mercoledì 16 dicembre 2020

Chissà se sarà Natale

- Silvy sentissi che vento c'è qui; e il freddo, Silvy, il freddo è quello asciutto di quando c'erano i nonni e facevamo i salami, ma tu eri piccina. Ti ricordi, Silvy?

Mamma e i tentativi di rispolverare la sua giovinezza e la mia infanzia, mamma e il sorriso nella voce come non ascoltavo da tempo, mamma che incalza il passato a farsi sotto e, in una manciata di secondi, decido di farmi prendere per mano lasciandomi accompagnare in quella baracchetta che per l'occasione si trasformava in macelleria.
L'odore del nonno paterno era qualcosa che avrei riconosciuto a occhi chiusi. Una mescolanza tipo terra arsa dal sole, tabacco ed erba bagnata. Quando faceva merenda e, con il suo pane e formaggio beveva due dita di vino, odorava anche di mosto.
In quei giorni freddi di Gennaio, l'odore di pancetta e di prosciutto non riuscivano a mascherare le note di cuore.
Ricordo che mia sorella e mia cugina scappavano arricciando il naso, io volevo entrare, mamma cercava di mandarmi a giocare, il nonno rideva e tirava fuori uno dei suoi coltellini a serramanico, il mio preferito era quello minuscolo, bianco madreperlato e il nonno mi raccontava sempre la stessa storia, quella della principessa che possedeva quel coltello, una storia così ricca di particolari,  sempre gli stessi, mai una virgola diversa, tanto che, nel corso degli anni, quasi ho pensato fosse tutto reale. Facendomi spazio sulla sedia di legno accanto a lui, mi piazzava sotto al naso una spessa fetta di carne e mi faceva vedere come tagliarla, i pezzi erano grandi, troppo, ma era l'unico modo per non farmi tagliare le dita, poi lui o mia madre o mio padre li ripassavano e li trasferivano nella grande madia.

-Chi misura la carne dosa anche il sale. Stesso pugno, stessa unità di misura.

E ancora oggi che il nonno non c'è più, non esistono proporzioni né calcoli matematici. Chi conta le manciate di carne a due mani, dosa con un pugno di sale, senza sbagliare. 

A pochi giorni da Natale guardo il cielo grigio e ascolto ancora mia madre.

- Magari arriva la neve, ricordi quando siamo rimasti senza acqua perché si era ghiacciata nei tubi e il cancello di casa era murato dai cumuli? Avevamo l'elettricità, per fortuna, e mangiavamo la carne tagliata a listarelle con peperoncino e olive nere. 
Tu la chiamavi la carne a salamino.

Il telefono e la percezione di una vicinanza fittizia.

-Ti ricordi, Silvy, quando sei scappata fuori con il cucchiaio da portata perché volevi aiutare papà a spalare la neve? Com’era arrabbiato quel giorno, quando ti ha visto arrivare con me dietro che gesticolavo con il cappello e la sciarpa di lana, però, ha smesso all’istante d’imprecare contro il tempo e si è illuminato di un sorriso che solo un padre innamorato riesce a fare. Come eravamo giovani, com’era bello vedere il nostro futuro nel vostro sguardo e nei vostri passi traballanti, sono volati questi anni, Silvy, siamo stati fortunati, forse tu non ricordi le nevicate di questo angolo di mondo, e la galaverna, la galaverna la ricordi, Silvy?

Oh, mamma, come posso dimenticare il mio angolo incantato, ero la Principessa di papà, la mamma delle mie bambole e la regina dell’inverno. Vivevo in un paesaggio glaciale. Gli alberi con i rami spogli erano rivestiti di un ghiaccio color diamante così magico da sentirsi invincibili.
Con la galaverna non si usciva per tanto tempo quanto con la neve, il paesaggio si lasciava ammirare dai vetri appannati della finestra della cucina, rigido e austero, mentre tu, mamma, spuntavi con i calzettoni pesanti fatti dalla nonna con gli scarti della lana dei maglioni, sì, quelli che pungevano i piedi ed erano fatti di tanti colori diversi che Missoni levati.

-Chissà, Silvy, se farà la neve a Natale.


Mentre un velo d’incertezza incrina le sue parole, mentre chiede a  mio padre di aprire le persiane della sala, mentre abbassa di un tono la voce, quando lui si allontana, mia mamma mi sussurra che loro  staranno buoni buoni anche soli,” faremo Natale un’altra volta”.
Ma io ricordo la videochiamata di qualche mattina fa, ricordo mio padre, il suo sguardo rivolto altrove quando mia mamma diceva la stessa cosa, quando in lei vedevo  la forza interiore fare a pugni con la mano che tremava  versando  il caffè, in papà  vedevo la paura e  la rassegnazione di un uomo con il domani incerto, e le aspettative  alte.
Chissà se a Natale nevicherà, chissà Se Natale.


lunedì 6 novembre 2017

Cartolina dal ciglio

Cara mamma,

è da tanto che non ti scrivo, da quelle letterine imposte dalla maestra, copiate e ricopiate per colpa di una cancellatura di troppo o di una sbavatura colorata che faceva così disordinato, e il disordine, lo sai, a Suor Gisella non piaceva. Lei ci dettava l'amore in rima, mamma, e io dovevo amarti così, a piccoli balzi, impacciata, come un colibrì. Visto che disastro? Proprio non ci riuscivo. Io voglio amarti come mi hai insegnato tu, ansiosa, preoccupata, apprensiva e sì, diciamocelo mamma, anche un po' nevrotica, seppur amorevole e presente. Attenta.
In rima no.
Cara mamma, finalmente è arrivato un Novembre familiare, non freddo come quelli dei proverbi della nonna, ma grigio abbastanza da sentirmi un po' più viva. Non so se te l'ho detto, ma quest'estate mi ha messo in ginocchio, sono stata male mamma, ma non potevo dirlo a te, non come avrei voluto io, perché se c'è una cosa che ho capito di te, è che tu lotti sempre per qualcosa o qualcuno che non sia tu, ed è questa la tua forza e la tua fragilità, in questo ci somigliamo abbastanza. Ora che l'estate è passata vivo nel terrore che questo inverno voli via in fretta, tanto da non riuscire a trattenere la condensa delle parole urlate al vento tagliente, tanto da ritrovarmi in un riverbero giallo che non mi rispecchia, ma che mi tiene prigioniera dentro l'effetto morgana che mi solca il viso.
Sono passati alcuni mesi, la mia app dice che manca poco a Natale, e quest'anno lo sento poco. Scherzo sulla neve che non arriva, sui doni e sui film, ma volevo dirti che al telefono non puoi vedere lo sguardo serio, quasi assente, di una donna delusa. Una volta mi hai raccontato che le persone ti cercano solo quando stanno male e di quando non sentivi le colleghe, amiche o cugine, perché stavano bene, poi tornavano quando dovevano annunciare guai e disgrazie e tu eri sempre lì, pronta ad ascoltare, fino a quando hai esaurito la tua energia, allora sono scomparse tutte. Una volta mi hai raccontato della tua attenzione a non annoiare gli altri con i tuoi problemi, tu che hai sempre avuto la delicatezza di non pesare sulle persone vicine, figuriamoci sugli estranei, e avrei voluto dirti che ho imparato da te queste lezioni, tanto da sembrare forte e competente, come se ci credessi davvero ai miei "andrà tutto bene" mentre quella paura sottile che tutto crolli, mi vibra sotto i piedi.
Sabbia.
Cara mamma, Novembre è arrivato, ho acceso i termosifoni e fuori piove, no, non scrivo per parlarti del tempo, volevo dirti che vivo nel terrore tu possa stare peggio di così, che sono un'arrogante del cazzo, ma è tutta scena, e sono stanca di elargire risposte; le persone vogliono consigli, le risposte invece non piacciono, sono dirette, come l'aria del mattino dei Novembre dei proverbi della nonna. Cara mamma, ho ricominciato ad avere paura di sognare, vorrei chiederti di raccontarmi i tuoi di sogni, ma ho paura anche dei sogni degli altri, vorrei chiederti di non dormire, potresti ascoltarmi parlare di quando m'insegnavano ad amarti in rima, io che sono cresciuta amandoti così, come un dipinto astratto, nato dall'emozione più nascosta del suo pittore. Vorrei ascoltarti ricordare e accarezzare la giovinezza nel tuo sguardo, per una notte intera, forse due, per poi addormentarmi accanto a te e potermi sentire ancora un po' piccola; quel tanto da rimandare le responsabilità, fino alla prossima estate, fino al grigio dell'orizzonte osservato dal vetro appannato del tempo.
Lascia stare la clessidra, mamma, lascia ferma la sabbia e raccontami un altro proverbio Novembrino.


mercoledì 2 agosto 2017

Estate, mi domando

Più passano gli anni e più mi domando come facessi a dormire così, appiccicata a mia nonna, a mia sorella, a mia mamma, a mio papà o con tre peluche, mentre fuori le cicale facevano festa e Giuseppe piantava i pali della vigna a tempo del frinire insistente.
La fronte, il collo e i capelli madidi, mentre l'estate soffiava il suo respiro, bruciando sotto la pelle, sfocando i sogni di quel sonnellino pomeridiano "così poi andiamo a prendere il gelato, quando ti svegli".
Ancora mi domando come facessi a dormire e svegliarmi sorridente, nella mia maglietta bianca, con i miei slippini a righe rosse un po' sbiadite, sorridente, nonostante il caldo e le cicale insolenti. Un sorriso a dispetto dei problemi dei grandi e della loro fretta, ma una promessa è sempre stata una promessa e io avevo dormito. Un sorriso per il gelato fragola e fior di latte, perché al cioccolato non mi piaceva e loro lo sapevano.
Ancora mi domando come facessi, quando nei locali pubblici non c'era aria condizionata e fumavamo tutti insieme. Estate e inverno, anche nelle mezze, ora che ci penso. Quelle paglie bruciate di fretta guardando verso la porta, ché se fosse entrato qualche conoscente spione sarebbero stati guai. Quando il sole ci baciava in spiaggia e non volevo più dormire con nonna, mamma, sorella, papà né peluche, quando non osavo dormire tra braccia estranee, ma disegnavo con la mente come potesse essere, d'estate, durante i pomeriggi al mare a fingere che l'acqua fosse troppo fredda per nascondere i brividi, mentre il sole ci bruciava lentamente. Mi domando come facessimo, quando nessuno diceva di bere tanto, lentamente sì, ma mai tanto. Io le ricordo tutte le mie estati, noi che viviamo in città di mare abbiamo sempre fatto i conti con la solitudine degli inverni e la nostalgia delle labbra salate, fatte di promesse sciolte nella schiuma delle onde. Noi che siamo cresciute in città di mare abbiamo una canzone per ogni persona che si è fermata ad ascoltare quello che siamo, quando ancora era tutto spontaneo, quando ancora gli scogli ci nascondevano e le sirene arrossivano.
E mi domando come facciano, adesso, senza un'estate da poter ricordare al buio della stanza in una sera di metà settembre, mentre il lenzuolo copre le spalle baciate dall'ultimo sole della stagione, senza l'attesa del postino e di una cartolina che ti strapperà un sorriso e una punta di gelosia di tuo padre.
Estate diversa, di locali freschi e istantanee di plastica, di caldo esterno ed emozioni confezionate, niente scogli signori o il mondo non saprà mai quanto sia bassa la notorietà. Mentre suona un allarme che azzittisce una cicala, mi domando perché.

