martedì 22 dicembre 2015
Profumo di brodo
C'era profumo di brodo, nella cucina della nonna, quando imparavo quelle poche strofe. Eravamo nel periodo Natalizio e dall'ingresso, che aveva le misure di un salottino, filtravano le luci dell'albero.
"Non ho vo… non ho voglia di tuffarmi in un focola… no, ufff. Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade… Non ho vo…"
E il brodo bolliva, nonna ascoltava, di spalle, impegnata a lavorare sul lavandino di marmo, in silenzio, quasi che sembrava non sentisse le mie indecisioni, poi arrivava la parola mancante e il suo imperativo "Ricomincia, Non ho voglia?"
"Non ho voglia nonna", e ridevo, lei un po' meno.
Il profumo di brodo sempre più intenso, le mani di nonna arrossate dall'acqua fredda che lavavano il radicchio rosso, l'insalata preferita dal più giovane dei miei zii.
"Non ho voglia di tuffarmi…"
La condensa sui vetri e il freddo esterno che spingeva per entrare ad ascoltare la mia vocina, il mio sguardo perso là fuori, tra gli altri balconi, alla ricerca delle luci natalizie. Mi piaceva guardare gli alberi addobbati nelle altre abitazioni.
Ne ricordo uno così grande che sembrava quello nelle piazze dei film inglesi. Se poi fossero stati americani o tedeschi lo ignoravo, qualsiasi cosa non fosse italiana, per me, era inglese e, quando ero ancora più piccola, anche i dialetti differenti dal mio erano inglese, ma questa è una cosa comune a molti bambini ed è anche un'altra storia.
"Qui non si sente altro che il caldo e le quattro… no, non ho voglia di tuffarmi…"
Quando ci aveva dato il compito di studiare la poesia, la maestra aveva detto qualcosa a proposito della guerra e di un signore che era tornato per passare il Natale a casa. Nel periodo delle elementari bastava niente per aver paura. I film con gli indiani e quelli di guerra erano qualcosa che guardavo distrattamente, con molta diffidenza e timore. Non capivo molto, l'unico nonno che ne parlava ogni tanto era quello paterno, perché era abbastanza vecchio da averla vissuta un po' di più, la nonna era troppo piccola per ricordare e il pensiero di un soldato che guarda le fiamme fumando, solo, il giorno di Natale, mi dava un'infinita tristezza, e paura. Ricordo di aver pensato che nessuno dovrebbe passare il Natale da solo, ricordo che avevo guardato nonna, il fiocco del grembiule sulle sue generose e rassicuranti curve, le stesse che mi avevano cullato per anni, il mio punto fermo e morbido. Avremmo passato Natale a casa della mamma, c'erano anche gli zii paterni e subito avevo chiesto di poterlo fare con la nonna, "giù". Rispetto mamma e papà, che vivevano in aperta campagna, dove abitano tutt'oggi, la casa di nonna, che era in centro paese era "giù", e giù era casa mia, per me. Mamma mi rassicurò dicendo che anche la nonna e gli zii si sarebbero uniti alla festa. Se così non fosse stato anche la nonna sarebbe rimasta sola a pensare "Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo…" e il nodo alla gola premeva, gli occhi pizzicavano. Ricordo di essermi alzata ad abbracciarla da dietro, lei che m'incitava a proseguire con la poesia, io che annusavo il profumo di brodo e quello di sapone che emanava lei.
Incredibile come si dimentichino le cose e come s'imprimano i sentimenti.
In due passi ero arrivata alla porta finestra, là fuori non c'era la guerra, era Natale. Ricordo di aver pensato anche che a Natale nessuno avrebbe dovuto fare la guerra, infatti era così. Non c'era guerra perché era Natale.
"come una cosa dimenticata…"
Mentre il mio ditino tracciava il percorso di una goccia d'acqua. Là fuori era buio e faceva freddo. Là fuori c'erano le luci di Natale di vite estranee che alla luce del giorno mi sorridevano e conoscevano il mio nome, ma la sera dimenticavo i loro volti e i loro nomi. La Signora Elsa non si chiamava più così. La signora Elsa, al buio, era Natale arancione, a causa di una lunga catena di luci di quel colore, che filtrava da grandi palle arancioni grosse come arance succose. La Ornella era Lanterna. Aveva disegnato i vetri e quello del soggiorno mostrava una bellissima lanterna. Era buio, non vedevo i suoi disegni, ma sapevo che erano tutti lì, sulle finestre di fronte al palazzo della nonna. Avevo chiesto allo zio di disegnare anche sui nostri vetri, lui era molto bravo, la nonna aveva immediatamente fatto cenno di no con la testa, fingendo di nulla quando mi voltai a guardarla, non lo chiesi più. Ero abbastanza sveglia da aver capito che alla nonna non piacevano i disegni sui vetri, come non amava la farina sull'albero. Nonna doveva essere una purista del Natale.
Intanto ero riuscita a dirla di seguito, per la prima volta. Sapevo che se l'avessi detta bene ancora due volte avrei potuto smettere e giocare un po', magari con lo zio, aspettando l'ora di cena. Poi avrei dovuto dirla a lui, dopo mangiato, giusto per testare la mia memoria.
Mentre il dito tracciava i contorni di una candela, il rumore delle chiavi nella toppa e la voce dello zio.
La gioia nel cuore e la consapevolezza che mancava ancora una volta per poter mettere via il quaderno.
Una sera come altre, a un passo dalle vacanze. L'indomani avrei dovuto recitare la poesia a Suor Gisella, la mia giovane e cattivissima maestra. Era tornata dall'ospedale e ancora piangevo per la supplente, una ragazza che mi aveva azzittito e sussurrato di non dirlo a nessuno e non dirlo più, quando, con gli occhi lucidi le dissi "tanto sta male sempre, ci vediamo presto, vero?" Suor Gisella era titolare di una cattedra che non le apparteneva. Era molto giovane, lei e io avevamo qualcosa in comune, quel primo giorno di scuola, Per entrambe era la prima volta, solo che io ero in vantaggio. Sapevo leggere e scrivere, lei non aveva ancora mai insegnato. Non mi aveva perdonato questo.
"Ora metti il quaderno in cartella, dopo la ripeti due volte ancora, è tornata Suor Gisella, e sai che se solitamente vali dieci, con lei devi valere dieci e lode." A casa sapevano tutti della mia disavventura con Suor Gisella, solo che nessuno mi dava ragione, anzi, avevo imparato a non lamentarmi più di tanto, giusto per non prendere un castigo extra. La mia è stata un'infanzia sana, mamma e papà vigilavano, ma gli adulti non dovevano essere contraddetti da una bambina.
Quella sera avevo chiesto alla nonna di potermi sedere per terra nell'ingresso a parlare un po' con il suo albero, non aveva la stessa voce di quello a casa dei miei, ma anche questo si faceva sentire forte e chiaro. Proprio qui.
Dalla nonna non c'erano i termosifoni, c'era una "moderna" stufa a gas che faceva un rumore rassicurante. La fiamma estesa su tre file orizzontali e il pavimento tiepido proprio nel cantuccio di fronte all'albero. Aspettavo che lo zio mi facesse spaventare, aspettavo che mi raccontasse la storia del Gigante egoista "Qui non si sente altro che il caldo buono."
E l'ora di cena mi aveva trovata così: a pancia in giù e gambe per aria.
"Così non ti sente nessuno, a chi borbotti, si può sapere?"
Ma quella mattina avevo il nodo in gola. Nessuno doveva restare solo a Natale, ma non avevo voglia di far vedere a tutta la classe che gli occhi pizzicavano. La voce tremava e Suor Gisella lo sentiva. Ci fosse stata la signorina Adriana mi avrebbe abbracciata, e forse sarei scoppiata a piangere. Tanto si sarebbe ammalata di nuovo e avrei rivisto presto la mia supplente. Mi dissi ancora che non avrei dovuto avere paura della guerra. A Natale non poteva scoppiare, mi schiarii la voce e ricominciai. Forte e chiara.
"Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade
ho tanta
stanchezza
sulle spalle
Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
Qui
non si sente
altro
che il caldo buono
Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare"
(Natale, G. Ungaretti)
E sul suono dell'ultima parola guardai la mia maestra dritto negli occhi. Ero già in vacanza.
mercoledì 9 dicembre 2015
Ti ricordi
Il tempo di riordinare le idee per partire da qualche parte, ma le mie idee sono come quei capelli ribelli, quelli che più li pettini più si scompigliano, ingovernabili. Allora chiudo gli occhi e penso se prima l'aria e il suo odore, il colore del cielo o la stradina, oggi asfaltata, che conduce al cancello. Se dal comignolo fumante, dalla pianta dei cachi, spoglia e arancione. se dalla luce accesa nella cantinetta, dalla faccia assonnata e rugosa di mio padre che abbozza un sorriso, dal profumo di lana vecchia e di pelle pulita di mamma, di cibo e di detersivi.
Da dove.
Da che parte partire, bella domanda, dalla mia camera oggi totalmente modernizzata, quella che aveva due lettini con un comodino centrale e le due abat-jour: Cappuccetto rosso con, al posto della fragola, una lampadina rossa nel cestino che portava dalla nonna, quella di mia sorella un Moschettiere con il naso da clown che si illuminava. Quanto mi piacevano, quanto era bello osservare la luce colorata. pensieri al presente e al divano-letto, sotto l'armadio a ponte, mamma è sempre stata una donna molto attenta a sfruttare gli spazi al meglio, l'unica cosa rimasta uguale sono i tendoni e il lampadario, il resto è solo qui, nella mia mente, ingovernabile come i pensieri, i capelli e i ricordi. Ingovernabile che non sa da dove farti partire, allora scrivi, parli e pensi senza capo né coda. E senti freddo, lontana da quella stufa a legna e da tutto quel buono che non hai mai dimenticato; e ti fermi un po' di più, ché di andare via non se ne parla, quando sei a casa.
Tiro su i capelli e ci pianto un mollettone, ascolto il crepitio del ciocco di legno e penso a Pinocchio, mi scappa un sorriso e mamma mi chiede se sto sognando, sorrido di più e vorrei prenderla in braccio o farla ballare, papà dal divano sorride con gli occhi chiusi e penso che stia sognando una bambina con le trecce che scappa via inseguita da un ramarro.
Ingovernabile, come la nostalgia e i "ti ricordi Silvy…" che hanno la voce lontana lontana e colori sbiaditi delle cose passate.
Oggi sono romantica e parlo d'Amore. Di quello che tocchi, che ti ha nutrito e cresciuto. Oggi la poesia è nella faccia rugosa di mio padre che si addormenta appena si siede, nei capelli bianchi di mia madre che mi ricorda sempre di più mia nonna, la mia amata nonna che sorrideva silenziosa, anche lei, forse, con i colori sbiaditi della nostalgia, ma non mi diceva "Ti ricordi, Silvy", io l'abbracciavo e ricordavo ogni bacio e ogni mestolata presa, e restavamo così, in silenzio.
La mia nonna-mamma e io.
sono tornata a casa, da settimane, stamani ho chiesto a mamma se ha fatto l'albero di Natale e mi ha risposto che non sa dove metterlo perché ha dovuto tirare dentro le piante esterne, le ho suggerito di fare quello piccolo piccolo e ha detto che lo farà, anche se fuori ha addobbato per bene il gazebo "Così non brontoli" e il sorriso nella voce tradisce quel salto nel passato che al telefono non si vede, ma si sente. E mi sento lì, seduta sul pavimento, nella penombra del salotto ad ascoltare l'albero e le sue luci mal funzionanti. E mi sento piccola e protetta, felice e amata. E amo.
Oggi parlo d'amore perché l'odio solca le rughe peggio del tempo.
Oggi sono romantica perché qualcuno dovrebbe pur dirlo che c'è bisogno di quel romanticismo che avevamo da piccoli, quello che da seduti ci faceva vedere le cose da un'altra prospettiva, ma non lo dicevamo, perché eravamo impegnati a costruirci un futuro a prova di adulto, protetti dalle lucine mal funzionanti di un albero di Natale che sapeva di resina e perdeva più aghi di un sarto distratto.
Sono romantica, oggi, anche se c'è il sole, ma aspetto il finale a sorpresa, come in quei film Natalizi in cui le temperature sono da record ma poi alla fine nevica quando le cose si sono appianate, qualche ora prima che arrivi Natale.
Ho chiesto a mamma se farà il pasticcio di pollo, negli antipasti, ha risposto che vorrà fare anche una cosa nuova che ha visto in tv. Nella voce quel "torno subito" di quando il passato bussa e tu hai voglia solo di giocare a campana a ritroso nei tuoi ricordi. E siamo noi due, in cucina, io che sfilaccio il petto di pollo, rigorosamente con le dita, perché deve essere così, lei che monta la maionese e, sconfitta, annuncia che è impazzita, mentre io mi preoccupo tantissimo, tanto da correre da mio padre a dire "non mangiare il pasticcio di pollo perché ci attacca la malattia di Gaetano". Gaetano era il nonno dei miei vicini, un signore anziano che regalava elastici come fossero gioielli, mangiava le caramelle e dava le carte ai bambini. Viveva in un mondo tutto suo, non era pericoloso e per farci essere educate con lui, la mamma aveva detto che era un po' matto, ma era pur sempre un nonno da ascoltare.
Oggi parlo d'amore, e lo faccio seduta accanto a un albero che, ogni anno, assorbe un Natale in più, che contiene ogni mio Natale, nessuno escluso, neanche quello della trappola per topi e della crosta di formaggio, neanche quello della pipì nella bacinella, quello di quando l'ho lasciato con in mano il diario dei miei silenzi e sono andata via per sempre o quello delle zeppole messe a gocciolare nella cassetta di legno rivestita dal lenzuolo. Parlo d'amore come lo so, scusate se non è all'altezza della situazione, ma guardo il mondo da un'altra prospettiva, qui, seduta sul pavimento ("e tutto il resto fuori").
Da dove.
Da che parte partire, bella domanda, dalla mia camera oggi totalmente modernizzata, quella che aveva due lettini con un comodino centrale e le due abat-jour: Cappuccetto rosso con, al posto della fragola, una lampadina rossa nel cestino che portava dalla nonna, quella di mia sorella un Moschettiere con il naso da clown che si illuminava. Quanto mi piacevano, quanto era bello osservare la luce colorata. pensieri al presente e al divano-letto, sotto l'armadio a ponte, mamma è sempre stata una donna molto attenta a sfruttare gli spazi al meglio, l'unica cosa rimasta uguale sono i tendoni e il lampadario, il resto è solo qui, nella mia mente, ingovernabile come i pensieri, i capelli e i ricordi. Ingovernabile che non sa da dove farti partire, allora scrivi, parli e pensi senza capo né coda. E senti freddo, lontana da quella stufa a legna e da tutto quel buono che non hai mai dimenticato; e ti fermi un po' di più, ché di andare via non se ne parla, quando sei a casa.
Tiro su i capelli e ci pianto un mollettone, ascolto il crepitio del ciocco di legno e penso a Pinocchio, mi scappa un sorriso e mamma mi chiede se sto sognando, sorrido di più e vorrei prenderla in braccio o farla ballare, papà dal divano sorride con gli occhi chiusi e penso che stia sognando una bambina con le trecce che scappa via inseguita da un ramarro.
Ingovernabile, come la nostalgia e i "ti ricordi Silvy…" che hanno la voce lontana lontana e colori sbiaditi delle cose passate.
Oggi sono romantica e parlo d'Amore. Di quello che tocchi, che ti ha nutrito e cresciuto. Oggi la poesia è nella faccia rugosa di mio padre che si addormenta appena si siede, nei capelli bianchi di mia madre che mi ricorda sempre di più mia nonna, la mia amata nonna che sorrideva silenziosa, anche lei, forse, con i colori sbiaditi della nostalgia, ma non mi diceva "Ti ricordi, Silvy", io l'abbracciavo e ricordavo ogni bacio e ogni mestolata presa, e restavamo così, in silenzio.
