perché sono gelosa delle mie bellezze e se sono con il mio uomo voglio fare l'amore, il tramonto non è romantico se sono con lui, le sue mani tra i miei capelli sono romantiche o i miei morsi sulle sue labbra, non il sole che dà la buonanotte.
Però sono romantica a modo mio, non come pensano gli altri.
È che la gente è simpaticamente sciocca a volte; se dici di essere romantica ti percula a vita, perché loro guardano i tramonti quando hanno voglia di fare l'amore, oppure per arrivare a farlo, io invece i tramonti me li vado a guardare dopo, e ci vado da sola perché in quel momento devo rivivere tutto e devo farlo da sola per essere sicura di non dimenticare qualcosa, per non essere distratta dall'odore, dal calore di un'altra persona che non mi lascerebbe augurare la buonanotte al sole mandandolo a dormire con i miei ricordi incastrati tra i suoi raggi stanchi.
Rido del tempo che passa, di quei momenti che sembrano lontani anni luce, eppure sembrava ieri.
Rido di me e con me.
Una risata vera, non un orgasmo simulato.

Vago per trovare un senso, tipo che la devo smettere di scrivere di notte, sono troppe le cose che si accavallano, e poi ho quel maledetto vizio di non finire un discorso, ma lo faccio per confondere la confusione; se raggirata, la confusione, si mette nell'ordine delle idee.

Vorrei che qualcuno mi raccontasse una storia; quando ero piccola e avevo sonno andavo in braccio a mia madre o alla nonna, e mi addormentavo ascoltando il suono della loro voce dal petto. Parlavano con gli ospiti, non capivo quello che dicevano, però raccontavano qualcosa, e mi lasciavo cullare, navigavo alla ricerca dei miei sogni e mi svegliavo nel mio lettino.
Non ho più trovato qualcuno che sapesse raccontare le storie così bene, però non chiedo loro d'inventarsele, anche per questo non fingo di ridere.

Una volta una persona mi ha detto che la vita ha rubato il mio sorriso, uno di quegli psicologi che fanno finta di conoscerti per arrivare sotto i tuoi vestiti. Ho simulato un sorriso e ho risposto che le cose non sono proprio andate così e che, in realtà, sono stata io a rubare il  sorriso alla vita. Credo non avesse capito, però mi ha risposto che sono romantica.
Fortunatamente si era fatto tardi "domani devo alzarmi presto, ci sentiamo", quelle cose così, e non ricordo se l'indomani fosse domenica, ma da una romantica non si sospettano bugie o frasi di circostanza. Da una romantica che non ride, ancora meno,

Altre persone mi hanno detto che sono troppo seria, i ciechi. Spesso rido dentro, solo un cieco non lo noterebbe, perché il cieco non può vedere i miei occhi.
Le risate sono così importanti, eppure si buttano in un'immensa cesta di giochi, anziché al riparo sulla mensola, le esternano con timbri più o meno squillanti, la risata del vecchio fumatore è quasi un rantolo, liquida e vischiosa, poi c'è quella della donna sexy, che ha diverse sfumature, dipende dall'età e dal numero di uomini a corte, si va da vocale isterica a quella forte e chiara. Mai risata grassa. Le donne sexy (ok, le chiamo gattemorte ma questo è un segreto trasparente) dicono di essere grasse mentre contano le costole e si soffermano su quella fregata all'uomo, loro hanno uno spazio in più nel costato (anche se spesso ho dubitato sul taglio orizzontale delle loro grazie nascoste) rispetto le altre donne, e ci sono uomini che hanno una costola in meno rispetto gli altri. Solo loro possono dire di essere grasse, per essere smentite, ma non fatelo mai voi. Io l'ho fatto una volta, lei era perfetta, continuava a parlare di rotolini di ciccia, e quella mattina i miei jeans mordevano i miei fianchi, ero sottovuoto e questa scultura di fronte a me continuava a parlare di ciccia. Non si calpestano le convinzioni degli altri, quindi le ho dato ragione. Posso assicurarvi che sento ancora oggi, dopo dieci anni, lo spillone che mi trafigge in tutto il corpo.
Probabilmente ridono asciutte per quello.
Poi ci sono io, che m'illumino per un attimo e concentro tutto negli occhi, ma solo per pochi, solo se c'è qualcosa da ridere, perché nella cesta in mezzo alla confusione le cose belle si rovinano.
Amo chi ride e lo fa per un motivo, dal cuore, dalla pancia e dallo sguardo; non perché glielo dicono gli altri.

"E fattela una risata!"
Esistono persone che non ti conoscono e ti chiamano tesoro, cucciola, bambolina. C'è poco da ridere.
"E fattela una risata!"
Vedo il marchio di fabbrica in fronte alla gente.
"E fattela una risata!"
Le persone credono di conoscerti perché sanno che non bevi il caffè macchiato al bar.
"E fattela una risata!"
Ho conosciuto uomini che per entrare nelle mie mutande fingevano di voler entrare nella mia testa.
"E fattela una risata!"
Io non rido, perché per ogni persona che finge, dieci stupidi s'improvvisano geni.