mercoledì 23 novembre 2016

Ab imo pectore

Un po' come accade in quei film, quando lei torna nella vecchia casa ormai disabitata da tempo e con la chiave sotto al vaso di coccio, quello vecchio e sbeccato nell'angolo della veranda. Lei si guarda intorno e si fissa sul pavimento color grigio cemento che fa capolino, forse un po' sbiadito, forse un po' irregolare, ma pare che al ragno sembri una reggia, mentre continua a tessere, tessere, tessere e far brillare l'angolo dello scalino che porta al viottolo dell'albero di susine.
L'aria intorno è un tutt'uno con le lastre di porfido, gli alberi hanno abbassato le armi spogliandosi di ogni inutile fronzolo. Lei guarda le foglie macerate dalla pioggia, controllando il verso del vento e la direzione delle nuvole; con il naso insù, arricciato per il puzzo di natura morta, ricordando quel rospo pieno di vermi e l'odore di pioggia di decenni consumati e sbiaditi.
A questo punto lei, e dico quella di quei film, dovrebbe voltare leggermente la testa, attirata dal cigolio sinistro di quel vecchio dondolo che un tempo aveva accolto parenti e amici, l'orgoglio dell'intera famiglia, con l'orecchio teso per ascoltare le risate e il chiacchiericcio sommesso di mamma con le amiche. Un'istantanea a colori così vera che sembra quasi di sentire il tepore del pavimento sotto i piedi scalzi, il ronzio della fresatrice, qualche staccionata più in là, e il profumo di limone provenire dalla brocca di vetro appannato sopra il tavolino in vimini, quello accanto alle poltroncine abbinate, anch'esse orgoglio di tutta la famiglia, finite chissà dove. Mentre il dondolo lamenta la solitudine e la vecchiaia, quando, se solo potesse parlare, darebbe fiato a quell'agonia inflitta dal tempo, atmosferico e non, raccontando tutte le capriole viste e fatte nella stanza delle maschere.
Chissà se anche gli oggetti vecchi e consunti hanno una loro memoria; forse tattile, forse fotografica; e lei rabbrividisce sotto l'occhio severo dell'annaffiatoio arrugginito. Sembra l'uomo di latta alla ricerca di un cuore, pare voglia quello della ragazza, che ora porta le sue mani al petto e si china per spostare il vaso e prendere la chiave. La stringe nel pugno chiuso e nell'aria si mescola l'odore di ferro arrugginito, simile a quello del sangue.
Un po' come accade in quei film, quando lei gira la chiave, varca la soglia e, nella penombra nascosta di quelle mura, trova drappi ovunque, tranne alle finestre chiuse che devono fare il loro lavoro e filtrare luce; un po' come quei risvegli pigri, un po' come quei ritorni inevitabili, quelli che sai di essere sempre lì ad aspettarti, quelli che fanno trovare caffè pronto e colori alla mano e quelli che hanno lasciato adagiare la coltre di polvere, ospitando ragni e formiche indaffarate. Ritorni estivi, con l'odore della polvere calda che prende alla gola. A questo punto, lei, e dico quella di quei film, porta la mano davanti alla bocca, coprendo anche il naso, e sale le scale guardando un raggio di sole filtrare dalle imposte, soffiando sul passamano della ringhiera per vedere la polvere di stelle danzare nel fascio di luce teso come il dito di Dio. Ed è in quella sbarra che lei si ritrova, ogni volta che ritaglia il tempo per sé, ogni volta che sfoglia una o più pagine.
Quando le crea, invece, tutto prende colore intorno, e le verande brillano di un verde vivo e il profumo nell'aria è più fresco.
È nel fascio di luce che danzano le parole, i ricordi, le emozioni, le cose pensate e mai dette. Le vede lungo i giudizi, le vede bere limonata con i piedi scalzi sul dondolo comodo e accogliente; ed è dal piano di sopra che si rende conto di quanto tempo sia passato tra un silenzio e una rinuncia, ed è per questo che, ogni volta che torna, lei, e dico quella come le donne di quei film, spalanca tutto e si affaccia dal piano alto dei miei pensieri; ché al pianoforte ancora non ci sono arrivata a togliere il telo.
Ed eccomi qui, come in quei film, io, casa disabitata e spiraglio da dove escono i pensieri a fare due passi in una giornata autunnale qualsiasi che profuma di verde decomposto, con l'aria tiepida che prende alla gola e i cioccolatini nell'armadietto. Nessun dondolo e nessun profumo di limone; solo il cielo grigio, l'aria calda e la tazza del caffè vuota. Sul fondo un simbolo cinese di qualche tipo che non riesco a decifrare, potrei improvvisare, giusto per lasciar uscire qualcosa a sgranchirsi le gambe, potrebbe essere un drago che tiene la principessa chiusa nella torre, potrebbe essere una principessa che ha rapito il drago nella speranza si trasformi in principe, non tanto azzurro quanto tiepido.
Mi affaccio in me e, senza sporgermi troppo, scosto il telo pesante che ricopre il vecchio pianoforte, quello che non suono da tempo, penso a una parola, la scrivo e la osservo volteggiare, mentre i tasti impolverati si abbassano e si alzano, come il respiro della nonna che faceva il riposino pomeridiano, come la musica di quei morbidi giochi per bambini, uno di quelli profumati, con la cordicella, e magicamente le parole danzano di fronte al mio sguardo bambino, invisibili e anche un po' scomposte.
Ed è così che sto bene, noncurante degli occhi che osservano il vuoto apparente dei miei pensieri che sputano e tossiscono polvere.
E mi sporgo in me, dall'alto di una giornata tiepida e grigia, aggrappata alla ringhiera arrugginita, per guardarmi ancora una volta dentro, intenta a far danzare pensieri che di diventare parole ancora non la intendono.







venerdì 8 aprile 2016

Giudizi Universali

Ho ripreso in mano quelle pagine, con la musica nelle orecchie e l'assenza della paglia tra le dita, forse per questo non volevo più guardarle, forse per questo non le sentivo più mie. Un tempo la notte era rumorosa e mi teneva sveglia, le parole si rincorrevano in testa e sentivo lo scalpiccio disordinato dei pensieri, tanto da coprire quello dei tasti, tanto da scorrere davanti agli occhi, con le note di una canzone sotto la pelle e la nuvola ingannevole nell'aria. Poi mi sono voluta più bene e ho smesso. Le parole si sono ammutolite e i miei pensieri mi guardavano in cagnesco. Se vi dicono che smettere di fumare sia difficile mentono, se vi dicono che sia bellissimo mentono, se vi dicono che ci si senta meglio mentono. La gente mente, noi siamo predisposti o meno, di più o per niente, a dare ascolto alle menzogne, anche tu, tu che ora mi stai leggendo sei predisposto a scorrere parole più o meno vere, una cosa è certa, è la mia verità del momento questa, e dico che smettere di fumare è uno schifo, non riprendo perché non posso, ma la voglia non passa. Neanche dopo più di un anno e mezzo.
Ho ripreso quelle parole, alcuni mesi fa, quando avevo fatto pace con l'astinenza, quando la notte e il giorno non avevano quella gran differenza e le ore si somigliavano tutte. Dovevo terminare qualcosa, perché tutto è iniziato per scherzo, perché quando ho cominciato ero più serena e perché non potevo lasciare una parte di me in pasto alla paura e all'ansia. Il bello della fantasia è che riesce a partorire senza avvisaglie, apri la diga e scrivi, disegni, descrivi, ti ascolti e ti estranei, ti racconti e metti un po' di te addosso a personaggi estranei che ti assomigliano più di quanto ti mostri lo specchio. Ho ripreso in mano quelle pagine e le ho plasmate a mia necessità, abusando di loro, violando i desideri più nascosti e mostrando angoli poco illuminati di una me stessa, che non ero io. Non dico sia stato facile, ma se li addossi a qualcuno che non sia tu sembra che a te non sia successo, che a te non piaccia quello e che tu non lo faresti mai, perché quella non sei tu. Tu narri, disegni e mostri ciò che la fantasia porta in grembo, sculacci quella parte di te un po' sgualcita che non sei tu, perché si chiama diversamente, affinché respiri e riempia i polmoni di vita, ricordando a te stessa di respirare tranquilla, perché tanto a te non è successo quello e continui a ripetertelo, per evitare fraintendimenti, come se l'occhio di chi legge sia l'occhio di Dio, come se ogni cosa scritta sia una parte di te deceduta, come se ogni cosa pubblicata sia la resurrezione, pensieri in attesa di giudizio. Allora ti ripeti che non credi, così non temi qualcuno che non esiste e quando scrivi ti convinci che tu stia parlando sola, così Dio non ti guarda; ché tutti la fanno facile, "Sei brava, sei scarsa, scrivi bene, scrivi male, sei una bella persona, sei pessima, sei, sei, sei" come se, al di fuori della grammatica, ci fosse un modo giusto o sbagliato di scrivere, come se gli stati d'animo non fossero di passaggio, come se io non detestassi i numeri pari, ma ho ripreso in mano quelle pagine e le ho portate a termine, così non sono più, ma sette. 