La mia nonna-mamma e io.
sono tornata a casa, da settimane, stamani ho chiesto a mamma se ha fatto l'albero di Natale e mi ha risposto che non sa dove metterlo perché ha dovuto tirare dentro le piante esterne, le ho suggerito di fare quello piccolo piccolo e ha detto che lo farà, anche se fuori ha addobbato per bene il gazebo "Così non brontoli" e il sorriso nella voce tradisce quel salto nel passato che al telefono non si vede, ma si sente. E mi sento lì, seduta sul pavimento, nella penombra del salotto ad ascoltare l'albero e le sue luci mal funzionanti. E mi sento piccola e protetta, felice e amata. E amo.
Oggi parlo d'amore perché l'odio solca le rughe peggio del tempo.
Oggi sono romantica perché qualcuno dovrebbe pur dirlo che c'è bisogno di quel romanticismo che avevamo da piccoli, quello che da seduti ci faceva vedere le cose da un'altra prospettiva, ma non lo dicevamo, perché eravamo impegnati a costruirci un futuro a prova di adulto, protetti dalle lucine mal funzionanti di un albero di Natale che sapeva di resina e perdeva più aghi di un sarto distratto.
Sono romantica, oggi, anche se c'è il sole, ma aspetto il finale a sorpresa, come in quei film Natalizi in cui le temperature sono da record ma poi alla fine nevica quando le cose si sono appianate, qualche ora prima che arrivi Natale.
Ho chiesto a mamma se farà il pasticcio di pollo, negli antipasti, ha risposto che vorrà fare anche una cosa nuova che ha visto in tv. Nella voce quel "torno subito" di quando il passato bussa e tu hai voglia solo di giocare a campana a ritroso nei tuoi ricordi. E siamo noi due, in cucina, io che sfilaccio il petto di pollo, rigorosamente con le dita, perché deve essere così, lei che monta la maionese e, sconfitta, annuncia che è impazzita, mentre io mi preoccupo tantissimo, tanto da correre da mio padre a dire "non mangiare il pasticcio di pollo perché ci attacca la malattia di Gaetano". Gaetano era il nonno dei miei vicini, un signore anziano che regalava elastici come fossero gioielli, mangiava le caramelle e dava le carte ai bambini. Viveva in un mondo tutto suo, non era pericoloso e per farci essere educate con lui, la mamma aveva detto che era un po' matto, ma era pur sempre un nonno da ascoltare.
Oggi parlo d'amore, e lo faccio seduta accanto a un albero che, ogni anno, assorbe un Natale in più, che contiene ogni mio Natale, nessuno escluso, neanche quello della trappola per topi e della crosta di formaggio, neanche quello della pipì nella bacinella, quello di quando l'ho lasciato con in mano il diario dei miei silenzi e sono andata via per sempre o quello delle zeppole messe a gocciolare nella cassetta di legno rivestita dal lenzuolo. Parlo d'amore come lo so, scusate se non è all'altezza della situazione, ma guardo il mondo da un'altra prospettiva, qui, seduta sul pavimento ("e tutto il resto fuori").
martedì 27 ottobre 2015
Così
Oggi mi sento così.
Come foglia che si lascia cadere dal ramo e, a poco da terra, spera nel vento.
Stanca e segnata, perché la mia insonnia è cambiata, ora mi fa addormentare, non come prima, poi però mi sveglia e si accoccola sulle mie gambe, come un gatto che fa le fusa. Accarezzo la mia insonnia mentre il cielo cambia colore e il giorno schiarisce.
Con l'autunno negli occhi e l'inverno sulla pelle, sperando arrivi quello vero, quello della stradina sterrata con le foglie marcite e i rami secchi che mi volevano ghermire.
Una pagina bianca tutta da inventare, ma è oggi; io: parole che cercano una pagina senza segni su cui dormire. Senza insonnia, senza gatto.
Così.
Romantica, nostalgica, bastarda e anche un po' puttana. Ché non esiste nostalgia che non batta per sfamare la pancia vuota del presente.
Di quando hai tutto e non sai cosa ti manchi, però sai che non c'è.
In bilico tra prendimi in braccio e mettimi subito giù.
Tra stringimi e lasciami andare.
Tra oggi e così.
Tra.
Oggi mi sento così.
E metti giù quel come, hai dimenticato quando da piccoli si diceva solo così, e un bambino vede così bene che dimentica il come.
Così.
Un gambero. Perche non tutti i giorni sono uguali e il tempo non corre sempre in avanti.
Il mio tempo è ribelle, per esempio, e spesso scappa via facendomi tornare sui miei passi, allora cammino controvento e con i capelli appiccicati alla faccia. Fatico, mentre l'aria mi spinge verso l'ignoto e tengo stretta la gola in un turbinio di foglie secche e parole senza pagine bianche né sporche.
Percorro i miei passi sperando di non incontrarmi, mentre gli occhi si bagnano come una donna pronta, mentre il vento punge e porta via.
Percorro i miei passi a fatica, parodia di una moviola. Incrocio un sovrano che cammina in senso di marcia contrario al mio. Fiducioso del futuro.
Percorro il mio ieri, con gli occhi chiusi e le narici allertate. Percorro il bosco e mi scappa la pipì ma non voglio farla perché ci sono due bambini con me e mamma insiste affinché vada dietro quel castagno, e i brividi mi percorrono le braccia, Marco mi chiede se ho freddo e dico di sì. Mentre stringo le gambe forte, mentre il calore del mese di luglio mi inumidisce la fronte e Marco si meraviglia.
Percorro ieri, come il calore lungo le gambe. Percorro e stringo gli occhi, le gambe e i pugni. Marco ride, Stefano anche e mamma è arrabbiata perché non sono andata a fare pipì dietro quel castagno. Come se fosse facile a sette anni fare pipì con due coetanei a pochi alberi da te.
Percorro ieri e mi stacco una foglia dalle labbra, ascolto parole di bambina e di ragazza. Pensieri astratti.
C'era un sovrano.
Oggi si sente così.
Falla là.
Percorro la mia vita, perché oggi è autunno e il vento mi sta inghiottendo, insieme alle foglie, insieme alle parole che avevo dimenticato e che mi riporta, come un cagnolino fedele che ha voglia di giocare.
Guarda l'onda.
Attenta a non bere.
Baciami.
Dietro quell'albero.
Dietro lo scoglio,
Il sovrano buono perdona.
Perdòno.
Quello giusto lo fa senza rivelare il peccato della serva.
Percorro il mio ieri e sono arrivata.
Così, con una foglia tra i capelli, il vento negli occhi e il vestito stropicciato.
Così.
Nel vortice.
Come foglia che si lascia cadere dal ramo e, a poco da terra, spera nel vento.
Stanca e segnata, perché la mia insonnia è cambiata, ora mi fa addormentare, non come prima, poi però mi sveglia e si accoccola sulle mie gambe, come un gatto che fa le fusa. Accarezzo la mia insonnia mentre il cielo cambia colore e il giorno schiarisce.
Con l'autunno negli occhi e l'inverno sulla pelle, sperando arrivi quello vero, quello della stradina sterrata con le foglie marcite e i rami secchi che mi volevano ghermire.
Una pagina bianca tutta da inventare, ma è oggi; io: parole che cercano una pagina senza segni su cui dormire. Senza insonnia, senza gatto.
Così.
Romantica, nostalgica, bastarda e anche un po' puttana. Ché non esiste nostalgia che non batta per sfamare la pancia vuota del presente.
Di quando hai tutto e non sai cosa ti manchi, però sai che non c'è.
In bilico tra prendimi in braccio e mettimi subito giù.
Tra stringimi e lasciami andare.
Tra oggi e così.
Tra.
Oggi mi sento così.
E metti giù quel come, hai dimenticato quando da piccoli si diceva solo così, e un bambino vede così bene che dimentica il come.
Così.
Un gambero. Perche non tutti i giorni sono uguali e il tempo non corre sempre in avanti.
Il mio tempo è ribelle, per esempio, e spesso scappa via facendomi tornare sui miei passi, allora cammino controvento e con i capelli appiccicati alla faccia. Fatico, mentre l'aria mi spinge verso l'ignoto e tengo stretta la gola in un turbinio di foglie secche e parole senza pagine bianche né sporche.
Percorro i miei passi sperando di non incontrarmi, mentre gli occhi si bagnano come una donna pronta, mentre il vento punge e porta via.
Percorro i miei passi a fatica, parodia di una moviola. Incrocio un sovrano che cammina in senso di marcia contrario al mio. Fiducioso del futuro.
Percorro il mio ieri, con gli occhi chiusi e le narici allertate. Percorro il bosco e mi scappa la pipì ma non voglio farla perché ci sono due bambini con me e mamma insiste affinché vada dietro quel castagno, e i brividi mi percorrono le braccia, Marco mi chiede se ho freddo e dico di sì. Mentre stringo le gambe forte, mentre il calore del mese di luglio mi inumidisce la fronte e Marco si meraviglia.
Percorro ieri, come il calore lungo le gambe. Percorro e stringo gli occhi, le gambe e i pugni. Marco ride, Stefano anche e mamma è arrabbiata perché non sono andata a fare pipì dietro quel castagno. Come se fosse facile a sette anni fare pipì con due coetanei a pochi alberi da te.
Percorro ieri e mi stacco una foglia dalle labbra, ascolto parole di bambina e di ragazza. Pensieri astratti.
C'era un sovrano.
Oggi si sente così.
Falla là.
Percorro la mia vita, perché oggi è autunno e il vento mi sta inghiottendo, insieme alle foglie, insieme alle parole che avevo dimenticato e che mi riporta, come un cagnolino fedele che ha voglia di giocare.
Guarda l'onda.
Attenta a non bere.
Baciami.
Dietro quell'albero.
Dietro lo scoglio,
Il sovrano buono perdona.
Perdòno.
Quello giusto lo fa senza rivelare il peccato della serva.
Percorro il mio ieri e sono arrivata.
Così, con una foglia tra i capelli, il vento negli occhi e il vestito stropicciato.
Così.
Nel vortice.
venerdì 28 agosto 2015
Ma che bella giornata!
"Però noi siam sicuri che prima di domani la tua giornata nera vedrai che cambierà"
Canto, nella penombra della stanza; il sedere sulla poltrona, le gambe sulla sedia di fronte a me, spalle leggermente incassate, e poi mi lamento della tensione al collo, mac sulle ginocchia, telefono cordless alla mia destra, così se suona posso vedere il display illuminarsi, iphone tra chiappa sinistra e cuscino, così se vibra lo sento, mentre ascolto la musica e canto, ridacchiando, perché certe giornate le neutralizzi con una risata sufficientemente sarcastica; canto e riavvolgo il nastro, perché questa lunga giornata ha avuto inizio cadendomi tra capo e notte.
Ore 3.15: mi sveglia un fastidiosissimo "beeep beeep beeep" tanto che il Dr House mi saluta e si allontana dal mio sogno per lasciarmi sul
più bello di una litigata e sono qui, nella penombra della camera che realizzo di avere
ancora la finestra aperta.
L'aria è fresca, strano, l'anticiclone nordafricano usa i guanti di seta a questo giro. Non sto sognando, sono sveglia eppure sento ancora le macchine della terapia intensiva e i loro Beep Beeep Beeep. Del Dr. House neanche il camice, in compenso la retro del camion della spazzatura è stata ingranata e se scrollano ancora un po' quei cassonetti scendo a dirgliene quattro, qui c'è gente che si sveglia!
Sveglia.
Una parola che potrei analizzare in ogni sua accezione, sono laureata in sveglia di tutti i tipi, specializzazione in sveglia per un po', " e se non dormo?" penso.
Il dente bruciacchia,
"per fortuna ieri sera ho preso un oki, il mal di denti non mi frega, ho chiamato ieri la dentista per spostare l'appuntamento del due al nove, tanto era solo un controllo, non ho male, non ho niente, un mese fa ho fatto la pulizia, tolto il dente del giudizio, è solo un controllo, ", penso, e porca
zozza devo dormire, no pensare!
Mi giro dall'altra parte, mi fa male la spalla, devo chiudere la finestra, maledetto lampione, neanche la luna piena fa tutta quella luce, ora la stanza è semi buia, mi giro sulla spalla sana e, non so come, però mi addormento. Un sonno leggero, senza sogni, senza Dr House, senza ex, senza formiche che escono dai muri, senza mamma in camicia da notte al supermercato, senza aver fatto la pipì e quando si bevono più di due litri e mezzo di acqua non ci si può addormentare senza aver fatto pipì a metà nottata.
Mi sveglio che c'è ancora penombra. Devo fare pipì, guardo la sveglia, sono le 5. Il dente
martella ma è sopportabile, l'ho fregato, passo davanti allo specchio e mi
guardo, distratta. Capelli per aria, borse sotto gli occhi, anche un po' di
occhiaie in anticipo di tredici giorni. Il colore giallo pallido della lampadina mi dona, dà alla mia abbronzatura quell'innaturale tonalità ittero-estiva che si abbina così bene alla mandibola da Robert Redford che non ho mai avuto. Mi ha fregata. I denti lo sanno quando canti vittoria e prendi sottogamba l'appuntamento dal dentista, i denti sanno ancora di più quando posticipi un appuntamento e s'indispettiscono Alle 5.07 di questa mattina facevo le smorfie allo specchio, tirando sù i capelli e gonfiando la gota dalla parte sana per vedere l'effetto guanciotte da Arnold.
Tornata a letto sono rimasta sveglia fino alle 7, orario in cui ho preso un antibiotico. Tutti dovremmo avere una scorta di antibiotici nel cassetto, vicino agli slip, sotto i sogni.
La mattinata prosegue con la mia versione zombie che, in questi casi, definisco iperattiva, per ingannare il resto del mondo, soprattutto me stessa, "non ho sonno, io." mi ripeto, e mentre spolvero il comodino mi stanco un po' di più, mi siedo e chiamo mia madre, lei sa sempre come farmi riprendere le forze, lei sa come farmi sorridere, mentre mi domanda cosa preferisco sabato, se la carne o le polpette e opto per la focaccia, alla fine salta fuori la pasta fatta in casa al pomodoro fresco e basilico, focaccia e birra. Lei sì che sa come svegliarmi, poi butta lì che papà non sta benissimo da due giorni e va dal dottore a farsi visitare la pancia. La ruga verticale in mezzo alla fronte si affaccia e sdrammatizzo con una battuta, un vizio del cazzo che ho preso dalle conversazioni tra me e me. Penso che definire pancia il quartiere che ha mio padre in zona addominale sia come chiamare "cucciolo" Godzilla, lo dico, lei ribatte che a dieta non ci sta e penso che l'aggettivo più calzante per la vecchiaia sia "egoista" e papà sta invecchiando, ma non lo dico. Penso al medico dei miei genitori, un tempo è stato anche il mio, per poco, azzardo che sicuramente lo manderà a rifare un'altra colonscopia, tac ed esami su esami. Specialista o pronto soccorso, lui è fatto così, ha paura di curare, ma è bravo a farti girare.
Chiudo la telefonata, sposto l'appuntamento di sabato dalla parrucchiera, lo sposto a domani, perché così sabato mattina preparo un dolce da portare dai miei per sabato sera. Sbadiglio, ho bisogno di sentirti e raccontarti tutto quello che succede e ci sei, sorrido e penso che nel pomeriggio un sonnellino ci stia alla grande, magari dopo aver lessato il polpo, suona il telefono ed è mia sorella che mi dice di stare tranquilla perché non è successo niente. È il nostro codice per comunicarci gli intoppi di mamma e papà senza andare subito in apnea "papà va in pronto soccorso, aveva male durante la visita, ora si preparano con calma e ci vanno. Sentili anche tu."