La cosa che temo di più sono i "Che cos'hai?" quando in realtà non ci deve per forza essere qualcosa che non vada se non ti piace una barzelletta sentita già cinque volte dalla stessa persona; e mentre tutti ridono, mi domando se soffrano di Alzheimer loro o se sia proprio stronza io, poi ricordo che siamo nell'era della gentilezza di facciata e penso che al mondo ci sarà un'altra persona come me che ascolterà per l'ennesima volta la solita barzelletta dal solito collega, e dovrà ridere, dovrà fingere un orgasmo che Sally se lo scorda, e questo mi aiuta a non fingere. Non rido, lo faccio per chi, come me, non si arrende e lo faccio per chi si rende ridicolo, gli stronzi sono gli altri  che ridono di te e non ti fanno capire che è ora di cambiare repertorio, non io; io sono quella che non ride, sono la romantica dei tramonti, mentre conto mentalmente le persone che conoscono il mio romanticismo, quello vero, quello che non ha parole ma brividi sulla pelle, occhi negli occhi e frasi spezzate a metà. Quello che lo sguardo cattura e trattiene, che mostri come un lettore blu ray, solo a chi entra, perché non basta reggerlo, si deve anche varcare la soglia di uno sguardo, e poi nuotare, senza toccare nulla. Allora sono lì i tramonti, non quelli delle 18.30. Sono romantica, ma non è questo il punto, il punto è che lo sono talmente tanto da mostrare tramonti colorati dei miei stralci di vita, all'occorrenza.
Ma la gente non lo sa, la gente vuole vedere i denti, vuole sentir nitrire una donna, e alla fine penso che fare la bambolina non sia la mia aspirazione. Sarei poco credibile.
Che poi le persone a me non risparmiano nulla, quando dissi di voler licenziare un mio dipendente a estrazione perché mi serviva l' ipad, che si dimenticano di usare per ordini e schemi, nessuno ha riso, eppure anche io ho il mio senso dell'umorismo, composto, senza strafare, apparentemente timido, a volte un po' nero, ma c'è.
Rido con le persone, non amo ridere "di", forse è per questo che non mi diverto nei gruppi che passano serate tenendosi il fianco per gli spasmi dovuti a un eccesso di ilarità, a raccontare le disavventure di qualcuno che non c'è o, se c'è, a tirarlo in mezzo per trasformarlo nel buffone di turno, e quando accade sono triste, per chi si diverte e per chi finge di farlo per paura di essere preso di mira. La risata dovrebbe essere ossigeno, complicità, divertimento puro, no bullismo; ma abbiamo davvero bisogno di felicità made in china per stare bene?

"Ma tu, non ridi mai?"
Non credo nel mai e neppure nel sempre. Rido ancora come quando ero bambina, ma i bambini non ridono quando non capiscono le cose o quando non sono sicuri ci sia qualcosa di divertente. La loro risata è la cosa più pura che si possa vedere e sentire. Un suono tondo, aperto, sussurrato e prolungato da quell'urletto che fa loro prendere fiato, in attesa di poter di nuovo liberare quell'emozione nuova, e noi che li guardiamo non possiamo fare altro che improvvisarci clown per loro, e ci impegniamo con le facce più buffe, per scaturire una risata, per farli stare bene, e non è detto che il risultato sia sempre positivo, perché è la spontaneità che comanda, l'inaspettato. Ci sono anche bambini che di fronte a un'emozione forte, come la gioia per un regalo inaspettato, scoppiano a piangere, perché non sanno gestire le emozioni, e adulti che fanno la stessa cosa, a me è successo di emozionarmi alle lacrime in tre situazioni che non dimenticherò mai. E non mi è stato chiesto "Perché non ridi?" e sono stati momenti meravigliosi.
Due di questi li custodisco nel cuore da quando ero piccola.
Ho pianto dalla gioia, lacrime silenziose e tremore trattenuto a stento, aspettavo un abbraccio che è arrivato, caldo e sicuro, mentre tutti intorno a me dicevano cose confuse "Ma che carina, guardala, piange, ma è un tesoro." e io non stavo piangendo. Avevo pianto quando mi avevano bruciato il formicaio che nutrivo con i semi di pomodoro, avevo pianto quando il cane della mia vicina aveva mangiato la mia lumaca, ma quel giorno no, non piangevo, quel giorno io ero felice, e con gli occhi pieni di lacrime cercavo qualcuno che capisse, e ho trovato il sorriso commosso di mia madre, le sue braccia spalancate e pronte a nascondermi, lei sapeva che ero felice, erano gli altri e non riconoscere i segnali, mentre le mie cugine ridevano scartando i doni di Babbo Natale io piangevo tra le braccia di mia madre lasciando lì la mia bicicletta rossa scoperta a metà, ed ero felice "Devi ridere sciocchina, guarda Francesca, mica sta piangendo lei". Incompresa dai presenti, ma felice.

Rido quando ricordo, rido quando vedo qualcosa, a mio parere, di buffo, rido con mio padre delle mie lacrime infantili, della mia disperazione mentre scappavo, urlando, da un ramarro "Scappa papà mi sta inseguendo scappa!" e piangevo mentre correvo, senza vedere che il lucertolone era scappato più spaventato di me. Rido delle battute stupide ma che non mi aspetto, rido quando rendo felice chi amo, magari si vede solo un sorriso, ma chi mi conosce sa che sto ridendo, basta guardare gli occhi.
Ogni sorriso è un risata timida che resta nascosta ad ammirare lo spettacolo, non sempre, ma rido; e lo faccio spesso.
In ogni caso, non quando me lo impongono gli altri, perché "ridere è una cosa seria".
"Rido, quando mi pare rido, quando mi gira rido e poi non rido più. " (Enzo Jannacci)