lunedì 11 gennaio 2016

La scheggia di un sogno








È stato tutto così strano, apro Twitter, leggo la mia TL e sorrido a qualche buongiorno più originale e frizzante del solito, butto l'occhio sulla solita lagnosa stizzita che ce l'ha con il mondo e spera da una vita che qualcuno le chieda barlumi, valuto spesso di smettere di leggerla, poi ricordo che  scrive anche pensieri  che apprezzo, ed è su quelli che mi concentro, quando è in vena e non si accorge di tutti gli altri dimentica di essere avvelenata. Capito sulla home di chi vado a cercare. Scrivo due battute senza senso apparente, come spesso faccio appena accedo a quel pantano di anime, poi vedo passare la notizia della morte di David Bowie, ci clicco sopra, senza un attimo di esitazione, e noto che proviene dall'account ufficiale. Quello verificato.
Primo brivido.
Cerco in rete, sul sito neanche l'ombra di un raffreddore, google tace tragedie e recensisce il suo ultimo album, quello che ancora non ho avuto tempo d'imparare per intero. Torno su twitter e chiedo a chi ha linkato quella notizia come possa, David, essere morto ieri senza uno straccio di notizia.
Ragazzi, che vi piaccia o meno, stiamo parlando di David Bowie, affacciatosi sulle scene decenni or sono, facendo tanto di quel casino mediatico che non poteva essersene andato così, piano e in sordina. E volevo la smentita, subito.
Mi risponde che è stato confermato da Sky, torno sul web, digito in inglese questa volta, nulla e nessuno ne parla. Trovo come primo sito la notizia della Bufala sulla morte di Bowie e cazzo, non mi ero accorta di tenere il fiato sospeso, copio il link della pagina e torno su twitter, riporto alla ragazza che ha passato la notizia, "non ci credo", dico, più a me che a lei e dopo un po' vedo tutte le news in rete, il TG5 in sottofondo dà la stessa notizia, senza usare il condizionale, quel condizionale dei giornalisti che ti fa pensare "ok, adesso arriva la smentita".

"David Bowie è morto/Si è spento all'età di 69.../...nella notte/... eclettico/Duca Bianco/Ziggy.../... un camaleonte.../... Bowie è morto."

Ero poco più di una bambina, guardavo Video Show, un programma quotidiano di video musicali, lo incrociavo spesso con i suoi capelli colorati e la pelle chiara. La mia amica aveva paura di lui, io ascoltavo la sua voce così, così umana che non potevo temere qualcosa, Beh, ho definito la voce di David Bowie "umana" siamo matti, lo so, ma già a quell'età ascoltavo i gherigli dentro al guscio. Sono cresciuta con zii che ascoltavano Musica, pane e Bowie, Genesis e Gabriel, amici loro che sembravano usciti dagli schermi tv, e io li osservavo, ammirata e silenziosa. Ascoltavo musica e mi commuovevo. Quell'eterno controcanto nella mia testa, mai azzittito, che mi faceva pizzicare gli occhi, il tono basso che andava a cozzare con tutte le notizie frammentarie sui suoi gusti sessuali che passavano sui giornalini da ragazze ribelli che, intorno ai tredici anni, leggevo in camera mia. E quando ero ragazzina bastava dire "è bisex" per continuare ad amare un cantante e sperare di poter scappare via con lui. Ma a me non importava quello. 
Il primo articolo letto aveva fatto sì che io dovessi tenere questo amore molto nascosto. La data di nascita di David Bowie, 8 Gennaio 1947, mia mamma è nata il 7 Febbraio 1947, e David era addirittura più vecchio di mia mamma di un mese. Non potevo confessare a nessuno il mio amore per David, potevo però limitarmi a cantare le sue canzoni, scrivere stralci di storie sul diario e tradurmi i testi, oh sì, senza capirci molto, lo confesso, ma a tredici anni vuoi solo farti portare via dall'alieno, se nasconde una voce umana. Dentro c'era il fuoco, io lo sentivo. Non solo dentro David.
David Bowie è la cotta adolescenziale che non mi è mai passata. Gli anni passavano, anche per me, alla velocità della luce e senza sconti. Da sempre in poi. Ho visto molti cantanti dal vivo, ho assistito a tanti concerti, ho intervistato molti artisti per la radio dove lavoravo. David Bowie è sempre stato il mio sospiro e posto vacante. Mi mancava per molti aspetti: mai visto un suo live, mai avuto la fortuna d'intervistarlo, mai sentito il suo profumo stringendogli la mano e dandogli due baci sulla guancia. Mi sono limitata a cantarlo, ascoltando quella sua canzone tre volte di seguito e ogni volta che lo faccio, ancora sorrido.


Oggi.
È morto David Bowie, rimbalzano i messaggi di cordoglio in rete, di chi lo ascoltava, di chi lo cantava, di chi lo amava segretamente e di chi lo conosceva poco.
È morto David Bowie, c'è chi vuole fare silenzio, ma di fatto non lo fa perché è impegnato a dare stilettate a chi scrive di essere dispiaciuto.
È morto David Bowie, grazie a tutti quelli che mi fanno sapere che non mi avrebbe "portato le pasterelle la domenica a casa" come credo che non lo avrebbe fatto qualsiasi altro artista per nessuno di noi, ma cos'è la morte, se non le schegge di quel sogno di cristallo andato in frantumi, quello che ti faceva pensare, magari, di poterlo un giorno incontrare davvero o di avere ancora tempo per chiedere scusa, per fare una telefonata, per incrociare gli sguardi e sorridere. Ma quando siamo fuori da un coro diverso dal nostro, a quanto pare, tendiamo a diventare cinici oltre la ragione.
È morto David Bowie e dobbiamo stare attenti a cosa preferiamo, a non avere qualche nozione musicale extra, per non disturbare chi ha voglia di fregarsene mandando a monte tutto senza essere andati a lezione di "come fare per fregarsene davvero".

È morto David Bowie. Ho capito che non era immortale, come chiunque, ok, va bene, ma scusatemi se per me è stato un brutto risveglio. È morto David Bowie, ho appena scoperto che non avrò più la fortuna nè possibilità di vederlo live su un palco. È morto David Bowie e ora so davvero che non succederà mai di mangiare le paste della domenica con lui e, tra le altre cose, mi mancherà il sogno mentre ascolterò le sue canzoni, una di esse per tre volte consecutive. È morto David Bowie e non è come se fosse morto un familiare, come accade spesso quando ascolti la musica di un artista che muore, è come se la mia parte più nascosta sia defunta, ogni sfaccettatura dei miei momenti più difficili affidata a lui e ora se li è portati con sé. Lui e l'alirno del controcanto, quello che sapeva. È morto David Bowie e scusate se non ho voglia di leggervi.

È morto David Bowie, se vi dà fastidio il cordoglio, alzate il cappello, chiudete quelle ciabatte che chiamate bocche e passate oltre. In silenzio, possibilmente; stupide sguattere della vostra ignoranza.


R.I.P. 10-01-2016

sabato 9 gennaio 2016

Senza titolo

Ho voglia di scriverti un silenzio, perché ogni scusa è buona per non parlare e, se ancora ti domandassi come dar voce a un silenzio, la risposta è una: Scrivilo.

Ho voglia di scriverti un'emozione, di mettere una mano dentro e rovistare senza guardare e senza scegliere, bella o brutta, tanto il pavimento è sporco, lascia che coli.
Ho voglia di scriverti una paura, una di quelle che vivono sotto al mio letto e aspettano che metta giù un piede, uno qualsiasi, giusto o sbagliato.
Ho voglia di scriverti un ricordo, uno di quelli che mi fanno pizzicare gli occhi e guardare lontano, davanti a me.
Ho voglia di scriverti un desiderio, almeno uno da quinta liceo e non da terza media; di come sono e di come mi vedono, ma l'ho già dimenticato.
Ho voglia di scriverti dei passi sulla ghiaia e di quella notte senza luna, di quando sono andata via e non sono ancora ritornata.
Ho voglia di scriverti, perché di parlare sono stanca; ho voglia di scriverti di come sto quando sento questa canzone, del perché io l'ascolti tre volte e cosa vedo quando alzo il volume.
Ho voglia di scriverti di quando non andavo a letto e non partiva la macchina, di quando accostavo con la testa sul volante e respiravo forte. Ho voglia di scriverti di cosa vedo quando non guardo e di tutti i sorrisi che ho ucciso sul nascere; tutto quello che vorresti sapere, come a lasciar cadere gli indumenti, uno a uno, restando nudi e senza tasche, con le mani addosso.
Ho voglia di scriverti un peccato, di sceglierlo con cura dal catalogo delle cose irripetibili e restare ferma a guardare mentre te lo fai girare sugli occhi, nella mente e sulle labbra.
Ho voglia di scriverti una storia, c'era una volta, due, tre… e poi addormentarci, ma non troppo abbracciati, perché devo essere libera di alzarmi a guardare la notte.
Ho voglia di scriverti di quando non dormo o di quando mi sveglio, di quando mi commuove la colonna sonora ma non il film e delle mie manie più stupide.
Ho voglia di scriverti di quando giocavo con il fuoco senza essermi mai bruciata o della corda che ho tirato e si è spezzata; di me, di quando cucino e della scelta degli ingredienti. Del sorso di birra mentre soffriggo o grattugio; del profumo di lievito e di quello del burro, della pelle calda sotto il sole e dei capelli bagnati di pioggia novembrina.
Ho voglia di scriverti a piedi scalzi e con la musica che vibra nel cuore e in bocca. Hai mai corso con le note, urlando nella mente?
Di sesso ruvido e concetti teneri, ho voglia di scriverti che non credo nei ruoli predefiniti né nel fascino della disperazione, che non cedo alla lusinga della solitudine, finché esiste qualcuno che m'immagina mentre sogno.
Ho voglia di scriverti ancora, senza un filo logico, di ridere fino alle lacrime, fino a sciogliere le parole, pensieri blu che scorrono come volti deformati allo specchio e dimenticarli, come non fossimo mai esistiti.
Ho voglia di scriverti, spettabile ed esimio, per darmi un tono, per ascoltarlo e sfumarlo, vorrei scriverti cose sciocche come le colpe attribuite a me stessa, prima che lo facessero gli altri. Ho voglia di scriverti  perché taccio quando c'è confusione e perché ho paura dei rumori inaspettati; di quanto io detesti chi vuole accorciare le distanze o di come mi arrabbi sottovoce.
Ho voglia di scriverti in ginocchio, mentre ricordo come ci si rialza.
Ho voglia di scriverti e non è escluso che io lo faccia, forse un giorno, forse in un silenzio, dopo una corsa con le note, urlando nella mente. Forte. 