Non ricordo bene le sequenze, sono passate tante ore e sono ancora sveglia. Alle 23.34 posso anche sbagliare qualche coniugazione e sticazzi. Il giro dell'orologio è meglio delle vasche in via venti.
Dico a mamma di prendere un taxi, lei mi dice di non preoccuparmi, cambio di programma: preparo il polpo ma non posso dormire, perché se mi chiamano e non sento il telefono è un casino. Mia sorella ha ospiti e mi chiede di aggiornarla, lei non potrà rispondermi, ma legge ed è preoccupata. Io cerco di sollevarle il morale ma lei non risponde già più.
Però legge.
Dopo circa due ore provo a chiamare mio papà e dopo un sacco di squilli risponde, con la sua flemma e confusione, mi dice di essere alla fermata della metro e penso perché cacchio non abbiano preso un taxi, lo dico e mi mordo il labbro, lui taglia corto perché è arrivata la metro, mi chiamerà lui e io penso che non lo farà perché ho cambiato numero fisso e lui conosce a memoria quello vecchio, ma non lo dico, resterò sveglia e tra un'oretta richiamo "ma che bella giornata".
Dopo due ore sento mia mamma e so che stanno facendo una tac d'urgenza e penso che mamma e io ci siamo passate un brivido. Da una schiena all'altra. Le faccio coraggio, lei lo fa a me, alza la voce di un tono, come quando vuole farsi sentire da papà, solo che lui è a fare la tac e non la sente, forse vuole dare coraggio a tutti i pazienti del pronto soccorso, ripete che non l'hanno fatta entrare e che se fosse stato grave l'avrebbero chiamata, lo ha detto molte volte, io non l'ho mai azzittita, neanche quando ha iniziato a dare contro mio padre dicendo che non ha chiesto niente, neanche a quanto aveva la pressione. Ha bisogno di prendersela con qualcuno e sono tentata di farla arrabbiare un po', mi sarei offerta volontaria, ma sono stanca e rischierei di attaccare, sul più bello. Lascio perdere, però le dico di abbassare la voce e lei sussurra "speriamo non ci sia niente".
Se non vi dispiace passo alla versione breve perché ho nausea dal sonno, non rileggo, dico solo che mio padre non ha nulla di grave, vengo a saperlo mentre ceno, deve fare una cura antibiotica e lo ricoverano. Chiedo a mamma se non sia il caso di andare da loro e lei prende la situazione in mano, come sempre, nonostante i suoi guai di salute. Dice che non è niente e che meglio dell'ospedale nessuno.
Salta il weekend insieme, "lei deve essere libera muoversi", le dico di prendere un taxi per andare a casa e lei dice di non preoccuparmi.
Le ricordo che domattina deve prendere il cortisone e che non può saltarla, ribadisce che lo sa, di non preoccuparmi.
Ore 22.22. Quattro cigni sul lago, mentre la luna… mioddio straparlo, ma quando vedevo le 22:22 sulla sveglia digitale pensavo sempre ai cigni. Papà è di sopra, non in camera, in una stanza, su una barella e mamma resta con lui. Domattina alle 8 la mandano via e passerà la notte su una sedia, a guardare il suo uomo dormire. Mi sono arrabbiata, mi sono commossa, mi sono sentita inutile. Ho augurato loro la buonanotte e ora penso che sia giunto il momento di alzare il dito medio a questa giornata. Sette minuti e sarà domani, ma che bella giornata.
mercoledì 29 luglio 2015
Di sole e dintorni
A piedi scalzi sul balcone per sentire il sole sotto i piedi, come quando ho scoperto che il sole non è giallo. Ero scalza anche quella volta, scalza da sempre, intenta a smascherare il sole.
Sole che scalda e ruba le sembianze di tutto ciò che tocca.
Cielo azzurro e rami vestiti di verde brillante, il sole della mia infanzia, ambrato sulla pelle e liquido sul ghiacciolo al limone che mi moriva lentamente tra le dita.
Poche lire impiastricciate.
Sole inflazionato.
Malato e pallido sul cemento di città, tra cielo bianco e lunghe strade deserte. Infuocate, vive.
Sole vestito di noia.
Con l'azzurro cielo da nuotarci dentro, sole che penetra l'acqua del mare e si nasconde lì, tra le gambe, quando la pelle delle dita è raggrinzita sufficientemente e puoi uscire per farti accarezzare i capelli bagnati.
Sole di baci salati e abiti larghi troppo smorfiosi per giocare con i raggi, quando di aria non sono mai sazi. Quando di vento vogliono ancora impazzire.
Sole che veste e spoglia le stagioni, sole che non dorme mai e ritorna.
Sole che ti abbassa lo sguardo se lo fissi, sole vagabondo che salta sulla prima nuvola per diventare fortuna e colori.
Sole avvizzito, sui segni del tempo. Sole baldracca e sole composto. Sole che bacia i belli e secca le merde, sole maleducato che lo pensa e non lo dice.
Sòle sbagliato che non tinge né scalda, ma parla, parla e ancora.
Estate da sole africano, quello che lascia parlare di sé e porta allarmismo tra un raggio e l'altro.
Sole che si deve bere, mentre accarezza le fontane di ogni città, da nord a sud, sole che batte le spiagge e se ne sbatte di quali.
Portofino o Palermo, il sole non è di parte, è superiore.
Sole sulle gambe, immobili e pigre, sole che non scaccia le mosche e sorrido.
Sole che mi fai il solletico.
Sole che storce il naso, se lo fai anche tu; sole che del tuo pallore ne fa efelidi da unire al chiaro del primo saluto del mattino.
Sole che spia, tra le tapparelle "chiuse lente" e la polvere che segue la sua spada di luce.
Sole invincibile.
Sole sul cipiglio delle brutte facce che ostentano pezzi di carne, per distrarre, sole su corpi sfatti e sorrisi imbarazzati, sole che non risparmia pregi e imperfezioni e se ne frega, sole che illumina la cattiveria travestita da insicurezza.
Sole materno, sui castelli di sabbia dell'infanzia.
Sole che d'estate infierisce; sole che d'inverno bacia là dove il ghiaccio brucia sulla pelle arrossata delle mani.
Sole, che è così Estate da slogan, mentre lecca il tuo gelato, mentre sei troppo lenta e vi scambiate un bacio.
Sole; che solo un po' mi somiglia, ma io mi eclisso meglio.
Sole che scalda e ruba le sembianze di tutto ciò che tocca.
Cielo azzurro e rami vestiti di verde brillante, il sole della mia infanzia, ambrato sulla pelle e liquido sul ghiacciolo al limone che mi moriva lentamente tra le dita.
Poche lire impiastricciate.
Sole inflazionato.
Malato e pallido sul cemento di città, tra cielo bianco e lunghe strade deserte. Infuocate, vive.
Sole vestito di noia.
Con l'azzurro cielo da nuotarci dentro, sole che penetra l'acqua del mare e si nasconde lì, tra le gambe, quando la pelle delle dita è raggrinzita sufficientemente e puoi uscire per farti accarezzare i capelli bagnati.
Sole di baci salati e abiti larghi troppo smorfiosi per giocare con i raggi, quando di aria non sono mai sazi. Quando di vento vogliono ancora impazzire.
Sole che veste e spoglia le stagioni, sole che non dorme mai e ritorna.
Sole che ti abbassa lo sguardo se lo fissi, sole vagabondo che salta sulla prima nuvola per diventare fortuna e colori.
Sole avvizzito, sui segni del tempo. Sole baldracca e sole composto. Sole che bacia i belli e secca le merde, sole maleducato che lo pensa e non lo dice.
Sòle sbagliato che non tinge né scalda, ma parla, parla e ancora.
Estate da sole africano, quello che lascia parlare di sé e porta allarmismo tra un raggio e l'altro.
Sole che si deve bere, mentre accarezza le fontane di ogni città, da nord a sud, sole che batte le spiagge e se ne sbatte di quali.
Portofino o Palermo, il sole non è di parte, è superiore.
Sole sulle gambe, immobili e pigre, sole che non scaccia le mosche e sorrido.
Sole che mi fai il solletico.
Sole che storce il naso, se lo fai anche tu; sole che del tuo pallore ne fa efelidi da unire al chiaro del primo saluto del mattino.
Sole che spia, tra le tapparelle "chiuse lente" e la polvere che segue la sua spada di luce.
Sole invincibile.
Sole sul cipiglio delle brutte facce che ostentano pezzi di carne, per distrarre, sole su corpi sfatti e sorrisi imbarazzati, sole che non risparmia pregi e imperfezioni e se ne frega, sole che illumina la cattiveria travestita da insicurezza.
Sole materno, sui castelli di sabbia dell'infanzia.
Sole che d'estate infierisce; sole che d'inverno bacia là dove il ghiaccio brucia sulla pelle arrossata delle mani.
Sole, che è così Estate da slogan, mentre lecca il tuo gelato, mentre sei troppo lenta e vi scambiate un bacio.
Sole; che solo un po' mi somiglia, ma io mi eclisso meglio.
giovedì 14 maggio 2015
Festa della mamma
Oggi è la Festa della mamma, perché no? Lo era l'otto, il dieci e ogni volta che mia madre si preoccupa per me.
Oggi è la festa della mamma, che con il passare degli anni mostra ogni sua fragilità ed è la festa della mamma, oggi più che mai, ogni volta che mi preoccupo per lei.
Io che non sono madre ma se c'è una cosa che so fare bene è la figlia. Figlia con tutto il pacchetto di sano egoismo che solo i figli che si preoccupano quando sono adulti e i genitori anziani, sanno dare. Una festa della mamma con la telefonata e la lontananza, quella densa, quella che ti si ferma in gola e ti fa stringere il vuoto dell'aria nei pugni. Una festa della mamma, con tutti i "come va oggi?" e le risposte finte del caso, perché essendo la festa della mamma i figli non si devono preoccupare.
Festa della mamma con papà che è fragile per la sua età ma che lo era anche vent'anni fa, perché la mamma è sempre stata la Bersagliera in casa. La più giovane e la più forte. Un metro e cinquantacinque di testardaggine e saggezza, anche quando era troppo piccola per sposarsi, anche quando tutti le dicevano "guarda che poi non è che puoi stufarti perché tu sei tanto più giovane e lui invecchierà sempre di più", festa della mamma perché lei è andata in culo a tutti invecchiando precocemente, per allentare la differenza di età.
Festa della mamma perché mamma sembra una coetanea di papà o, forse, sembra lei la più grande. Si ammala mamma e noi non siamo abituati a sentirla lamentare, ma è fragile, ha paura di stare male perché lei è l'unica che conosce papà e sa come si cura e quali sono i suoi sintomi quando lui sta male, allora non lo dice di avere paura di non rimettersi in piedi, e la paura si è nascosta dietro quel leggero tremito del suo "oggi meglio".
La festa della mamma è oggi perché mamma sta male da qualche mese e papà non riesce a curarla perché si è messo a letto anche lui, festa della mamma che non vuole le figlie vicino perché qui è tutto sotto controllo e se vi faccio correre adesso, quando saremo vecchiettini sarete già stanche, e ci vuole illudere ancora sul fatto che i genitori siano eterni, ma non è mai la festa della figlia che ha voglia di esserci senza dover litigare, per rendersi conto, per non sentire più quella morsa di paura alla bocca dello stomaco. Perché ne abbiamo più bisogno di loro, perché i figli sono egoisti a volte.
Oggi è la festa della mamma, un giorno qualsiasi della mia di mamma, ma il dieci le ho trovato l'ortensia blu, come quelle di nonna, come quelle di quando ero piccola che non tengono il colore perché il terreno è diverso, e rivedo le sue dita sempre più impacciate e le mani irrigidite a fare pendant con il resto dei muscoli, stanchi e affaticati.
È la festa della mamma, oggi, sì. Della mia, che non ha la pazienza di curarsi perché una pastiglia dovrebbe aver fatto il miracolo, dopo anni di visite e cure posticipate perché per mia mamma è un lusso ammalarsi, quando sono troppe le cose da fare.
Oggi è la festa della mamma, perché se al mattino si è lasciata andare un pochino, nel pomeriggio è di nuovo lei. Risoluta e combattiva.
È la festa della mamma, oggi che riprendo l'inchiostro e la penna, oggi che mi ascolto ma non troppo, altrimenti uso la mente come additivo artificiale e quando scrivo non mi piace tenere la pancia in dentro e le spalle dritte; io mi accascio, quando scrivo, mi gratto la testa e vomito senza dover pensare al pavimento o ai piedi di chi voleva solo curiosare cosa ho mangiato. Solo così so scrivere, oppure sto zitta. Ed è la Festa della mamma, anche oggi, sì; perché ancora una volta ho paura e provo rabbia, perché la gente mi sta stretta e non ho voglia di motivare qualcosa che ho appena vomitato quando lo stomaco faceva male, perché trattenere fiato, pancia e pensieri lede alla carne e deforma i lineamenti. É la festa della mamma, anche oggi, come ieri, e chiedo al dottore tante cose e lui sa che ho paura ma risponde attento a non farsi coinvolgere troppo, con le precauzioni del caso, mentre spero che mio padre smetta di tossire e la lasci dormire in pace di notte, mentre mi domando come abbia potuto mettersi a letto anche lui, proprio ora che è la festa della mamma.
È la festa della mamma e vorrei che mi facesse un regalo, la mia mamma, quello di curarsi anche quando starà meglio, perché impiegherà molto tempo, ma starà meglio e deve continuare proprio perché è la festa della mamma, proprio perché non deve avere fretta di fare la Bersagliera viziando papà come se fosse un infante.
Oggi è la festa della mamma, della mia, e vorrei averla qui accanto. Ora, come quando avevo paura dei tuoni. E vorrei tenerla piano, per non farle male alle ossa, vorrei lenire quei dolori senza farla sentire in colpa.
Oggi è la festa della mamma e mi gira in testa la sua risata, che così lontana mi fa pensare sia stata un sogno.
Oggi è la festa della mamma perché l'ho deciso io. Perché tutti i giorni dell'anno sono pochi rispetto i giorni di una vita donata e mai restituita.
Oggi è la festa della mamma, che con il passare degli anni mostra ogni sua fragilità ed è la festa della mamma, oggi più che mai, ogni volta che mi preoccupo per lei.
Io che non sono madre ma se c'è una cosa che so fare bene è la figlia. Figlia con tutto il pacchetto di sano egoismo che solo i figli che si preoccupano quando sono adulti e i genitori anziani, sanno dare. Una festa della mamma con la telefonata e la lontananza, quella densa, quella che ti si ferma in gola e ti fa stringere il vuoto dell'aria nei pugni. Una festa della mamma, con tutti i "come va oggi?" e le risposte finte del caso, perché essendo la festa della mamma i figli non si devono preoccupare.
Festa della mamma con papà che è fragile per la sua età ma che lo era anche vent'anni fa, perché la mamma è sempre stata la Bersagliera in casa. La più giovane e la più forte. Un metro e cinquantacinque di testardaggine e saggezza, anche quando era troppo piccola per sposarsi, anche quando tutti le dicevano "guarda che poi non è che puoi stufarti perché tu sei tanto più giovane e lui invecchierà sempre di più", festa della mamma perché lei è andata in culo a tutti invecchiando precocemente, per allentare la differenza di età.
Festa della mamma perché mamma sembra una coetanea di papà o, forse, sembra lei la più grande. Si ammala mamma e noi non siamo abituati a sentirla lamentare, ma è fragile, ha paura di stare male perché lei è l'unica che conosce papà e sa come si cura e quali sono i suoi sintomi quando lui sta male, allora non lo dice di avere paura di non rimettersi in piedi, e la paura si è nascosta dietro quel leggero tremito del suo "oggi meglio".