martedì 5 gennaio 2016

Metto via

Metti via ieri, l'odore di soffritto, il grasso che cola e quello che si è depositato sui fianchi.
Metti via ieri e le bocche che si muovono in quello spasmodico masticare, parlare, parlare, parlare sullo sguardo spento di chi non pensa.
Metti via ieri e le briciole di pane che volteggiano nell'aria, l'odore del vino, le bollicine e il rumore di chi va.
Metti via ieri e il fruscio di chi arriva, così lucido e fresco.
Via.
Metti via ieri e accucciati qui, perché fuori fa freddo.
Oggi è cominciato con il caffè in tazza grande, non come quello del bar, perché a me il caffè piace in tazza grande solo se c'è una grande quantità di caffè.
Oggi è cominciato con il calore della tazza fra le mani e lo sguardo perso tra la pioggia e il grigio, che poi era buio che non mi lasciava entrare.
Sorseggiavo, sorridevo e pensavo che Cinzia avrebbe capito. Con lei ci scambiamo emozioni e posso essere scema quanto voglio. Possiamo esserlo entrambe sapendo di potercelo permettere, come sappiamo che non c'è bisogno di sottolineare qualsiasi cosa. Siamo così, come capita e capita di essere anche sceme.
Metti via ieri e quei pensieri, possono tornare utili per l'anno prossimo. Metti via la neve ai monti, il sole al mare e la pioggia che non accenna a smettere.
Via.
Chi ride spesso e chi vive imbronciato, metti via chi si lamenta di tutto e di tutti, metti via ciò che leggi e ciò che scrivi.
Via anche chi ti parafrasa, per salvare la faccia con gli altri, ma non con sé.
Metti via ieri e la musica, ma non troppo nascosta, perché quella serve sempre; la pesantezza di De Gregori e quella di Guccini, ma non dirglielo. La voce brutta di Battisti e i guru intoccabili, perché nessuno lo è, intoccabile, sul serio.
Metti via ieri, le giornate invernali che non tornano e quelle che passano, metti via ieri, quel sorriso imbalsamato e corri più forte, fino a mescolarti al contorno, fino a diventare una scia grigia.
Metti via ieri, chi ti legge e ti seziona per… non so perché, ma se ti  rileggi a pezzi vuol dire che… non so cosa voglia dire, comunque, mettile via bene in fondo.
Via, chi finge di essere passerotto ma è rapace e metti via anche i consigli per gli acquisti.
Oggi è così, piove e tendo l'orecchio per sentire se le gocce hanno messo i tacchi, se sono ghiacciate, se passeggiano intorno a te, invece la voce della pioggia è quella di una donna lenta e scalza. Mettila via, ma a portata di mano e vieni qui ché il caffè e quasi pronto, di nuovo. Metti via il suo profumo, ma senza sgualcirlo.
Oggi sorrido e Cinzia lo sa.
Metti via ieri e il superfluo, chi si definisce semplice e solare, chi ti definisce.
Via chi ti lascia invecchiare dimenticandoti, come un oggetto sulla mensola più alta, lì da sempre. Via le angosce, le tendenze e chi le decide. Metti via ieri e chi sottolinea un pregio personale spacciandolo per difetto, chi sottolinea un difetto personale spacciandolo per pregio e chi sottolinea tutto, chi ti spaccia e chi ti nasconde. Chi ti sottolinea e poi ti mette via.
Metti via tutto, stanno arrivando, non so chi, ma se fai piano non ti notano. Metti via tutto, tira fuori le palle e, non dico di vivere ma, almeno, respira e bevi un lungo sorso di caffè.


martedì 22 dicembre 2015

Profumo di brodo





C'era profumo di brodo, nella cucina della nonna, quando imparavo quelle poche strofe. Eravamo nel periodo Natalizio e dall'ingresso, che aveva le misure di un salottino, filtravano le luci dell'albero.
"Non ho vo… non ho voglia di tuffarmi in un focola… no, ufff. Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade… Non ho vo…"
E il brodo bolliva, nonna ascoltava, di spalle, impegnata a lavorare sul lavandino di marmo, in silenzio, quasi che sembrava non sentisse le mie indecisioni, poi arrivava la parola mancante e il suo imperativo "Ricomincia, Non ho voglia?"
"Non ho voglia nonna", e ridevo, lei un po' meno.
Il profumo di brodo sempre più intenso, le mani di nonna arrossate dall'acqua fredda che lavavano il radicchio rosso, l'insalata preferita dal più giovane dei miei zii.
"Non ho voglia di tuffarmi…"
La condensa sui vetri e il freddo esterno che spingeva per entrare ad ascoltare la mia vocina, il mio sguardo perso là fuori, tra gli altri balconi, alla ricerca delle luci natalizie. Mi piaceva guardare gli alberi addobbati nelle altre abitazioni.
Ne ricordo uno così grande che sembrava quello nelle piazze dei film inglesi. Se poi fossero stati americani o tedeschi lo ignoravo, qualsiasi cosa non fosse italiana, per me, era inglese e, quando ero ancora più piccola, anche i dialetti differenti dal mio erano inglese, ma questa è una cosa comune a molti bambini ed è anche un'altra storia.
"Qui non si sente altro che il caldo e le quattro… no, non ho voglia di tuffarmi…"
Quando ci aveva dato il compito di studiare la poesia, la maestra aveva detto qualcosa a proposito della guerra e di un signore che era tornato per passare il Natale a casa. Nel periodo delle elementari bastava niente per aver paura. I film con gli indiani e quelli di guerra erano qualcosa che guardavo distrattamente, con molta diffidenza e timore. Non capivo molto, l'unico nonno che ne parlava ogni tanto era quello paterno, perché era abbastanza vecchio da averla vissuta un po' di più, la nonna era troppo piccola per ricordare e il pensiero di un soldato che guarda le fiamme fumando, solo, il giorno di Natale, mi dava un'infinita tristezza, e paura. Ricordo di aver pensato che nessuno dovrebbe passare il Natale da solo, ricordo che avevo guardato nonna, il fiocco del grembiule sulle sue generose e rassicuranti curve, le stesse che mi avevano cullato per anni, il mio punto fermo e morbido. Avremmo passato Natale a casa della mamma, c'erano anche gli zii paterni e subito avevo chiesto di poterlo fare con la nonna, "giù". Rispetto mamma e papà, che vivevano in aperta campagna, dove abitano tutt'oggi, la casa di nonna, che era in centro paese era "giù", e giù era casa mia, per me. Mamma mi rassicurò dicendo che anche la nonna e gli zii si sarebbero uniti alla festa. Se così non fosse stato anche la nonna sarebbe rimasta sola a pensare "Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo…" e il nodo alla gola premeva, gli occhi pizzicavano. Ricordo di essermi alzata ad abbracciarla da dietro, lei che m'incitava a proseguire con la poesia, io che annusavo il profumo di brodo e quello di sapone che emanava lei.
Incredibile come si dimentichino le cose e come s'imprimano i sentimenti.
In due passi ero arrivata alla porta finestra, là fuori non c'era la guerra, era Natale. Ricordo di aver pensato anche che a Natale nessuno avrebbe dovuto fare la guerra, infatti era così. Non c'era guerra perché era Natale.
"come una cosa dimenticata…"
Mentre il mio ditino tracciava il percorso di una goccia d'acqua. Là fuori era buio e faceva freddo. Là fuori c'erano le luci di Natale di vite estranee che alla luce del giorno mi sorridevano e conoscevano il mio nome, ma la sera dimenticavo i loro volti e i loro nomi. La Signora Elsa non si chiamava più così. La signora Elsa, al buio, era Natale arancione, a causa di una lunga catena di luci di quel colore, che filtrava da grandi palle arancioni grosse come arance succose. La Ornella era Lanterna. Aveva disegnato i vetri e quello del soggiorno mostrava una bellissima lanterna. Era buio, non vedevo i suoi disegni, ma sapevo che erano tutti lì, sulle finestre di fronte al palazzo della nonna. Avevo chiesto allo zio di disegnare anche sui nostri vetri, lui era molto bravo, la nonna aveva immediatamente fatto cenno di no con la testa, fingendo di nulla quando mi voltai a guardarla,  non lo chiesi più. Ero abbastanza sveglia da aver capito che alla nonna non piacevano i disegni sui vetri, come non amava la farina sull'albero. Nonna doveva essere una purista del Natale.
Intanto ero riuscita a dirla di seguito, per la prima volta. Sapevo che se l'avessi detta bene ancora due volte avrei potuto smettere e giocare un po', magari con lo zio, aspettando l'ora di cena. Poi avrei dovuto dirla a lui, dopo mangiato, giusto per testare la mia memoria.
Mentre il dito tracciava i contorni di una candela, il rumore delle chiavi nella toppa e la voce dello zio.
La gioia nel cuore e la consapevolezza che mancava ancora una volta per poter mettere via il quaderno.
Una sera come altre, a un passo dalle vacanze. L'indomani avrei dovuto recitare la poesia a Suor Gisella, la mia giovane e cattivissima maestra. Era tornata dall'ospedale e ancora piangevo per la supplente, una ragazza che mi aveva azzittito e sussurrato di non dirlo a nessuno e non dirlo più, quando, con gli occhi lucidi le dissi "tanto sta male sempre, ci vediamo presto, vero?" Suor Gisella era titolare di una cattedra che non le apparteneva. Era molto giovane, lei e io avevamo qualcosa in comune, quel primo giorno di scuola, Per entrambe era la prima volta, solo che io ero in vantaggio. Sapevo leggere e scrivere, lei non aveva ancora mai insegnato. Non mi aveva perdonato questo.

"Ora metti il quaderno in cartella, dopo la ripeti due volte ancora, è tornata Suor Gisella, e sai che se solitamente vali dieci, con lei devi valere dieci e lode." A casa sapevano tutti della mia disavventura con Suor Gisella, solo che nessuno mi dava ragione, anzi, avevo imparato a non lamentarmi più di tanto, giusto per non prendere un castigo extra. La mia è stata un'infanzia sana, mamma e papà vigilavano, ma gli adulti non dovevano essere contraddetti da una bambina.
Quella sera avevo chiesto alla nonna di potermi sedere per terra nell'ingresso a parlare un po' con il suo albero, non aveva la stessa voce di quello a casa dei miei, ma anche questo si faceva sentire forte e chiaro. Proprio qui.
Dalla nonna non c'erano i termosifoni, c'era una "moderna" stufa a gas che faceva un rumore rassicurante. La fiamma  estesa su tre file orizzontali e il pavimento tiepido proprio nel cantuccio di fronte all'albero. Aspettavo che lo zio mi facesse spaventare, aspettavo che mi raccontasse la storia del Gigante egoista "Qui non si sente altro che il caldo buono."
E l'ora di cena mi aveva trovata così: a pancia in giù e gambe per aria.

"Così non ti sente nessuno, a chi borbotti, si può sapere?"

Ma quella mattina avevo il nodo in gola. Nessuno doveva restare solo a Natale, ma non avevo voglia di far vedere a tutta la classe che gli occhi pizzicavano. La voce tremava e Suor Gisella lo sentiva. Ci fosse stata la signorina Adriana mi avrebbe abbracciata, e forse sarei scoppiata a piangere. Tanto si sarebbe ammalata di nuovo e avrei rivisto presto la mia supplente. Mi dissi ancora che non avrei dovuto avere paura della guerra. A Natale non poteva scoppiare, mi schiarii la voce e ricominciai. Forte e chiara.

"Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare"
                                            (Natale, G. Ungaretti)

E sul suono dell'ultima parola guardai la mia maestra dritto negli occhi. Ero già in vacanza.





mercoledì 9 dicembre 2015

Ti ricordi

Il tempo di riordinare le idee per partire da qualche parte, ma le mie idee sono come quei capelli ribelli, quelli che più li pettini più si scompigliano, ingovernabili. Allora chiudo gli occhi e penso se prima l'aria e il suo odore, il colore del cielo o la stradina, oggi asfaltata, che conduce al cancello. Se dal comignolo fumante, dalla pianta dei cachi, spoglia e arancione. se dalla luce accesa nella cantinetta, dalla faccia assonnata e rugosa di mio padre che abbozza un sorriso, dal profumo di lana vecchia e di pelle pulita di mamma, di cibo e di detersivi.
Da dove.
Da che parte partire, bella domanda, dalla mia camera oggi totalmente modernizzata, quella che aveva due lettini con un comodino centrale e le due abat-jour: Cappuccetto rosso con, al posto della fragola, una lampadina rossa nel cestino che portava dalla nonna, quella di mia sorella un Moschettiere con il naso da clown che si illuminava. Quanto mi piacevano, quanto era bello osservare la luce colorata. pensieri al presente e al divano-letto, sotto l'armadio a ponte, mamma è sempre stata una donna molto attenta a sfruttare gli spazi al meglio, l'unica cosa rimasta uguale sono i tendoni e il lampadario, il resto è solo qui, nella mia mente, ingovernabile come i pensieri, i capelli e i ricordi. Ingovernabile che non sa da dove farti partire, allora scrivi, parli e pensi senza capo né coda. E senti freddo, lontana da quella stufa a legna e da tutto quel buono che non hai mai dimenticato; e ti fermi un po' di più, ché di andare via non se ne parla, quando sei a casa.
Tiro su i capelli e ci pianto un mollettone, ascolto il crepitio del ciocco di legno e penso a Pinocchio, mi scappa un sorriso e mamma mi chiede se sto sognando, sorrido di più e vorrei prenderla in braccio o farla ballare, papà dal divano sorride con gli occhi chiusi e penso che stia sognando una bambina con le trecce che scappa via inseguita da un ramarro.
Ingovernabile, come la nostalgia e i "ti ricordi Silvy…" che hanno la voce lontana lontana e colori sbiaditi delle cose passate.
Oggi sono romantica e parlo d'Amore. Di quello che tocchi, che ti ha nutrito e cresciuto. Oggi la poesia è nella faccia rugosa di mio padre che si addormenta appena si siede, nei capelli bianchi di mia madre che mi ricorda sempre di più mia nonna, la mia amata nonna che sorrideva silenziosa, anche lei, forse, con i colori sbiaditi della nostalgia, ma non mi diceva "Ti ricordi, Silvy", io l'abbracciavo e ricordavo ogni bacio e ogni mestolata presa, e restavamo così, in silenzio.
La mia nonna-mamma e io.
sono tornata a casa, da settimane, stamani ho chiesto a mamma se ha fatto l'albero di Natale e mi ha risposto che non sa dove metterlo perché ha dovuto tirare dentro le piante esterne, le ho suggerito di fare quello piccolo piccolo e ha detto che lo farà, anche se fuori ha addobbato per bene il gazebo "Così non brontoli" e il sorriso nella voce tradisce quel salto nel passato che al telefono non si vede, ma si sente. E mi sento lì, seduta sul pavimento, nella penombra del salotto ad ascoltare l'albero e le sue luci mal funzionanti. E mi sento piccola e protetta, felice e amata. E amo.
Oggi parlo d'amore perché l'odio solca le rughe peggio del tempo.
Oggi sono romantica perché qualcuno dovrebbe pur dirlo che c'è bisogno di quel romanticismo che avevamo da piccoli, quello che da seduti ci faceva vedere le cose da un'altra prospettiva, ma non lo dicevamo, perché eravamo impegnati a costruirci un futuro a prova di adulto, protetti dalle lucine mal funzionanti di un albero di Natale che sapeva di resina e perdeva più aghi di un sarto distratto.
Sono romantica, oggi, anche se c'è il sole, ma aspetto il finale a sorpresa, come in quei film Natalizi in cui le temperature sono da record ma poi alla fine nevica quando le cose si sono appianate, qualche ora prima che arrivi Natale.
Ho chiesto a mamma se farà il pasticcio di pollo, negli antipasti, ha risposto che vorrà fare anche una cosa nuova che ha visto in tv. Nella voce quel "torno subito" di quando il passato bussa e tu hai voglia solo di giocare a campana a ritroso nei tuoi ricordi. E siamo noi due, in cucina, io che sfilaccio il petto di pollo, rigorosamente con le dita, perché deve essere così, lei che monta la maionese e, sconfitta, annuncia che è impazzita, mentre io mi preoccupo tantissimo, tanto da correre da mio padre a dire "non mangiare il pasticcio di pollo perché ci attacca la malattia di Gaetano". Gaetano era il nonno dei miei vicini, un signore anziano che regalava elastici come fossero gioielli, mangiava le caramelle e dava le carte ai bambini. Viveva in un mondo tutto suo, non era pericoloso e per farci essere educate con lui, la mamma aveva detto che era un po' matto, ma era pur sempre un nonno da ascoltare.
Oggi parlo d'amore, e lo faccio seduta accanto a un albero che, ogni anno, assorbe un Natale in più, che contiene ogni mio Natale, nessuno escluso, neanche quello della trappola per topi e della crosta di formaggio, neanche quello della pipì nella bacinella, quello di quando l'ho lasciato con in mano il diario dei miei silenzi e sono andata via per sempre o quello delle zeppole messe a gocciolare nella cassetta di legno rivestita dal lenzuolo. Parlo d'amore come lo so, scusate se non è all'altezza della situazione, ma guardo il mondo da un'altra prospettiva, qui, seduta sul pavimento ("e tutto il resto fuori").


martedì 27 ottobre 2015

Così

Oggi mi sento così.
Come foglia che si lascia cadere dal ramo e, a poco da terra, spera nel vento.
Stanca e segnata, perché la mia insonnia è cambiata, ora mi fa addormentare, non come prima, poi però mi sveglia e si accoccola sulle mie gambe, come un gatto che fa le fusa. Accarezzo la mia insonnia mentre il cielo cambia colore e il giorno schiarisce.
Con l'autunno negli occhi e l'inverno sulla pelle, sperando arrivi quello vero, quello della stradina sterrata con le foglie marcite e i rami secchi che mi volevano ghermire.
Una pagina bianca tutta da inventare, ma è oggi; io: parole che cercano una pagina senza segni su cui dormire. Senza insonnia, senza gatto.
Così.
Romantica, nostalgica, bastarda e anche un po' puttana. Ché non esiste nostalgia che non batta per sfamare la pancia vuota del presente.
Di quando hai tutto e non sai cosa ti manchi, però sai che non c'è.
In bilico tra prendimi in braccio e mettimi subito giù.
Tra stringimi e lasciami andare.
Tra oggi e così.
Tra.
Oggi mi sento così.
E metti giù quel come, hai dimenticato quando da piccoli si diceva solo così, e un bambino vede così bene che dimentica il come.
Così.
Un gambero. Perche non tutti i giorni sono uguali e il tempo non corre sempre in avanti.
Il mio tempo è ribelle, per esempio, e spesso scappa via facendomi tornare sui miei passi, allora cammino controvento e con i capelli appiccicati alla faccia. Fatico, mentre l'aria mi spinge verso l'ignoto e tengo stretta la gola in un turbinio di foglie secche e parole senza pagine bianche né sporche.
Percorro i miei passi sperando di non incontrarmi, mentre gli occhi si bagnano come una donna pronta, mentre il vento punge e porta via.
Percorro i miei passi a fatica, parodia di una moviola. Incrocio un sovrano che cammina in senso di marcia contrario al mio. Fiducioso del futuro.
Percorro il mio ieri, con gli occhi chiusi e le narici allertate. Percorro il bosco e mi scappa la pipì ma non voglio farla perché ci sono due bambini con me e mamma insiste affinché vada dietro quel castagno, e i brividi mi percorrono le braccia, Marco mi chiede se ho freddo e dico di sì. Mentre stringo le gambe forte, mentre il calore del mese di luglio mi inumidisce la fronte e Marco si meraviglia.
Percorro ieri, come il calore lungo le gambe. Percorro e stringo gli occhi, le gambe e i pugni. Marco ride, Stefano anche e mamma è arrabbiata perché non sono andata a fare pipì dietro quel castagno. Come se fosse facile a sette anni fare pipì con due coetanei a pochi alberi da te.
Percorro ieri e mi stacco una foglia dalle labbra, ascolto parole di bambina e di ragazza. Pensieri astratti.
C'era un sovrano.
Oggi si sente così.
Falla là.
Percorro la mia vita, perché oggi è autunno e il vento mi sta inghiottendo, insieme alle foglie, insieme alle parole che avevo dimenticato e che mi riporta, come un cagnolino fedele che ha voglia di giocare.
Guarda l'onda.
Attenta a non bere.
Baciami.
Dietro quell'albero.
Dietro lo scoglio,
Il sovrano buono perdona.
Perdòno.
Quello giusto lo fa senza rivelare il peccato della serva.
Percorro il mio ieri e sono arrivata.
Così, con una foglia tra i capelli, il vento negli occhi e il vestito stropicciato.
Così.
Nel vortice.