La festa della mamma è oggi perché mamma sta male da qualche mese e papà non riesce a curarla perché si è messo a letto anche lui, festa della mamma che non vuole le figlie vicino perché qui è tutto sotto controllo e se vi faccio correre adesso, quando saremo vecchiettini sarete già stanche, e ci vuole illudere ancora sul fatto che i genitori siano eterni, ma non è mai la festa della figlia che ha voglia di esserci senza dover litigare, per rendersi conto, per non sentire più quella morsa di paura alla bocca dello stomaco. Perché ne abbiamo più bisogno di loro, perché i figli sono egoisti a volte.
Oggi è la festa della mamma, un giorno qualsiasi della mia di mamma, ma il dieci le ho trovato l'ortensia blu, come quelle di nonna, come quelle di quando ero piccola che non tengono il colore perché il terreno è diverso, e rivedo le sue dita sempre più impacciate e le mani irrigidite a fare pendant con il resto dei muscoli, stanchi e affaticati.
È la festa della mamma, oggi, sì. Della mia, che non ha la pazienza di curarsi perché una pastiglia dovrebbe aver fatto il miracolo, dopo anni di visite e cure posticipate perché per mia mamma è un lusso ammalarsi, quando sono troppe le cose da fare.
Oggi è la festa della mamma, perché se al mattino si è lasciata andare un pochino, nel pomeriggio è di nuovo lei. Risoluta e combattiva.
È la festa della mamma, oggi che riprendo l'inchiostro e la penna, oggi che mi ascolto ma non troppo, altrimenti uso la mente come additivo artificiale e quando scrivo non mi piace tenere la pancia in dentro e le spalle dritte; io mi accascio, quando scrivo, mi gratto la testa e vomito senza dover pensare al pavimento o ai piedi di chi voleva solo curiosare cosa ho mangiato. Solo così so scrivere, oppure sto zitta. Ed è la Festa della mamma, anche oggi, sì; perché ancora una volta ho paura e provo rabbia, perché la gente mi sta stretta e non ho voglia di motivare qualcosa che ho appena vomitato quando lo stomaco faceva male, perché trattenere fiato, pancia e pensieri lede alla carne e deforma i lineamenti. É la festa della mamma, anche oggi, come ieri, e chiedo al dottore tante cose e lui sa che ho paura ma risponde attento a non farsi coinvolgere troppo, con le precauzioni del caso, mentre spero che mio padre smetta di tossire e la lasci dormire in pace di notte, mentre mi domando come abbia potuto mettersi a letto anche lui, proprio ora che è la festa della mamma.
È la festa della mamma e vorrei che mi facesse un regalo, la mia mamma, quello di curarsi anche quando starà meglio, perché impiegherà molto tempo, ma starà meglio e deve continuare proprio perché è la festa della mamma, proprio perché non deve avere fretta di fare la Bersagliera viziando papà come se fosse un infante.
Oggi è la festa della mamma, della mia, e vorrei averla qui accanto. Ora, come quando avevo paura dei tuoni. E vorrei tenerla piano, per non farle male alle ossa, vorrei lenire quei dolori senza farla sentire in colpa.
Oggi è la festa della mamma e mi gira in testa la sua risata, che così lontana mi fa pensare sia stata un sogno.
Oggi è la festa della mamma perché l'ho deciso io. Perché tutti i giorni dell'anno sono pochi rispetto i giorni di una vita donata e mai restituita.
lunedì 13 aprile 2015
Reazione a catena
Una parola per rompere gli argini.
Quando meno te lo aspetti, magari mentre stai pulendo la tua insalata pensando che la pizza sarebbe stata un'idea migliore, annusando la foglia di erba per cercare eventuali tracce di rucola, che già oggi ti tocca quella perché perché perché, e si affaccia a casaccio, non una parola mirata, ma una qualsiasi.
Devo comprare il sale.
Sale.
Ed è subito spiaggia, ma no Gino Paoli, perché i baci salati non sono solo quelli che sanno di mare e non mi piacciono più. Mi sono rimasti un po' indigesti e li ho cancellati.
Il sale smorzato dal sapore del ghiacciolo al limone, quando non bevevo tequila, quando alla fine di una giornata intera passata in spiaggia mi sentivo uscita dalla pubblicità dei gelati, la pelle ambrata e i capelli nero lucido leggermente scompigliati dalla brezza marina. Silenziosa, ad osservare il sole basso e il mare in pausa, a promettergli che l'indomani saresti tornata. Chissà quante promesse ha ascoltato il mare, chissà quante delusioni ha previsto.
Sale e zucchero sulle mani imbrattate dalle gocce di limone che scivolavano tra le dita e lungo il polso.
Sale appiccicoso.
Sale sulla pelle e tra i capelli, perché la doccia vera e propria amavo farla a casa passando il getto dell'acqua tiepida sulle gambe e controllando i progressi del rosso ambrato dell'abbronzatura, sale sulle labbra, al netto del sapore di qualsiasi bacio, mentre rosicchiavo il legnetto del ghiacciolo, mentre succhiavo le mie labbra, ignara del verbo e delle reazioni esterne.
Le parole sono così, anelli che formano lunghe catene, quando meno te lo aspetti, quando non ci pensi e magari stai consultando il frigo per decidere se far sorridere la tua insalata con qualche scaglia di parmigiano, ché i filetti di sgombro oggi sono tristi se lasciati soli con le verdure.
Succhiare.
Come dico spesso e scritto in altra sede, per me, "Non esistono parole sporche; esistono bocche infangate." Ci sono bocche che possono permettersi di dire tutto e bocche che sporcherebbero anche l'amore di tua madre.
Diciotto anni dei miei non sono come quelli di adesso, che a diciassette puoi dare praticamente lezioni di disagio.
Diciotto anni dei miei portano il peso delle imposizioni in casa, di quello che non si dice e non si fa. E di quello che non dicevi né facevi.
Diciotto anni dei miei si vestono di paroloni importanti come "sono maggiorenne e me ne vado se non mi lasci fare niente" parole che creano il silenzio nella stanza e, per un attimo, ti fanno anche pensare di aver vinto la partita, ti senti grande e importante. Invece sei solo una stronza di figlia che ha ferito una madre che aveva la responsabilità di farti anche da padre, perché sola con due figlie femmine, mentre tuo padre arrivava il venerdì sera e a lui restava la serenità apparente.
I miei diciotto anni hanno avuto il permesso di dormire fuori, ogni tanto e da qualcuno di sesso femminile con adulti responsabili di guardia. La prima volta che ho dormito fuori ne avevo diciotto da un po' di mesi e avevo raccontato una bugia. Mezza.
Mamma a malincuore aveva concesso di poter dormire dalla madre della Paola, ma sì, quella ragazza che sta con quel ragazzo da dieci anni e aspetta un bimbo. Ma sì quella signora vedova che viene spesso in radio, tranquilla, ha cinquant'anni e giocheremo a Machiavelli.
Io dalla madre della Paola, sia chiaro, ci sarei andata davvero. La Marisa era la classica signora che qualsiasi genitore non avrebbe mai voluto come amica della figlioletta. La Marisa mi aveva prestato casa per la mia prima volta.
La prima di un intoppo occasionale che se non riesci a valutare tu, una donna di cinquant'anni lo deve valutare per te. Mia madre, che ne aveva trentotto di anni, lo avrebbe fatto. Perché lei sapeva che i miei diciotto anni avevano il peso di una verginità che avevano molte ragazze, anche se mentivamo e ci raccontavamo estati degne delle più consumate delle amanti, descrivendo i fuochi di artificio e lo sguardo innamorato di un lui che ne sapeva meno di te, ma sui libri era descritto così, era l'abbraccio sicuro che solo parecchi decenni dopo un uomo sa dare, non un coetaneo dei diciotto anni dei miei.
Quella sera avevo le chiavi del mondo delle donne e continuavo a stringerla tra le dita, perché Bruno era tanto tempo che mi stuzzicava. Bruno era fidanzato, aveva la mia età, qualche mese di meno e, se c'era una cosa che sapevo fare bene, cribbio, era civettare. Consapevole dell'effetto del civettare femminile sui ragazzi.
"Non hai neanche il coraggio di…"
Mi era bastato questo per non sentire altro. Coraggio? Io che ero maggiorenne da diversi mesi e potevo fare quello che mi pareva? I termini erano fatti. Io mi sarei fermata a dormire fuori, con lui, e mi sarei occupata anche del dove e quando.
Lo so, quanto sono stata cretina? Ho detto che sapevo civettare, mica che fossi furba.
L'insalata di oggi, con le scaglie di grana non è malaccio, i ricordi viaggiano su binari paralleli alle parole e ci sono parole che vesto con naturalezza, altre che non mi piacciono. Vuoi per il suono, vuoi per l'odore o per la catena che si trascinano dietro.
Succhiare.
Con Bruno stavo facendo la cosa giusta, del resto su tutte le riviste femminili c'era scritto che la prima volta deve avvenire con qualcuno che ti fa battere il cuore e non c'è un'età giusta. Quando sarà il momento si capirà da sole e sarà bellissimo. Magico.
Seduti sui sedili posteriori di quella macchina che ci stava portando verso una puntata delle Mille e una notte, eravamo entrambi silenziosi. Io continuavo a stringere quelle due chiavi nella tasca del cappotto grigio, era novembre e faceva freddo.
Se lo fai con amore è il momento giusto.
Nello zaino avevo dovuto mettere il solito pigiama, per non destare sospetti, e dalla mia amica avevo preso in prestito un Baby-doll un po' più adatto alla situazione, "come se servisse", aveva detto Antonella ridendo, di due anni più grande di me, lei aveva già dato e mi aveva avvisata sulle cose più importanti e necessarie per la mia tranquillità.
Quasi a destinazione e la chiave conficcata nel palmo della mano, io che pensavo a tutto tranne al fatto che lui fosse fidanzato e non fosse stato neanche in grado di organizzare la serata perfetta, come invece avevo fatto io, con la complicità della signora Marisa che, che Dio l'abbia in gloria, ci aveva lasciato un letto fresco di bucato e l'abat-jour a luce soffusa. Un bigliettino sul tavolo con scritto di aprire il frigo e servirsi di tutto quello che trovavamo, anche l'indomani mattina, a colazione.
Era stata molto carina. Avventata, con la figlia di un'altra, ma carina.
Con l'amore non puoi fare la cosa sbagliata, il momento è quello giusto.
La mia prima e unica volta con Bruno è stata un disastro. Sarebbero molte le cose da dire, eppure, riesco solo a ricordare il verbo succhiare, e non per i motivi più ovvi.
Io non volevo dire di non averlo mai fatto. Mia sorella, anche lei più grande di me di quasi quattro anni e quasi mamma, mi aveva scongiurata di dirglielo, così, quella notte avevo preso il coraggio a schiaffoni e confessai la mia totale inesperienza. Non sapevo cosa aspettarmi, se rabbia, felicità o indifferenza. Vinse la tre.
I miei diciotto anni, dal punto di vista ormonale, sono come tutti i diciotto anni dei decenni a venire e che verranno. Un ragazzino che si trova sul letto con una coetanea in baby-doll che confessa di non essere poi la mangiauomini che aveva lasciato credere fosse, è già tanto che non te lo strappi a morsi quel baby-doll. Scatta il primo bacio tra noi e, se c'era una cosa che sapevo fare bene, già a diciotto anni, oltre a civettare intendo, era baciare. Con quasi quattro anni di pratica alle spalle, lo stendo, pensavo. Anche Antonella mi aveva detto di stenderlo con i baci, così sarebbe stato distratto dal resto, come se fosse stata un'onta non aver mai fatto sesso, come se fosse stata colpa mia se il ragazzo giusto fosse arrivato in ritardo e con una fidanzata alle costole, e noi ci stavamo baciando, finalmente, mi rendevo conto di molte cose, capivo che stavo facendo un buon lavoro, cavolo, a diciotto anni vuoi che non sappia eccitare un ragazzo con un bacio? Era tutto magico e tra le mani non avevo più la chiave di casa, avevo la sua pelle, sentivo il suo profumo fresco, ricordo di aver pensato a The Joker della Steve Miller Band, e solo questo sarebbe bastato per farmi alzare e andare a casa, forse mancava la musica o forse era musica quel bacio, quello che stavamo per fare. Forse, la sua voce, forse, mi sta parlando.
"Puoi sussarmi un po'?"
Dialetto legato a un verbo non così signorile, e le mie mille e una notte trasformate in una rovinosa caduta nel fango di fronte all'ingresso di un locale alla moda superaffollato. Sapevo che si arrivava al rapporto completo a step intermedi, ma non ero pronta a una formale richiesta, Ricordo che avevo anche risposto, ricordo che avevo declinato cortesemente l'invito, non ero scandalizzata, ero incazzata perché me lo aveva chiesto. Un totale disastro.
Con l'amore non si sbaglia, con l'amore è magico.
I miei diciotto anni mi hanno insegnato che la passione ha la sua dignità e che, se la trascuri, è un casino. A diciotto anni ho imparato che, per fare sesso, serve la passione.
Quel verbo mi richiama sempre questa parentesi e le risate con mia sorella e la mia amica, anni dopo, perché quella sera nessuno aveva osato ridere della mia disperazione. Mi avevano preparato a tutto, al dolore, a come sentirne di meno, ma nessuno mi aveva detto che si sarebbe informato sulla possibilità eventuale di essere succhiato.
Oggi rido, penso al fatto che un "Per favore" avrebbe completato il cerchio, rido pensando che non sono più arrabbiata con Bruno, anche se siamo stati due disastri a letto insieme, anche se lui un po' di più, anche se i nostri diciotto anni erano forse fatti più per civettare vestiti e in un luogo pubblico.
E passo al caffè, lo bevo sul balcone, mentre il treno corre e il paesaggio cambia, mentre l'aria di Aprile inizia a portare pollini e profumi di Primavera.
Bevo il primo sorso, mentre l'esperienza insegna e la giovane età apprende, mentre ricordo ancora, ma per oggi basta.
Oggi alzo il tappeto e spazzo il tutto sotto il tessuto pesante di un vissuto fatto di risate, incomprensioni, qualche brutta figura e un pizzico di acerba civetteria, che non guastava mai.
Ieri, come oggi.
Quando meno te lo aspetti, magari mentre stai pulendo la tua insalata pensando che la pizza sarebbe stata un'idea migliore, annusando la foglia di erba per cercare eventuali tracce di rucola, che già oggi ti tocca quella perché perché perché, e si affaccia a casaccio, non una parola mirata, ma una qualsiasi.
Devo comprare il sale.
Sale.
Ed è subito spiaggia, ma no Gino Paoli, perché i baci salati non sono solo quelli che sanno di mare e non mi piacciono più. Mi sono rimasti un po' indigesti e li ho cancellati.
Il sale smorzato dal sapore del ghiacciolo al limone, quando non bevevo tequila, quando alla fine di una giornata intera passata in spiaggia mi sentivo uscita dalla pubblicità dei gelati, la pelle ambrata e i capelli nero lucido leggermente scompigliati dalla brezza marina. Silenziosa, ad osservare il sole basso e il mare in pausa, a promettergli che l'indomani saresti tornata. Chissà quante promesse ha ascoltato il mare, chissà quante delusioni ha previsto.
Sale e zucchero sulle mani imbrattate dalle gocce di limone che scivolavano tra le dita e lungo il polso.
Sale appiccicoso.
Sale sulla pelle e tra i capelli, perché la doccia vera e propria amavo farla a casa passando il getto dell'acqua tiepida sulle gambe e controllando i progressi del rosso ambrato dell'abbronzatura, sale sulle labbra, al netto del sapore di qualsiasi bacio, mentre rosicchiavo il legnetto del ghiacciolo, mentre succhiavo le mie labbra, ignara del verbo e delle reazioni esterne.