venerdì 28 agosto 2015

Ma che bella giornata!

"Però noi siam sicuri che prima di domani la tua giornata nera vedrai che cambierà"

Canto, nella penombra della stanza; il sedere sulla poltrona, le gambe sulla sedia di fronte a me, spalle leggermente incassate, e poi mi lamento della tensione al collo, mac sulle ginocchia, telefono cordless alla mia destra, così se suona posso vedere il display illuminarsi, iphone tra chiappa sinistra e cuscino, così se vibra lo sento, mentre ascolto la musica e canto, ridacchiando, perché certe giornate le neutralizzi con una risata sufficientemente sarcastica; canto e riavvolgo il nastro, perché questa lunga giornata ha avuto inizio cadendomi tra capo e notte.

Ore 3.15: mi sveglia un fastidiosissimo "beeep beeep beeep" tanto che il Dr House mi saluta e si allontana dal mio sogno per lasciarmi sul più bello di una litigata e sono qui,  nella penombra della camera che realizzo di avere ancora la finestra aperta.
L'aria è fresca, strano, l'anticiclone nordafricano usa i guanti di seta a questo giro. Non sto sognando, sono sveglia eppure sento ancora le macchine della terapia intensiva e i loro Beep Beeep Beeep. Del Dr. House neanche il camice, in compenso la retro del camion della spazzatura è stata ingranata e se scrollano ancora un po' quei cassonetti scendo a dirgliene quattro,  qui c'è gente che si sveglia!
Sveglia.
Una parola che potrei analizzare in ogni sua accezione, sono laureata in sveglia di tutti i tipi, specializzazione in sveglia per un po', " e se non dormo?" penso.
Il dente bruciacchia, "per fortuna ieri sera ho preso un oki, il mal di denti non mi frega, ho chiamato ieri la dentista per spostare l'appuntamento del due al nove, tanto era solo un controllo, non ho male, non ho niente, un mese fa ho fatto la pulizia, tolto il dente del giudizio, è solo un controllo, ", penso, e porca zozza devo dormire, no pensare!
Mi giro dall'altra parte, mi fa male la spalla, devo chiudere la finestra, maledetto lampione, neanche la luna piena fa tutta quella luce, ora la stanza è semi buia, mi giro sulla spalla sana e, non so come, però mi addormento. Un sonno leggero, senza sogni, senza Dr House, senza ex, senza formiche che escono dai muri, senza mamma in camicia da notte al supermercato, senza aver fatto la pipì e quando si bevono più di due litri e mezzo di acqua non ci si può addormentare senza aver fatto pipì a metà nottata.
Mi sveglio che c'è ancora penombra. Devo fare pipì, guardo la sveglia, sono le 5. Il dente martella ma è sopportabile, l'ho fregato, passo davanti allo specchio e mi guardo, distratta. Capelli per aria, borse sotto gli occhi, anche un po' di occhiaie in anticipo di tredici giorni. Il colore giallo pallido della lampadina mi dona, dà alla mia abbronzatura quell'innaturale tonalità ittero-estiva che si abbina così bene alla mandibola da Robert Redford che non ho mai avuto. Mi ha fregata. I denti lo sanno quando canti vittoria e prendi sottogamba l'appuntamento dal dentista, i denti sanno ancora di più quando posticipi un appuntamento e s'indispettiscono Alle 5.07 di questa mattina facevo le smorfie allo specchio, tirando sù i capelli e gonfiando la gota dalla parte sana per vedere l'effetto guanciotte da Arnold.
Tornata a letto sono rimasta sveglia fino alle 7, orario in cui ho preso un antibiotico. Tutti dovremmo avere una scorta di antibiotici nel cassetto, vicino agli slip, sotto i sogni.
La mattinata prosegue con la mia versione zombie che, in questi casi, definisco iperattiva, per ingannare il resto del mondo, soprattutto me stessa, "non ho sonno, io." mi ripeto, e mentre spolvero il comodino mi stanco un po' di più, mi siedo e chiamo mia madre, lei sa sempre come farmi riprendere le forze, lei sa come farmi sorridere, mentre mi domanda cosa preferisco sabato, se la carne o le polpette e opto per la focaccia, alla fine salta fuori la pasta fatta in casa al pomodoro fresco e basilico, focaccia e birra. Lei sì che sa come svegliarmi, poi butta lì che papà non sta benissimo da due giorni e va dal dottore a farsi visitare la pancia. La ruga verticale in mezzo alla fronte si affaccia e sdrammatizzo con una battuta, un vizio del cazzo che ho preso dalle conversazioni tra me e me. Penso che definire pancia il quartiere che ha mio padre in zona addominale sia come chiamare "cucciolo" Godzilla, lo dico, lei ribatte che a dieta non ci sta e penso che l'aggettivo più calzante per la vecchiaia sia "egoista" e papà sta invecchiando, ma non lo dico. Penso al medico dei miei genitori, un tempo è stato anche il mio, per poco, azzardo che sicuramente lo manderà a rifare un'altra colonscopia, tac ed esami su esami. Specialista o pronto soccorso, lui è fatto così, ha paura di curare, ma è bravo a farti girare.
Chiudo la telefonata, sposto l'appuntamento di sabato dalla parrucchiera, lo sposto a domani, perché così sabato mattina preparo un dolce da portare dai miei per sabato sera. Sbadiglio, ho bisogno di sentirti e raccontarti tutto quello che succede e ci sei, sorrido e penso che nel pomeriggio un sonnellino ci stia alla grande, magari dopo aver lessato il polpo, suona il telefono ed è mia sorella che mi dice di stare tranquilla perché non è successo niente. È il nostro codice per comunicarci gli intoppi di mamma e papà senza andare subito in apnea "papà va in pronto soccorso, aveva male durante la visita, ora si preparano con calma e ci vanno. Sentili anche tu."
Non ricordo bene le sequenze, sono passate tante ore e sono ancora sveglia. Alle 23.34 posso anche sbagliare qualche coniugazione e sticazzi. Il giro dell'orologio è meglio delle vasche in via venti.
Dico a mamma di prendere un taxi, lei mi dice di non preoccuparmi, cambio di programma: preparo il polpo ma non posso dormire, perché se mi chiamano e non sento il telefono è un casino. Mia sorella ha ospiti e mi chiede di aggiornarla, lei non potrà rispondermi, ma legge ed è preoccupata. Io cerco di sollevarle il morale ma lei non risponde già più.
Però legge.
Dopo circa due ore provo a chiamare mio papà e dopo un sacco di squilli risponde, con la sua flemma e confusione, mi dice di essere alla fermata della metro e penso perché cacchio non abbiano preso un taxi, lo dico e mi mordo il labbro, lui taglia corto perché è arrivata la metro, mi chiamerà lui e io penso che non lo farà perché ho cambiato numero fisso e lui conosce a memoria quello vecchio, ma non lo dico, resterò sveglia e tra un'oretta richiamo "ma che bella giornata".
Dopo due ore sento mia mamma e so che stanno facendo una tac d'urgenza e penso che mamma e io ci siamo passate un brivido. Da una schiena all'altra. Le faccio coraggio, lei lo fa a me, alza la voce di un tono, come quando vuole farsi sentire da papà, solo che lui è a fare la tac e non la sente, forse vuole dare coraggio a tutti i pazienti del pronto soccorso, ripete che non l'hanno fatta entrare e che se fosse stato grave l'avrebbero chiamata, lo ha detto molte volte, io non l'ho mai azzittita, neanche quando ha iniziato a dare contro mio padre dicendo che non ha chiesto niente, neanche a quanto aveva la pressione. Ha bisogno di prendersela con qualcuno e sono tentata di farla arrabbiare un po', mi sarei offerta volontaria, ma sono stanca e rischierei di attaccare, sul più bello. Lascio perdere, però le dico di abbassare la voce e lei sussurra "speriamo non ci sia niente".
Se non vi dispiace passo alla versione breve perché ho nausea dal sonno, non rileggo, dico solo che mio padre non ha nulla di grave, vengo a saperlo mentre ceno, deve fare una cura antibiotica e lo ricoverano. Chiedo a mamma se non sia il caso di andare da loro e lei prende la situazione in mano, come sempre, nonostante i suoi guai di salute. Dice che non è niente e che meglio dell'ospedale nessuno.
Salta il weekend insieme, "lei deve essere libera muoversi", le dico di prendere un taxi per andare a casa e lei dice di non preoccuparmi.
Le ricordo che domattina deve prendere il cortisone e che non può saltarla, ribadisce che lo sa, di non preoccuparmi.
Ore 22.22. Quattro cigni sul lago, mentre la luna… mioddio straparlo, ma quando vedevo le 22:22 sulla sveglia digitale pensavo sempre ai cigni. Papà è di sopra, non in camera, in una stanza, su una barella e mamma resta con lui. Domattina alle 8 la mandano via e passerà la notte su una sedia, a guardare il suo uomo dormire. Mi sono arrabbiata, mi sono commossa, mi sono sentita inutile. Ho augurato loro la buonanotte e ora penso che sia giunto il momento di alzare il dito medio a questa giornata. Sette minuti e sarà domani, ma che bella giornata.




mercoledì 29 luglio 2015

Di sole e dintorni

A piedi scalzi sul balcone per sentire il sole sotto i piedi, come quando ho scoperto che il sole non è giallo. Ero scalza anche quella volta, scalza da sempre, intenta a smascherare il sole.
Sole che scalda e ruba le sembianze di tutto ciò che tocca.
Cielo azzurro e rami vestiti di verde brillante, il sole della mia infanzia, ambrato sulla pelle e liquido sul ghiacciolo al limone che mi moriva lentamente tra le dita.
Poche lire impiastricciate.
Sole inflazionato.
Malato e pallido sul cemento di città, tra cielo bianco e lunghe strade deserte. Infuocate, vive.
Sole vestito di noia.
Con l'azzurro cielo da nuotarci dentro, sole che penetra l'acqua del mare e si nasconde lì, tra le gambe, quando la pelle delle dita è raggrinzita sufficientemente e puoi uscire per farti accarezzare i capelli bagnati.
Sole di baci salati e abiti larghi troppo smorfiosi per giocare con i raggi, quando di aria non sono mai sazi. Quando di vento vogliono ancora impazzire.
Sole che veste e spoglia le stagioni, sole che non dorme mai e ritorna.
Sole che ti abbassa lo sguardo se lo fissi, sole vagabondo che salta sulla prima nuvola per diventare fortuna e colori.
Sole avvizzito, sui segni del tempo. Sole baldracca e sole composto. Sole che bacia i belli e secca le merde, sole maleducato che lo pensa e non lo dice.
Sòle sbagliato che non tinge né scalda, ma parla, parla e ancora.
Estate da sole africano, quello che lascia parlare di sé e porta allarmismo tra un raggio e l'altro.
Sole che si deve bere, mentre accarezza le fontane di ogni città, da nord a sud, sole che batte le spiagge e se ne sbatte di quali.
Portofino o Palermo, il sole non è di parte, è superiore.
Sole sulle gambe, immobili e pigre, sole che non scaccia le mosche e sorrido.
Sole che mi fai il solletico.
Sole che storce il naso, se lo fai anche tu; sole che del tuo pallore ne fa efelidi da unire al chiaro del primo saluto del mattino.
Sole che spia, tra le tapparelle "chiuse lente" e la polvere che segue la sua spada di luce.
Sole invincibile.
Sole sul cipiglio delle brutte facce che ostentano pezzi di carne, per distrarre, sole su corpi sfatti e sorrisi imbarazzati, sole che non risparmia pregi e imperfezioni e se ne frega, sole che illumina la cattiveria travestita da insicurezza.
Sole materno, sui castelli di sabbia dell'infanzia.
Sole che d'estate infierisce; sole che d'inverno bacia là dove il ghiaccio brucia sulla pelle arrossata delle mani.
Sole, che è così Estate da slogan, mentre lecca il tuo gelato, mentre sei troppo lenta e vi scambiate un bacio.
Sole; che solo un po' mi somiglia, ma io mi eclisso meglio.





giovedì 14 maggio 2015

Festa della mamma

Oggi è la Festa della mamma, perché no? Lo era l'otto, il dieci e ogni volta che mia madre si preoccupa per me.
Oggi è la festa della mamma, che con il passare degli anni mostra ogni sua fragilità ed è la festa della mamma, oggi più che mai, ogni volta che mi preoccupo per lei.
Io che non sono madre ma se c'è una cosa che so fare bene è la figlia. Figlia con tutto il pacchetto di sano egoismo che solo i figli che si preoccupano quando sono adulti e i genitori anziani, sanno dare. Una festa della mamma con la telefonata e la lontananza, quella densa, quella che ti si ferma in gola e ti fa stringere il vuoto dell'aria nei pugni. Una festa della mamma, con tutti i "come va oggi?" e le risposte finte del caso, perché essendo la festa della mamma i figli non si devono preoccupare.
Festa della mamma con papà che è fragile per la sua età ma che lo era anche vent'anni fa, perché la mamma è sempre stata la Bersagliera in casa. La più giovane e la più forte. Un metro e cinquantacinque di testardaggine e saggezza, anche quando era troppo piccola per sposarsi, anche quando tutti le dicevano "guarda che poi non è che puoi stufarti perché tu sei tanto più giovane e lui invecchierà sempre di più", festa della mamma perché lei è andata in culo a tutti invecchiando precocemente, per allentare la differenza di età.
Festa della mamma perché mamma sembra una coetanea di papà o,  forse, sembra lei la più grande. Si ammala mamma e noi non siamo abituati a sentirla lamentare, ma è fragile, ha paura di stare male perché lei è l'unica che conosce papà e sa come si cura e quali sono i suoi sintomi quando lui sta male, allora non lo dice di avere paura di non rimettersi in piedi,  e la paura si è nascosta dietro quel leggero tremito del suo "oggi meglio".

La festa della mamma è oggi perché mamma sta male da qualche mese e papà non riesce a curarla perché si è messo a letto anche lui, festa della mamma che non vuole le figlie vicino perché qui è tutto sotto controllo e se vi faccio correre adesso, quando saremo vecchiettini sarete già stanche, e ci vuole illudere ancora sul fatto che i genitori siano eterni, ma non è mai la festa della figlia che ha voglia di esserci senza dover litigare, per rendersi conto, per non sentire più quella morsa di paura alla bocca dello stomaco. Perché ne abbiamo più bisogno di loro, perché i figli sono egoisti a volte.
Oggi è la festa della mamma, un giorno qualsiasi della mia di mamma, ma il dieci le ho trovato l'ortensia blu, come quelle di nonna, come quelle di quando ero piccola che non tengono il colore perché il terreno è diverso, e rivedo le sue dita sempre più impacciate e le mani irrigidite a fare pendant con il resto dei muscoli, stanchi e affaticati.
È la festa della mamma, oggi, sì. Della mia, che non ha la pazienza di curarsi perché una pastiglia dovrebbe aver fatto il miracolo, dopo anni di visite e cure posticipate perché per mia mamma è un lusso ammalarsi, quando sono troppe le cose da fare.
Oggi è la festa della mamma, perché se al mattino si è lasciata andare un pochino, nel pomeriggio è di nuovo lei. Risoluta e combattiva.
È la festa della mamma, oggi che riprendo l'inchiostro e la penna, oggi che mi ascolto ma non troppo, altrimenti uso la mente come additivo artificiale e quando scrivo non mi piace tenere la pancia in dentro e le spalle dritte; io mi accascio, quando scrivo, mi gratto la testa e vomito senza dover pensare al pavimento o ai piedi di chi voleva solo curiosare cosa ho mangiato. Solo così so scrivere, oppure sto zitta. Ed è la Festa della mamma, anche oggi, sì; perché ancora una volta ho paura e provo rabbia, perché la gente mi sta stretta e non ho voglia di motivare qualcosa che ho appena vomitato quando lo stomaco faceva male, perché trattenere fiato, pancia e pensieri lede alla carne e deforma i lineamenti. É la festa della mamma, anche oggi, come ieri, e chiedo al dottore tante cose e lui sa che ho paura ma risponde attento a non farsi coinvolgere troppo, con le precauzioni del caso, mentre spero che mio padre smetta di tossire e la lasci dormire in pace di notte, mentre mi domando come abbia potuto mettersi a letto anche lui, proprio ora che è la festa della mamma.
È la festa della mamma e vorrei che mi facesse un regalo, la mia mamma, quello di curarsi anche quando starà meglio, perché impiegherà molto tempo, ma starà meglio e deve continuare proprio perché è la festa della mamma, proprio perché non deve avere fretta di fare la Bersagliera viziando papà come se fosse un infante.
Oggi è la festa della mamma, della mia, e vorrei averla qui accanto. Ora, come quando avevo paura dei tuoni. E vorrei tenerla piano, per non farle male alle ossa, vorrei lenire quei dolori senza farla sentire in colpa.
Oggi è la festa della mamma e mi gira in testa la sua risata, che così lontana mi fa pensare sia stata un sogno.
Oggi è la festa della mamma perché l'ho deciso io. Perché tutti i giorni dell'anno sono pochi rispetto i giorni di una vita donata e mai restituita.