Le parole sono così, anelli che formano lunghe catene, quando meno te lo aspetti, quando non ci pensi e magari stai consultando il frigo per decidere se far sorridere la tua insalata con qualche scaglia di parmigiano, ché i filetti di sgombro oggi sono tristi se lasciati soli con le verdure.
Succhiare.
Come dico spesso e scritto in altra sede, per me, "Non esistono parole sporche; esistono bocche infangate." Ci sono bocche che possono permettersi di dire tutto e bocche che sporcherebbero anche l'amore di tua madre.
Diciotto anni dei miei non sono come quelli di adesso, che a diciassette puoi dare praticamente lezioni di disagio.
Diciotto anni dei miei portano il peso delle imposizioni in casa, di quello che non si dice e non si fa. E di quello che non dicevi né facevi.
Diciotto anni dei miei si vestono di paroloni importanti come "sono maggiorenne e me ne vado se non mi lasci fare niente" parole che creano il silenzio nella stanza e, per un attimo, ti fanno anche pensare di aver vinto la partita, ti senti grande e importante. Invece sei solo una stronza di figlia che ha ferito una madre che aveva la responsabilità di farti anche da padre, perché sola con due figlie femmine, mentre tuo padre arrivava il venerdì sera e a lui restava la serenità apparente.
I miei diciotto anni hanno avuto il permesso di dormire fuori, ogni tanto e da qualcuno di sesso femminile con adulti responsabili di guardia. La prima volta che ho dormito fuori ne avevo diciotto da un po' di mesi e avevo raccontato una bugia. Mezza.
Mamma a malincuore aveva concesso di poter dormire dalla madre della Paola, ma sì, quella ragazza che sta con quel ragazzo da dieci anni e aspetta un bimbo. Ma sì quella signora vedova che viene spesso in radio, tranquilla, ha cinquant'anni e giocheremo a Machiavelli.
Io dalla madre della Paola, sia chiaro, ci sarei andata davvero. La Marisa era la classica signora che qualsiasi genitore non avrebbe mai voluto come amica della figlioletta. La Marisa mi aveva prestato casa per la mia prima volta.
La prima di un intoppo occasionale che se non riesci a valutare tu, una donna di cinquant'anni lo deve valutare per te. Mia madre, che ne aveva trentotto di anni, lo avrebbe fatto. Perché lei sapeva che i miei diciotto anni avevano il peso di una verginità che avevano molte ragazze, anche se mentivamo e ci raccontavamo estati degne delle più consumate delle amanti, descrivendo i fuochi di artificio e lo sguardo innamorato di un lui che ne sapeva meno di te, ma sui libri era descritto così, era l'abbraccio sicuro che solo parecchi decenni dopo un uomo sa dare, non un coetaneo dei diciotto anni dei miei.
Quella sera avevo le chiavi del mondo delle donne e continuavo a stringerla tra le dita, perché Bruno era tanto tempo che mi stuzzicava. Bruno era fidanzato, aveva la mia età, qualche mese di meno e, se c'era una cosa che sapevo fare bene, cribbio, era civettare. Consapevole dell'effetto del civettare femminile sui ragazzi.
"Non hai neanche il coraggio di…"
Mi era bastato questo per non sentire altro. Coraggio? Io che ero maggiorenne da diversi mesi e potevo fare quello che mi pareva? I termini erano fatti. Io mi sarei fermata a dormire fuori, con lui, e mi sarei occupata anche del dove e quando.
Lo so, quanto sono stata cretina? Ho detto che sapevo civettare, mica che fossi furba.
L'insalata di oggi, con le scaglie di grana non è malaccio, i ricordi viaggiano su binari paralleli alle parole e ci sono parole che vesto con naturalezza, altre che non mi piacciono. Vuoi per il suono, vuoi per l'odore o per la catena che si trascinano dietro.
Succhiare.
Con Bruno stavo facendo la cosa giusta, del resto su tutte le riviste femminili c'era scritto che la prima volta deve avvenire con qualcuno che ti fa battere il cuore e non c'è un'età giusta. Quando sarà il momento si capirà da sole e sarà bellissimo. Magico.
Seduti sui sedili posteriori di quella macchina che ci stava portando verso una puntata delle Mille e una notte, eravamo entrambi silenziosi. Io continuavo a stringere quelle due chiavi nella tasca del cappotto grigio, era novembre e faceva freddo.
Se lo fai con amore è il momento giusto.
Nello zaino avevo dovuto mettere il solito pigiama, per non destare sospetti, e dalla mia amica avevo preso in prestito un Baby-doll un po' più adatto alla situazione, "come se servisse", aveva detto Antonella ridendo, di due anni più grande di me, lei aveva già dato e mi aveva avvisata sulle cose più importanti e necessarie per la mia tranquillità.
Quasi a destinazione e la chiave conficcata nel palmo della mano, io che pensavo a tutto tranne al fatto che lui fosse fidanzato e non fosse stato neanche in grado di organizzare la serata perfetta, come invece avevo fatto io, con la complicità della signora Marisa che, che Dio l'abbia in gloria, ci aveva lasciato un letto fresco di bucato e l'abat-jour a luce soffusa. Un bigliettino sul tavolo con scritto di aprire il frigo e servirsi di tutto quello che trovavamo, anche l'indomani mattina, a colazione.
Era stata molto carina. Avventata, con la figlia di un'altra, ma carina.
Con l'amore non puoi fare la cosa sbagliata, il momento è quello giusto.
La mia prima e unica volta con Bruno è stata un disastro. Sarebbero molte le cose da dire, eppure, riesco solo a ricordare il verbo succhiare, e non per i motivi più ovvi.
Io non volevo dire di non averlo mai fatto. Mia sorella, anche lei più grande di me di quasi quattro anni e quasi mamma, mi aveva scongiurata di dirglielo, così, quella notte avevo preso il coraggio a schiaffoni e confessai la mia totale inesperienza. Non sapevo cosa aspettarmi, se rabbia, felicità o indifferenza. Vinse la tre.
I miei diciotto anni, dal punto di vista ormonale, sono come tutti i diciotto anni dei decenni a venire e che verranno. Un ragazzino che si trova sul letto con una coetanea in baby-doll che confessa di non essere poi la mangiauomini che aveva lasciato credere fosse, è già tanto che non te lo strappi a morsi quel baby-doll. Scatta il primo bacio tra noi e, se c'era una cosa che sapevo fare bene, già a diciotto anni, oltre a civettare intendo, era baciare. Con quasi quattro anni di pratica alle spalle, lo stendo, pensavo. Anche Antonella mi aveva detto di stenderlo con i baci, così sarebbe stato distratto dal resto, come se fosse stata un'onta non aver mai fatto sesso, come se fosse stata colpa mia se il ragazzo giusto fosse arrivato in ritardo e con una fidanzata alle costole, e noi ci stavamo baciando, finalmente, mi rendevo conto di molte cose, capivo che stavo facendo un buon lavoro, cavolo, a diciotto anni vuoi che non sappia eccitare un ragazzo con un bacio? Era tutto magico e tra le mani non avevo più la chiave di casa, avevo la sua pelle, sentivo il suo profumo fresco, ricordo di aver pensato a The Joker della Steve Miller Band, e solo questo sarebbe bastato per farmi alzare e andare a casa, forse mancava la musica o forse era musica quel bacio, quello che stavamo per fare. Forse, la sua voce, forse, mi sta parlando.
"Puoi sussarmi un po'?"
Dialetto legato a un verbo non così signorile, e le mie mille e una notte trasformate in una rovinosa caduta nel fango di fronte all'ingresso di un locale alla moda superaffollato. Sapevo che si arrivava al rapporto completo a step intermedi, ma non ero pronta a una formale richiesta, Ricordo che avevo anche risposto, ricordo che avevo declinato cortesemente l'invito, non ero scandalizzata, ero incazzata perché me lo aveva chiesto. Un totale disastro.
Con l'amore non si sbaglia, con l'amore è magico.
I miei diciotto anni mi hanno insegnato che la passione ha la sua dignità e che, se la trascuri, è un casino. A diciotto anni ho imparato che, per fare sesso, serve la passione.
Quel verbo mi richiama sempre questa parentesi e le risate con mia sorella e la mia amica, anni dopo, perché quella sera nessuno aveva osato ridere della mia disperazione. Mi avevano preparato a tutto, al dolore, a come sentirne di meno, ma nessuno mi aveva detto che si sarebbe informato sulla possibilità eventuale di essere succhiato.
Oggi rido, penso al fatto che un "Per favore" avrebbe completato il cerchio, rido pensando che non sono più arrabbiata con Bruno, anche se siamo stati due disastri a letto insieme, anche se lui un po' di più, anche se i nostri diciotto anni erano forse fatti più per civettare vestiti e in un luogo pubblico.
E passo al caffè, lo bevo sul balcone, mentre il treno corre e il paesaggio cambia, mentre l'aria di Aprile inizia a portare pollini e profumi di Primavera.
Bevo il primo sorso, mentre l'esperienza insegna e la giovane età apprende, mentre ricordo ancora, ma per oggi basta.
Oggi alzo il tappeto e spazzo il tutto sotto il tessuto pesante di un vissuto fatto di risate, incomprensioni, qualche brutta figura e un pizzico di acerba civetteria, che non guastava mai.
Ieri, come oggi.
mercoledì 4 marzo 2015
Metempsicosi nell'agorà
La piazza è affollata. Ognuno parla per sé pensando agli altri.
C'è di tutto, nella piazza, dal saltimbanco al mangiafuoco, dall'uomo a tre teste a quello a cinque personalità, e poi ci sono gli ombrelli.
Ombrelli colorati e volti coperti, ombrelli come se piovessero colpi di tutti i tipi; bassi e da tutti i lati, mentre passo tra la gente, mentre guardo le persone e mi riparo come posso, guardando in alto verso un cielo che non ha stagione, guardando la folla senza riuscire a muovere passi decisi. Allora mi siedo lasciando il mio ombrello capovolto, qualcuno mi schiaccia una mano e io chiedo scusa mentre la massaggio, ascolto un coro di voci che ripete la solita nenia e conosco l'aria ma non ricordo le parole, forse non le ho mai ascoltate sul serio, mi volto e tappo le orecchie, mentre la musica si fa strada dentro, mentre gli ombrelli coprono la luce e fanno scendere la sera, eppure è presto, ma la piazza ha deciso che alle 15.51 deve arrivare la sera. La piazza è triste e loro hanno le stesse espressioni tirate dei gironi infernali. La gente soffre, anche se non lo ammette; la gente è insicura, anche se si professa migliore di te. Siamo in pochi seduti per terra con gli ombrelli rovesciati sul suolo a pensare alla luce del giorno, a vederla, come se non fosse così buio, come se la sera fosse una nuvola passeggera creata dalla mente dei circensi.
Un tempo conoscevo alcuni nomi, poi ho dimenticato anche i volti, perché della gente non amo le acrobazie, ma apprezzo i gesti delle persone.
Qualcuno passando lascia una stella nei nostri ombrelli rovesciati, esprimi un desiderio, in realtà ne hanno lasciate una manciata, era qualcuno che ho giù visto passare altre volte, magari vestito diversamente, magari in un'altra identità, forse in un'altra vita. Vorrà qualcosa, ma non mi piacciono gli estranei, ancora meno gli estranei che indossano due, tre, quattro, cinque strati di maschere, senza dirti nulla, lasciando solo stelle nel tuo ombrello rovesciato e tu li riconosci, tanto che non sai se alla fine ci sia ancora qualcosa da strappare, tanto che gli porteresti via anche la pelle del viso, se solo t'importasse davvero qualcosa, allora non guardo dentro il mio ombrello, non guardo le mani di chi non ha il coraggio di indossare sempre la solita maschera, non dico faccia, incrocio le gambe e continuo a parlare da sola, qualcuno mi schiaccia una caviglia e non muovo un muscolo, resto in silenzio, facendo finta di ascoltare, facendo finta che sia interessante la sera anticipata, fingendo senza maschera, ed è stata la cosa più difficile da imparare questa.
Nella piazza può accadere di tutto, così dicono, ma a me non importa.
Nella piazza puoi perdere la strada e trovare un sentiero.
Nella piazza l'età si ferma e poi ti trovi davanti a uno specchio con una ruga in più ed esperienza in meno.
Nella piazza la vita si ferma, anche la mia.
Nella piazza molti guardano l'aria che tira, io la sento e mi sposto.
Nella piazza chi resta saldo al proprio ombrello si solleva da terra, lasciando trapelare una sfera di sole a chi resta seduto.
Nella piazza è tornato il pomeriggio, mi alzo e lascio l'ombrello rovesciato al suolo, osservo l'aria che ci gioca, fino a sollevarlo. Pulisco le mani sui jeans e m'incammino; alle spalle una scia di stelle appena fabbricate. Ma non brillano come altre; né come prima.
C'è di tutto, nella piazza, dal saltimbanco al mangiafuoco, dall'uomo a tre teste a quello a cinque personalità, e poi ci sono gli ombrelli.
Ombrelli colorati e volti coperti, ombrelli come se piovessero colpi di tutti i tipi; bassi e da tutti i lati, mentre passo tra la gente, mentre guardo le persone e mi riparo come posso, guardando in alto verso un cielo che non ha stagione, guardando la folla senza riuscire a muovere passi decisi. Allora mi siedo lasciando il mio ombrello capovolto, qualcuno mi schiaccia una mano e io chiedo scusa mentre la massaggio, ascolto un coro di voci che ripete la solita nenia e conosco l'aria ma non ricordo le parole, forse non le ho mai ascoltate sul serio, mi volto e tappo le orecchie, mentre la musica si fa strada dentro, mentre gli ombrelli coprono la luce e fanno scendere la sera, eppure è presto, ma la piazza ha deciso che alle 15.51 deve arrivare la sera. La piazza è triste e loro hanno le stesse espressioni tirate dei gironi infernali. La gente soffre, anche se non lo ammette; la gente è insicura, anche se si professa migliore di te. Siamo in pochi seduti per terra con gli ombrelli rovesciati sul suolo a pensare alla luce del giorno, a vederla, come se non fosse così buio, come se la sera fosse una nuvola passeggera creata dalla mente dei circensi.
Un tempo conoscevo alcuni nomi, poi ho dimenticato anche i volti, perché della gente non amo le acrobazie, ma apprezzo i gesti delle persone.
Qualcuno passando lascia una stella nei nostri ombrelli rovesciati, esprimi un desiderio, in realtà ne hanno lasciate una manciata, era qualcuno che ho giù visto passare altre volte, magari vestito diversamente, magari in un'altra identità, forse in un'altra vita. Vorrà qualcosa, ma non mi piacciono gli estranei, ancora meno gli estranei che indossano due, tre, quattro, cinque strati di maschere, senza dirti nulla, lasciando solo stelle nel tuo ombrello rovesciato e tu li riconosci, tanto che non sai se alla fine ci sia ancora qualcosa da strappare, tanto che gli porteresti via anche la pelle del viso, se solo t'importasse davvero qualcosa, allora non guardo dentro il mio ombrello, non guardo le mani di chi non ha il coraggio di indossare sempre la solita maschera, non dico faccia, incrocio le gambe e continuo a parlare da sola, qualcuno mi schiaccia una caviglia e non muovo un muscolo, resto in silenzio, facendo finta di ascoltare, facendo finta che sia interessante la sera anticipata, fingendo senza maschera, ed è stata la cosa più difficile da imparare questa.
Nella piazza può accadere di tutto, così dicono, ma a me non importa.
Nella piazza puoi perdere la strada e trovare un sentiero.
Nella piazza l'età si ferma e poi ti trovi davanti a uno specchio con una ruga in più ed esperienza in meno.
Nella piazza la vita si ferma, anche la mia.
Nella piazza molti guardano l'aria che tira, io la sento e mi sposto.
Nella piazza chi resta saldo al proprio ombrello si solleva da terra, lasciando trapelare una sfera di sole a chi resta seduto.
Nella piazza è tornato il pomeriggio, mi alzo e lascio l'ombrello rovesciato al suolo, osservo l'aria che ci gioca, fino a sollevarlo. Pulisco le mani sui jeans e m'incammino; alle spalle una scia di stelle appena fabbricate. Ma non brillano come altre; né come prima.
giovedì 26 febbraio 2015
Il cielo in un'ortensia
"Per anni ho visto le fotografie animarsi.
Sì, come quelle di Harry Potter, e profumavano anche.
Ora tacciono, forse dormono."
In 140 caratteri una vita intera, un po' come quando muori e ti passano i momenti davanti, così dicono.
Sfoglio album, guardo cose, ascolto risate, sento profumi, assaporo merende e, ogni volta, muoio un po', per poi rinascere.
Vecchie fotografie dai colori improbabili, pellicole rovinate, incollate al foglio ingiallito del presente. Chiudo gli occhi e sono lì, in quel piazzale arso dal sole che neanche in un vecchio film di Leone c'era quel caldo e quella polvere.
Ma cosa ne sa, chi percorre oggi la scalinata di cemento che porta all'ingresso della casa dei miei genitori, com'era un tempo quel viottolo di terra e sassi; erba ai bordi e, poco più in là, i fiori che la nonna aveva piantato, curati dalla mamma e da chi aveva amore da offrire.
Un viottolo di terra e sassi che se cadevi non ti sbucciavi le ginocchia, ti bucavi la carne e prendevi il resto.
Volto pagina, chiudo gli occhi e sono lì, a respirare il salmastro di quell'acqua che non riuscivo a interpretare, perché così diversa dal mare, ma i fiori no, i fiori erano tutt'intorno e io ero abituata ai fiori, loro un po' meno a me: sarebbero scappati via, avessero avuto le gambe e una testa, invece restavano lì, a farsi annusare, accarezzare, recidere e mutilare per diventare unghia laccata o decorazione per i capelli, e le minacce della nonna e della mamma servivano solo fino al gioco successivo.
Le ortensie della nonna erano le uniche che si salvavano, tranne le foglie, quelle erano fette di carne o di prosciutto, quando giocavo a "vendere". I soldi erano foglietti di carta. Da papà pretendevo il pagamento in moneta sonante, andava via con una pietra, Parmigiano Reggiano, e il costo era sempre lo stesso: "500 Lire, signore, sentirà che buono questo formaggio/la carne/il pesce/le olive", qualsiasi cosa comprasse, lo alleggerivo di 500 Lire, a volte mi diceva di dargliene meno e ci scappavano 200 Lire, ma quel che contava, per me, erano i soldi veri. E correvo a metterli nella scatola, perché il salvadanaio era pieno di monetine imprigionate, e io volevo vederli i miei averi, quelli importanti.
C'era anche qualche banconota allungata dai nonni paterni, la nonna materna ci viziava rigorosamente alle feste comandate, in realtà, ci viziava molto di più, con il suo amore, con i cibi e le coccole, dai nonni paterni si andava una volta a settimana, loro dimostravano l'affetto così, allungando ogni tanto una banconota da 1000 Lire o, se una delle due aveva avuto la febbre, 5000.
Ho imparato a camminare scalza grazie a loro e alla raccomandazione della mamma "Silvana, no scalza ché ti viene la febbre" e io pensavo alle 5000 Lire dei nonni, nascondevo le ciabatte e tenevo i piedi sul pavimento freddo, a volte funzionava, non sempre.
Le fotografie sono come le ciliegie, una storia tira l'altra, e vola il tempo, e dove sono non so.
Mi cerco dietro quel broncio e non sono più io,
L'ortensia azzurra era la mia pianta preferita, aveva il colore del cielo, quello delle belle giornate di sole. L'accarezzavo e non osavo strapparla. Erano un miracolo le ortensie, un fiore composto da decine e decine di piccoli fiori "nonna, quando le poti me ne dai una?" erano le regine del giardino, le uniche a essere graziate dalla mia infanzia. Inodori, ma il colore prendeva alla gola, una pianta azzurra e una rosa. Le trovo lì, a costeggiare il viottolo, mentre mi guardo per trovare una parte di me, oggi come ieri, sono io, la stessa che si spazientiva a posare per far finire il rullino, con la voglia di tornare a giocare o a curiosare cosa stesse facendo papà sulla strada. Io, con le mie treccine, a smentire la mamma quando era arrabbiata e mi ripuliva le ginocchia o i vestiti imbrattati di terra, accusandomi di essere un maschiaccio, io, che posavo con il broncio mentre una lucertola correva per il piazzale, impiccata a un lungo filo d'erba, il mio sguardo colpevole.
Ricordo quasi tutti i momenti che sfoglio, quelli che non so me li hanno raccontati, allora si muovono anche loro, si muove la bambina sulla sedia di plastica, sono io a poco più di sei mesi, io che facevo sporgere così tanto le labbra che un giorno stava soffocando perché il labbro superiore aveva fatto da ventosa sulle narici. Mi vedo sgambettare e mi cerco anche lì, ma non mi trovo, dietro quegli occhi così liberi da pensieri e consapevolezze.
Mentre mi ripeto che sono solo vecchie fotografie, ricordi come altri, come la pizza del mese scorso, come lo scambio di sguardi al semaforo e quel mezzo sorriso accennato prima di ripartire. Alle spalle il clacson che incitava Mister Muscolo a notare il verde. Tutto ciò che passa è un ricordo, io che vado ad aprire il portone, sì, dieci minuti fa sono un ricordo che tra vent'anni avrò dimenticato. Come le cose che passano troppo velocemente e che non riesci a carpire.
La mano sulle mie gote accaldate, la pelle leggermente appiccicosa e la consistenza dei lunghi capelli raccolti.
Io che volevo la fascetta blu, nonostante il vestitino con le nuvolette color "cedrata", come lo chiamavo io, a nulla erano valsi gli inviti al ragionamento, almeno la fascetta doveva essere blu. Sulle piccole cose mamma me la dava spesso vinta senza portarmi a fare capricci sterili, per poi poter esercitare più rigidità di fronte alle cose davvero importanti, io sapevo quando era il caso di insistere e quando di smettere.
Ricordi, come i papaveri lungo il sentiero che portava al prato delle noccioline.
Papaveri così delicati, così sottili, io che mi ostinavo a volerne un mazzo da portare a casa ed io che li vedevo accasciarsi sullo stelo, senza poter fare nulla.
Girasoli, che volevo sorprendere a girare la testa, ma erano più furbi di me, loro. Girasoli ai bordi dell'autostrada, quando viaggiavo con mamma e papà. Sedute dietro, mia sorella e io, a cantare canzoni, a chiedere quanto mancasse all'arrivo, mentre osservavo quelle distese di lunghi fiori color giallo oro, restando immobile come una statua: se loro non si fidavano di me, non vedo perché avrei dovuto farlo io.
Girasoli, così poco socievoli da sembrare quei bambini che quando parlavano con gli altri, lo facevano solo avvicinandosi all'orecchio, mettendo una mano a conchetta e guardandoti negli occhi. Come se quel segreto fosse una questione di vita o di morte, come se tu fossi l'arma di sterminio di massa. I girasoli erano così: asociali; ecco perché vivevano in un villaggio tutto loro. e non li avrei voluti neanche per farmi le unghie gialle, erano migliori i gerani della nonna: quelli bianchi, rosa, rossi e viola. Loro sì che sapevano come si gioca.
Ricordi sfogliati, ricordi distorti, ricordi monocromatici.
E, in una boccaccia, il sorriso di chi in quel momento aveva appena vinto una piccola battaglia:
"Lascialo stare un attimo, ché fa caldo ed è stanco"
"Dai, Ro', corri c'è papà"
mentre mia madre sorrideva, orgogliosa, mentre posavo per immortalare quella piccola vittoria in braccio a mio padre che era sporco di cemento e sabbia, mentre la primavera stava preparando le unghie per le mie manine.
Occhi al confronto, un gioco mai passato di moda, ma non mi ritrovo e la gioia è diversa, la gioia non profuma più di ortensie colorate di cielo.
La gioia è una boccaccia in braccio a tuo padre, mentre mamma ha fretta di finire quel rullino.
E, se ai girasoli fosse venuto il torcicollo per voltarsi a spiare, non mi sarei certo scomposta. Tra queste pagine, oggi, non se ne vede l'ombra.
lunedì 16 febbraio 2015
La danza delle ombre
È una sera dalle tinte ingannevoli, una di quelle che si affidano solo agli occhi e non alla pelle.
È una sera che si mostra tenue, colorata quanto basta, apparentemente sobria, se non fosse per quel pugno alla bocca dello stomaco che ti fa sorridere, ma solo per un attimo.
È una sera che sa cosa vuole e se lo prende, nonostante te e la tua volontà di cartapesta.
Sera argentina, profumata e brillante.
Diglielo quanto è bella, dille che ti fa impazzire.
È sera, non aspetta altro, guardala, bevila, leggila sotto i vestiti.
È una sera da "Quanto costi in voglie, quanto mostri in ricordi?" e poi si adagia su di te.
Sera coperta, pensieri nudi sotto le ombre.
Crepuscolo, sera in fasce, diva in bianco e nero, sera da peccato; scrivile i tuoi limiti, disegna le tue certezze e lasciagliele demolire.
Sera da pagina bianca, sera dal sapore di biro e odore di smalto.
Guardala ora, fermati un sospiro prima e diglielo ancora che ti fa impazzire, a questa sera così pronta e così lasciva.
Sera da sorrisi scaltri, sera da osare, sera senza regole, sera di silenzi e canzoni; pensate e danzate.
Ombre che si muovono, sinuose e morbide, addosso, ora, e la tua pelle si colora, mentre il viso s'illumina di buio.
Sera da accendere, se solo vuoi lasciarti impazzire.
È una sera che sa cosa vuole e se lo prende, nonostante te e la tua volontà di cartapesta.
Sera argentina, profumata e brillante.
Diglielo quanto è bella, dille che ti fa impazzire.
È sera, non aspetta altro, guardala, bevila, leggila sotto i vestiti.
È una sera da "Quanto costi in voglie, quanto mostri in ricordi?" e poi si adagia su di te.
Sera coperta, pensieri nudi sotto le ombre.
Crepuscolo, sera in fasce, diva in bianco e nero, sera da peccato; scrivile i tuoi limiti, disegna le tue certezze e lasciagliele demolire.
Sera da pagina bianca, sera dal sapore di biro e odore di smalto.
Guardala ora, fermati un sospiro prima e diglielo ancora che ti fa impazzire, a questa sera così pronta e così lasciva.
Sera da sorrisi scaltri, sera da osare, sera senza regole, sera di silenzi e canzoni; pensate e danzate.
Ombre che si muovono, sinuose e morbide, addosso, ora, e la tua pelle si colora, mentre il viso s'illumina di buio.
Sera da accendere, se solo vuoi lasciarti impazzire.
mercoledì 4 febbraio 2015
Parto da zenzero e mi scappa da scrivere
Perché mi piace il suono, perché amo il suo sapore deciso e il profumo sfacciato.
Zenzero
e il sentirsi invincibile con quella conferma spolverizzata, lo respiro, mentre penso sorridendo a mia nonna e ai suoi pizzichi segreti, alla mamma e alle sue correzioni, le ricette sottolineate da entrambe e le annotazioni in calce, come fossero pozioni, come fosse magia.
Zenzero
e non solo, perché c'è un'avventura dietro ogni spezia, un segreto, quella diversità che non hai comunicato perché gelosa della tua fantasia, del tuo palato, e non vuoi lasciarlo esplorare a estranei. Il bacio è una cosa intima, più dell'atto completo, nossignore che non ho mai parlato della spolverata di cannella nel maiale in agrodolce, quella era la mia bocca. Morbida e dolce, e io ho dato la ricetta, non il mio sesto senso.
Zenzero
noce moscata e maggiorana, la stretta calligrafia della nonna, acuminata e precisa.
"Colare poco la pasta così forma la cremina"
E ogni boccone si scioglieva in bocca come fosse cioccolato.
Se non si fosse capito, sono un'ottima forchetta, nel senso che amo mangiare, oltre che una discreta cuoca. Cucinare mi rilassa, non canto sotto la doccia ma lo faccio in cucina, ascoltando musica e mimando un'esibizione sul palco impugnando un carciofo.
Zenzero
Ero piccola quando ho imparato gli onori della tavola, mamma portava l'arrosto in tavola e io aspettavo che mettesse la pentola o la padella vuota sui fornelli, con il mio pezzetto di pane andavo a fare la scarpetta nel tegame, prima ancora di assaggiare la pietanza. Dovevo assaggiare quel mix di alloro, salvia e burro. Buono, ci aveva messo anche il vino bianco e lo sentivo leggermente aspro sul palato, allora guardavo quel pezzetto di pane incrostato del fondo di cottura, quello più bruciacchiato e saporito. Una volta data la mia approvazione alla pentola lucida tornavo a tavola e mangiavo insieme a tutti gli altri che mi guardavano ridendo.
Zenzero
chiodi di garofano e bacche di ginepro, ché "se nella cipolla del brodo metti un chiodo di garofano e poco vino rosso corposo diventa più buono"
Sono sempre stata in cucina, disegnavo e spiavo la nonna o la mamma, chiedevo, m'informavo e intanto coloravo castagne, funghi e alberi. sembravo uno di quei cagnolini che appena sente il rumore delle stoviglie corre al richiamo, e non tornavo al mio lavoro fino a quando mamma non cedeva dandomi un pezzetto di formaggio, prosciutto o carota. La nonna era più generosa, lei mi preparava una fetta di pane con il sugo delle polpette. Bollente. E mi chiedeva un parere. Con il palato ustionato mugolavo il mio piacere, come fosse la moina di un'amante coinvolta, e il sorriso negli occhi della nonna era il premio del giorno.
Zenzero
curry e zafferano, mentre canto e adopero tutti i sensi, perché cucinare è come fare l'amore e i sensi coinvolti sono tutti allertati e indispensabili.
Serve la vista, per controllare gli ingredienti e la loro freschezza, il grado di cottura, che non ci sia acqua in mezzo al sugo o sul fondo dello spezzatino, che ci sia il giusto velo di olio sopra, non troppo né troppo poco, l'accostamento dei colori e la consistenza visiva.
Tatto. I fornelli sono permalosi, e ne serve parecchio in cucina, soprattutto nei preparativi, nella pulizia del pesce, delle verdure o nel disossare coniglio, pollo e affini. Nell'impastare le polpette, io non uso mixer o cucchiai, nonna mi ha insegnato a mescolare gli ingredienti rigorosamente con le mani e capire da come restano imbrattate se serve pangrattato per asciugare o altro pane bagnato nel latte per ammorbidire. Per la pasta "un uovo ogni etto di farina, se aggiungi l'acqua viene molla" la nonna era della vecchia scuola, la pasta fresca deve essere soda e devi faticare a lavorarla.
E non posso dimenticare i miei primi esperimenti, ma quale pongo, io giocavo con un pezzo di impasto di tagliatelle o del pane, pretendevo anche la cottura, ma quello era un altro discorso, non sempre era concesso, dipendeva da quanti giri aveva fatto quel malloppone e quante cadute per terra.
Udito. In cucina lo uso per la musica e per ascoltare il brusio della cottura.