mercoledì 4 marzo 2015

Metempsicosi nell'agorà

La piazza è affollata. Ognuno parla per sé pensando agli altri.
C'è di tutto, nella piazza, dal saltimbanco al mangiafuoco, dall'uomo a tre teste a quello a cinque personalità, e poi ci sono gli ombrelli.
Ombrelli colorati e volti coperti, ombrelli come se piovessero colpi di tutti i tipi; bassi e da tutti i lati, mentre passo tra la gente, mentre guardo le persone e mi riparo come posso, guardando in alto verso un cielo che non ha stagione, guardando la folla senza riuscire a muovere passi decisi. Allora mi siedo lasciando il mio ombrello capovolto, qualcuno mi schiaccia una mano e io chiedo scusa mentre la massaggio, ascolto un coro di voci che ripete la solita nenia e conosco l'aria ma non ricordo le parole, forse non le ho mai ascoltate sul serio, mi volto e tappo le orecchie, mentre la musica si fa strada dentro, mentre gli ombrelli coprono la luce e fanno scendere la sera, eppure è presto, ma la piazza ha deciso che alle 15.51 deve arrivare la sera. La piazza è triste e loro hanno le stesse espressioni tirate dei gironi infernali. La gente soffre, anche se non lo ammette; la gente è insicura, anche se si professa migliore di te. Siamo in pochi seduti per terra con gli ombrelli rovesciati sul suolo a pensare alla luce del giorno, a vederla, come se non fosse così buio, come se la sera fosse una nuvola passeggera creata dalla mente dei circensi.
Un tempo conoscevo alcuni nomi, poi ho dimenticato anche i volti, perché della gente non amo le acrobazie, ma apprezzo i gesti delle persone.
Qualcuno passando lascia una stella nei nostri ombrelli rovesciati, esprimi un desiderio, in realtà ne hanno lasciate una manciata, era qualcuno che ho giù visto passare altre volte, magari vestito diversamente, magari in un'altra identità, forse in un'altra vita. Vorrà qualcosa, ma non mi piacciono gli estranei, ancora meno gli estranei che indossano due, tre, quattro, cinque strati di maschere, senza dirti nulla, lasciando solo stelle nel tuo ombrello rovesciato e tu li riconosci, tanto che non sai se alla fine ci sia ancora qualcosa da strappare, tanto che gli porteresti via anche la pelle del viso, se solo t'importasse davvero qualcosa, allora non guardo dentro il mio ombrello, non guardo le mani di chi non ha il coraggio di indossare sempre la solita maschera, non dico faccia, incrocio le gambe e continuo a parlare da sola, qualcuno mi schiaccia una caviglia e non muovo un muscolo, resto in silenzio, facendo finta di ascoltare, facendo finta che sia interessante la sera anticipata, fingendo senza maschera, ed è stata la cosa più difficile da imparare questa.
Nella piazza può accadere di tutto, così dicono, ma a me non importa.
Nella piazza puoi perdere la strada e trovare un sentiero.
Nella piazza l'età si ferma e poi ti trovi davanti a uno specchio con una ruga in più ed esperienza in meno.
Nella piazza la vita si ferma, anche la mia.
Nella piazza molti guardano l'aria che tira, io la sento e mi sposto.
Nella piazza chi resta saldo al proprio ombrello si solleva da terra, lasciando trapelare una sfera di sole a chi resta seduto.
Nella piazza è tornato il pomeriggio, mi alzo e lascio l'ombrello rovesciato al suolo, osservo l'aria che ci gioca, fino a sollevarlo. Pulisco le mani sui jeans e m'incammino; alle spalle una scia di stelle appena fabbricate. Ma non brillano come altre; né come prima.

giovedì 26 febbraio 2015

Il cielo in un'ortensia


"Per anni ho visto le fotografie animarsi.
Sì, come quelle di Harry Potter, e profumavano anche.
Ora tacciono, forse dormono."

In 140 caratteri una vita intera, un po' come quando muori e ti passano i momenti davanti, così dicono.
Sfoglio album, guardo cose, ascolto risate, sento profumi, assaporo merende e, ogni volta, muoio un po', per poi rinascere.
Vecchie fotografie dai colori improbabili, pellicole rovinate, incollate al foglio ingiallito del presente. Chiudo gli occhi e sono lì, in quel piazzale arso dal sole che neanche in un vecchio film di Leone c'era quel caldo e quella polvere.

Ma cosa ne sa, chi percorre oggi la scalinata di cemento che porta all'ingresso della casa dei miei genitori, com'era un tempo quel viottolo di terra e sassi; erba ai bordi e, poco più in là, i fiori che la nonna aveva piantato, curati dalla mamma e da chi aveva amore da offrire.
Un viottolo di terra e sassi che se cadevi non ti sbucciavi le ginocchia, ti bucavi la carne e prendevi il resto.

Volto pagina, chiudo gli occhi e sono lì, a respirare il salmastro di quell'acqua che non riuscivo a interpretare, perché così diversa dal mare, ma i fiori no, i fiori erano tutt'intorno e io ero abituata ai fiori, loro un po' meno a me: sarebbero scappati via, avessero avuto le gambe e una testa, invece restavano lì, a farsi annusare, accarezzare, recidere e mutilare per diventare unghia laccata o decorazione per i capelli, e le minacce della nonna e della mamma servivano solo fino al gioco successivo.

Le ortensie della nonna erano le uniche che si salvavano, tranne le foglie, quelle erano fette di carne o di prosciutto, quando giocavo a "vendere". I soldi erano foglietti di carta. Da papà pretendevo il pagamento in moneta sonante, andava via con una pietra, Parmigiano Reggiano, e il costo era sempre lo stesso: "500 Lire, signore, sentirà che buono questo formaggio/la carne/il pesce/le olive", qualsiasi cosa comprasse, lo alleggerivo di 500 Lire, a volte mi diceva di dargliene meno e ci scappavano 200 Lire, ma quel che contava, per me,  erano i soldi veri. E correvo a metterli nella scatola, perché il salvadanaio era pieno di monetine imprigionate, e io volevo vederli i miei averi, quelli importanti.
C'era anche qualche banconota allungata dai nonni paterni, la nonna materna ci viziava rigorosamente alle feste comandate, in realtà, ci viziava molto di più, con il suo amore, con i cibi e le coccole, dai nonni paterni si andava una volta a settimana, loro dimostravano l'affetto così, allungando ogni tanto una banconota da 1000 Lire o, se una delle due aveva avuto la febbre, 5000.
Ho imparato a camminare scalza grazie a loro e alla raccomandazione della mamma "Silvana, no scalza ché ti viene la febbre" e io pensavo alle 5000 Lire dei nonni, nascondevo le ciabatte e tenevo i piedi sul pavimento freddo, a volte funzionava, non sempre.
Le fotografie sono come le ciliegie, una storia tira l'altra, e vola il tempo, e dove sono non so.
Mi cerco dietro quel broncio e non sono più io,

L'ortensia azzurra era la mia pianta preferita, aveva il colore del cielo, quello delle belle giornate di sole. L'accarezzavo e non osavo strapparla. Erano un miracolo le ortensie, un fiore composto da decine e decine di piccoli fiori "nonna, quando le poti me ne dai una?" erano le regine del giardino, le uniche a essere graziate dalla mia infanzia. Inodori, ma il colore prendeva alla gola, una pianta azzurra e una rosa. Le trovo lì, a costeggiare il viottolo, mentre mi guardo per trovare una parte di me, oggi come ieri, sono io, la stessa che si spazientiva a posare per far finire il rullino, con la voglia di tornare a giocare o a curiosare cosa stesse facendo papà sulla strada. Io, con le mie treccine, a smentire la mamma quando era arrabbiata e mi ripuliva le ginocchia o i vestiti imbrattati di terra, accusandomi di essere un maschiaccio, io, che posavo con il broncio mentre una lucertola correva per il piazzale, impiccata a un lungo filo d'erba, il mio sguardo colpevole.

Ricordo quasi tutti i momenti che sfoglio, quelli che non so me li hanno raccontati, allora si muovono anche loro, si muove la bambina sulla sedia di plastica, sono io a poco più di sei mesi, io che facevo sporgere così tanto le labbra che un giorno stava soffocando perché il labbro superiore aveva fatto da ventosa sulle narici. Mi vedo sgambettare e mi cerco anche lì, ma non mi trovo, dietro quegli occhi così liberi da pensieri e consapevolezze.

Mentre mi ripeto che sono solo vecchie fotografie, ricordi come altri, come la pizza del mese scorso, come lo scambio di sguardi al semaforo e quel mezzo sorriso accennato prima di ripartire. Alle spalle il clacson che incitava Mister Muscolo a notare il verde. Tutto ciò che passa è un ricordo, io che vado ad aprire il portone, sì, dieci minuti fa sono un ricordo che tra vent'anni avrò dimenticato. Come le cose che passano troppo velocemente e che non riesci a carpire.

La mano sulle mie gote accaldate, la pelle leggermente appiccicosa e la consistenza dei lunghi capelli raccolti.

Io che volevo la fascetta blu, nonostante il vestitino con le nuvolette color "cedrata", come lo chiamavo io, a nulla erano valsi gli inviti al ragionamento, almeno la fascetta doveva essere blu. Sulle piccole cose mamma me la dava spesso vinta senza portarmi a fare capricci sterili, per poi poter esercitare più rigidità di fronte alle cose davvero importanti, io sapevo quando era il caso di insistere e quando di smettere.
Ricordi, come i papaveri lungo il sentiero che portava al prato delle noccioline.
Papaveri così delicati, così sottili, io che mi ostinavo a volerne un mazzo da portare a casa ed io che li vedevo accasciarsi sullo stelo, senza poter fare nulla.

Girasoli, che volevo sorprendere a girare la testa, ma erano più furbi di me, loro. Girasoli ai bordi dell'autostrada, quando viaggiavo con mamma e papà. Sedute dietro, mia sorella e io, a cantare canzoni, a chiedere quanto mancasse all'arrivo, mentre osservavo quelle distese di lunghi fiori color giallo oro, restando immobile come una statua: se loro non si fidavano di me, non vedo perché avrei dovuto farlo io.
Girasoli, così poco socievoli da sembrare quei bambini che quando parlavano con gli altri, lo facevano solo avvicinandosi all'orecchio, mettendo una mano a conchetta e guardandoti negli occhi. Come se quel segreto fosse una questione di vita o di morte, come se tu fossi l'arma di sterminio di massa. I girasoli erano così: asociali; ecco perché vivevano in un villaggio tutto loro. e non li avrei voluti neanche per farmi le unghie gialle, erano migliori i gerani della nonna: quelli bianchi, rosa, rossi e viola. Loro sì che sapevano come si gioca.
Ricordi sfogliati, ricordi distorti, ricordi monocromatici.
E, in una boccaccia, il sorriso di chi in quel momento aveva appena vinto una piccola battaglia:
"Lascialo stare un attimo, ché fa caldo ed è stanco"
"Dai, Ro', corri c'è papà"
mentre mia madre sorrideva, orgogliosa, mentre posavo per immortalare quella piccola vittoria in braccio a mio padre che era sporco di cemento e sabbia, mentre la primavera stava preparando le unghie per le mie manine.
Occhi al confronto, un gioco mai passato di moda, ma non mi ritrovo e la gioia è diversa, la gioia non profuma più di ortensie colorate di cielo.
La gioia è una boccaccia in braccio a tuo padre, mentre mamma ha fretta di finire quel rullino.
E, se ai girasoli fosse venuto il torcicollo per voltarsi a spiare, non mi sarei certo scomposta. Tra queste pagine, oggi, non se ne vede l'ombra.