Il sussurro degli spettri dell'infanzia, quando la domenica ero a letto e sentivo l'allegro spadellare provenire dalla cucina e mi sentivo più felice, ascoltando la nonna duettare con Massimo Ranieri o mamma che rideva con papà. Ascolto il rumore del soffritto che fa un brasato quando inizia ad avere poco fondo di cottura, e ti richiama, perché le pietanze vogliono considerazione. Il brontolio del minestrone o le bolle della polenta, il sibilare del latte dimenticato sul fuoco e il suo straripare dispettoso. Se ascolto bene, perfino la moca mi dice quando il caffè ha finito il suo percorso, senza bisogno di sollevare il coperchio, sai che c'è tutto, e lo sai perché ha cambiato il rumore.
Gusto. E questo è forse il senso che conoscono tutti, legato alla cucina. Il gusto impregnato in quel pezzetto di pane. È facile dire purea di patate, ma isolare i sapori è sempre stato il gioco che facevo "Mamma, ma è diverso" e lei sorrideva "ho dimenticato di comprare la noce moscata, per una volta possiamo mangiarlo così, giusto?" e la risposta era affermativa, ovviamente, ma intanto capivo la differenza e l'importanza della grattugiata di una spezia che mamma ha sempre avuto in casa. Mai in polvere, sempre le noci intere. Gusto originale e deciso.
Olfatto.
Come la pelle del tuo amante, l'odore che riconosceresti tra tutti.
Ogni sugo ha il suo profumo. Dipende dalle spezie che si usano, entrare in casa e indovinare il menù è una grande soddisfazione che si dà a chi ama cucinare. Ancora oggi, quando vado dalla mamma riconosco le sue polpette, il suo sugo e le sue lasagne. Senza sbirciare prima.
L'olfatto che aiuta a non bruciare anche le pentole, l'olfatto che stimola la voglia di mangiare, l'olfatto che ti segnala se qualcosa stona. L'olfatto, come istinto animale, cibo buono e cibo non buono.
"Nonna, perché hai cucinato il pesce e non puzza?"
Nonna che riusciva a farmi piacere anche i broccoli, nonna e le sue perle "Non esistono ingredienti che puzzano, esistono persone che non sanno cucinare." e quando andavo a casa di alcune mie amiche pensavo che le loro mamme fossero le più impedite del mondo ("Elena, tua mamma deve aver sbagliato e ha messo lo zucchero al posto del sale" e il calcio di mia sorella sotto al tavolo. Le scaloppine a casa mia si mangiavano al vino bianco o ai funghi, al marsala non andavano bene per i bambini e quelle, poi, non avevano un buon odore).
Zenzero
e tutti i modi di impiegare ingredienti, dosando al grammo o a occhio, a manciate o a tazze.
Zenzero
e quel piccolo assaggio dal mestolo di legno.
"Forse manca un po' di peperoncino".
E il sesto senso, in cucina, è la fantasia.
Proprio come sotto le lenzuola.
Gusto. E questo è forse il senso che conoscono tutti, legato alla cucina. Il gusto impregnato in quel pezzetto di pane. È facile dire purea di patate, ma isolare i sapori è sempre stato il gioco che facevo "Mamma, ma è diverso" e lei sorrideva "ho dimenticato di comprare la noce moscata, per una volta possiamo mangiarlo così, giusto?" e la risposta era affermativa, ovviamente, ma intanto capivo la differenza e l'importanza della grattugiata di una spezia che mamma ha sempre avuto in casa. Mai in polvere, sempre le noci intere. Gusto originale e deciso.
Olfatto.
Come la pelle del tuo amante, l'odore che riconosceresti tra tutti.
Ogni sugo ha il suo profumo. Dipende dalle spezie che si usano, entrare in casa e indovinare il menù è una grande soddisfazione che si dà a chi ama cucinare. Ancora oggi, quando vado dalla mamma riconosco le sue polpette, il suo sugo e le sue lasagne. Senza sbirciare prima.
L'olfatto che aiuta a non bruciare anche le pentole, l'olfatto che stimola la voglia di mangiare, l'olfatto che ti segnala se qualcosa stona. L'olfatto, come istinto animale, cibo buono e cibo non buono.
"Nonna, perché hai cucinato il pesce e non puzza?"
Nonna che riusciva a farmi piacere anche i broccoli, nonna e le sue perle "Non esistono ingredienti che puzzano, esistono persone che non sanno cucinare." e quando andavo a casa di alcune mie amiche pensavo che le loro mamme fossero le più impedite del mondo ("Elena, tua mamma deve aver sbagliato e ha messo lo zucchero al posto del sale" e il calcio di mia sorella sotto al tavolo. Le scaloppine a casa mia si mangiavano al vino bianco o ai funghi, al marsala non andavano bene per i bambini e quelle, poi, non avevano un buon odore).
Zenzero
e tutti i modi di impiegare ingredienti, dosando al grammo o a occhio, a manciate o a tazze.
Zenzero
e quel piccolo assaggio dal mestolo di legno.
"Forse manca un po' di peperoncino".
E il sesto senso, in cucina, è la fantasia.
Proprio come sotto le lenzuola.
martedì 27 gennaio 2015
Esco a fare due chiacchiere
Oggi c'è il sole.
Sei qui per parlare del tempo o c'è qualcosa che vuoi dirti?
Non sono molto per "facciamo due chiacchiere", non sono mai stata portata, è capitato, certo, e chissà quante altre due chiacchiere mi capiteranno, io che ascolto e continuo a ripetermi "Ma non dovevano essere due? Due chiacchiere sono due, non il tempo della brioche, del caffè e anche gli spiccioli del bicchiere d'acqua."
Facciamo due chiacchiere, è da tanto tempo che me lo dico, da quando non lo so, ma se messa alle strette, io che le chiacchiere non le dico, le scrivo, potrei rubare perfino il tempo dell'aperitivo, del primo e del secondo.
Oggi c'è il sole.
Lo hai già detto, non rimandare.
Due chiacchiere e sei rovinata per sempre, due chiacchiere e sei al top, due chiacchiere ed è troppo tardi per rimangiartele tutte due. Figuriamoci un fiume.
Mi piacerebbe chiedere se quando fanno "due chiacchiere" poi pretendono che gliele lavi e restituisca anche stirate, perché c'è differenza, prendi me, per esempio, io le chiacchiere le sgualcisco. Esco con le chiacchiere stropicciate e alcune anche un po' macchiate, però bevo il caffè nero. poco zucchero e caldo come il sole di oggi. Già.
Oggi c'è il sole.
E non sembra la fine di Gennaio, puoi fare di meglio.
E sfilano molte delle "due chiacchiere" che ho incontrato durante la mia vita.
Un pensiero per chi ti diceva "facciamo due chiacchiere", beviamo un caffè, e poi ti metteva la mano sul culo, uno per chi con il sorriso scemo di chi non vede l'ora, ti chiedeva di cosa volessi parlare, come se le chiacchiere dovessi portarle tu da casa, poi c'era chi voleva fare due chiacchiere e ti faceva il terzo grado. "Due chiacchiere" che finivano con un punto di domanda, più due, più due, più due. Tutte uncinate e tu che non sapevi più quale silenzio indossare.
Poi c'era quello della spiaggia e del "Ti va di fare una nuotata?" e caspita, "per nuotare non servono chiacchiere", penso, e dalla spiaggia al bagnasciuga il mare si stava ritirando per avvisare le conchiglie che quel giorno lui sarebbe andato un po' in montagna.
Il mare, il sole. Già.
Oggi c'è il sole.
Sei odiosa quando fai così. Tu che non vuoi parlare del tempo ma che speri ancora che nevichi.
Due chiacchiere.
È il concetto della bugia che non mi piace. Non più.
Ci sono cose che avvengono, senza che si debbano chiedere.
Si chiede di andare a cena fuori, si chiede se per cortesia ti prestano l'auto perché la tua è dal meccanico, si chiede se ha sete o fame, anche se sulla seconda non affiderei l'esito della serata, ma non si chiede se si vogliono fare due chiacchiere se poi non era vero nulla e le due chiacchiere sono venti domande, se le due chiacchiere sono un monologo o una televendita, se le due chiacchiere sono un'invasione di campo, se le due chiacchiere non sono mai avvenute e fuori c'era il sole, parecchie ore prima.
Fuori c'era il sole.
Stai parlando troppo.
Ci sono domande che sono di un egoismo assurdo.
Ci sono risposte sibilline e treni sulla faccia.
Ci sono chiusure che non puoi scardinare, non scambiamo le ferite con le feritoie, non scambiamo il parlare poco con il menefreghismo o snobismo.
Se vuoi parlare del tempo fallo, ma non chiedermi due chiacchiere, se vuoi sapere con chi trombo, quanto o se sono disponibile, chiedimelo, a tuo rischio, ma smettila ora, non mascherare la curiosità morbosa con due chiacchiere. Mi stai violentando i timpani senza precauzioni e partorirò incubi, ogni volta che qualcuno mi chiederà due fottutissime chiacchiere.
Fuori c'era il sole e poi ho visto arrivare la sera nella stanza vuota.
Parti dal fondo perché non ricordi da dove è iniziata.
Fatico a parlare, fatico a gridare, fatico a spiegare, fatico a giustificare, fatico. E non voglio.
Amo scappare e scrivere, qui. Dove tutto è blu perché lo decido io. Senza capo né coda, come se mi stessi ascoltando, avrei qualcosa da dirmi, come le cose che piacciono a me. Una di quelle cose che non ti fanno pensare al sole, come se tutto questo avesse un senso, come se chi vive guardando avanti non collezionasse doppioni; allora mi volto e se mi leggi e non capisci non chiedermelo, lascia che sia, non fermare queste parole, perché non hanno senso, ma per me sono bellissime e meritano di uscire, con questo sole, ché fa presto ad arrivare la sera a sorprenderti sola in una stanza.
"Oggi c'è il sole, ti va di uscire a fare due chiacchiere?"
Quanto buio hai toccato in questa bugia?
Sei qui per parlare del tempo o c'è qualcosa che vuoi dirti?
Non sono molto per "facciamo due chiacchiere", non sono mai stata portata, è capitato, certo, e chissà quante altre due chiacchiere mi capiteranno, io che ascolto e continuo a ripetermi "Ma non dovevano essere due? Due chiacchiere sono due, non il tempo della brioche, del caffè e anche gli spiccioli del bicchiere d'acqua."
Facciamo due chiacchiere, è da tanto tempo che me lo dico, da quando non lo so, ma se messa alle strette, io che le chiacchiere non le dico, le scrivo, potrei rubare perfino il tempo dell'aperitivo, del primo e del secondo.
Oggi c'è il sole.
Lo hai già detto, non rimandare.
Due chiacchiere e sei rovinata per sempre, due chiacchiere e sei al top, due chiacchiere ed è troppo tardi per rimangiartele tutte due. Figuriamoci un fiume.
Mi piacerebbe chiedere se quando fanno "due chiacchiere" poi pretendono che gliele lavi e restituisca anche stirate, perché c'è differenza, prendi me, per esempio, io le chiacchiere le sgualcisco. Esco con le chiacchiere stropicciate e alcune anche un po' macchiate, però bevo il caffè nero. poco zucchero e caldo come il sole di oggi. Già.
Oggi c'è il sole.
E non sembra la fine di Gennaio, puoi fare di meglio.
E sfilano molte delle "due chiacchiere" che ho incontrato durante la mia vita.
Un pensiero per chi ti diceva "facciamo due chiacchiere", beviamo un caffè, e poi ti metteva la mano sul culo, uno per chi con il sorriso scemo di chi non vede l'ora, ti chiedeva di cosa volessi parlare, come se le chiacchiere dovessi portarle tu da casa, poi c'era chi voleva fare due chiacchiere e ti faceva il terzo grado. "Due chiacchiere" che finivano con un punto di domanda, più due, più due, più due. Tutte uncinate e tu che non sapevi più quale silenzio indossare.
Poi c'era quello della spiaggia e del "Ti va di fare una nuotata?" e caspita, "per nuotare non servono chiacchiere", penso, e dalla spiaggia al bagnasciuga il mare si stava ritirando per avvisare le conchiglie che quel giorno lui sarebbe andato un po' in montagna.
Il mare, il sole. Già.
Oggi c'è il sole.
Sei odiosa quando fai così. Tu che non vuoi parlare del tempo ma che speri ancora che nevichi.
Due chiacchiere.
È il concetto della bugia che non mi piace. Non più.
Ci sono cose che avvengono, senza che si debbano chiedere.
Si chiede di andare a cena fuori, si chiede se per cortesia ti prestano l'auto perché la tua è dal meccanico, si chiede se ha sete o fame, anche se sulla seconda non affiderei l'esito della serata, ma non si chiede se si vogliono fare due chiacchiere se poi non era vero nulla e le due chiacchiere sono venti domande, se le due chiacchiere sono un monologo o una televendita, se le due chiacchiere sono un'invasione di campo, se le due chiacchiere non sono mai avvenute e fuori c'era il sole, parecchie ore prima.
Fuori c'era il sole.
Stai parlando troppo.
Ci sono domande che sono di un egoismo assurdo.
Ci sono risposte sibilline e treni sulla faccia.
Ci sono chiusure che non puoi scardinare, non scambiamo le ferite con le feritoie, non scambiamo il parlare poco con il menefreghismo o snobismo.
Se vuoi parlare del tempo fallo, ma non chiedermi due chiacchiere, se vuoi sapere con chi trombo, quanto o se sono disponibile, chiedimelo, a tuo rischio, ma smettila ora, non mascherare la curiosità morbosa con due chiacchiere. Mi stai violentando i timpani senza precauzioni e partorirò incubi, ogni volta che qualcuno mi chiederà due fottutissime chiacchiere.
Fuori c'era il sole e poi ho visto arrivare la sera nella stanza vuota.
Parti dal fondo perché non ricordi da dove è iniziata.
Fatico a parlare, fatico a gridare, fatico a spiegare, fatico a giustificare, fatico. E non voglio.
Amo scappare e scrivere, qui. Dove tutto è blu perché lo decido io. Senza capo né coda, come se mi stessi ascoltando, avrei qualcosa da dirmi, come le cose che piacciono a me. Una di quelle cose che non ti fanno pensare al sole, come se tutto questo avesse un senso, come se chi vive guardando avanti non collezionasse doppioni; allora mi volto e se mi leggi e non capisci non chiedermelo, lascia che sia, non fermare queste parole, perché non hanno senso, ma per me sono bellissime e meritano di uscire, con questo sole, ché fa presto ad arrivare la sera a sorprenderti sola in una stanza.
"Oggi c'è il sole, ti va di uscire a fare due chiacchiere?"
Quanto buio hai toccato in questa bugia?
domenica 25 gennaio 2015
Eva Vs Eva
Dei Sabati passati ricordo soprattutto la lunga processione di abiti sul letto alla ricerca del risultato perfetto, e sorrido, pensando a quanto poco tempo impieghi oggi per scegliere un vestito, mentre altrove il getto dell'acqua calda scivolava portando con sé la sfumatura di un nero a basso costo della matita per occhi scadente presa al supermarket, facendo la cresta agli affettati, pane e formaggio commissionati dalla mamma.
La sicurezza mostrata a sedici anni e la sfacciataggine di quel fumo di sigaretta soffiato con la rabbia di chi non ammetteva che il mondo degli adulti potesse scuotere la testa vedendoti truccata così, ma che ignorava la lunga catena che ti avrebbe legata al vizio.
Sedici anni ostentati e sudati così tanto da dichiararne diciotto, perché così le ragazze adulte non mi avrebbero più guardata come quella più piccola.
Poi il cambiamento, arrivano i diciotto, quelli veri, e resti sola. Tua sorella con le sue amiche hanno smesso di farti rincorrere la maturità, perché a soli ventun anni lei diventa mamma e tu sei una zia e ti senti grande per altri motivi, ti senti grande perché mentre le tue coetanee fumano e dicono le parolacce ad alta voce nella piazza delle panchine, tu cambi il pannolone a tua nipote e le fai le smorfie mentre la impomati e la guardi attraverso una nuvola di talco, e lei ti riconosce e si diverte un mondo con te. A diciotto anni giochi a fare la mamma e tua sorella non ha più tempo per farti sentire piccolina e rompiballe, siete diventate complici, anche se lei è andata ad abitare lontano.
In un paio di anni ti rimetti nel giro e trovi le persone sempre uguali, mentre tu sei cambiata, e ti trucchi il giusto, fumi una sigaretta, due o tre, ma non sfidi nessuno e gli adulti che passano ti guardano e sorridono, ricambi, e resti sempre un po' in disparte, ammirando le ragazze più grandi di te, ma solo quelle che hanno una certa eleganza, che non sapresti incanalare in qualcosa di banale come un abito o un make-up, ma che avverti. E passano altri due anni, ne hai ventidue, pensi alle tue nipoti, che sono diventate due, pensi all'uomo che si verificherà quello sbagliato per eccellenza, ma ancora non lo sai e arrossisci solo per lui, pensi che le tue coetanee siano stupide a mettersi in competizione con donne che hanno il doppio dei tuoi anni. Poi pensi che donne con il doppio dei tuoi anni siano pazze a mettersi in competizione con quelle della tua età. Tutto questo a vent'anni, venticinque, oggi. Forse per questo non sento quella competizione, la vedo e mi sposto, evitandola come fosse una buca sulla strada.
Ho un mio pensiero, in merito, la ragione sta nel mezzo e, a sentire una ventenne "non c'è storia se mi confronti con una cinquantenne" e se lo chiedi alla cinquantenne ti dirà la stessa cosa al contrario.
Ora, chi me l'ha fatta fare a incamminarmi in questo sentiero di spine? Potrei prendere il bivio e raccontarvi della volta in cui il fidanzato della mia amica mi ha toccato il sedere e io non l'ho detto alla mia amica, l'ho detto alla madre della mia amica, una suocera che, oltre a mirare al matrimonio della figlia con un altro, odiava anche i parenti del malcapitato, ma ok, devo percorrere la strada iniziata e non se ne fa niente, procedo.
Prendo le distanze da molte cose, prendo le distanze anche dalle persone, da donne, uomini, bambini, cani o gatti. Prendo la distanza non dal genere, ma dal singolo, se non mi piace. Prendo le distanze dagli atteggiamenti, una donna che dentro il tacco 12 ha le unghie sporche e caprine la percepisci, anche se beve champagne; una ragazzina che bacia il poster di Scamarcio e ti dice di riconoscere l'intenzione di un uomo dal suo sguardo, anche.
Quello che sappiamo, donne, uomini, ragazze, bambini, animali e vegetali, lo abbiamo imparato sul campo. I libri hanno magnificato l'immaginazione, ma puoi raccontare di quanto fosse fantastica la tua prima volta, arricchendola di particolari e cura, puoi raccontare di quanto lui fosse deciso e dolce, tenero, sicuro eccetera, puoi, ma non devi.
Perché la descrizione, orale o scritta, è solo fuffa, se non la filtra la tua pellaccia.
E poi, sono della scuola "chi me la fa fare a raccontare queste cose?" ma io sono quella strana del "ma chi siete e cosa volete da me".
Si scrive solidarietà femminile ma si legge competizione, raramente una donna ammetterà questo, tranne chi evita le altre per non essere tirata in ballo in giochi di false lusinghe e adulazioni da manuale.
La donna matura, come l'uomo, tendenzialmente, per la mia modesta opinione, dovrebbe evitare di sbandierare il suo sapere. Quella più giovane dovrebbe prendersi cura anche della forma di un contenuto, oltre che del proprio fondoschiena.
Generalizzo, perché in questo post non mi schiero da alcuna parte, sarò neutrale, e come riesco a essere neutrale io neanche la Svizzera ai tempi d'oro. Diciamo che sono schifata da entrambi gli atteggiamenti. Diciamo che trovo ridicole le ragazzine che sfilano sculettando davanti al maschio alfa cercando di ridicolizzare una donna che magari, come età, argomenti e gusto personale, è più vicina all'ignaro conteso, e trovo ridicola la 40, 50, 60enne che, in preda a un'infatuazione o interesse più o meno profondi, inizia a comportarsi come una ventenne, a partire dal modo di apparire a quello di parlare.
Le lotte nel fango, da che mondo e mondo, sono sempre state pane per i denti degli uomini affamati di carne.
La dinamica è presto detta, due donne litigano, l'uomo si schiera con quella, apparentemente , più avvenente delle due e, attenzione, avere vent'anni non vuole dire essere più belle o intelligenti. Come averne 35/40/50 non vuole dire avere esperienza e ragione su tutto. E no, neanche sotto le coperte, care signore (a meno che.).
Ma torniamo alla lotta nel fango, l'uomo decide di puntare tutto sulla ventenne, perché se è vero che le donne dopo una certa età soffrono di cose terribili come la sindrome premenopausa che, a quanto pare, le fa ridere e piangere o magari, cercare un proprio spazio nella società senza l'alone viola della pubblicità progresso di una volta, l'uomo, dopo una certa età deve tenere alta la bandiera. In tutti i sensi.
E bandiera se è difficile per lui!
L'uomo ha la maledizione di poter procreare all'ennesima potenza, la donna, arrivata a un certo punto, può anche riposarsi e gustarsi il percorso, che abbia già dato o meno e, se mediamente intelligente e circondata da persone intelligenti, direi che per una donna non dovrebbe essere un dramma, arrivare alla menopausa. È natura, lo sappiamo a tutte le età, dal primo ciclo, anche se sembra lontano quel giorno, una cosa è certa: se non moriamo giovani e fertili, tutte noi andremo in menopausa. Sìssignori, ah, come dite? Non lo sapevate? Prego? Pensate che quella ventenne con il sedere sodo come il marmo sia una macchina da sesso perché lecca il gelato guardandovi negli occhi e lo faccia perché ha riconosciuto in voi il maschio? Quella, nove su dieci, ha preso di mira la vostra donna e vuole fargliela pagare, oppure, sta facendo ingelosire un altro, oppure le interessate, ma arriverà uno più giovane e simpatico di voi e se la porterà via. O magari no.
Ebbene sì, signori miei, ebbene sì, signore care, succederà anche a tutte noi di andare in pensione e, con un po' di intelligenza e di amor proprio, lo faremo con stile. Perché è quello che non si dovrebbe mai riporre o dimenticare, a qualsiasi a età.
Una donna che rinnega questo, ha perso.
A cinquant'anni una donna non deve mettersi in competizione con una di 20/30 anni meno, non perché migliore o peggiore, ma perché è una lotta impari. È come chiedere a chi piacciono i primi se migliori le lasagne o i tortellini, ci saranno risposte di tutti i tipi, ma restano due pietanze diverse ed entrambe meravigliose da assaporare, con il giusto appetito.
Una donna di quarant'anni che compete con una di venticinque è una donna che non ce l'ha fatta. Una donna di venticinque che compete con una di quaranta è una donna che non ce la farà.
Un uomo che si schiera in una competizione del genere è un uomo che ha molta fame. E, si sa, in tempi di astinenza va bene tutto.
Sono un po' atipica come donna, non migliore di altre, quello no, però m'imbarazzo e mi dispiaccio quando vedo che, di fronte a una lotta tra due che fanno pipì sedute, nessuno si accorga del gruppo di omuncoli sbavanti e, in nome dell'appartenenza al sesso femminile, si debba tenere alto l'onore a colpi di "troia, cesso, vecchia, bambina" mentre gli omuncoli sperano nel turgore di un capezzolo sotto la maglietta e non vadano oltre la pelle lucida imbrattata dagli insulti, più che dalla melma.
Penso che un uomo sappia riconoscere una donna, e viceversa, senza bisogno di usare le maiuscole, io riconosco entrambi. Sono quelli che, di fronte a due o più persone che si strappano i capelli, si scambiano uno sguardo complice e si allontanano, senza parlare, con la fretta di guardare altrove, con la pelle pulita.
A qualsiasi età.
Solidarietà femminile, fino a quando un uomo non volge lo sguardo verso una più grande/giovane/simpatica/qualsiasicosa più di voi (e sì, scusate se qui prendo le distanze). Allora si inizia con l'adulazione.
E quando una donna fa un complimento a un'altra donna, se non ci sono secondi fini, è quanto di più leale possa esserci ma, se una donna teme che una più giovane/vecchia di lei possa scalzare il piedistallo, prima la adulerà fino a farla lacrimare di gioia, poi la seppellirà viva, sotto il cumulo di risate che si ergeranno intorno a lei.
Perché c'è una cosa che non si sa a vent'anni e si dimentica probabilmente 30/40/50/60:
Essere donne è la cosa più bella del mondo, e io lo so, da quando ero la Principessa di papà. Poi mi sono smarrita per un paio di anni, ho giocato a fare la zia e mi sono ritrovata. Forse un po' più seria di quanto avrei voluto, ma a testa alta. Con la riservatezza che mi contraddistingue, la stessa riservatezza che riconosco e apprezzo negli altri.
Le persone, uomini o donne, giovani o maturi, non hanno bisogno di quantificare e sbandierare le battaglie, per vincere la guerra. Posto che valga la pena combattere.
L'alternativa, Signore, potrebbe essere andare a bere una birra insieme o, se la fantascienza non fa per voi, mirare alto e altrove; lasciando chi urlava per incitare la lotta lì, deluso.
Con la bandiera a mezz'asta.
Perché la descrizione, orale o scritta, è solo fuffa, se non la filtra la tua pellaccia.
E poi, sono della scuola "chi me la fa fare a raccontare queste cose?" ma io sono quella strana del "ma chi siete e cosa volete da me".
Si scrive solidarietà femminile ma si legge competizione, raramente una donna ammetterà questo, tranne chi evita le altre per non essere tirata in ballo in giochi di false lusinghe e adulazioni da manuale.
La donna matura, come l'uomo, tendenzialmente, per la mia modesta opinione, dovrebbe evitare di sbandierare il suo sapere. Quella più giovane dovrebbe prendersi cura anche della forma di un contenuto, oltre che del proprio fondoschiena.
Generalizzo, perché in questo post non mi schiero da alcuna parte, sarò neutrale, e come riesco a essere neutrale io neanche la Svizzera ai tempi d'oro. Diciamo che sono schifata da entrambi gli atteggiamenti. Diciamo che trovo ridicole le ragazzine che sfilano sculettando davanti al maschio alfa cercando di ridicolizzare una donna che magari, come età, argomenti e gusto personale, è più vicina all'ignaro conteso, e trovo ridicola la 40, 50, 60enne che, in preda a un'infatuazione o interesse più o meno profondi, inizia a comportarsi come una ventenne, a partire dal modo di apparire a quello di parlare.
Le lotte nel fango, da che mondo e mondo, sono sempre state pane per i denti degli uomini affamati di carne.
La dinamica è presto detta, due donne litigano, l'uomo si schiera con quella, apparentemente , più avvenente delle due e, attenzione, avere vent'anni non vuole dire essere più belle o intelligenti. Come averne 35/40/50 non vuole dire avere esperienza e ragione su tutto. E no, neanche sotto le coperte, care signore (a meno che.).
Ma torniamo alla lotta nel fango, l'uomo decide di puntare tutto sulla ventenne, perché se è vero che le donne dopo una certa età soffrono di cose terribili come la sindrome premenopausa che, a quanto pare, le fa ridere e piangere o magari, cercare un proprio spazio nella società senza l'alone viola della pubblicità progresso di una volta, l'uomo, dopo una certa età deve tenere alta la bandiera. In tutti i sensi.
E bandiera se è difficile per lui!
L'uomo ha la maledizione di poter procreare all'ennesima potenza, la donna, arrivata a un certo punto, può anche riposarsi e gustarsi il percorso, che abbia già dato o meno e, se mediamente intelligente e circondata da persone intelligenti, direi che per una donna non dovrebbe essere un dramma, arrivare alla menopausa. È natura, lo sappiamo a tutte le età, dal primo ciclo, anche se sembra lontano quel giorno, una cosa è certa: se non moriamo giovani e fertili, tutte noi andremo in menopausa. Sìssignori, ah, come dite? Non lo sapevate? Prego? Pensate che quella ventenne con il sedere sodo come il marmo sia una macchina da sesso perché lecca il gelato guardandovi negli occhi e lo faccia perché ha riconosciuto in voi il maschio? Quella, nove su dieci, ha preso di mira la vostra donna e vuole fargliela pagare, oppure, sta facendo ingelosire un altro, oppure le interessate, ma arriverà uno più giovane e simpatico di voi e se la porterà via. O magari no.
Ebbene sì, signori miei, ebbene sì, signore care, succederà anche a tutte noi di andare in pensione e, con un po' di intelligenza e di amor proprio, lo faremo con stile. Perché è quello che non si dovrebbe mai riporre o dimenticare, a qualsiasi a età.
Una donna che rinnega questo, ha perso.
A cinquant'anni una donna non deve mettersi in competizione con una di 20/30 anni meno, non perché migliore o peggiore, ma perché è una lotta impari. È come chiedere a chi piacciono i primi se migliori le lasagne o i tortellini, ci saranno risposte di tutti i tipi, ma restano due pietanze diverse ed entrambe meravigliose da assaporare, con il giusto appetito.
Una donna di quarant'anni che compete con una di venticinque è una donna che non ce l'ha fatta. Una donna di venticinque che compete con una di quaranta è una donna che non ce la farà.
Un uomo che si schiera in una competizione del genere è un uomo che ha molta fame. E, si sa, in tempi di astinenza va bene tutto.
Sono un po' atipica come donna, non migliore di altre, quello no, però m'imbarazzo e mi dispiaccio quando vedo che, di fronte a una lotta tra due che fanno pipì sedute, nessuno si accorga del gruppo di omuncoli sbavanti e, in nome dell'appartenenza al sesso femminile, si debba tenere alto l'onore a colpi di "troia, cesso, vecchia, bambina" mentre gli omuncoli sperano nel turgore di un capezzolo sotto la maglietta e non vadano oltre la pelle lucida imbrattata dagli insulti, più che dalla melma.
Penso che un uomo sappia riconoscere una donna, e viceversa, senza bisogno di usare le maiuscole, io riconosco entrambi. Sono quelli che, di fronte a due o più persone che si strappano i capelli, si scambiano uno sguardo complice e si allontanano, senza parlare, con la fretta di guardare altrove, con la pelle pulita.
A qualsiasi età.
Solidarietà femminile, fino a quando un uomo non volge lo sguardo verso una più grande/giovane/simpatica/qualsiasicosa più di voi (e sì, scusate se qui prendo le distanze). Allora si inizia con l'adulazione.
E quando una donna fa un complimento a un'altra donna, se non ci sono secondi fini, è quanto di più leale possa esserci ma, se una donna teme che una più giovane/vecchia di lei possa scalzare il piedistallo, prima la adulerà fino a farla lacrimare di gioia, poi la seppellirà viva, sotto il cumulo di risate che si ergeranno intorno a lei.
Perché c'è una cosa che non si sa a vent'anni e si dimentica probabilmente 30/40/50/60:
Essere donne è la cosa più bella del mondo, e io lo so, da quando ero la Principessa di papà. Poi mi sono smarrita per un paio di anni, ho giocato a fare la zia e mi sono ritrovata. Forse un po' più seria di quanto avrei voluto, ma a testa alta. Con la riservatezza che mi contraddistingue, la stessa riservatezza che riconosco e apprezzo negli altri.
Le persone, uomini o donne, giovani o maturi, non hanno bisogno di quantificare e sbandierare le battaglie, per vincere la guerra. Posto che valga la pena combattere.
L'alternativa, Signore, potrebbe essere andare a bere una birra insieme o, se la fantascienza non fa per voi, mirare alto e altrove; lasciando chi urlava per incitare la lotta lì, deluso.
Con la bandiera a mezz'asta.
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